Toccare Matera in Matheriae

Scritto da , 16 Ottobre 2019
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Nell’anno dell’elezione a Capitale Europea della Cultura, Matera viene celebrata  Ernesto Terlizzi  in una  mostra itinerante  visitabile a Salerno, sino al 31 ottobre, nella Pinacoteca Provinciale 

Di ARISTIDE FIORE

Realizzata da ArtiVisiveGallery di Matera e dalla Provincia di Salerno, con il Matronato della Fondazione Donnaregina di Napoli per le Arti Contemporanee, questa esposizione presenta opere ispirate dal fecondo rapporto dinamico fra princìpi opposti, generato dallo svuotamento della roccia e dal suo riutilizzo per edificare altre parti della città. Di contrasti fecondi vive l’intera opera di Terlizzi, nella sapiente combinazione di segni grafici e materiali vari che gli consente di ottenere una forma di espressione in continua evoluzione, memore della lezione dell’arte informale, come precisato da Dambruoso nel catalogo. Il risultato è un insieme di vive impressioni e emozioni che si pensa di poter condividere in queste righe con un ipotetico visitatore, senza nulla pretendere in fatto di autorevolezza, ma con la modesta intenzione di stimolare un ideale dialogo a distanza. A tale proposito, vale la pena scorrere la sequenza delle opere esposte, soffermandosi sulle impressioni suscitate da alcune di esse. Tenendo conto dei ragionevoli limiti di spazio e dell’impossibilità di sostituire, con queste brevi note, il contatto visivo, diretto, sembrerebbe opportuno limitare la scelta a quelle a cui l’autore ha voluto conferire una ben definita chiave di lettura, attribuendo loro un titolo. In “La Cova” la verticalità della composizione accentua il gravare della materia, concretizzatasi nei toni brunastri di una vecchia lamina di ferro, su un fragile serto di penne d’uccello, il quale tuttavia, in accordo col titolo rassicurante, non viene schiacciato, ma protetto, così come la roccia, attraverso i secoli, ha offerto a molti un riparo, sicuro ancorché modesto. Anche “Nido di Pietra” allude al rifugio offerto da una roccia accogliente, adatta a essere scavata, scarificata a partire da tempi immemorabili; un senso di protezione atavico, simbolico, che travalica la città dei sassi e si manifesta attraverso un rimando agli uccelli, spesso ricorrente in queste opere, mediante vere penne di volatile, entrate a far parte della “tavolozza” polimaterica dell’artista, nelle quali si ritrova trasfigurata la scheggia affusolata individuabile come forma-segno distintiva della sua poetica. In “Dentro e Fuori” l’intera città di pietra sembra sprofondare o rivelarsi in fondo a una simbolica voragine, che cattura scaglie dorate come foglie colpite da un raggio di sole prima di essere inghiottite, accompagnando lo sguardo nella profondità temporale dalla quale scaturisce questa colossale impresa corale che ha sfidato i secoli per riproporsi al giorno d’oggi come scrigno di storia e esperienza e centro fecondo di cultura, come mostrato attraverso i “Fiori di Pietra”, nel quadro eponimo, i quali sbocciano dalla città antica, squadernata da fenditure nella massa rocciosa evocata ancora una volta da inserti lamiera arrugginita, a ribadirne la fecondità culturale, frutto dell’incontro tra la storia e i fermenti contemporanei, dei quali è ovviamente partecipe lo stesso autore. Concetto, questo, ripreso più avanti anche con “Bulbo alato” e “Alberi”. In “Buio e Luce” viene colta l’emozione di scrutare il centro storico dall’interno di una delle tante grotte scavate nel fianco opposto della Gravina: poveri ricoveri, spesso promiscui, di uomini e animali, ormai abitati solo dal vento che vi si insinua trasportandovi resti di piante e altre cose leggere.  Accenti surrealistici permeano “La Sposa”, nel quale un lembo di pizzo applicato a una composizione che evoca la facciata di una casa, ne adorna l’uscio, alludendo a un modesto fasto nuziale ma evocando al tempo stesso la presenza di una ragazza in procinto di convolare a nozze, attraverso una metonimia visiva. Il contrasto tra leggerezza e gravità, tra la libertà degli uccelli che sorvolano il canyon e albergano lungo le sue pareti e l’asprezza della vita nel sasso, svuotato a fatica fino a strappare alla roccia un riparo, uno spazio vitale, è evidente ne “La Piuma”. Inevitabile ricordare il legame di questi luoghi col grande cinema, ammirando “Crocifissione”. Al di là degli interventi di Pasolini e Gibson, che colsero la similitudine del luogo con un’antica Palestina forse più immaginata che reale, vi si potrebbe leggere la parabola della città, passata da vergogna nazionale a patrimonio dell’umanità, attraverso un percorso di rivalutazione che ne ha determinato, dopo la minaccia di cancellazione avviata con lo sventramento della città vecchia, risalente all’epoca fascista, la resurrezione. Gli fa eco “In Volo”, nel presentare la giustapposizione tra la vista frontale di una porzione di città e di un motivo labirintico che sembra richiamarne la planimetria. L’approccio analitico al paesaggio materano prosegue con “Totem”, una composizione che pone in risalto la stratificazione, prima geologica e poi storica, che lo caratterizza, la cui ampia dimensione temporale viene sottolineata dalla prevalenza dello sviluppo verticale della composizione, del resto comune a gran parte delle opere senza titolo in mostra, il cui coronamento ideale potrebbe essere rappresentato da “Luce Sacra”, la cui scansione verticale, comprendendo una doppia fiamma, delineata marcatamente da applicazioni in lamiera arrugginita, in basso, e riproposta, appena accennata, mediante una tenue figura celata da una garza, in alto, fa pensare alla trascendenza che si manifesta mediante segni e atti concreti, così come lo spirito delle generazioni che hanno abitato la rupe materana, che si eleva al di sopra delle vestigia del passato, come sembra di cogliere nelle figure volteggianti su un paesaggio screpolato dal tempo, quasi corroso, in “Colature”. In “Scultura Nei Sassi” una sorta di cava/anfiteatro accoglie un masso bianco e ovoidale che sembra ripescato dall’alveo del torrente che scorre in fondo alla Gravina: le profonde occhiaie scavate nella sua massa riecheggiano le arcate aperte nella roccia, rendendolo simile a una maschera che richiama alla mente le “Muse inquietanti” di De Chirico. L’aspetto metafisico degli scorci idealizzati della città antica che ricorrono in queste opere, qui sintetizzato attraverso elementi caratteristici del paesaggio (la pietra, i terrazzamenti), sembra affermare il legame tra questo luogo antico e la cultura moderna, foriero di fermenti che culminano nell’importante riconoscimento valso alla città, che questa mostra intende celebrare.

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