L’alleanza per il monopolio dello spaccio Pecoraro Renna e De Feo verso il processo

di Pina Ferro

Per poter avere il monopolio delle piazze di spaccio della Piana del Sele avevano stretto un’allenza e deposto le armi. Un patto di non belligeranza in nome del dio denaro. Protagonisti due clan da sempre contrapposti, da un lato i Pecoraro – Renna e dall’altro il clan De Feo. L’alleanza fu “distrutta” lo scorso 31 luglio a seguito di un blitz che vide l’esecuzione di diverse misure di custodia cautelare.  In manette finirono 17 persone: 14 in carcere e 3  ai domiciliari. Tutti gli indagati, il prossimo 17 gennaio, compariranno dinanzi al giudice per le udienze preliminari del tribunale di Salerno chiamato a decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio inoltrata dai magistrati titolari dell’inchiesta, Francesca Fittipaldi e Marco Colamonici (Direzione distrettuale antimafia). Agli indagati, a vario titolo, viene contestata l’associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti, la detenzione e cessione di hashish, cocaina e marijuana, la detenzione e porto illegale di armi e munizioni. Tutti reati aggravati dal metodo mafioso ed al fine di agevolare l’attività di un’associazione mafiosa.
I gemelli Enrico e Sergio Bisogni, referenti del clan camorristico Pecoraro- Renna, come riporta l’ordinanza del Gip, sarebbero stati i promotori dell’alleanza con Vito De Feo, capo dell’omonimo clan camorristico. Entrambi i sodalizi operano sullo stesso territorio ed in passato sono stati contrapposti. L’alleanza era finalizzata alla comune gestione del traffico di sostanze stupefacenti materialmente organizzata e diretta sul territorio da Adelchi Quaranta e Carmine  Quaranta. Enrico Principale è invece l’organizzatore dell’associazione e l’anello di congiunzione tra i due clan a cui venivano periodicamente e materialmente versati parte dei proventi ad essi destinati. Tutti gli altri sono considerati dei partecipi all’associazione posta in essere. Grande impulso all’attività investigativa è giunta anche dalle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Sabino De Maio e Antonio Marino alle quale sono state poi affiancate le intercettazioni telefoniche, telematiche ed ambientali eseguite. Dinanzi al giudice per le udienze preliminari del tribunale di Salerno, Giandomanico D’Agostino, il prossimo 17 gennaio, compariranno: Enrico Bisogni, Sergio Bisogni, Michele Bisogni, Gaetano Bisogni, Aldo Antonio Bisogni, Vito De Feo, Adelchi Quaranta, Carmine Quaranta, Fiorenzo Parotti, Enrico Principato, Carmine Miglino, Antonio Magazzeno, Aniello Magazzeno, Marco Magazzeno, Matteo Calonico, Carmine Mogavero, Marika Cancellu, Luca Cataldo, Alfredo Cianciulli, Johan Cuozzo, Sabato Lascio, Giuseppe Di Mauro, Gianluca Esposito, Marco Ferraiolo, Vincenzo Gorga, Carmine Longobardi, Francesco Marotta, Maria Giuseppe Munno, Saveria Francesca Orilia, Alessio Pennasilico, Maurizio junior Pepe, Carlo Vitale, Domenico Vitale, Giovanni Esposito, Lucia Trotta, Richard De Jesus Gonzalez De Yan, Luigi Bifulco, Luca Bifulco, Luigi Orilia, Gianpaolo D’Alessio, Riccardo Ronga, Matteo D’Alessio, Armando Faiella, Adriano Grimaldi, Michele Cavallo, Nello Diodato, Giuseppina Ingenito, Luca Cribari, Andrea Faruolo, Antonio Adriatico, Leo Vitolo, Eduardo Gallo, Salvatore Sannino, Daniele Mogavero, Nicoletta Genovese, Francesco Pellegrino, Ciro Sabatino, Giuseppe Sudano, Gioacchino Mazzariello, Giuseppe Vigorito, Pasquale Principato, Mario Piliero. Visto il numero degli indagati,  l’udienza preliminare sarà celebrata nell’aula bunker di Salerno. In quella sede saranno anche avanzate le richieste di eventuali riti alternativi.
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Scacco matto al call center dello spaccio di droga

