«Ho denunciato mio figlio per salvarlo»

La notizia che picchiava la madre per soldi, per drogarsi fa scalpore. Si parla di un 17enne violento che pretendeva fino a 100 euro al giorno e se non li otteneva giù botte a tutti, madre, nonna, fratelli e zio. Ma la storia e ben altra ed è la stessa madre a raccontarla. La signora Anna, vedova, è un operatrice socio sanitaria, tre figli che ha cresciuto da sola, uno lavora come operaio, uno studia a Roma ed il più piccolo, il 17 “violento” il cui padre mori poco dopo la sua nascita. “La verità e che sono stata io a denunciare mio figlio. L’ho fatto per la seconda volta. La prima, dice la signora anna, alla fine dello scorso anno, poi ritrattai, la seconda pochi giorni fa quando lo hanno preso i poliziotti. L’ho fatto per salvarlo dalla china che stava prendendo. Fumava droghe leggere, cattive compagnie. Del fatto che non usasse altre droghe ne sono certa, gli ho fatto fare le analisi. Ma non riuscivo più a venirne a capo, ed ho deciso di denunciarlo. Quello che ho letto poi mi ha lasciato sbalordita. Non mi ha mai picchiato, alzava la voce certo, ma mai le mani… e poi la storia dei 100 auro al giorno…ne chiedeva 10 per quelle maledette canne…” Ora il ragazzo è in una comunità a Napoli, lontano da quelle cattive compagnie che la signora Anna indica come cause principali del suo comportamento… “Ho deciso di vendere casa a Fuorni, voglio andare via e far cambiare aria a quello che resta il mio piccolo, il mio coccolone. Quando tonerà da Napoli avremo una vita nuova, sarà tutto diverso…” Per madre coraggio denunciarlo è stata una violenza inaudità, il suo coccolone, come lo chiama, è, come tutti gli ultimi figli, quello più viziato e forze, fa capire, è stato proprio questo a fargli peredere quella lucidità che avrebbe dovuto avere quando lo vedeva trasformarsi, cambiare in quel che è diventato. “Non è un mostro, è un ragazzo che ha fatto qualche sbaglio e quando tornerà a casa sarà tutto diverso”.




Botte a mamma e nonna e continue richieste di denaro, nei guai un minore

di Pina Ferro

Non esitava ad aggredire la madre e la l’anziana nonno per avere la chiave di un appartamento dove aveva occultato dello stupefacente. Condotte aggressive e maltrattamenti che andavano avanti da tempo. Nei guai è finito un minorenne. Il ragazzo, salernitano, su disposizione del tribunale per i Minori è stato collocato in una comunità alloggio nel territorio Campano. A dare esecuzione all’ordinanza di applicazione della misura coercitiva della permanenza in comunità a carico di un minorenne salernitano sono stati gli uomini della Squadra Mobile di Salerno. Le indagini hanno preso il via a seguito dell’ennesima richiesta di aiuto alla sezione volanti da parte dei familiari del minore, vessati e costretti a vivere in un vero e proprio clima di terrore a causa delle continue e ripetute richieste di denaro fatte dallo stesso. Richieste accompagnate da aggressioni, minacce violenza di qualunque genere. Malgrado le condotte aggressive, i familiari avevano sempre ritirato le denunce nella comprensibile speranza di riuscire a contenere il minore fino al 12 gennaio quando il minore ha aggredito sia la mamma che l’anziana nonna per ottenere le chiavi di una stanza dell’appartamento dove lui stesso aveva occultato dello stupefacente, cagionando loro lesioni per le quali erano costretti a ricorrere alle cure dei sanitari. Nella stessa occasione, lo stesso dopo aver estratto un coltello minacciava anche il fratello e lo zio intervenuto in difesa delle due donne. Da qui le nuove indagini coordinate dalla procura del tribunale dei minori. In considerazione degli elementi raccolti il gip del tribunale dei minori ha ritenuto di accogliere totalmente la richiesta del pubblico ministero per l’applicazione della misura di collocamento in comunità del minore diciassettenne.




Salerno. Assolto dall’accusa di abusi sui suoi due figli

Era stato accusato di violenza sessuale ai danni dei suoi due figli. Ma era una menzogna, un’accusa che a distanza di anni si è rivelata falsa. L’uomo, un medico di Baronissi, finalmente,hamesso la parola fine all’incubo durato diversi anni e che gli ha distrutto la vita. I giudici del tribunale di Salerno hanno assolto da tutte le accuse, perché il fattononsussiste il professionista residente nel centro della Valle dell’Irno e difeso da Cecchino Cacciatore. I problemi per il camice bianco hanno avuto inizio con la separazione dalla moglie. Questa lo accusa di maltrattamenti, accusa dalla quale l’uomo viene assolto. La donna, forse guidata dalla rabbia presentò una nuova denuncia, questa volta tremenda: abusi in danno dei tre figli. Si apre il procedimento penale. Nel frattempo i figli dell’uomo sono cresciuti e, nel corso di un’udienza, hanno ritrattato tutte le accuse puntando il dito contro una psicoterapeuta che li aveva seguiti quando erano ragazzini. La storia ha inizio alcuni anni fa. L’uomo sposato e padre di tre figli viene denunciato dalla moglie per maltrattamenti in famiglia. Nella stessa denuncia si fa un velato passaggio su presunte violenze. Il camice bianco affronta il processo professando la sua innocenza. Viene assolto con formula piena e con sentenza passata in ingiudicato. A questo punto per l’uomo che nel frattempo si era allontanato dalla casa coniugale, arriva sulla testa una nuova e più pesante tegola: è accusato di violenza sessuale sui figli all’epoca dei fatti minori. Si apre l’inchiesta e poi il procedimento penale ancora in corso. Secondo l’accusa la madre riesce a manipolare i ragazzi grazie anche all’aiuto di una psicologa. Quest’ultima censurata presso l’ordine professionale. La psicologa nel seguire la vicenda assume una duplice veste, quella di consulente e di psicoterapeuta. Incontra i ragazzi e li segue in un certo percorso. Il tempo passa,i ragazzi diventano grandi e maggiorenni. La maturità, probabilmente fa vedere ai tre figli dell’uomo le cose in modo diverso al punto che chiedono di essere sentiti. Dinanzi ai giudici i figli del professionista ritrattano tutte le accuse affermando che il padre non ha mai abusato di loro. In più puntano il dito contro la psicologa rea, a loro dire, di avere in qualche modo veicolato le loro affermazioni.




