Voci dal Serraglio: Michele Crescenzo a cura di OLGA CHIEFFI - Le Cronache
Salerno

Voci dal Serraglio: Michele Crescenzo a cura di OLGA CHIEFFI

Voci dal Serraglio: Michele Crescenzo  a cura di OLGA CHIEFFI

 Nel segno di San Michele Arcangelo

Di Michele Crescenzo

Eravamo ancora in guerra in quel mese d’ottobre del 1944. La mia famiglia fu squassata dalla morte sul lavoro di mio padre. Io e le mie sette sorelle, tutte più grandi di me ci trovammo nella condizione di orfani, poveri. Mia madre non sapeva più come sfamarci, così l’Ente  Nazionale di Assistenza agli orfani dei Lavoratori Italiani, consigliò di affidare ad un collegio due delle mie sorelle.  mia madre non accettò e cosi il 29 settembre del 1945 giorno dedicato a San michele, andai a finire io collegio e varcai il portone dell’Orfanotrofio Umberto I. Mia madre indossava uno scialle nero sulla testa che le copriva le spalle, io mingherlino piccolo con i pantaloncini corti, avevo appena sette anni e mezzo. Il primo impatto fu con don Umberto il portinaio, che ci accompagnò dal direttore che all’epoca era Ugo Ricciardi, un uomo bravissimo e di grande umanità, lo ricordo ancora adesso, abitava di fronde al duomo. Mi venne a prendere su in segreteria il maestro di clarinetto Antonio Condolucci, e salutai mia madre che piangeva. Per me incominciò nel bene e nel male la vita da serragliuolo. Nel 1945 l’istituto era diviso in due, noi alunni convivevamo con i soldati che ritornavano dal fronte. I miei dieci  anni passati all’istituto possono essere divisi in due fasi: la prima dal 1945 al 1950 fu per tutti noi ragazzi una vita di stenti, non c’era niente da mangiare, da vestire, niente coperte per dormire e, nonostante tutto si cercava di andare avanti con sacrifici e fame, quella sempre abbondante. La prima comunione l’ho fatta nel 1946, senza la presenza dei genitore, perché non glielo avevano nemmeno detto, il mio vestito era composto da un sacco fatto a pantaloni corti una camicia con una toppa dietro alla spalla un paio di zoccoli di legno e una coccarda quasi gialla. Non importa se non c’era un fotografo, io l’ho stampata nella mia mente e la vedo ancora chiara dopo quasi settant’ anni e quando ho visto le foto delle prime comunioni su nella villetta degli orfani degli anni ’60, con le divise nuove camicie bianche, cravatte e le coccarde bianche sulle braccia, per un istante ho provato vera invidia. Ho studiato solfeggio e tromba per qualche tempo,  poi sono passato alla scuola di tipografia e sono stato compagno di corso di Orazio Boccia, lì ho imparato la rilegatura dei libri, in particolare. Negli anni ‘ 50 giunse quel grande uomo di Alfonso Menna, rivoltò il Serraglio sotto sopra, in pratica lo umanizzò, apri l’officina meccanica e io fui uno dei primi con Aniello Siniscalchi, ad accedere a quell’insegnamento. La meccanica è stata sempre la mia passione, e dopo altri cinque anni di formazione uscii dall’orfanotrofio il 29 settembre del 1955 nel giorno dedicato a San Michele, dopo dieci anni.