Per Pellegrino e Meriani diploma triennale di alto perfezionamento

La pianista Marina Pellegrino e il violinista Vincenzo Meriani, entrambi salernitani, conseguono con il massimo dei voti, il Diploma triennale di Alto Perfezionamento in Musica da Camera dell’Accademia Musicale di Santa Cecilia di Roma, sotto la guida del Maestro Carlo Fabiano. I giovani  musicisti, già noti al pubblico salernitano per essersi esibiti sia come solisti che in gruppo da camera “Quartetto Felix”, hanno sostenuto nella giornata di venerdì 24 giugno, le prove d’esame proponendo un concerto ricco ed articolato di non facile esecuzione, sia in duo Violino/Pianoforte che in quartetto insieme al  violista avellinese Francesco Venga e al violoncellista  salernitano Matteo Parisi che allievi anch’essi del medesimo corso di Alto Perfezionamento, hanno brillantemente superato l’esame di passaggio all’ultimo anno del triennio di studi. Apprezzamenti unanimi ai concertisti dalla commissione e dal pubblico presente all’esibizione nella prestigiosa sala “Sinopoli” del Parco della Musica di Roma. Un nuovo brillante risultato che si aggiunge a quelli sinora ottenuti da Marina Pellegrino, da Vincenzo Meriani  e dagli altri due protagonisti del quartetto Felix il violista Francesco Venga e il violoncellista Matteo Parisi, che, formatisi con i più grandi maestri contemporanei,  sono tuttora impegnati in corsi di specializzazione e masterclasses internazionali di alto perfezionamento. Nel frattempo, i giovani musicisti, con il quartetto “Felix”, dopo aver incantato il pubblico salernitano, nel corso  della recente esibizione nella Sala S.Tommaso del Duomo di Salerno, all’interno della Rassegna “I Concerti di Primavera” promossi dall’Associazione Culturale Arechi, continuano la loro tournee estiva con la prossima esibizione prevista per domenica 3 luglio ad Ischia,  in una delle location più  prestigiose dell’isola verde, “I Giardini della Mortella” ospiti dei Concerti  internazionali di musica da camera 2016 della Fondazione William Walton con  la Direzione Artistica del M° Lina Tufano. Due i brani in programma, il Quartetto per pianoforte ed archi in sol  minore K.478 di Mozart e il Quartetto per pianoforte ed archi in mi bemolle maggiore opera 47 di Schumann.




Fisciano. Per sconfiggere la paura giovane ingegnere suona il pianoforte all’aeroporto di Bruxelles