Arrestato in Crociera a Corfù. Accusato di molestie, ma è calunnia

Una tranquilla crociera nel Mediterraneo si è trasformata in un’odissea, la scorsa estate, per una coppia di professionisti di Casal di Principe (Caserta), lui architetto, lei docente, che, con la loro figlia di 4 anni, sono letteralmente passati dal paradiso all’inferno. La bimba, infatti, durante la crociera – per scherzo, dirà poi – rivela agli animatori del miniclub della nave sulla quale sta viaggiando di essere stata molestata dal padre, in presenza della madre, nell’abitazione del Casertano dove la famiglia vive. I due animatori, un uomo e una donna, il primo del Brasile e la seconda di El Salvador, non perfettamente in grado di comprendere l’italiano, denunciano agli ufficiali di bordo le confidenze avute dAlla bimba e i due genitori, di ritorno da una escursione a Corfù, vengono bloccati e l’uomo, arrestato dalla Polizia con l’accusa di abusi su minore. La nave, appartenente alla flotta di una nota compagnia italiana, espletate le formalità, riprende il viaggio mentre mamma e figlia rimangono a terra, abbandonate a loro stesse. Gli inquirenti ellenici che indagano sulla vicenda non vogliono sentire ragioni, malgrado la moglie e anche la bambina, ascoltata da una psicologa in presenza di una interprete, abbiano sempre ribadito che si era trattato solo di uno scherzo. L’architetto viene incarcerato e i mesi passano, senza che possa dimostrare di essere innocente. La moglie le tenta tutte, dall’Italia, per cercare di riottenere la libertà del marito. I giudici ellenici ritengono che il caso è di loro competenza e l’architetto rimane in cella. La donna chiede finanche un mandato di arresto europeo, con il solo scopo di avere la sua consegna allo Stato italiano. Ma anche questo si rivela un buco nell’acqua. In prossimità del Natale scrive una lettera al Presidente della Repubblica e ai ministri degli Esteri e della Giustizia per invocare «tutti gli interventi necessari a restituire lo stato di libertà» al marito «restituendolo agli affetti della famiglia, soprattutto in vista delle festività natalizie, anche perché la figlia – evidenzia – sta subendo pesanti ripercussioni psicofisiche per avere dato origine alla vicenda, della quale si sente responsabile». L’architetto, incarcerato dal 24 agosto, dopo 112 giorni di reclusione, viene liberato dai giudici del Tribunale del Riesame di Corfù, precisamente lo scorso 14 dicembre, a seguito del pagamento di una cauzione di ben 5mila euro. Il professionista tornato in patria, decide, insieme con la moglie e con i loro avvocati, Maurizio Zuccaro e Ilaria Grumetto, di rendere nota la vicenda e di denunciare i due animatori per calunnia. Ad indagare sulla vicenda è il sostituto procuratore di Napoli Nord Manuela Massimo Esposito che lunedì scorso ha ascoltato l’architetto.




«Violenza non bullismo a scuola» La dirigente scolastica dice la sua

Erika Noschese

Non si tratta di bullismo ma di un caso isolato di violenza. Così la dirigente scolastica dell’Alfano I, Elisabetta Barone ha commentato quanto accaduto nella mattinata di venerdì quando, nei bagni della scuola, si è verificata una lite tra ragazze della stessa classe. Stando a quanto riferisce la scuola, infatti, alcune studentesse del liceo, di una classe ubicata al secondo piano dell’istituto, avrebbero litigato nei corridoi della scuola, andando poi presso la toilette. Inoltre, la dirigente scolastica riferisce che vi è stato l’intervento immediato dei collaboratori scolastici e successivamente le due ragazze sono state accompagnate in presidenza per discutere e chiarire l’accaduto con la dirigente scolastica, scusandosi per quanto accaduto. “Gli atti di bullismo come lei sa sono tutt’altra cosa e non può un litigio tra studenti diventare tale”, riferiscono dall’ Alfano I, spiegando che non sarebbe stato girato alcun video né altre prove di fatti accaduti che comunque troveranno nelle sedi opportune degli organismi collegiali della scuola le corrispondenti sanzioni o interventi di valutazione dei fatti. Infatti, la preside Barone ha spiegato che tra le due ragazze si è verificato un diverbio, a quanto pare per una parola di troppo pronunciata, e l’altra avrebbe reagito dandole due schiaffi. Intanto, la scuola ha aperto un’istruttoria e, in presenza di un avvocato e di un docente del l’indirizzo coreutico, hanno ascoltato singolarmente gli studenti della classe e quelli che avrebbero assistito all’accaduto. Inoltre, è stato convocato il collegio dei docenti per discutere dell’accaduto e stabilire la “punizione” esemplare che la ragazza dovrà “scontare” dopo il litigio. La studentessa potrebbe subire una sospensione ma, per una settimana, potrebbe svolgere attività di sensibilizzazione, tra cui prendersi cura degli studenti disabili dell’istituto scolastico e pulire la propria aula per una settimana. Al collegio, che potrebbe riunirsi già nella giornata di domani, potrebbe essere avanzata la proposta di mandare entrambe le ragazze (la “vittima” e la studentessa che ha alzato le mani) a Policoro per tre giorni per seguire dei corsi del progetto Pon. Infine, la dirigente scolastica ha sottolineato che nella scuola non si sarebbe verificato alcun episodio di bullismo, la ragazza picchiata non ha alcun problema e i genitori mai avrebbero sporto denuncia per passati episodi ai danni della figlia, come dichiarato dagli stessi nel corso dell’incontro con la dirigente scolastica, su convocazione della dottoressa Barone per mettere al corrente dell’accaduto le famiglie.




