Voci dal Serraglio: GIUSEPPE D’ ALESSANDRO rubrica a cura di OLGA CHIEFFI

Scritto da , 23 Marzo 2020
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Giuseppe D’Alessandro tra l’alluvione e l’Asiatica

Due eventi che hanno segnato la storia di Salerno, rimasti indelebilmente tra i ricordi dell’allora piccolo ospite del Serraglio

Di GIUSEPPE D’ALESSANDRO

Sono stato ospite dell’Orfanotrofio Umberto I dal 1953 al 1962. Ho suonato il violino per 3 anni. Alla fine delle elementari, fui posto dinanzi ad un bivio, continuare la scuola di musica o scegliere altro. Scelsi di andare alla scuola di avviamento industriale, e dopo i tre anni di industriale proseguii la scuola di congegnatore meccanico. In questo periodo ho vissuto, insieme ad altri 600 compagni, due momenti delicatissimi e pericolosi. Il primo ricordo indelebile è quello dell’alluvione del 1954. La notte tra il 25 ed il 26 ottobre 1954, una tremenda calamità si abbattè sulla nostra Provincia. In un’area compresa tra la Costiera Amalfitana e la città di Salerno, si verificò un evento straordinario dal punto di vista meteorologico: in poche ore si registrarono piogge per circa 504mm, che seminarono distruzione e morte. Le vittime furono centinaia, moltissimi i dispersi mai più restituiti alla pietà dei vivi. Il mare divenne color del sapone, tragico terminale di morte, perché le acque dei torrenti in piena, miste al fango, seminarono di cadaveri le spiagge e le onde. Oltre Canalone, i rioni più colpiti furono quelli di via Fusandola, Via Spinosa, del Porto, di Calata San Vito e Via Tasso. Trenta fabbricati svanirono sotto un muro di fango, 68 furono gravemente danneggiati, per cui si rese necessario lo sgombero, 758 gli impianti e le strutture commerciali distrutti o sensibilmente danneggiate. Quella notte ero in sesta camerata ed eravamo a dormire in una sala che in seguito venne adibita a cinema, con il buon Pinuccio Del Mastro dietro il proiettore. All’epoca quella camerata aveva il pavimento fatto con doghe di legno, che a causa dall’umidità causata dall’alluvione tendevano a staccarsi ed alzarsi il che rendeva difficile camminare. Quella sera andammo in refettorio dall’interno non attraversando la villetta perché pioveva veramente tanto. Durante la notte successe il disastro che tutti ricordano. Tra i tanti morti che si contarono ci fu anche il nostro cuoco. La suora, Mafalda, gli aveva consigliato di non andare via quella sera, ma lui non accettò e, purtroppo, morì affogato nel sottopasso ferroviario di via Vernieri. Restammo, così, senza cuoco e con le cucine completamente allagate. Per una settimana pranzo e cena fu fatto con pane, mortadella e una mela. Le famiglie facevano fatica ad arrivare all’istituto perché, i gradoni, sia quelli che da Sant’Eremita portavano a Via de’ Renzi, sia quelli che costeggiavano le carceri, le cosiddette Rampe San Lorenzo, nonchè quelli di porta San Nicola erano pieni di fango, i mezzi pubblici non funzionavano e la città era spaccata praticamente a metà all’altezza dell’Annunziata. Fu un momento difficile ma lo superammo, grazie alla grande disponibilità degli aiuti esterni e all’impegno del nostro padre putativo Alfonso Menna. Il secondo episodio avvenne nel 1957 e si lega a filo doppio coi giorni che stiamo vivendo oggi. Vi fu una pandemia globale che causò due milioni di morti nel mondo. Venne definita influenza Asiatica. Per quella venne individuato un vaccino in tempi record, frenando e poi spegnendo la pandemia, che fu dichiarata conclusa nel 1960. All’epoca in istituto vi era una infermeria nella quale erano disponibili circa 15/20 posti. Il medico (dott. Perrotta se ben ricordo) veniva ogni mattina a visitare chi ne aveva bisogno, affiancato dalle suore e dall’infermiere, il mitico don Luigi. Molto spesso la cura consigliata era composta da un cucchiaio di olio di ricino che, volente o nolente, don Luigi ogni mattina ti propinava. Altra cura era fatta di siringhe, molto dolorose, di estratto epatico e, molto raramente, il consumo di una fetta di carne per ben 15 giorni. Chi aveva assegnata la carne veniva trattato con invidia, ma anche con sospetto, dagli altri ragazzi. Il dubbio che nasceva negli altri: eri ammalato o raccomandato? Tornando all’Asiatica l’influenza arrivò anche in istituto. Ne venimmo colpiti in circa 300 e come immaginate i posti in infermeria finirono subito. L’influenza si combatteva con delle pillole e riposo a letto per circa 10 giorni. Furono scelte tre camerate che diventarono delle infermerie. Ogni mattina dopo la colazione veniva don Luigi con pillole e siringhe. Ritornava poi verso le 12 per verificare temperatura e stato di salute generale. Potete immaginare cosa potevano combinare 100 ragazzi a letto in una camerata. Bisogna tra l’altro dire che quell’epidemia nei giovani non aveva un decorso infausto. Per noi, era quasi un periodo di festa perché non si andava a scuola, pertanto si giocava a cuscinate tutta la giornata. Subito dopo il controllo delle temperature arrivava il pranzo in grossi recipienti. Durante l’influenza quasi sempre come primo piatto ci propinavano il riso in brodo. Un giorno pensammo di fare uno scherzo a don Luigi e mettemmo una scarpa poggiata sopra la porta. L’intenzione era che aprendo la porta la scarpa andasse in testa a don Luigi, quel giorno, però, arrivò prima la suora con il pranzo e la scarpa finì nel brodo. Mangiammo brodo condito con la scarpa, quasi un remake di una scene entrate a far parte della storia della settima arte quella in cui Charlot, in “The Gold Race”, affamato cucina una scarpa e la mangia di gusto.  L’influenza passò senza che nessuno di noi subisse conseguenze serie, grazie all’impegno del dottore Perrotta, di don Luigi e delle suore.

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