FISCIANO. Per sconfiggere la paura giovane ingegnere informatico di Fiscianbo  suona al pianoforte all’aeroporto di bruxelles Il vomanda retorica gli scorse malinconicamente sulla gua nciaa ncia, quindi si.lfabeto e la subline della sua a ncia, quindi suona le note di Einaudi all’aeroporto di Bruxelles. Giovane ingegnere originario di Fisciano.
Fisciano. Dopo gli attentati di Parigi, in quasi tutti gli aeroporti delle più importanti capitali europee, è possibile trovare un pianoforte con su scritto “play me”. Soprattutto negli aeroporti dove l’allerta terrorismo è al massimo. Il tutto utile a portare calma e serenità a coloro i quali attendono prima di prendere il proprio volo. Ed è quello che è successo in uno degli aeroporti ad oggi con il maggior rischio attentato: l’aeroporto di Bruxelles. A portare calma e serenità e a suonare il piano è stato Danilo Sica, ingegnere informatico originario del comune di Fisciano che si trova a Riga(Lettonia) per motivi di lavoro. “Un mese fa- spiega Sica- ho deciso di acquistare un biglietto per andare a Bruxelles ma giusto una settimana prima di partire accadde l’orrore di Parigi. Anche se sapevo che in Belgio la situazione non fosse migliore, dato che uno dei sospettati si pensa fosse nascosto li, ho deciso di partire lo stesso. Sfortunatamente, quello che doveva essere un viaggi per divertimento, non lo è stato affatto. Quando sono arrivato in aeroporto ho capito che la situazione era diventata addirittura peggiore di quella che avevo immaginato. Bruxelles ha dichiarato allerta massima per attacchi terroristici, le strade sono piuttosto vuote, c’era spazzatura ovunque ed è come se nessuno avesse più lavorato da quel tragico venerdì di Parigi. C’erano militari ovunque e armati fino ai “denti”. Non mi sono sentito a mio agio e credo di non essere stato l’unico. Non vedevo l’ora di andare all’aeroporto e di tornare a Riga. Aspettando il mio volo ho visto uno dei soliti piani che ultimamente stanno installando in tutti i luoghi pubblici, con su scritto “play me”. Era lì, ma nessuno lo suonava. Le persone erano molto timide e silenziose, avevano la mente occupata da tutta quella strana situazione che ci circondava. Dato che ho suonato il pianoforte per quasi 10 anni, alla fino ho deciso di provare. Ero molto molto timido all’idea di suonare in pubblico dopo così tanto tempo, ma la mia ragazza mi ha spinto a farlo. Mentre suonavo le note di “nuvole bianche” di Einaudi, ho notato che la gente effettivamente si fermava ad ascoltarmi, anche con tutto lo stress che potessero avere. Mi tremavano le dita e per questo ho commesso un po di errori, ma alla fine quando tutto l’aeroporto mi ha applaudito, ho visto i sorrisi sulle facce della gente e solo allora ho capito come una cosa così semplice come la musica può migliorare il giorno di qualcuno”. Il video sta avendo molta popolarità su facebook, ed è stata utile, insieme a tutti gli altri, per far capire che non bisogna avere paura.

Simone Gioia




L’ empatia di Michele Campanella e Monica Leone

Questa sera, alle ore 19, evento clou nella Chiesa di San Giorgio per la seconda edizione della rassegna PianoSalernoForte, promossa dall’EPT e diretta da Costantino Catena

Di OLGA CHIEFFI