Le donne sempre più vittime di uomini e “amore malato”

Matteo Maiorano

In crescita il numero di atti persecutori ed ammonimenti ad autori di violenza nella provincia di Salerno. Diminuiscono invece i femminicidi. È quanto ha dichiarato il questore Pasquale Errico al convegno sull’Amore che fa male, che ha trattato il tema della violenza di genere. Alla presenza degli avvocati Milena Pepe, Ciro Salmieri ed Emilia Natale sono stati esposti dalle autorità presenti alcuni dati in merito al fenomeno. “C’è una carenza di formazione all’affettività” secondo Gaetana Falcone “Stiamo cercando di diffondere il messaggio in più spazi possibili, una problematica venuta fuori in modo sempre più violento. Molto spesso i genitori si trovano soli davanti alla soluzione del problema. I giovani non riescono a capire bene qual’è l’amore e distinguerlo tra quello nocivo e quello positivo. Stiamo svolgendo dei progetti pilota nelle scuole proprio per informare i ragazzi sull’affettività”. Anche la polizia si è mossa con diverse iniziative: “All’interno delle nostre strutture abbiamo delle sezioni specializzate che unitamente a magistrati e psicologici danno un aiuto nel campo della violenza alle donne. La violenza contro le donne è un crimine contro l’umanità. Per quanto riguarda il campo della polizia – spiega Errico – io applico una sentenza della cassazione che dà forza alla polizia di arrestare in fragranza di reato i diretti autori di maltrattamenti in famiglia. La polizia può arrestare l’autore di un maltrattamento in famiglia quando, intervenuta sul posto dove è stato commesso il delitto, ha la sicurezza che in quella famiglia già c’era una situazione di violenza perpetuata nel tempo: certezza di un segmento di condotta già noto alla polizia. Questa è la cosiddetta procedura Eva. Quando avvengono eventi incresciosi, una volta accertati, li inseriamo in un sistema informatico così noi raccogliamo le prove e costituiamo un percorso che ci dà certezza che in quella famiglia il marito è violento. Quando poi accadrà una seconda o terza volta la polizia può legittimamente arrestarlo perché abbiamo certezza della situazione patologica. Non dobbiamo mai abbandonare le donne vittime di violenza. È stato introdotto inoltre l’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare: quando la polizia verifica che c’è un caso di violenza, possiamo richiedere l’allontanamento del soggetto dalla casa familiare. L’uomo maltrattante che viene denunciato – precisa il questore – può sottoporsi ad un programma di recupero psico-terapeutico volontario. Se il programma viene portato a termine in maniera perfetta può essere un punto a vantaggio della difesa, che può chiedere così l’attenuazione di una misura cautelare”. Mariarita Giordano si sofferma invece sull’importanza dell’informazione nelle scuole: “L’amore ha anche lati positivi, personalmente sono molto attivi sulla tematica. Vorrei che questo convegno fosse itinerante, perché bisogna toccare gli adolescenti tra i 13 ai 17 anni. Ho fatto una ricerca ed in città ho notato due cartelloni pubblicitari, uno nei pressi del cinema Medusa e l’altro a torrione nei pressi di una scuola che ho prontamente segna- lato perché rappresentano un uomo che tira i capelli ad una donna. Non capisco come abbiano potuto concepire l’immagine. Per me è assurdo, entro domani provvederò ad oscurarlo”.




Papà accusato di violenze sulla figlia da una consulente

Pina Ferro

Consulente esterna di un centro di riabilitazione accusa un papà di violenze su una bambina di poco più di dieci anni di età. Ieri mattina, dinanzi al giudice per le indagini preliminari del tibunale di Salerno, Ascoli, si è svolto l’incidente probatorio alla presenza di un esperto nominato dalla Gip. La piccola, affetta da problemi legati all’autismo si è ritrovata ieri mattina di fronte al suo papà accusato di violenze. Nel corso dell’incidente probatorio, al quale ha presenziato anche l’avvocato dell’indagato Paolo Toscano, pare che la piccola sia rimasta in silenzio. Non ha risposto alle domande del magistrato nè dell’ esperta. Sempre secondo indiscrezioni pare che la bimba abbia difficoltà ad esprimersi e che di fronte ad estranei la comunicazione diventi inesistente. Ora il Gip dovrebbe fissare un’ulteriore udienza per il deposito della perizia da parte del perito del tribunale. L’incubo per il papà, residente, in un comune dei Picentini ha avuto inizio la scorsa estate. La piccola, da circa una settimana stava frequentando un centro specialistico dedicato proprio a soggetti affetti da autismo. Una consulente esterna alla struttura presenta un esposto all’autorità giudiziaria paventato molestie sessuali ai danni della ragazzina epare abbia indicato il padre quale autore di dette violenze. Sembra che l’esposto sia stato presentato contro la volontà dei responsabili della struttura di riabilitazione frequentato dalla ragazzina. Era il luglio scorso, immediatamente partono le indagini ed il papà viene iscritto nel registro degli indagati. All’uomo viene anche notificato un divieto di avicinamento alla bambina e dunque alla casa coniugale. L’uomo si è sempre difeso affermando che le accuse non hanno alcun fondamento. Al momento, non si conoscono i motivi che hanno indotto l’operatrice della struttura di riabilitazione a rivolgersi alle autorità giudiziaria. La madre della piccola, pare sia convinta della infondatezza delle accuse a carico del padre di sua figlia. Non resta che attendere gli sviluppi della vicenda da parte degli organi inquirenti, Solo dopo il deposito della perizia sarà possibile avere un quadro più chiaro dell’intera vicenda.