di Pina Ferro

Un call center della droga organizzato su tre turni quotidiani dove i pusher godevano del giorno di riposo e delle festività. Un attività imprenditoriale che fruttava fino a 5000 euro al giorno, mentre, lo stipendio che veniva assicurato agli spacciatori arrivava fino ad 800 euro. Una rete di spaccio ben organizzata, quella, che è stat smantellata dai carabinieri del comando provinciale dei carabinieri al termine di una laboriosa attività investigativa coordinata dal magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia Vincenzo Senatore e dal procuratore aggiunto Rocco Alano. Sono state 21 le persone destinatarie di provvedimenti restrittivi. Le ordinanze, firmate dal giudice per le indagini preliminari Vincenzo Pellegrino, sono state eseguite a carico di soggetti residenti nei comuni di Montecorvino Pugliano, Calvanico, Bellizzi, Salerno e Marano di Napoli. Per 12 degli indagati è scattato il carcere, altri 7 sono finiti agli arresti domiciliari, 2 invece i divieti di dimora nella provincia di Salerno. Nel corso delle perquisizioni, ad uno degli indagati, sono stati sequestrati circa 6.000 euro in contanti avvolti nel cellophane. In carcere sono finiti: i fratelli Guido e Marco Sabatino, Francesco Raglia (già detenuto per altro), Maurizio Landi (già detenuto per altro), Matteo Coscia (già detenuto per altro), Gerardo Landi (già detenuto per altro), Luca Luordo, Giovanni De Feo, Youssef El Gassab e Alessandro Cannavò di Salvatore. Ai domiciliari sono finiti: Giuseppe Farace, Moreno Russo, Angelo Maria Ricciardelli, Giovanni Canale, Francesco D’Ordo, Alfonso Adinolfi, Mario Viviani. Obbligo di dimori fuori dalla provincia di Salerno per i gemelli Ciro Maria Novella, Francesco Pio Novella. Sono oltre 40 gli indagati. Tutti sono gravemente indiziati, a vario titolo, di “associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti e detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti”. I provvedimenti scaturiscono da una complessa indagine svolta dal nucleo investigativo del Comando Provinciale e dalla Compagnia di Battipaglia, avviata nel 2017 attraverso metodi tradizionali, supportati da attività tecniche, con mirati servizi di osservazione, controllo e pedinamento. L’indagine ha permesso di ricostruire l’esistenza di una associazione che coinvolgeva diverse persone dedite allo spaccio di cocaina, crack, eroina e hashish, operativa nella città di Salerno (zona orientale) e nei comuni della Piana del Sele, con frequenti rifornimenti che avvenivano mediante corrieri provenienti direttamente dall’hinterland napoletano. L’attività investigativa ha consentito di accertare la divisione degli indagati in diversi gruppi criminali, con a disposizione una fitta ed organizzata rete di pusher. Un gruppo operante a Salerno e a Pontecagnano e gli altri a Bellizzi e Montecorvino Pugliano. Le associazioni erano anche in stretta collabarozione tra di loro nella gestione delle pseudo piazze di spaccio. Infatti, non esisteva la classica piazza di spaccio ma tutto avveniva telefonicamente e dopo aver preso gloi appuntamenri la consegna avveniva o presso il domicilio dei pusher oppure in luoghi convenuti. Gli indagati utilizzavano un’utenza telefonica dedicata in via esclusiva allo spaccio, trasferita da uno spacciatore all’altro al termine di ogni turno, sulla quale ricevevano le chiamate degli acquirenti della sostanza. Erano tre i turni giornalieri di lavoro prestabiliti per i pusher (7/13- 13/19.30 – 19.30/ 4) per l’attività di spaccio in luoghi abituali noti ai clienti. Gli utilizzatori erano non solo tossicodipendenti del capoluogo, ma anche persone che provenivano dall’intera provincia nonché dall’Irpinia e dalla Basilicata, i quali non esitavano ad affrontare un lungo viaggio per approvvigionarsi di consistenti quantitativi di droga. In soli due mesi di attività investigativa i militari hanno intercettato ben 24mila telefonate. Il ricavo giornaliero stimato, dalla vendita dello stupefracente è di circa 5000 euro al giorno. Nel corso dell’attività investigativa sono stati arrestati, in flagranza, 15 indagati, sono stati sequestrati complessivamente circa 2 Kg di stupefacente e 50.000 euro in contanti. I fornitori erano soprattutto di Marano.