Il duo pianistico formato da Monica Leone e Michele Campanella è stato il naturale sviluppo della consuetudine a suonare insieme tra insegnante e studente prima, tra partners nella musica e nella vita poi. È frutto di una mentalità e di un approccio al pianoforte condivisi dalle origini, essendo entrambi cresciuti nella scuola di Vincenzo Vitale. Questa sera, alle ore 19, nell’incantevole cornice della Chiesa di San Giorgio, saranno i protagonisti dell’evento clou della seconda edizione della rassegna PianoSalernoForte, promossa dall’EPT del commissario Angela Pace e diretta da Costantino Catena.  Il programma, giocato interamente sulla musica colta tedesca e austriaca, sarà aperto dalla “Sonata in do maggiore K. 521” di Wolfgang Amadeus Mozart, composta nel 1787 a Vienna per Franziscka von Jacquin. L’articolazione di questa composizione segue la tipica disposizione della sonata classica in cui si alternano momenti melodici e virtuosistici; i tre movimenti che la compongono, infatti, si caratterizzano per la sintonia tra il carattere brioso dell’Allegro e i momenti particolarmente drammatici dell’Andante per terminare nell’Allegretto finale con un classico rondò. La sonata è una sorta di commedia giocosa, il drammaturgo Mozart che stava per iniziare a comporre il Don Giovanni, si mantiene ancora per un momento nel mondo delle Nozze di Figaro, o anticipa il Così fan tutte. Il duo ha scelto di proporre al pubblico salernitano l’ “Allegro brillante” in La maggiore op. 92” di Felix Mendelssohn Bartholdy, un gioiello della letteratura di rara difficoltà nel suo genere. Furono tante le serate a casa Schumann passate insieme a dialogare di musica, di stile, di nuove prospettive e di nuove estetiche. Ma in particolare trascorse a suonare insieme. Il pezzo fu scritto per essere eseguito insieme a Clara, moglie di Robert. È con lei, pianista eccezionale, che Mendelssohn eseguì per la prima volta questa pagina nata sorprendentemente nella stessa atmosfera ipocondriaca del concepimento delle Variations sérieuses. Nell’estate del 1818 Franz Schubert fu assunto come maestro di musica delle due figlie di Johann Karl, conte di Esterhàzy, e accompagnò la famiglia nella residenza estiva di Zseliz, in Ungheria. Qui le due contessine, Marie e Karoline lo spinsero a scrivere una serie di composizioni per pianoforte a quattro mani, fra cui la Sonata in si bemolle maggiore D. 617, le Variationen über ein französisches Lied D. 624 e, la Grande Sonata op. 140 D. 812, che sigillerà il concerto, pubblicata postuma nel 1838 sotto il titolo con cui è abitualmente conosciuta, non tanto per l’ampiezza della forma, quanto per l’andamento musicale solenne ed eroico, specie nel primo movimento. Al di là di queste opinioni, è certo che la Sonata op.140, rivela un’ampiezza di elaborazione tipicamente schubertiana sin dall’Allegro moderato, aperto da accordi gravi e meditativi. Subito dopo l’esposizione assume un tono vigoroso e marcato, alternato a schiarite dolcemente melodiche. Nel contrasto fra i due momenti psicologici Schubert però imprime spiccato rilievo all’elemento ritmico, d’intonazione beethoveniana. Anche nell’Andante si avvertono reminiscenze del Larghetto della Seconda Sinfonia di Beethoven con le modulazioni dal minore al maggiore, ma il senso lirico del discorso musicale così morbido e sfumato appartiene interamente alle «confessioni» schubertiane. Il terzo movimento è un brillante e spigliato allegro, inframezzato da un Trio in fa minore venato di delicata poesia. Il finale (Allegro vivace) è contrassegnato da un poderoso sviluppo tematico, che assume energia e slancio inconsueti nelle opere pianistiche di quel periodo dello stesso autore, di gusto ungherese nel ritmo e nella melodia e nel suo martellante crescendo che fa pensare ad una ouverture strumentale di vasto respiro.