“E’ giusto quello che ha fatto zio?”

Pina Ferro

“Io mi sento in colpa verso mia sorella perchè essendo più grande avrei dovuto proteggerla…”.
A dirlo al gip Stefano Berni Canani del Tribunale di Salerno è stato l’adolescente che insieme alla sorellina di tre anni più piccola ha subito molestie sessuali da parte del fratello del padre. Si tratta di un 50enne. Mai avrebbero immaginato che l’orco poteva indossare i vestiti dello zio. In oltre quattro ore di incidente probatorio i due ragazzi che oggi hanno 16 e 13 anni hanno ricostruito tutti gli episodi di violenze e molestie che sono stati costretti a subire.
All’esame, effettuato, in presenza di assistenti sociali, della madre dei ragazzi e del perito della Procura, era presente anche l’uomo, originario della Piana del sele e arrestato nei mesi scorsi a Roma dove vive con la moglie. Assente il papà delle vittime e fratello dell’arrestato. L’uomo ha ascoltato il racconto delle vittime con estrema freddezza e distacco.
La ragazzina è stata un fiume in piena ha raccontato di quando lo zio chiedeva ai nipotini di toccarsi in sua presenza, della chat che l’orco aveva creato con i nipoti e sulla quale inviava loro video porno e proposte sessuali. Richieste mai accolte dai ragazzi. I fatti avrebbero avuto inizio quando i ragazzi avevano 13 e 10 anni. Lei era felice di sapere che lo zio arrivava Da Roma. E quando il magistrato gli ha chiesto il perchè, lei ha risposto semplicemente “perchè è mio zio”. L’uomo in più occasioni ha anche portato dei regali ai bimbi. In una occasione, alla ragazzina avrebbe comprato e donato una minigonna e delle scarpe rosse con il tacco. Un modo per ingraziarsi la piccola che, complice l’età, si è sentita grande. E poi, le attenzioni e non solo poste in atto anche a casa della nonna a Battipaglia. I due ragazzi hanno confermato l’intero impianto accusatorio. Al termine dell’incidente probatorio uno dei due fratelli ha chiesto al consulente del Tribunale “E’ giusto quello che ci ha fatto zio”…
Intanto il Gip berni Canani ha chiesto alla Procura di Roma la revoca dell’affido di tre minori che l’uomo ha ottenuto. L’indagine è partita dalla denuncia che i genitori dei bimbi hanno presentato ai carabinieri. Alcuni episodi in particolare, verificatisi tra il 2015 e il 2016, li avevano messi in allarme e li avevano spinti a rivelare i loro dubbi alle forze dell’ordine. I militari si sono mossi subito e hanno messo sotto controllo le mosse dell’uomo accertando che i sospetti di quei genitori erano fondati, al punto da convincere il gip del tribunale di Salerno a emettere a suo carico un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.Sul cellulare, quel 50enne conservava decine di file, foto e altro materiale pedopornografico. Tra le immagini scoperte dagli inquirenti c’erano anche quella della nipote. Le avrebbe estorte grazie all’uso distorto che faceva diun’applicazione antifurto per gli smartphone in grado di localizzare, controllare e “spiare” le attività dei cellulari scomparsi, dalle fotografie fino alle conversazioni. Così era riuscito, secondo gli inquirenti, a controllare le mosse della ragazzina e contemporaneamente a ottenere sue immagini intime.



Nocera Inferiore, Voto in cambio di soldi e piaceri: Quattro gli arresti, tra questi i candidati Ciro Eboli con il centrodestra e Carlo Bianco con il centrosinistra

Pina Ferro

 

Un voto in cambio di 50 euro. Escamotage che non è servito alla rielezione ma che lo ha fatto finire nella rete della giustizia. L’asse politica e clan è stato bloccato al- l’alba di ieri dai carabinieri del Ros (reparto operativo speciale) del co- mando provinciale di Salerno. Quattro le persone finite in ma- nette con l’accusa a vario di titolo di associazione mafiosa, scambio elettorale politico mafioso ed estorsione. Le ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dal Gip del tribunale di Salerno su richiesta del pm Senatore della Dda. Nel corso dell’operazione sono state effettuate anche perquisizioni a carico di altri 19 indagati per il reato di corruzione elettorale. Al centro delle indagini del Ros i clan camorristici operanti nel- l’Agro nocerino sarnese e, in particolare, i loro interessi nel settore imprenditoriale. Uno il clan in particolare quello facente capo ad Antonio Pignataro. L’indagine è partita nel 2016 e prosegue quella che ha visto finire agli arresti i giovani protagonisti delle nuove leve criminali cittadine quelle che avevano animato la guerre per lo spaccio tra settembre e novembre dello scorso anno e riconducibili in parte ai fratelli Cuomo (Luigi cuomo è il cognato di Ciro Eboli). Seguendo queste indagini, gli uomini del colonnello Mabor sono risaliti al personaggio chiave dell’inchiesta, Antonio Pignataro tra gli ideatori dell’omicidio di Simonetta Lamberti vittima involontaria dell’agguato orchestrato nel 1982 a Cava de’ Tirreni per uccidere il padre il giudice Alfonso Lamberti, procuratore di Sala Consilina. L’uomo era agli arresti domiciliari per motivi di salute. Antonio Pignataro, detto “Zio Antonio” era riuscito a creare un nuovo nucleo associativo operando «dal balcone di casa». L’ordinanza è stata inviata anche al prefetto di Salerno per quanto di sua competenza e valutare tutti gli aspetti relativi all’inquinamento eventuale dell’attività amministrativa cittadina e della politica, trasversale alle ultime elezioni e che riguarderebbe «un sistema diffuso e trasversale a diverse formazioni politiche». L’obiettivo del clan era quello di realizzare un progetto di loro interesse per la mensa della Caritas, attraverso il cambio di de- stinazione d’uso di un terreno, cambio che sarebbe avvenuto at- traverso una delibera di giunta. Interessamento avvenuto tramite il vicesindaco della Giunta Romano Antonio Cesarano (e uno dei punti di riferimento dei Riformisti per Nocera che aveva appoggiato la coalizione Torquato nel 2012), il suo amico e candidato della lista Carlo Bianco.Nell’ultima tornata elettorale ‘Zio Antonio’ si è impegnato in prima persona per accrescere i voti di degli arrestati Ciro Eboli e Carlo Bianco. Il quarto ar- restato, Luigi Sarno avrebbe pro- curato voti al candidato Nicola Maisto, eletto nelle fila di Uniti per Torquato: Sarno era destinato agli arresti domiciliari ma, grazie al rinvenimento di cocaina nella sua disponibilità è finito in carcere.

