Un libro da salvare: Racconti di caccia

Scritto da , 15 Dicembre 2020
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Chi non ha mai provato certe attese, certe emozioni, taluni profumi e afrori, non riuscirà mai a godere in toto i quattordici racconti di Mario Rigoni Stern

 

Di Vincenzo Toriello

 “Seduto su un sasso fumi una sigaretta e accarezzi il cane; con le dita frughi nella cartucciera: levi e riponi le cartucce; le soppesi. Non viene mai il giorno! Ecco: vedi già il mirino in cima alle canne; vedi le piante, il sottobosco. Sí, eccolo il codirosso e ora anche il merlo. Ti alzi, sciogli il cane e vai”. Sono splendidi i quattordici racconti, editi da Einaudi, che Mario Rigoni Stern, il sergente che ha vissuto il dramma della ritirata di Russia, che dedica ai cani, alla caccia, a tutti i cacciatori, rinnovando il senso dell’attesa, della luce, di quell’odore, della libertà. Sono da leggere, poiché sono scritti semplicemente, sono da “salvare” perché sono “veri”, e perché da una catastrofe ci si può salvare soltanto andando a caccia o a pesca, affidandosi a Madre Natura. La caccia ha un codice non scritto tra l’uomo e l’animale è una finissima partita a scacchi. L’animale allo stato naturale è alla pari con il cacciatore, ha notevoli possibilità di salvarsi per l’ambiente, l’intelligenza, il mimetismo. “Oggi la caccia non è più una passione regolata dall’intelletto, ma un tiro al bersaglio, un esercizio di macelleria” dichiarava Stern in una intervista. La caccia è lotta contro se stessi ed è un istinto, che è consapevolezza di dover essere giusti al momento giusto, ed andrebbe regolata dalla ragione, da un’etica, da una cultura, che si può acquisire solo con l’osservazione, con lo studio e con l’amore per le cose della natura. La caccia si associa all’autunno, al momento magico del bosco, dei silenzi, alla regina, la beccaccia che lascia i luoghi di nidificazione del Settentrione dove il terreno gela e il giorno è sempre più breve, per venire qui, nel nostro Sud. Il cacciatore va a servire il cane. L’autore ricorda i suoi spinoni, Cimbro e il suo, forse, ultimo cane scelto per rinnovare quell’alleanza sportiva e di vita, Ast, e i cani amici, Bull, un setter Gordon, la Lea, la fida cagna del barbiere, e, ancora, Dolly, Aba, Roll. Tutti insieme aspettavano il momento di uscire, quell’attesa, così intensamente descritta nel primo racconto, “La vigilia della caccia”, quando i segugi tirano le catene nei cortili e abbaiano alle stelle e i cani da ferma, setter, pointer e bracchi si agitano nel sonno, uggiolando, sognando il proprio momento. Ma ciò che ritrovo in questi racconti è che, per Rigoni Stern, la caccia è ben altro, come per me. E’ un pretesto per recuperare se stessi, per sintonizzarsi sui ritmi della natura, per inseguire volti e affetti, un rifugio nella memoria. Sono storie liriche, nostalgiche, anche violente, come la realtà che si vive di giorno in giorno, una violenza che non è mai gratuita, ma sempre regolata dai meccanismi della natura, poiché il male, sembra volerci ricordare il sergente scrittore, è solo dell’uomo, quando dimentica e tradisce gli equilibri della flora e della fauna. Un bel giardino è il frutto di una cooperazione: l’uomo lo semina e lo assiste ma senza interferire con le sue leggi. La via è ritornare alle radici del nostro mondo interiore, l’anima, dove le qualità di ognuno di noi stanno in un forziere, forse dimenticato e abbandonato ma che sono gli strumenti che ci permettono di guardare al futuro con una prospettiva diversa.

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