Voci dal Serraglio: Orazio Boccia, “‘O Serragliuolo” Prima parte Rubrica a cura di OLGA CHIEFFI

Scritto da , 1 Marzo 2020
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Di ORAZIO BOCCIA

Non c’era minaccia più terribile, non c’era condanna più definitiva del Serraglio. “’O faccio chiude a ‘o Serraglio”; “Sta ‘nchiuso int’o Serraglio”: frasi lapidarie che sintetizzavano una condizione di vita, stigmatizzavano un modo di essere, ponevano un’ipoteca pesantissima sul futuro. Il Serraglio incombeva cupo e spaventoso sulla città come un monito silenzioso e impenetrabile, serrava il suo alto portone a chiudere ragazzi che per caso o per scelta sbrigativa, inevitabile degli adulti, scontavano sulla propria pelle l’inappellabile sentenza pronunciata dalla vita. Per gli orfani, per i figli della povera gente, per quanti erano già segnati da un’esistenza cinica e beffarda, quella del Serraglio era la strada obbligata.L’unica possibile. L’ultima. Ai “serragliuoli” era negata la giovinezza, a stento garantita la sopravvivenza. Il Serraglio era lo Spielberg dei ragazzi: nato dalla pietà, ai Salernitani faceva a volte l’effetto di un boccone difficile da mandar giù. Aveva sì il sapore dolce della solidarietà, tuttavia restava in gola, faceva sentire a disagio. L’unica era dimenticarsene fino alla domenica successiva quando i “serragliuoli”, in fila, facevano la solita passeggiata d’ordinanza.Insomma, il Serraglio, come anni dopo Mariconda, era un po’ la cattiva coscienza della città; ogni tanto mordeva, faceva male, spaventava. Il Serraglio, per chi non lo sapesse, era l’Orfanotrofio “Umberto I” e la toponomastica cittadina lo collocava “’ncopp Canalone”, affacciato sul golfo e sulla città. Tutto cominciò nel 1932. Era il ventisei di novembre quando nacque Orazio, unico maschio fra quattro sorelle. La sua era una famiglia semplice e laboriosa; papà un portuale dalla forza singolare campava dignitosamente la famiglia senza pretese, i bambini crescevano in una gaia e spensierata anarchia: nessuno sentiva il rumore del passo spietato della guerra che s’avvicinava a sospendere ogni civile disegno. A circa dieci anni Orazio divenne l’uomo di casa. Il padre, preso dai tedeschi dopo l’armistizio, riuscì a scappare, ma nella fuga si ferì malamente vicino ad un reticolato. Raggiunse fortunosamente la famiglia e per non essere ripreso si nascose in una botte di vino, ma la ferita nascondeva un male terribile, per il quale non c’era allora cura alcuna: il tetano. Rimasero soli i Boccia, senza neanche potersi permettere di piangere; più imperativa del dolore era la necessità di andare avanti. Così un capofamiglia coi pantaloni corti e la faccia da bambino prese in carico cinque donne. Nel frattempo erano arrivati gli Alleati. Portavano cioccolata e sigarette, dollari e boogie-woogie, ricchezza e miseria. Portavano anche la penicillina che avrebbe potuto sconfiggere il tetano, ma ormai era tardi.Orazio fa di tutto: vende sigarette e, quando non ne trova, le arrotola con cartine, pochissimo tabacco e tanta segatura; con la mina delle matite fabbrica pietrine per accendini a benzina: naturalmente non funzionano, ma lui dà la colpa all’accendino…I piccoli commerci di guerra si facevano a Portanova: i contadini venivano dalle campagne a vendere il pane. Ogni sfilatino costava cinquanta lire e potevano permetterselo in pochi. C’era a Portanova – e c’è ancora – una piccola cappella dedicata alla Madonna delle Grazie ch’era posta tra il bar Chiancone e il bar Amaturo. Di fronte, il bar 7 Stelle di Fonzo ‘a patana.  Accanto al bar Amaturo c’era una piccola latteria gestita da due vecchietti. Un quarto di latte nella bottiglia di vetro col tappo di stagnola costava quindici lire. Orazio, con i suoi traffici infantili, raccoglieva i soldi necessari a comprare il latte e poi… entrava in azione. Aveva notato, il ragazzino, che i contadini entravano devotamente nella cappelletta per salutare la Madonna e lanciare la loro offerta oltre la grata. Nel chinarsi poggiavano in terra un solo ginocchio spingendo all’indietro l’altra gamba. “Io mettevo piano piano la bottiglia col latte dietro il contadino e lui, naturalmente,  spingendola col piede, la faceva cadere. Cominciavo la scena: piangevo, gridavo che m’avevano fatto cadere il latte, mi disperavo chiedendo a gran voce come avrei potuto fare per ricomprare il latte che serviva per le mie povere sorelline. Per fartela breve, il contadino mi risarciva con uno sfilatino, io lo rivendevo a cinquanta lire, compravo un’altra bottiglia di latte e ricominciavo la manfrina. Facevamo i lustrascarpe, sciuscià ci chiamavano, c’inventavamo mille trucchi…(continua)

Da “Storia di uno scugnizzo”

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