Un 2018 sull’ali del belcanto italiano

Scritto da , 1 gennaio 2018
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Il Capodanno in musica del Ravello Festival vedrà Pietro Rizzo alla testa della Filarmonica Salernitana in un matinée all’auditorium Niemeyer

Di OLGA CHIEFFI

Matinée di Capodanno a mezzogiorno in punto, all’auditorium Oscar Niemeyer di Ravello, per il primo vagito classico del Nuovo Anno. Gli auguri in musica verranno dall’ Orchestra Filarmonica Salernitana che, in questa giornata speciale, effettuerà un vero e proprio tour de force con tre esecuzioni, due direttori e due programmi diversi. A Ravello, infatti, l’associazione cittadina sarà diretta dal quarantatreenne Pietro Rizzo, e avrà quali ospiti il soprano Vittoria Yeo e il tenore Diego Cavazzin, protagonisti di un programma interamente dedicato al belcanto italiano. Sbarco a Siviglia, con l’ouverture del Barbiere rossiniano,  aperta dal suo Andante sostenuto, alternante accordi poderosi a brevi scalette e a note ribattute, misteriose e incerte, prima di cedere il passo all’Allegro con il primo tema, celeberrimo, giocato sulla lamentosa ripetizione del semitono discendente Do-Si, che pare mostrare ironicamente le tristezze della vita, e concludere in tonalità maggiore, con il famoso tema gaio e giocoso. Il soprano Vittoria Yeo darà voce alla Duchessa Elena che, in abito da sposa, intona il virtuosistico bolero “Mercè, dilette amiche”, uno dei “numeri”, più noti de’ “I Vespri siciliani” di Giuseppe Verdi, mentre il tenore Diego Cavazzin ha scelto di esordire con la cabaletta di Manrico, ruolo che lo ha lanciato alla ribalta nazionale, con “Ah si ben mio” intro raffinato in cui baluginano reminiscenze mozartiane per stile e struttura. Dopo c’è un passo breve: Verdi è stupefacente nel passare da una melodia dolcissima che descrive la felicità degli innamorati acquistando il significato d’un duetto d’amore, alla marziale cabaletta “Di quella pira” con il tenore alla ricerca dell’ acuto, quale grido dell’anima, un gesto di protesta, sfogo di tutte le contraddizioni che tormentano Manrico, il punto di arrivo del ponte gettato da Rossini con la cabaletta di Arnold. Un passo indietro nel tempo, con Vincenzo Bellini e la sua Norma. Sarà eseguita l’ouverture, pagina che già presagisce la situazione drammatica della vestale dei Druidi, con i suoi ritmi incisivi, i suoi scorci e sussulti improvvisi, i suoi abbandoni subitamente interrotti rivelanti una tensione febbrile, l’incalzarsi ed esacerbarsi reciproco di passione e coscienza, desiderio e rinuncia, amore e avversione, per poi cedere la ribalta al soprano coreano per l’aria più attesa, “Casta Diva”, con le sue modulazioni arpeggiate che passano per posizioni non stabili e si definiscono nella tonalità di Fa maggiore, per quindi cedere la scena al flauto il quale, attraverso il cesello di ogni nota e intervallo, lancerà il canto della sacerdotessa e il rito del vischio, per leggere, stavolta, gli auspici dell’anno che verrà. L’ Intermezzo della Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni c’introdurrà alla seconda parte del programma, quello verista, con i diversi movimenti dei temi contrastanti, i modi arcaici evocativi delle melodie, i temperamenti offerti dallo scivolio cromatico, i colori chiari della natura, rispecchianti quelli della fatalità amorosa e gli oscuri pugni dei bassi che muovono il sangue, una pagina, questa, che si espande rinforzando, ondeggiando, come il vento e gli stessi sentimenti umani, che fluttuano per i loro ciechi labirinti. Quindi, giungerà Canio, tirandosi dietro quella serie di scomposti frammenti melodici: sono i pensieri scoordinati di chi ha perso il lume della ragione e segue ormai solo l’odore del sangue. Al pagliaccio non resta che “Vestire la giubba”, nella pagina che ha consegnato a Ruggero Leoncavallo un posto insostituibile nella storia delle romanze operistiche; e il tema sentito nel Prologo torna a farsi sentire (“Ridi, Pagliaccio”), come una richiesta di aiuto venuta da chi è rimasto imprigionato dalle quinte del palcoscenico. L’orchestra proporrà, l’Intermezzo sinfonico della Manon Lescaut, ispirato dalle parole del romanzo di Prévost, con le sue eccitazioni e i suoi sconforti. Un’attesa spasmodica a denti stretti, il viso alzato al sorriso, tra ansie, languori dubbiosi e soffocanti, esaltazioni superbe, è questa la Madame Butterfly del II atto, di cui è simbolo “Un bel dì vedremo”, col suo ingenuo bamboleggiare e incrollabile speranza, fino all’annullamento. Ed ecco l’immancabile Calaf, che è, con Rodolfo, Des Grieux e Cavaradossi, il più importante tenore di Puccini. Calaf ha qualche tratto del tenore “drammatico” ma in sostanza è un tenore “lirico” che “spiegherà” il famigerato “Vincerò” del “Nessun dorma!”. Al ritmo del galop, che chiude “La danza delle ore” della Gioconda di Amilcare Ponchielli, si scatenerà l’intera orchestra, le ore gareggiano le une con le altre, cacciando indietro la notte con la nuova alba che inonderà la scena di nuovi colori. Pinkerton si rivelerà, poi, a Butterfly in uno splendido bluemoon, dopo il dolcissimo duetto tinto di malinconia, con la sua “Bimba dagli occhi pieni di malia” preludio ad una maliziosa notte d’amore. Un valzer chiuderà il concerto: ci attende il conte Danilo nel suo salone da ballo per impalmare la Vedova Allegra, Hanna Glawari sulle note preziose e malinconiche di “Tace il Labbro”.

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