L’operazione partita ha fatto luce su tre gruppi di spacciatori

L’indagine che ha preso il via nel 2017 è partita da Montercorvino Pugliano. L’attività investigativa portò a fare luce su una prima associazione di spaccio facente capo ai fratelli Ciro Maria e Francesco Pia Novella e operante tra Montecorvino Pugliano e Pontecagnano. Con il prosieguo delle indagini venne fuori che l’attività di cessione degi stupefacenti era molto ramificata. L’altro associazione era capeggiata da Luca Luordo era operativa a Bellizzi successivamente venne portato alla luce il terzo gruppo capeggiato da Guido e Marco Sabatino. Il tutto era organizzato come una vera e propria attività imprenditoriale dove ognuno aveva un ruolo ben preciso. I tre gruppi collaboravano tra loro, considerata anche i guadagni che derivavano dall’attività di spaccio. La droga arrivava o direttamente da Napoli, attraverso dei corrieri oppure si recavano personalmente ad acquistarla. Tra le persone destinatarie dell’ordinanza alcuni sono già noti alle forze dell’ordine.

Tra i destinatari della misura due appartenenti a De Feo e Viviani

Tra i destinatari dell’ordinanza cautelare anche Mario Viviani e Giovanni De Feo, appartenenti a due famiglie ben note alle forze dell’ordine salernitane. La presenza di un elemento dei De Feo potrebbe indurre a pensare che in qualche modo l’attività posta in essere aveva ottenuto il placet dei vecchi sodalizi criminali operanti tra i Picentini e la Piana del Sele. Lo scorso 30 luglio, la Procura aveva debellato un’altra alleanza, nata per la gestione dello spaccio di droga nella stessa area in cui operavano le tre associazioni azzerate ieri mattina. A stringere l’alleanza era stato il clan De Feo e il clan Pecoraro – Renna. I gemelli Enrico e Sergio Bisogni, referenti del clan camorristico Pecoraro- Renna, come si leggeva nell’ordinanza del 30 luglio, sarebbero stati i promotori dell’alleanza con Vito De Feo, capo dell’omonimo clan camorristico. Entrambi i sodalizi operano sullo stesso territorio ed in passato sono stati contrapposti. L’alleanza era finalizzata alla comune gestione del traffico di sostanze stupefacenti materialmente organizzata e diretta sul territorio da Adelchi Quaranta e Carmine Quaranta. Enrico Principale è invece l’organizzatore dell’associazione e l’anello di congiunzione tra i due clan a cui venivano periodicamente e materialmente versati parte dei proventi ad essi destinati.