 

Antonio Pignataro, il killer di Simonetta Lamberti condannato e liberato

Si era detto pentito per avere ucciso quella bambina di 11 anni, Simonetta Lamberti, tanto da accusarsi di aver fatto parte del commando. E così, l’anziano criminale era stato condannato a 30 anni di reclusione. Antonio Pignataro noto boss della Nuova Camorra Organizzata a Nocera Inferiore e che per un periodo era transitato anche nella Nuova famiglia, quel ultimo omicidio non lo poteva dimenticare. Ma poi, ottenuti gli arresti domiciliari, era tornato ad avere un ruolo di preponderanza nel panorama criminale e sociale di Nocera Inferiore tanto da volersi occupare di affari e di altre vicende compreso gli appoggi alla politica. È così, come hanno riferito gli stessi inquirenti, ha inventato la «camorra dal balcone», un modo nuovo che sottolinea come gli arresti domiciliari, in alcuni casi, non siano con- cedibili a persone con un curriculum pericoloso come quello di Pignataro, pure se ammalato, e che questi devono essere trascorsi eventualmente in case di cura cura, comunque lontano dal territorio che hanno contribuito con le loro malefatte a distruggere.  Un cattivo esempio anche per altri componenti della famiglia, Pignataro, come lo è stato per il figlio Alessandro. Il giovane era av- viato su una strada diversa rispetto a quella del genitore ma già nel novembre 2015 era stato arrestato per furto di pneumatici a Batti- paglia e l’anno successivo condannato per per due rapine commesse tra Nocera Superiore a Cava de’ Tirreni. Insomma l’approssimarsi dell’uscita del genitore aveva avuto probabilmente un effetto deleterio anche sui familiari. Va ricordato che Nocera Inferiore come in altre realtà dov’è la ca- morra è stata molto presente, la liberazione di taluni criminali sol- lecita sempre le fantasie delle nuove leve delinquenziali e rappresentano un punto di unione e di raccordo tra vecchie e nuove leve criminali. Per questo sarebbe necessario scontare le pene lontano dalle pro- prie città o quantomeno in luoghi protetti e non accessibili a un vasto pubblico soprattutto quando i condannati hanno molti anni di reclusione da scontare e hanno un indubbio “cursus honorum” che può diventre un’arma per realizzare nuove strategia appena li- beri. Deve essere chiaro sempre e comunque chi commette gravissimi delitti va carcerato.

Ecco il modus operandi di “Zi ‘ntonio”

Spedizioni punitive, atti intimidatori, rapine, richieste di sconti su forniture e di assunzioni. Era attra- verso queste pratiche che Antonio Pignataro, alias Zio Antonio stava imponendo il proprio volere sul territorio di Nocera Inferiore, forte del suo passato. Per affermare il suo potere Zio Antonio si avvaleva di Ciro Eboli, Guerino Prudente, Aristide Castro e di certo France- sco (ancora non identificato. I quattro erano gli esecutori materiali degli ordini impartiti dal boss ristretto ai domiciliari. Pignataro era pronto a tutto per affermare la propria volontà o, punire sgarri subiti non solo da lui ma anche dai suoi familiari. Basti pensare alla spedizione punitiva posta in essere nei confronti di Y.S., reo di aver aggredito e picchiato il figlio di An- tonio Pignataro, Alessandro durante un incontro della Nocerina Calcio. Zio Antonio aveva programmato anche, insieme a Domenico Orsini (altro nome noto) delle ritorsioni ai danni di “Peppe fallit” ed altri collaboratori di giustizia. Ma a Pignataro ci si rivolgeva anche per “rimettere a posto” certe situazioni. E’ il caso di quando Pignataro intervenne nei confronti di una famiglia per far desistere un parente dall’occupare abusivamente una casa che era nelle disponibilità di altro soggetto; e ancora per difendere una donna dall’aggressione subita. E, fu incaricato R.A. a recarsi presso la Nocerina Calcestruzzi per rappresentare che dietro la forni- tura di calcestruzzo vi era in realtà Pignataro e per questo doveva praticare uno sconto. Una volta Carlo Bianco e Luigi Sarno arrivarono a pianificare una rapina ai danni dei coniugi Vastola. Si trattava di una punizione per aver subito un torto sul luogo di lavoro. Infine Antonio Cesarano si interessò per conto di Pignataro di procurare un lavoro presso una cooperativa comunale di Nocera ad una giovane donna.