Un pianoforte per l’estate: Marina Pellegrino

di Olga Chieffi

Questa sera, alle ore 20,30, Marina Pellegrino, inaugurerà, come da tradizione, la rassegna “Estate Classica”, coordinata dalla pianista Nella Pinto, (mamma d’arte e di tastiera della Pellegrino) e dal consulente tecnico Guido Mastroianni, giunta alla III edizione, che ci accompagnerà sino al 6 settembre, per poi sfociare nel debutto dei “concerti di Estate Classica in Costa d’Amalfi”, che vedrà i giovani musicisti vietresi impreziosire con le loro performances le più belle perle della Divina, il tutto nell’ambito del grande progetto culturale nato dai Concerti d’Estate di Villa Guariglia. La giovane pianista, la quale dopo aver ultimato i corsi specialistici di studio con lode e menzione è entrata nell’ Accademia Nazionale di Santa Cecilia presso la classe di alto perfezionamento in musica da camera del M° Carlo Fabiano, principierà la serata con la Sonata op.31 n°1 in Sol di Ludwig van Beethoven. La pagina è costruita su elementi tematici di tenue spessore emotivo ed è interamente rivolta verso l’esplorazione, se così si può dire, della grazia e della tenerezza in un clima fortemente canzonatorio. Questa sonata, infatti, è poco nota perchè poco beethoveniana, nel senso tremendamente sublime che il termine ha finito per assumere. Per ch non sdegni la comicità di Beethoven, il primo movimento è esilarante, con il curioso zoppichìo delle due mani, il secondo tema con il suo andamento da polchetta e il brusco trapasso dal modo maggiore al modo minore, l’inconsueta rete delle tonalità e la famosa frase “zoppa”, non solo mettono di buon umore ma in più momenti muovono veramente al riso. E, altrettanto si può dire di due o tre punti dell’Adagio grazioso per alcune impennate o sbrodolate vocalistiche, che ricordano le fioriture dei castrati. Il finale è un rondò, con una bizzarra conclusione e con alcuni passi che fanno sudar freddo l’esecutore senza lasciar capire al pubblico quali scogli minaccino la gioiosa navigazione della barca. Ricordiamo una Marina Pellegrino entusiasta del Simon Boccanegra rappresentato lo scorso maggio al teatro Verdi di Salerno, ed eccola proporci le Réminiscences dell’ opera, nella visione lisztiana, intensa e universale dell’opera verdiana, un cavallo di battaglia del suo maestro Michele Campanella. Già il termine reminiscenza fa pensare a qualcosa che ci entra in testa e nello spirito dopo l’ascolto, così come l’aura di mistero del preludio a cui seguono i toni guerreschi della sommossa e lo strepitoso finale con la morte di Boccanegra e la sublimazione della storia d’amore della figlia con Gabriele Adorno che sono il giusto coronamento di una esistenza infelice e travagliata del protagonista. La seconda parte della serata verrà inaugurata con i Papillons op. 2 di Robert Schumann datati 1830. Il titolo significa brani graziosi, gentili e l’ispirazione è in parte letteraria: Schumann guarda infatti all’ultimo capitolo di Flegeljahre di Jean Paul Richter “La danza delle maschere”. Papillons è una raccolta di dodici miniature, durante le quali si alternano a brani “oggettivi”, che sembrano alludere al fragore gioioso e collettivo del ritrovo mascherato, brani “soggettivi”, nei quali si consuma il piccolo dramma. Finale con una cavalcata ventre a terra nella Puszta ungherese rappresentata nella impetuosa rapsodia n.7 di Franz Liszt, poco conosciuta al grande pubblico, ma densa di sapore evocativo, con tratti che ci riportano una passione forte e sincera. La solennità delle prime battute viene accoppiata più tardi al dinamismo della danza ed al galoppo sfrenato dei cavalli con la criniera al vento, fedeli compagni degli Tzigani, uomini forti e sanguigni, che vivono creando quel mondo particolare, tipicamente magiaro. Il forte senso rapsodico, così incipiente, lascia intravvedere la solita retorica lisztiana in una letteratura pianistica delle più irruenti, per concludersi in un finale su note forti e profonde, come il richiamo degli stalloni.




