Un libro da salvare: Il mio anno di riposo e oblio

Scritto da , 17 Novembre 2020
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Una prosa che rischiava di diventare statica è, invece, il punto forte dell’opera, davvero magistrale. Ha un fascino oscuro, che sa essere originale, sopra le righe, ma sempre con eleganza.

Di Angelo Marano

Se avessi la possibilità di salvare da un’immane catastrofe un solo libro tra le miriadi esistenti, sceglierei probabilmente “Il mio anno di riposo e oblio” di Ottessa Monshfegh. Ho scelto di leggerlo perché la sinossi prometteva uno sguardo originale, surreale e sarcastico dei temi trattati. È un libro che gioca con il cinico, con il grottesco, l’assurdo, che inquieta il lettore e lo incatena alle pagine. La storia si sviluppa nel 2000, a New York. L’innominata protagonista è una ragazza estremamente attraente, da poco laureatasi alla Columbia, che lavora in una galleria d’arte contemporanea. È figlia di un “duro lavoratore”, morto di cancro, e di una “pigra ubriacona”, morta suicida. Il suo passato tormentato e quella maschera di superficialità e sicumera che ogni giorno indossa, uniti ai folli suggerimenti della sua psichiatra, la convincono ad auto sottoporsi a un esperimento di perdita di conoscenza. Vuole scappare dal dolore e da se stessa, isolandosi in un sonno della durata di un anno, stimolato da tantissimi psicofarmaci e interrotto dalle sole visite della sua migliore amica Reva. Le due hanno un rapporto incline a un’educata sopportazione, che pian piano le porterà a scontrarsi. “Il mio anno di riposo e oblio” racconta l’alienazione, l’apatia, il rifiuto della socialità, il perdere la bussola nella propria vita. Il sonno della protagonista, continuamente evocato, potrebbe risultare un po’ ripetitivo, infatti, rappresenta il fulcro di molte recensioni negative, ma farlo è inevitabile, perché gli psicofarmaci rappresentano la porta verso l’incoscienza ed è proprio questo il tema del libro: il coraggio di tuffarsi nell’ignoto, di abbandonare le maschere e addentrarsi nel nulla, che, sotto certi aspetti, è la nostra identità. In questo senso, il finale, che non svelo, ma che molti hanno trovato di cattivo gusto, è un’interpretazione di questo: il distaccamento verso il mondo esterno, filtrato da tutto ciò che è comunicazione e viene interpretato come specchio effettivo di ciò che vogliamo essere, di ciò a cui vogliamo ambire. È un libro che mi sento di consigliare anzitutto per la scrittura, che l’autrice sa gestire molto bene. Una prosa che rischiava di diventare statica è, invece, il punto forte dell’opera, davvero magistrale. Ha un fascino oscuro, che sa essere originale, sopra le righe, ma sempre con eleganza. Anche le parti più grottesche e paradossali vengono gestite con estrema maestria.

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