 

L’interessamento per l’“opera pia”: Bianco, Cesarano, Eboli e Pignataro tesi a far realizzare una casa famiglia della parrocchia, in cambio dei voti del clan

 

«Vedi che quella cosa (la delibera di giunta comunale, ndr) è stata votata, ho chiamato a… e gli ho detto che voglio una copia di quella delibera… la devi far vedere a zio Antonio e un’altra devo portare al prete. Io la parola mia l’ho mantenuta… questa è la dimostrazione eccola qua la delibera firmata». E’ questa l’intercettazione dei Ros che inguaia Carlo Bianco, che nel maggio scorso era ancora consigliere comunale. Bianco era a telefono con l’amico di sempre e suo grande sostenitore politico, Antonio Cesarano, già vicesindaco con la giunta del sindaco Antonio Romano. I due a telefono parlano della delibera della giunta comunale di No- cera Inferiore, del 16 maggio scorso. Per questa vicenda sono indagati per scambio elettorale politico-mafioso sia Cesarano sia Bianco ma anche Ciro Eboli e Antonio Pignataro, “zi Antonio”, che voleva rivestire il ruolo di criminale di peso atteso il suo passato.

La vicenda al centro dell’inchiesta è la richiesta del cambio di destina- zione d’uso di un terreno a Montalbino.

Secondo l’accusa, Carlo Bianco (candidato nella lista “Moderati per Torquato”  elezioni del 11 giugno scorso) avrebbe accettato da Antonio Pignataro la promessa di procurare voti (pare un centinaio) con la forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva dal nome che questi ha in quanto appartenente alla Nuova Camorra Organizzata la Nco di Raffaele Cutolo e la sua fama di pluriomicida. In cambio, Bianco si sarebbe interessato al cambio di destinazione d’uso di un fondo ubicato nella vicinanze della proprietà della diocesi di Nocera Inferiore sul quale doveva essere realizzato un edificio da destinare a mensa Caritas rispetto alla cui edificazione aveva interesse Pignataro e Ciro Eboli (attivo nella comunità parrocchiale della zona), grazie anche Antonio Cesarano che avrebbe avuto lo specifico compito di fungere da tramite tra Bianco e Pignataro che era agli arresti domi- ciliari.

La ricostruzione

Il sacerdote della parrocchia di San Giuseppe, don Alfonso Santoriello, il 15 ottobre scorso, aveva scritto al sindaco: « vengo a lei con la pre- sente, dettata dalla necessità del servizio pastorale che come par- roco svolgono nella parrocchia di San Giuseppe che abbraccia la fa- scia periferica di Nocera Inferiore dal rione Calenda fino alla zona di Montevescovado, per chiedere alla S.V.I. di poter beneficiare di una va- riante al Puc per il fondo limitrofo alla parrocchia suddetta. Si rende necessario un ampliamento delle strutture per le Opere Parrocchiali perché sono molte le richieste e pochi gli strumenti. Già da anni sia con gli operatori pastorali, sia con i giovani dell’associazione caritativa San Giuseppe ci siamo adoperati a soddisfare i bisogni del suddetto quartiere, perché sprovvisto di una casa di accoglienza una mensa e sale di catechismo e multimediale, dicevo da anni provvediamo in silenzio, senza lucro e nessuna pretesa dai vari enti, a sostegno di famiglie svantaggiate, al recupero scolastico dei bambini disagiati con attività di doposcuola e attività ludico-ricreative. Siamo in attesa di acquistare un fondo terreno rudere confinante sul lato nord con la proprietà della parrocchia. E, l’ampliamento e fondo esistente, consentirebbe la realizzazione delle suddette opere e faciliterebbe anche lo smalti- mento delle acque reflue dell’attuale chiesa parrocchiale nella fogna comunale in virtù di un avvicinamento al punto ottimale dimissione». L’area in questione è destinata ad area per verde urbano e non sono possibili gli interventi richiesti dal parroco visto il Puc in vigore. Il vescovo monsignor Giuseppe Giudice in una lettera del 9 maggio scorso, indirizzata al sindaco Manlio Torquato, in occasione della festa del Santo Patrono, scrive al Comune di Nocera Inferiore esprimendo parere favorevole alla richiesta inoltrata dal parroco e lo autorizzava la presentazione di un progetto corredato di quanto necessario.

Il 16 maggio scorso, vista la richiesta del parroco e la nota del ve- scovo, oltre al valore sociale dell’iniziativa indirizzati alle persone svantaggiate, la Giunta comunale ha dato il via libera alla valutazione della proposta del sacerdote, che a sua volta, qualora fosse stata positiva, necessitava del- l’approvazione del consiglio comunale. La Giunta ha deliberato un atto d’indirizzo ai funzionari responsabili degli uffici di piano e di area privata per l’avvio di un del procedimento di formazione ed eventuale approvazione della variante al Puc riguardo la richiesta don Alfonso Santoriello. Nella de- libera l’indirizzo la giunta evidenzia che vanno comunicate a tutti i soggetti interessati a partecipare l’avvio del procedimento, che è necessario verificare con l’ufficio preposto la sostenibilità ambientale della variante. Una variante che poi dovrà essere approvata dal consiglio comunale, a quel punto dal successivo a quello ormai “scaduto”.

