Un controtenore in viaggio tra barocco e ‘900

Scritto da , 25 febbraio 2018

Evento speciale per le domeniche musicali dell’ Associazione “Antonio Vivaldi” di Sapri che ospiterà Pasquale Auricchio in duo con il pianista Francesco Aliberti

 Di OLGA CHIEFFI

 Sarà la voce ammaliante ed enigmatica del controtenore Pasquale Auricchio, in duo con il pianista Francesco Aliberti ad impreziosire l’appuntamento musicale della domenica dell’Associazione “Antonio Vivaldi” di Sapri. Questa sera, infatti, alle ore 19,15, nell’abituale cornice dell’auditorium del liceo musicale “Carlo Pisacane”, i due musicisti ci accompagneranno in un intenso percorso dal barocco al Novecento, inseguendo il mito di questo timbro. La serata principierà con “Un certo non so che mi giunge e passa il cor”, l’aria di Osira dall’ Argippo di Antonio Vivaldi, opera drammaturgicamente originale, lontana dall’immagine dell’opera seria settecentesca quale il rigore metastasiano ci ha restituito, erede piuttosto della più eclettica tradizione veneziana, cui parimenti si discosta scegliendo un’unità di linguaggio più elevata. La vicenda, infatti, non è né storica né mitologica, ma è sostanzialmente un dramma sentimentale – e carnale – borghese piuttosto intricato se non sorprendente, soprattutto ad uno sguardo moderno, per la leggerezza con cui sono risolte le situazioni più scabrose. La musica, è prevedibile per la penna del Prete Rosso è tutta d’alta qualità, il tono adeguato all’ambiente cortigiano e alla nobiltà dei personaggi, tutti principi e sovrani senza confidenti né tantomeno servitori di carattere, mai troppo aulico e tragicamente sproporzionato all’entità dei fatti rappresentati. Pasquale vestirà, quindi, le vesti di Rinaldo, per evocare l’aria di lamento per la perdita di Almirena nel secondo atto, “Cara sposa, amante cara”, una pagina handeliana dall’elaborato accompagnamento contrappuntistico, ricca di inflessioni cromatiche, che raggiunge un’alta temperatura emotiva. E siamo al Xerxes del “Caro Sassone” opera in cui il tipo dell’aria col da capo subisce una violenta sconfitta, ad opera di un tipo di aria breve, semplice, cantabile, affettuosa, che anticipa quel clima di tenerezza in cui si adagerà lo stile rococò. Clima antieroico affermato all’inizio con la più famosa delle melodie handeliane il suo largo (Larghetto) più celebre “Ombra mai fu”. Si continuerà, con l’aria del I atto “Di tacere e di schernirmi”. Pasquale Auricchio regalerà, a seguire, il lamento d’addio di Didone, ricco di audacie armoniche, intonato dalla regina cartaginese, “When I am laid”, dal Dido and Aeneas di Henry Purcell, pagina fra tutte maggiormente celebrata, eseguita prima del suicidio, su di un basso ostinato di ciaccona, su cui alita l’inesplicabile arcano di una assoluta semplicità di mezzi, che apre la via ad una intensissima vis emotiva. Passaggio in Italia con “Ah, se tu dormi svegliati” dal Giulietta e Romeo di Nicola Vaccaj un compianto patetico sul sepolcro dell’amata, legato a filo doppio con “I Capuleti e i Montecchi” di Vincenzo Bellini. Il motivo di tale sopravvivenza rispetto all’opera completa si ritrova in una ben precisa circostanza: nel 1831 Santina Ferlotti, Romeo belliniano alla Pergola di Firenze, pensò bene di sostituire il quadro finale composto dal catanese con quello di Vaccaj. L’anno seguente a Bologna l’imitò la diva Maria Malibran, e da allora l’ibrido entrò pressoché stabilmente nella prassi esecutiva. I Capuleti e i Montecchi è un’opera che nasce antica, ma che guarda al futuro, forse troppo, tanto che per il pubblico, e le cantanti, che ricordavano la nobile semplicità di “Ombra adorata”, intonata con minute e delicate variazioni antiche dal Crescentini o scandita con più corposa passione dalla Pasta, o l’inquieta grandezza di “Ah! Se tu dormi, svegliati”, sospesa fra sogno cullante e tragica realtà, non fecero immediatamente accettare la nuova, intima melodia di “Deh! Tu, bell’anima”, scritta dal catanese. Finale tutto francese con Claude Debussy e Maurice Ravel. Del primo ascolteremo la surreale danza del fauno di terracotta che, con il suo ghigno inquietante lancia tristi presagi, nella seconda serie de’ “Le Fetes galantes”, mentre il sigillo al concerto verrà apposto da “Trois beaux oiseaux du paradis” dalle trois chansons. Una canzone semplice e scorrevole come una elegia popolare, per la quale  Ravel utilizza una melodia fresca e suadente, che si richiama allo stile delle vecchie canzoni trovadoriche, tra il nostalgico e il sentimentale. Un Ravel letterariamente insolito, ma musicalmente si avvertono già i segni di certe estrose e originali invenzioni ritmico-armoniche che sfoceranno più tardi nella favola dell’ “Enfant et les sortilèges”, esemplare nel suo calibratissimo rapporto tra voce e strumenti.

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