Due gemme per archi e pianoforte

Oggi, alle ore 20, giro di boa per la I edizione del Festival di Musica da Camera Sant’Apollonia. Un evento, questo, nato dalla sinergia del conservatorio di Musica “G.Martucci” di Salerno, con un progetto del Dipartimento di Musica d’Insieme, presieduto da Francesca Taviani, da un’idea di Anna Bellagamba e la Bottega San Lazzaro del professore Giuseppe Natella che ospita la rassegna nella cornice della Chiesa di Santa Apollonia. La serata sarà dedicata a due gemme della letteratura per “Archi e pianoforte”. Valeria Iacovino al pianoforte, Luca Gaeta al violino, Giuseppe Giugliano alla viola, Annabruna Corrado al cello  proporranno il Quartettsatz in La Minore di Gustav Mahler. Il Quartetto, ha un grande valore documentaristico, in quanto rappresenta una delle poche testimonianze che ci sono giunte del periodo in cui Mahler studiava al prestigioso Conservatorio della “Gesellschaft der Musikfreunde” di Vienna (dal 1875 al 1878). Al Conservatorio Mahler era iscritto ai corsi di pianoforte di Julius Epstein, di armonia e contrappunto di Robert Fuchs e di composizione di Franz Krenn. Dei tre pedagoghi fu forse Epstein ad avere maggiore influenza anche sullo studente di composizione, se non altro per avergli trasmesso l’interesse e la conoscenza di un certo tipo di repertorio pianistico e cameristico, in particolare di Schubert e Brahms. In quegli anni ebbero poi grande influenza, su tutti gli studenti di composizione, le esecuzioni della tarda produzione cameristica di Beethoven da parte del Quartetto Hellmesberger, il cui primo violino, Josef, era anche direttore del Conservatorio viennese. Tuttavia, nonostante un ambiente musicale indubbiamente stimolante, Mahler giudicò a posteriori insoddisfacente e incompleto il suo periodo di studi. Pur trattandosi di un lavoro giovanile frutto di un solo anno di studi di composizione, il Quartettsatz rivela una notevole padronanza di tecniche compositive. L’impianto di forma-sonata e l’interessante scrittura pianistica dimostrano la confidenza di Mahler col grande repertorio per pianoforte, da Beethoven a Schubert, Chopin, Schumann e Brahms. Ed è proprio l’influenza brahmsiana quella che si percepisce con chiarezza nel tema di apertura del movimento, lirico e ben equilibrato, mentre il secondo gruppo tematico viene presentato in una nuova area armonica segnata da un deciso cambiamento di tempo, tratto che diventerà distintivo nella successiva evoluzione dello stile compositivo mahleriano. La raffinata elaborazione tematica dello sviluppo rivela una notevole disinvoltura e inventiva ed uno stile già originale. Nella ripresa, riproponendo il cambiamento di tempo, Mahler introduce un’inaspettata escursione armonica nella tonalità di fa diesis minore, per poi giungere ad una melanconica conclusione, preceduta da una sorta di breve cadenza per violino. Il brano si presenta dunque particolarmente ricco di interessanti dettagli che infrangono le convenzioni classiche nel trattamento della forma e dell’armonia, tanto da anticipare il clima espressivo della prima produzione cameristica di Schönberg. Seguirà Il Quintetto «La trota» con la stessa formazione ma aggiungendo il contrabbasso di Leonardo Cafasso e il violino di Andrea Montella in sostituzione di Luca Gaeta, composto da Franz Schubert nel 1819. La nascita di questo capolavoro, unico quintetto dell’intera produzione schubertiana, fu piuttosto casuale e si deve all’incontro del suo autore con Sylvester Paumgartner, ricco mecenate di Steyr con la passione per la musica, che gli commissionò un quintetto per pianoforte e archi che utilizzasse la melodia di un famoso Lied schubertiano, Die Forelle (La trota), scritto due anni prima. Il compositore, su suggerimento dello stesso Paumgartner, violoncellista dilettante, non utilizzò il classico quartetto d’archi, ma introdusse il contrabbasso eliminando il secondo violino: ne nacque una delle pagine più popolari e amate dell’intero repertorio cameristico. In questa celeberrima composizione le idee melodiche sgorgano serene e fluenti, prive di complesse elaborazioni motiviche, in un clima generale di serena contemplazione. L’Allegro vivace si apre con un arpeggio ascendente del pianoforte: è un’immagine musicale aperta e solare che permea di sé l’intero movimento. Dopo poche battute, nelle quali sembra quasi che il materiale sonoro debba trovare ordine e organizzazione, sorge dalle corde del violino il primo tema, spensierato e quasi naif nella sua semplicità. L’Andante è costituito da tre temi: il primo, disteso e cullante, viene esposto quattro volte in alternanza fra pianoforte e violino; la terza volta Schubert lo propone nel tono della sottodominante, come aveva fatto nel primo movimento. Il secondo tema è condotto in terze da viola e violoncello con quel velo di malinconia che ricorda alcune delle sue migliori pagine pianistiche; il terzo tema è caratterizzato per contrasto da un insistente ritmo puntato che richiama l’inizio dello sviluppo dell’Allegro vivace. Lo Scherzo presenta un tema principale ritmicamente scattante, quasi “nervoso” nelle vibranti terzine ascendenti di violino e viola, che contrasta fortemente col tema del Trio centrale, danzante e quasi popolaresco nell’andamento melodico parallelo di violino e viola. Il cuore del Quintetto è sicuramente il quarto movimento, costituito dal tema del Lied Die Forelle seguito da cinque deliziose variazioni. A conclusione del movimento troviamo un Allegretto, nel quale il pianoforte fa udire l’accompagnamento originale del Lied Die Forelle, mentre la vox humana del violoncello intona per l’ultima volta la melodia del tema. Il Finale (Allegro giusto) è bipartito: la prima parte presenta due temi, il primo dallo spiccato carattere di danza paesana, il secondo più cantabile esposto in imitazione fra violoncello, violino e viola. La seconda parte è costituita dalla ripresa quasi letterale della prima, con un percorso armonico-tonale inverso: ovvero si parte dal primo tema alla dominante per giungere al secondo tema conclusivo nel tono d’impianto.