Il ruolo

Bianco, a suo dire, si sarebbe interessato alla vicenda che, dalla documentazione in delibera, risulta sponsorizzata dal vescovo (tanto da scrivere al sindaco nel giorno solenne del santo patrono) e chiesta dal parroco. Una delibera che, in realtà, avviava solo un procedi- mento di valutazione e non era già il cambio di destinazione d’uso da verde pubblico a quello necessario per l’opera parrocchiale. Per questo suo presunto interessamento, Bianco si sarebbe aspettato i voti procuratigli da Pignataro che alla fine non sarebbero arrivati (da consigliere uscente, Bianco prese solo 137 voti) tanto da gridare al tradimento e prendersela con i “correi” dopo le elezioni. Sinceramente è poco credibile che fosse necessario un intervento di Bianco dopo una richiesta al cattolico Torquato da parte del vescovo che “raccomandava” un’opera di valore sociale in una delle zone più disagiate della città. Comunque sia, rimane gravissimo per un cittadino normale e ancor più per un consigliere comunale, anche il semplice aver avuto a che fare con un camorrista come Pignataro, figuriamoci fare un patto per avere i voti. Che siano arrivati o meno questi voti, per Bianco o Eboli (qualora risultassero provate le accuse) la vicenda sarebbe gravissima e senza appello.

 

50 euro a chi aveva votato quegli “Uniti per Torquato”

Erano Rocco Sileo e Luigi Sarno ad avere il compito di reclutare gli elettori, di suggerire il nome del candidato da votare, nel dare loro istruzioni su come documentare il voto dato e, all’esito, nel remunerarli su espressa richiesta di Nicola Maisto, candidato al consiglio comunale alle elezioni amministrative 2017 ed eletto nelle lista “Uniti per Torquato”. Sileo e Sarno nella giornata delle elezioni effettua- vano elargizioni di denaro a fa- vore di chi, essendosi recato alle urne, documentava di aver dato la preferenza ai candidati indicati. Nel dettaglio a tale Gennaro detto “piedone” recatosi al voto intorno alle ore 12,50 A.C., S,C, e E.C, e della cugina di queste ultime A.E. per l’importo di euro 40 ciascuna; a M.G.R. alla madre di quest’ultima al fratello Alfonso per l’importo di euro 40 ciascuno. L’inchiesta in ogni caso prosegue e non si escludono ulteriori sviluppi, tali da renderla ancor più clamorosa.

 

 

 

Il primo blitz del dicembre 2016 denominato “Un’altra storia”, dai capi ai pusher ai picchiatori

Droga, l’indagine continua sulle tre gang dello spaccio Gli organigrammi decimati dagli arresti tra Nocera e l’Agro

di Riccardo Finzi

NOCERA INFERIORE – L’indagine nasce come proseguimento di “Un’altra storia” che lo scorso dicembre, portò in carcere i fratelli Michele (37enne) e Luigi Cuomo (33enne), il 44enne Mario Passa- mano, il 29enne Antonio De Na- poli, il 32enne Luigi Vicidomini, il 31enne Domenico Rese, il 43enne Leontino Cioffi, il 40enne Diego Landino, il 35enne Mario Comitini, i fratelli Francesco D’Elia (35enne detto “Checchetto” o “checchecco”) e il 33nne Mario, il 33enne Marco Iannone (detto “Marchitiello ‘o stallone), il 24enne Mario Tortora (detto “Mario sce- sce”), il 38enne Camillo Fedele (detto “bicchierino”), il 27enne Giuseppe Abate, i 46enni Giuseppe Bergaminelli e Giuseppe Stanzione, il 33enne Riccardo Siani, il 27enne Carmine Cuomo e il 33enne Giuseppe Petti, tutti di Nocera Inferiore e il 41enne Raffaele Mellone di Pagani. Sono accusati di associazione per associazione di stampo camorristico Michele e Luigi Cuomo, Mario Passamano, Antonio De Na- poli, Domenico Rese, Luigi Vicido- mini, Leontino Cioffi, Raffaele Mellone, Diego Landino, Mario Tortora e Marco Iannone. Sono accusati di associazione dedita allo spaccio di stupefacenti Mario e Francesco D’Elia, Marco Iannone, Mario Tortora, Camillo Fedele e Giuseppe Petti. Stessa contestazione per Giuseppe Abate, Giu seppe Bergaminelli, Giuseppe Stanzione, Riccardo Siani e Carmine Cuomo. Dei pestaggi sono accusati Michele Cuomo, Mario Comitini, Raffaele Mellone. Di Rissa sono accusati Iannone, Tor- tora, Fedele e Passamano. Tre le organizzazioni di spaccio che si fronteggiavano in città. Una è quella capeggiata da Michele Cuomo con il contributo di Mario Passamano, entrambi molto vicino al clan Contaldo di Pagani, ormai disciolto. Questo aveva base a Ca- sale Nuovo e prediligeva le piazze di spaccio di piazza del Corso e dei tre Casali oltre quella di Cupa del Serio. Un’altra quella tra Giuseppe Abate e Giuseppe Bergaminelli che aveva base a Piedimonte. Sempre a Piedimonte e a Cupa del Serio operavano gli “uomini” di Francesco D’Elia, “sopra alle palazzine”, via Filangieri, dove abitano, però anche i fratelli De Napoli, vicini ai Cuomo.




