Voci dall’ Orfanotrofio Umberto I Il Serraglio a cura di Olga Chieffi

Scritto da , 23 Febbraio 2020
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“Senza parola non si può tacere, senza dialogo non ci può essere silenzio. Senza la memoria, senza l’immenso corpo storico della cultura da cui il corpo esistenziale della nostra coscienza emerge, resteremmo non in silenzio, bensì muti. Le parole non si agiterebbero nell’anima, sussurrate, trattenute dall’uscire all’aperto, nella piazza del dialogo pubblico, come per pausa o per attesa, ma semplicemente non esisterebbero, anzi non sarebbero mai esistite. Senza memoria, il dialogo non sarebbe custodito nel silenzio, anzi non nascerebbe neppure. Assente sarebbe il Sentir-si”. Facciamo nostre le parole del filosofo Aldo Masullo per inaugurare una nuova rubrica, dedicata interamente ai testimoni di quella gloriosa istituzione che fu l’ Orfanotrofio Umberto I, su suggerimento di Vincenzo Sica che continua ferace e indefessa la sua missione, votata ritrovare e riconnettere tessere e personaggi di quanti furono ospiti del famigerato e temuto “Serraglio”, il social Facebook, sul quale ha fondato nel 2012 unitamente a Michele Sirico un gruppo molto seguito “Il Serraglio” Orfanotrofio Umberto I Canalone, i cui iscritti tutti “serragliuoli”, come amano orgogliosamente definirsi, e parenti di quanti hanno condiviso quella esperienza, pubblicano immagini, nomi ricordi, relativi a quella istituzione nata nel 1813, quale deposito di mendicità, negli ambienti conventuali di S. Nicola della Palma e S. Lorenzo, poi trasformatasi in orfanatrofio con scuola musicale nei primi mesi del 1819, alla quale negli anni si aggiunsero le scuole di calzoleria, meccanica, tipografia, ceramica, falegnameria, scomparsa nel 1977. 

E’ questa una istituzione legata ai nomi di Gioacchino Murat, come un po’ tutti i collegi della nostra città e provincia e del Sindaco Alfonso Menna, che fece rinascere negli anni ’50 la gloriosa scuola, rendendola umana e vivibile, restituendole quel forte legame con la città, attraverso l’eccelsa qualità della sua banda musicale e maggiormente con la tipografia, che stampava tutti i tipi di manifesti e libri, sino agli inviti di nozze. Il gruppo de’ Il Serraglio, ha inteso, quindi, riannodare quelle fila, tra chi ha vissuto e, ancora oggi, ringrazia quell’istituzione, dura, severa, a volte inumana, ma che ha preparato alla vita schiere di uomini, attraverso lo studio, il sacrificio, la fame. E’ noto che dove termina la testimonianza inizia la storiografia e noi invitati da Vincenzo Sica, concederemo di settimana in settimana il giusto spazio a quanti, passati dagli spazi dell’Orfanotrofio Umberto I, vorranno raccontarsi aprendo una finestra anche sui fatti cittadini di diversi decenni. In questi otto anni di vita del gruppo Fb, si sono state organizzate diverse riunioni tra Roma e  Salerno di ex ospiti dell’istituzione e una, in grande stile, dovrebbe svolgersi proprio qui in città anche per ritrovarsi in occasione del quarantennale della fondazione del nostro conservatorio, figlio proprio della scuola di musica, poi Liceo musicale, dell’ Orfanotrofio Umberto I. Di seguito i primi ricordi di due allievi formatisi tra quelle mura

“La nostra quotidianità era fatta di rigore, molte volte in fila per due con istitutori che delegavano ai capisquadra i nostri movimenti, di ore in uno spazio enorme che non so perché chiamavamo “villetta”. Si giocava a “pezzotto” che rubavamo al calzolaio, ovvero un’insieme di ritagli di cuoio e stracci incollati e cuciti insieme. Il “pezzotto”era  il  nostro  pallone, eravamo  talmente  tanti  a  giocare  in  quello  spazio  che  si facevano  due  o  tre  porte e  molte  volte  si  ci  confondeva  perché  non  sapevi  se  era  o meno il tuo di avversario…la vita lì scorreva lenta, infinita, motivo per cui aspettavi le feste comandate per passare un po’ di tempo a casa. L’ Orfanatrofio  Umberto  I è  stato  un  pezzo  importante  della  storia  salernitana, a ritrovarci tutti gli ex si formerebbe una cittadina…bei ricordi? Non so ma, certamente un ricordo passato  che  ti resta  dentro: gli  ex  serragliuoli hanno  un  qualcosa  che  si trascinano dietro per tutta la vita.” Ercole Leo (allievo Umberto I-1968).

“Eravamo oltre 104 mischiati tra di noi, ma rimaneva il magone della famiglia, appena salutata. Ore 12.30 adunata in villetta per il sospirato pranzo, salivamo le scale, fino al refettorio sempre in  fila  per  due,  sotto  lo  sguardo  vigile  dei  professori  attenti  a  tavoli  di sei-otto ragazzini con  la scodella piena di pasta che il capo tavola o il professore distribuiva. Prima del pranzo il segno della croce e la preghiera, poi via a infossare il cucchiaio o la forchetta per ingoiare  subito  la  pasta,  il  secondo  accompagnato  sempre  con  contorno di  patate  o piselli,  la  frutta  e  qualche  volta,  la  domenica,  non sempre, un  dolce.  Al  termine del pranzo,  di nuovo  tutti  in  fila  per  due  si  rientrava  in  camerata  per  un  riposino:  chi  ascoltava  la radiolina, chi  giocava,  chi  riposava  sul  lettino,  fino  alle  17.00 ora  di  cena  adunata nella  villetta. La  sera  ammaina  bandiera, un  po’  di gioco in villetta, quindi,  si  rientrava  in camerata. Per i più fortunati un po’ di tv fino a carosello e poi, tutti a letto si spegneva la luce. L’istitutore se ne andava e noi tutti a dormire, a sognare, a piangere.” Vincenzo Sica (allievo Umberto I, 5° Camerata-1968)

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