Voci dal Serraglio: Antonio Sica Rubrica a cura di Olga Chieffi

Scritto da , 8 Giugno 2020
image_pdfimage_print

 La lontananza sai è come il vento

Ho sofferto molto, ero un bambino di appena dieci anni e dovevo restare e far bene per non essere di peso ai miei genitori, che facevano tanti sacrifici

Di Antonio Sica

Il ricordo che mi porto dentro sempre con costanza dei miei tre anni trascorsi all’Orfanotrofio, dal 1963 al 1966, è stata la tristezza e la lontananza dei miei genitori, delle mie sorelle, della mia casa. E’ sempre stata forte nel mio animo di ragazzino, questa assenza, sentivo la lontananza dei miei affetti sempre, è nello stesso tempo sentivo il dovere di starci e non lamentarmi perché così doveva essere.  C’ero e dovevo starci per, frequentare le scuole medie, visto che in famiglia eravamo in cinque e, solo mio padre, lavorava giù al porto, da Imparato Legnami, e, a quei tempi era dura la vita per i nostri genitori, riuscire a sbarcare il lunario, non potevo e non dovevo lamentarmi perché dovevo essere responsabile ed accettare, mio malgrado, la decisione presa dai miei genitori. Ho sofferto molto, ero un bambino di appena dieci anni e dovevo restare e far bene per non essere di peso ai miei genitori, che facevano tanti sacrifici. In istituto  non ho bellissimi ricordi ma certamente quello di aver subito in alcune circostanze, questo sì   è ancora presente nella mia mente, la prepotenza e violenza fisica e psicologica dei ragazzi più grandi, le loro carocchie, uso dei tempi dita ripiegate a mo’ di cazzotto che veniva dato in testa. Leggendo quanto Gaetano Sica (clarinettista) ha riportato in voci dal Serraglio, la rubrica ideata per riportare in auge il ricordo del tempo passato da noi ex allievi ‘ncopp o serraglio,  ho rivisto come in un film tutto ciò che riportava il racconto è ho rivissuto le stesse emozioni, ed ecco che immediatamente è partito il  ricordo di quando, con una palla di carta o con un pezzetto di legno fattoci dare dal Falegname o “pezzott’” di forma quadrata, non troppo grande, ma che ci permetteva di calciarlo a mo’ di pallone,  giocavamo a calcio in villetta ed eravamo in tantissimi, ma tutti ricordavamo i compagni di squadra. Ricordo il gioco delle cinque pietre, che raccoglievamo sul campo sportivo quando andavamo a giocare scegliendole tra tante le più rotonde, non troppo grandi per un gioco semplice ma nello stesso tempo di abilità, si lanciava in alto una pietra e nell’attesa che cadesse dovevi afferrare la stessa e il numero di pietre da 2 a 4 senza che la stessa cadesse. Quando feci la Cresima il mio compare fu il dottore Birra che era istitutore. Lo scelsi pensando che, essendo Istitutore ed avendomi cresimato, i più grandi, i più prepotenti, sarebbero stati più bravi, invece non fu così, tutto e tutti rimase uguale, le stesse cattiverie e gli stessi soprusi perpetrati. Per andare via dalla mia camerata e stare un po’ più tranquillo, chiesi al professore, Mastrogiovanni uno dei più bravi istitutori di spostarmi da lui in quarta camerata, a fare il capo camerata, ma malgrado le mie sollecitazioni e le mie preghiere questo non avvenne e non ho mai capito il perché. Ero contento solo quando andavo in licenza, a casa, dove finalmente trascorrevo ore e giorni felici con i miei fratelli e sorelle, o un altro momento di gioia lo vivevo quando andavamo tutti rigorosamente in fila accompagnati dall’istitutore di turno, che con occhio attento ci controllava e continuamente ci  riprendeva per la nostra voglia di correre e fare schiamazzo, per quell’ innocente fanciullezza di bambini felici  di sentirsi liberi e correre per arrivare allo stadio Vestuti per vedere la partita della grande Salernitana. La squadra era forte  meravigliosa,  e  ci permetteva di poter restare fuori dall’orfanotrofio per alcune ore sentirsi liberi, il nostro posto era in alto vicino alla tribuna stampa in modo che i professori potessero tenerci tutti sotto controllo da eventuali fughe o altro. Ero contento anche quando l’altoparlante mi avvisava che c’erano visite per me. I miei genitori venivano a trovarmi di domenica, mi portavano biscotti e cioccolato, che al rientro in camerata venivano riposti nella valigia, detta il paglione, che veniva nascosta sotto il letto.

Consiglia

Cronaca

Attualità

Spettacolo e Cultura

--sidebar-wrapper-->