Scafati. La denuncia: “Se non cedi ai ricatti sessuali non lavori”

Di Adriano Falanga

“Sono delusa, non so più come fare. Se non accetti di cedere alla loro richieste ti ritrovi senza un lavoro”. Parole forti, di quelle che lasciano l’amaro in bocca. Anna è una mamma quarantenne, con due figli di 20 e 6 anni. Separata, ha deciso di raccontare la sua storia perché “non è possibile che ovunque io vada per un lavoro, finisce sempre allo stesso modo”. Non sono positive le esperienze della donna: “passo il giorno a inviare curriculum e rispondere ad annunci, anche i lavori più umili. Ho un figlio da crescere e non mi spaventa nulla. Ma anche come assistente ad anziani, ho trovato sempre e solo chi baratta il posto con un favore sessuale. Comincio a perdere ogni speranza”. Non la si può ritenere fortunata, questo è certo, ma esistono ancora persone perbene. “Mi chiedo dove sono. Perché chi come me non ha raccomandazioni o conoscenze, o non accetta di essere disponibile, ha sempre più difficoltà a trovare un posto”. Non chiede la luna Anna, ha lavorato diversi mesi in una nota pasticceria scafatese. “Ero sempre al mio posto, mettendo impegno e dedizione in ciò che facevo – racconta la donna – ma fin da subito il titolare si è mostrato particolarmente “premuroso” nei miei confronti”. Presto scopre che le attenzioni sono riservate più o meno a tutto il personale femminile, ma lei chiarisce subito la sua posizione. “Ho sempre respinto ogni attenzione, chiarendo subito che non ero disposta a cedere. Ma questo ha indispettito il titolare, perché da allora sono stata oggetto di mobbing, anche da parte dei miei colleghi”. La volpe, non arrivando all’uva, dice che è acerba. E così nel locale si è insinuato, forse volutamente da parte di qualcuno, il pettegolezzo e l’insinuazione. Su di me è stato detto di tutto, l’ambiente era sempre più pesante e stressante – continua la donna – ma ho tirato avanti perché ho un figlio a casa, oltre a bollette e affitto da pagare”. Ma la storia di Anna somiglia a tante altre del resto, donne costrette a subire perché costrette dal bisogno economico. Sedici euro al giorno, al nero, questo era quello che guadagnava. “Sempre meglio di niente” ammette la donna, che alla fine è costretta a lasciare quel posto, perché oramai diventato impossibile continuare. Ha voluto salvaguardare la sua dignità, troverà di meglio, si è detta. “E invece anche altre occasioni si sono rivelate simili. Possibile che una donna onesta e volenterosa non deve trovare lavoro se non disposta ad accettare bassi compromessi?” l’appello disperato di Anna. Ad aiutarla il contributo dell’ex marito al figlio, e l’altra figlia di appena venti anni. “Ma le spese sono troppe e le bollette si accumulano. Sono disposta a qualsiasi lavoro, anche i più umili, purché onesti e senza condizioni particolari”. Eppure certe situazioni andrebbero denunciate, non solo attraverso i giornali. “Non importa, chi vuole che mi crederebbe? A me basta rendere nota solo la mia storia, perché sono certa che non sono l’unica e purtroppo neanche l’ultima. Che serva da esempio per chi si ritrovi nelle mie stesse condizioni”. Anna ha provato anche rivolgersi al Comune, ma i tempi non sono dei migliori neanche per l’ente pubblico, in crisi economica e con i servizi sociali ridotti al minimo. Però non si arrende, e nonostante la palese amarezza, continua ad andare avanti: “per mio figlio, e perché chi è onesto non deve mai nascondersi”.

LA PSICOLOGA: “PER LE VITTIME DIFFICILE DENUNCIARE. IMPORTANTE E’ PARLARNE”

2-radice“Di molestie sessuali sul lavoro in Italia si parla ancora troppo poco, sebbene i dati a riguardo siano piuttosto importanti: l’Istat ha stimato che quasi la metà delle donne tra i 15 e i 65 anni hanno subito, nell’arco della loro vita, ricatti o molestie sessuali sul luogo di lavoro. Spesso le molestie e le richieste di disponibilità sessuale arrivano al momento dell’assunzione o in occasione di un avanzamento di carriera”. Così Maria Luisa Radice, psicologa e psicoterapeuta, volontaria presso lo sportello “Ascolto Famiglia” attivo ogni martedì dalle 15:30 alle 18:30 nei locali della biblioteca comunale Morlicchio. Curato dall’associazione “Futuro Famiglia” lo sportello si avvale anche della presenza di una mediatrice familiare e di un avvocato. “La storia di Anna, purtroppo, assomiglia alla storia di tante donne costrette ogni giorno a subire in silenzio complimenti spinti, commenti sessisti, avances più o meno velate sul posto di lavoro. Spesso il confine tra semplici complimenti e molestie sessuali è piuttosto sfumato ed indefinito e ciò rende difficile l’identificazione del fenomeno sia da parte della vittima che da parte di noi professionisti – spiega la dottoressa – Il molestatore è, solitamente, il datore di lavoro o, comunque, un collega collocato su un gradino più alto nella scala gerarchica rispetto alla vittima. L’obiettivo del molestatore è quello di esercitare il proprio potere sulla donna, considerata un oggetto sessuale a propria disposizione. Quando la donna tenta di respingere queste “attenzioni particolari”, spesso subisce mortificazioni e minacce di licenziamento o addirittura è accusata di aver essa stessa provocato il molestatore. Così per le vittime diventa ancora più difficile denunciare, perché, insieme al timore di perdere il posto di lavoro c’è anche il senso di colpa per avere in qualche modo incoraggiato questi comportamenti”. Un classico purtroppo, che delinea perfettamente i contorni della storia di Anna, e di centinaia di donne nelle stesse condizioni. Situazioni stressanti, che finiscono con lo spegnere ogni entusiasmo e positività in chi le subisce. “Anna ha avuto la forza di sottrarsi alle richieste sessuali pressanti del suo datore di lavoro pagando però in prima persona la sua unica “colpa”: essere donna”. Infine, l’appello della dottoressa Radice: “In questi casi è importante non chiudersi nel silenzio, ma parlarne, magari con il supporto di un professionista, e denunciare alle autorità competenti gli abusi subiti, affinché il colpevole non resti impunito”.