Un barbiere dagli occhi a mandorla

Scritto da , 27 Maggio 2015
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Questa sera, alle ore 21, il sipario del teatro Verdi si leverà sulla più amata delle opere rossiniane prodotta dalla fondazione Daegu Opera House

 

Di OLGA CHIEFFI

 

Sarà un omaggio all’Italia “Il barbiere di Siviglia” che questa sera, alle ore 21 andrà in scena al teatro Verdi di Salerno. Un allestimento della fondazione Daegu Opera House frutto dello scambio che già da qualche anno vede il nostro massimo protagonista in Oriente. “In ricordo del mio maestro Franco Vacchi scomparso a Vercelli – scrive il regista Ui Ju Lee -Il motivo che mi ha fatto venire in Italia dopo 10 anni è l’attesa del mio eterno maestro che mi aveva detto: “Non è facile farti debuttare in teatro qui in Italia come regista. Dopo esser rientrato in Corea, non tornare in Italia neanche alla mia morte. Spero che tu torni con una tua opera. Maestro, mi manca tanto!” Scuola italiana di teatro quindi, per Ui Ju Lee, che ha scelto di rileggere Il Barbiere di Siviglia, dalla parte di Don Bartolo, ammiccando a quel periodo della vita di Gioacchino Rossini, in cui ritiratosi a soli 37 anni dall’agone teatrale si dette alla composizione di piccole gemme, i “Péchés de vieillesse”. Un peccato di vecchiaia di Don Bartolo, sarà questo Almaviva o l’inutile precauzione, in cui il regista cerca di accomunare con sapienti citazioni registiche, Figaro e il suo padrone, Almaviva e il suo servo; ovvero la celebre trilogia teatrale di Beaumarchais (Il barbiere di Siviglia – Il matrimonio di Figaro da cui Mozart e Lorenzo Da Ponte trassero le Nozze di Figaro – La madre colpevole) che rappresenta un confronto in tre riprese, ma è tutta la vita dei due personaggi ad esserne compendiata: giovanotti e complici nell’impresa amorosa, poi adulti e rivali nell’amore come nel conflitto di classe fra nobiltà e Terzo Stato, poi anziani, sempre fra contrasti, equivoci, incomprensioni. Perché, nella storia dei rapporti letterari fra un servo e un padrone, il Figaro di Beaumarchais non è certo Sancho Panza, e neanche il savio, mite Jacques, il Fatalista di Diderot, senza il cui dimesso ma fantasioso filosofare il padrone non saprebbe come impiegare il proprio cervello; è l’incarnazione del Terzo Stato orgoglioso di esserlo, e anche un po’ dell’autore, dalla vita quanto mai avventurosa e accidentata. Eppure, quel che al fondo del Barbiere continua a prosperare è l’eterna, irrefrenabile tensione al gioco della musica rossiniana, la stessa che riesce, malgrado tutto, a deviare la commedia di caratteri dell’originale letterario sulla pista della vertigine sonora, coi suoi paradossali travestimenti, coi suoi concertati alonati di follia, coi suoi fonemi in libertà. Esempi se ne potrebbero menzionare senza sosta: il “crescendo” nell’aria della calunnia di Don Basilio (Yongsuk Lim), che vorrebbe esprimere una situazione di irresistibile comicità imitativa e che Rossini utilizzerà anche nell’istante, tutt’altro che comico, del furore omicida di Otello, a conferma della propria vocazione a stilizzare qualsivoglia contenuto; il lungo, articolatissimo finale del primo atto, in cui la musica crea, con la sua ossessiva iterazione, un vortice sussultorio lontano da ogni credibilità che non sia quella della musica. Ai ruoli dei buffi caricati da bassi cantanti di Don Bartolo (Tae Hyun Jun) e Don Basilio si aggiungono gli innamorati, Rosina (Yunkyoung Yi) e il conte D’Almaviva (Nam Won Huh e Dong Nyuk Kim per la replica del 29) e, infine ma certo non ultimo, il factotum, sensale e quant’altro si possa dire, Figaro, cui darà voce Sang-Gun Suk, forse il personaggio più conosciuto dell’opera in generale. Un cast, completato da Seongjun Kwon (Fiorello e un ufficiale), Jung-a Son cui toccherà elevare la famosa aria del sorbetto “Il vecchiotto cerca moglie”, di Berta e dall’Ambrogio di Matteo Nardinocchi, che dovrà inanellare, tra non poche difficoltà di scioglilingua e colorature, le arie più famose, dal “Largo al factotum del primo atto”, a “Una voce poco fa”, “A un dottor della mia sorte” sostenuto dall’ Orchestra Filarmonica Salernitana “Giuseppe Verdi” diretta da Jung Hiun Cho e dal coro del nostro massimo preparato da Tiziana Carlini, per ri-donarci lo stile rossiniano, quale formula vincente, in cui potremo vedere il genio pesarese come una vigorosa talea innestata sul tronco glorioso dell’opera italiana.

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