Un libro da salvare: Il doloroso e il vero. Elegia delle “Operette morali”

Scritto da , 17 Novembre 2020
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Opera cruda, grandiosa, potente; opera ambigua e sfuggente sin dallo stesso titolo crudelmente anfibio e che subito, d’incanto, ci fa comprendere la natura luciferina – perché umbratile, energica, dissidente – della scrittura leopardiana

 

Di Mario Fresa

Leggere le “Operette morali” di Leopardi significa bruciare ogni ultima, possibile illusione pacificante; e significa, finalmente, bruciare anche noi stessi, il nostro vanitoso muoverci nel nulla. In esse, con invincibile sorpresa del lettore, è viva e continua una profonda, misteriosa metamorfosi che sempre cresce, raddoppia, non ha requie. Nel fitto labirinto di quella scrittura (aspra e leggera e penetrante come un fuoco) trovi prose che diventano un teatro vero: ma un teatro che s’immerge nell’arsura non mai quieta dei versi: versi che sono solenni e interroganti, nei quali s’intrecciano e si accordano, uniti, la geometria del suono e un’ansiosa ininterrotta meditazione; e che s’amplificano, poi, col sostegno di una luce tenebrosa, diventando un canto puro (sì: Leopardi sa far cantare finanche le oscure e grottesche carcasse, le mummie a lungo dimenticate nel corridoio di un incubo notturno); e trovi, lì, una lingua ora dolente ora leggera (e questa lingua diventa melodia: un alto elogio della purezza estrema del canto degli uccelli) che sa far dialogare, col suo meraviglioso spirito bifronte, lo sberleffo gradasso e la smorfia dolorosa, e la ferita e il riso: e, anche, la disperanza e il distacco (non è appunto la vita, secondo il grande poeta, un’alta disperazione dalla quale si può uscire soltanto per il tramite dell’abbandono, dello sperdimento di sé, della cancellazione di ogni desiderio e di ogni rimembranza? Per il tramite, dunque, dell’arte, suprema intermissione della nostra mente?). E il riso non è forse un acuto, ultimo balsamo finale per l’uomo disperato e speranzoso che vorrebbe contrastare l’orrenda insensibile Natura, il suo «perpetuo circuito di produzione e distruzione»? Ma l’arte è un fiore di vita breve, brevissima: perché nessuna felicità è possibile, nessun ristoro è capace di durare in modo tale da rendere preferibili la vita al sonno lungo dell’oblio, il ricordare al dimenticare, l’essere al non essere; sicché tutto potranno chiedere, un Faust o un Malambruno, a un dèmone pietoso, ma non di essere felici ininterrottamente. Noi dovremmo possedere la fermezza di Tristano: «Calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn’inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita».

Opera cruda, grandiosa, potente; opera ambigua e sfuggente sin dallo stesso titolo: un umile diminutivo (operetta) che è associato a qualcosa di alto, di profondo, di estremo; un titolo, insomma, che è crudelmente anfibio e che subito, d’incanto, ci fa comprendere la natura luciferina – perché umbratile, energica, dissidente – della scrittura leopardiana: una musica alta, tanto amorosa e dolce quanto nervosamente dirotta, franta, spezzata; e sempre pronta ad affrontare e ad accettare, con coraggio, «tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera».

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