 

Olga Chieffi




Il quattro mani di Angelica Sisti e Giulia Flora

Di OLGA CHIEFFI

 

Giro di boa per il cartellone dell’Associazione “Antonio Vivaldi” di Sapri. Questa sera, alle ore 19, i riflettori dell’Auditorium delle Scuole Elementari “J.F.Kennedy” abituale cornice degli incontri musicali sapresi, si accenderanno su di un quattro mani al femminile, composto da Angelica Sisti e Giulia Flora. Il programma verrà inaugurato dalla petite suite di Claude Debussy, una pagina composta tra il 1886 e il 1889, debutto quasi ufficiale del compositore per questa formazione, se si esclude un inedito Andante. Di essa Debussy andava molto fiero, tanto che nella primavera del 1889 volle eseguirla con Dukas di fronte alla classe di Guiraud. Semplici nella forma e piacevoli per musicalità, i quattro pezzetti risentono delle influenze stilistiche sul giovane Debussy e anticipano la ricca produzione del suo peculiare impressionismo.: Debussy nel pianoforte rivoluziona il precedente indirizzo culturale: le pareti del confortevole salotto borghese vengono abbattute e lo sguardo si proietta lontano. Celeberrima come immagine della malinconia slava è la seconda danza dell’ op.72 di Antonìn Dvoràk. L’autore non impiega temi tratti dal folklore, ma ne inventa lui stesso uno immaginario perfettamente plausibile. Tecnicamente, è una Dumka, cioè un pensiero, una riflessione tradotta in musica con la forza della tradizione popolare boema, ispirata ad un canto popolare ucraino, che tuttavia risulta immediatamente “sincera” anche nel cuore di ascoltatori che sono nati lontani dalle tradizioni slave, perché ha in sé la natura istintiva, ottimistica, anche un po’ genuina, semplice, spontanea di Dvořák un compositore che non aveva nulla di cerebrale o intellettuale, in cui tutto scorre in modo limpido sul pentagramma. Dvořák scrive con un linguaggio assolutamente vicino a una nostra sensibilità innata, dunque amico delle nostre corde più intime e immediatamente fruibile sul piano del canto melodico, con ricchezza di temi freschi e generosi che incontrano un’orchestrazione assai descrittiva e densa di colori, di timbri e di suggestioni popolareggianti. Sullo stesso solco il Brahms delle Danze ungheresi da cui verrà proposta la più amata e conosciuta, la n°5. La scrittura a quattro mani di Brahms non differisce sostanzialmente da quella di Schubert, che sul duetto si era impegnato più di qualsiasi altro compositore. Un vero sviluppo, uno sviluppo di segno virtuosistico lo si nota proprio nelle Danze Ungheresi. La coloratura, che in Brahms troviamo raramente e che viene impiegata a velocità moderata e nella parte più acuta dell’oggetto sonoro, compare anche nella posizione intermedia, centrale, e a velocità elevata. Le Danze ungheresi sono amate per la creazione di ricalchi del lessico folclorico, ma anche perché nella ricerca di soluzioni inusitate, introduce nella musica a quattro mani, tradizionalmente destinata all’esecuzione familiare, il concetto di bravura e quindi la dimensione concertistica. Finale affidato al Concertino op.94 per due pianoforti composto da Dmitrij Sostakovic nel 1953, per il figlio Maxim che studiava per diventar pianista e che divenne invece direttore d’orchestra. Il pezzo, in un solo movimento articolato in più parti contrastanti, usa formule pianistiche tipiche ed è brillantissimo, gradevolissimo da ascoltare, ma non si può dire che la sua stesura abbia mosso alcunchè di inesplorato nell’animo di Sostakovic.