Un Andrea Chénier in punta di matita

Scritto da , 17 Maggio 2015
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Pubblico conquistato dal baritono Sergey Murzaev, spigolosa la coppia Porta-Vassileva, perfetto Francesco Pittari nel ruolo dell’ Incredibile. Elegante la regia di Riccardo Canessa. Sugli scudi l’orchestra e il coro del massimo cittadino sotto la guida di Daniel Oren

 

Di OLGA CHIEFFI

Teatro Verdi non del tutto al completo per la prima dell’ Andrea Chénier, mercoledì sera, immaginiamo per lo spettacolo calcistico che ha calamitato in casa gli sportivi “seduti” della nostra città. Tra regia, direzione e cast vocale, le idee e i punti di vista sull’ interpretazione dell’opera non si sono perfettamente amalgamati. Riccardo Canessa ha scelto una regia e una scena molto elegante, ispirata a certa critica che legge lo Chénier naturalista, ma di un naturalismo contenutista per le attenzioni che dedica ai gesti residui del grande melodramma nazionale. Quindi, scenografia di Alfredo Troisi, che omaggia i canoni estetici del disegno neoclassico, in punta di matita, la perfezione di esecuzione, la estrema levigatezza del segno, la composizione molto equilibrata e simmetrica, senza scatti dinamici, la costruzione prospettica, il volume risaltato con il chiaroscuro, immagini nitide senza giochi di luce ad effetto, la mancanza di tonalismi sensuali. Su questi bozzetti in punta di matita, nelle diverse nuages di grigio, proiettati, quasi a ricordo dei disegni sui taccuini dei viaggiatori del grand tour, i colori della rivoluzione francese, il rosso del berretto frigio, le coccarde col tricolore francese, stoffe a righe, marsine gilet, i pantaloni da marinaio, l’english style con abiti scuri, bastoni da passeggio e stivali, i fichu, le cuffie, i nastri, la pipa di Mathieu. Di contro, il canto dei protagonisti il tenore Gustavo Porta interprete di Andrea Chénier e la Maddalena di Coigny di Svetla Vassileva hanno fatto proprio la linea di canto verista, con vocali sempre slargate, spianate, forzate, urlate, in particolare per il gentil poeta, scuola antica, ma senza alcuna morbidezza. Tolta la sua irruenza rimane una voce dal timbro poco gradevole, non omogenea nei registri. Il tutto è cantato senza variazioni di colori o di accenti e una generale superficialità interpretativa sembra caratterizzarlo, per di più anche rigido sulla scena. La Vassileva ha certamente raggiunto un equilibrio accettabile tra i brividi dell’opera verista e la segreta, spesso impotente nostalgia del bel tempo melodrammatico, quando era lecito dispiegare in larghe volute gli émpiti dell’opera dominata dal principio morale di contrapposizione tra Bene e Male. Ecco, quindi che appare il contrasto d’interpretazione nel tepore lirico, da elegia, del duetto dell’atto II tra Maddalena e Chénier, all’ombra dell’altare di Marat e della malinconica allure dell’atto IV, dominato da un tipo di melodizzazione a gradi contigui “Come un bel dì di maggio”, “Vicino a te s’acqueta”, rivelatrice di quella voglia di canto di cui l’opera nazionale pareva compiacersi nonostante i segnali anomali inviati dalla Manon Lescaut e dall’ultimissimo Verdi. E’ questa un’opera in cui il canto deve essere un misto di rimembranze al servizio del “nostro” canto (non dimentichiamo che Giordano è di scuola napoletana), un canto senza dubbio incrinato dal sospetto della sua prossima fine ma tanto sicuro, in fondo, delle proprie carte di credito da pretendere, attraverso una bella serie di unisoni ed ottave, il consenso di quella non altrimenti identificabile orchestra che gli sta a sostegno. Orchestra splendidamente guidata da Daniel Oren, con una direzione molto espressiva capace di cavare da un’attenta compagine salernitana suono possente, ma anche momenti più delicati e intimi, anche se abbiamo rilevato un passaggio a vuoto, tra buca e palcoscenico nel secondo atto, dopo l’incontro di Chénier con Bersi, una convincente Natasha Verniol, nell’evocazione del “ça irà”, con i rullanti fuori scena. Ottima la prova di Sergey Murzaev nei panni del capopolo Gerard, che ci ha fatto dimenticare l’oratoria enfatica e demagogica del personaggio, poiché realizzato secondo il buon costume della musica. Viva l’attenzione per l’Incredibile di Francesco Pittari, grazie al gradevole timbro e alla convincente presenza scenica. Parti piccole ma importanti venute letteralmente a mancare, quali quelle di Roucher con la voce di Carlo Striuli oramai agli sgoccioli, o la Contessa di Coigny, un’insicura Miriam Artiaco, sorpresa platealmente a contare le battute di pausa. A completamento del cast Fabio Previati, Mathieu, Pierrick Boisseau, Pietro Fléville, Angelo Nardinocchi, nel doppio ruolo di Fouquier Tinville, e Schmidt, Patrizio Saudelli l’abate poeta, Bark Navot, Dumas e Francesca Franci Madelon. Buona prova del coro diretto da Tiziana Carlini. Pubblico benevolo con tutti. Ultima replica domenica alle ore 18,30

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