«Battipaglia non può essere la pattumiera della Piana del Sele»

di Erika Noschese

Il “caso” Battipaglia approda a Palazzo Sant’Agostino. Nella giornata di ieri, infatti, in occasione del consiglio provinciale è stata portata all’attenzione dei consiglieri di maggioranza e di minoranza la delibera inerente ai fattori di pressione del comune guidato dalla sindaca Cecilia Francese. Il presidente Michele Strianese, nel corso del suo intervento, ha infatti sottolineato come la Provincia stia lavorando – anche in virtù di un accordo sotto – scritto con l’Asi e con la sindaca Francese – per salvaguardare non solo il territorio di Battipaglia ma tutti quelli della provincia di Salerno che trattano aziende delicate. Infatti, è in programma questa mattina presso la sede della Regione Campania la conferenza di servizi istruttori che darà, di fatti, inizio alla fase istruttoria mentre spetterà all’ente Provincia seguire i provvedimenti amministrativi. «A nome mio, dei consiglieri di maggioranza e di minoranza esprimo solidarietà alla sindaca di Battipaglia e a tutti quei sindaci della Piana del Sele», ha dichiarato il presidente Michele Strianese. A fare il punto della situazione il consigliere provinciale Antonio Sagarese secondo cui il problema Battipaglia trascina dietro di sé una serie di scelte fatte in passato. «Battipaglia quest’anno è stata colpita da una serie di incendi – ha detto il consigliere – Bisogna ora capire se dietro c’è o meno un disegno criminale» proprio in virtù della sua posizione strategica nella Piana del Sele. «Bisogna fare qualcosa di concreto e dare delle risposte ai cittadini», ha poi aggiunto Sagarese che parla di un «territorio già saturno» ragion per cui chiede l’intervento della Provincia e della Regione Campania affinché si strutturino delibere mirate alla tutela del territorio. Intanto, proprio nella mattinata di ieri il comitato “Battipaglia dice no” ha chiesto, per la prima volta dopo due anni di amministrazione Francese, le dimissioni della sindaca per poi inviare al presidente di Palazzo Sant’Agostino e ai consiglieri una serie di indicazioni che andrebbero seguite. Parla di unità, ma solo nel documento finale per tentare di dare delle risposte ai cittadini, il consigliere provinciale di Forza Italia Roberto Celano: «la Piana del Sele è la pattumiera d’Italia a causa di un presidente della Regione che di rifiuti non ne capisce nulla», ha detto il forzista secondo cui De Luca avrebbe cambiato il piano regionale dei rifiuti nonostante ci sia come unico impianto funzionante solo quello di Acerra. Attacchi anche da parte del consigliere Dante Santoro secondo cui «la provincia di Salerno non può essere un immondezzaio. Si parlava di rivoluzione ma dopo 10 anni si parla di nuovo di emergenza rifiuti». Santoro infatti si dice pronto alle barricate per tutelare i cittadini. Difende, invece, il lavoro dell’ente ambito il consigliere socialista Giovanni Guzzo che propone di censire le aziende che smaltiscono i rifiuti. Secondo la maggioranza, inoltre, spetterebbe al Comune trovare un accordo con l’Asi relativo alla zona Pip. Per Giuseppe Ruberto, capogruppo di Forza Italia a Palazzo Sant’Agostino, «la città in questo momento è messo a dura prova e non si parla più solo di problematica ambientale ma sociale». Per Strianese però il Comune – dal punto di vista urbanistico – può fare qualcosa, senza attendere la delibera dell’ente provinciale che impediva nuovi ingressi nello Stir di Battipaglia. Intanto, in merito ai roghi tossici che si sono sviluppati nelle scorse settimane l’avvocato Paola Contursi, nella giornata di lunedì, scortata all’Ufficio del Comandante del nucleo investigativo interprovinciale ha depositato denuncia per “disastro ambientale” per conto dell’onorevole Paolo Bernini, ex portavoce parlamentare del M5S, salernitano d’adozione. Obiettivo della denuncia a carico di Comune, Provincia e Regione è quello di arginare -con l’ausilio della Magistratura- il susseguirsi di roghi tossici nella città di Battipaglia. I roghi, sembrano versosimilmente tutti di natura dolosa ed è ancora sconosciuta la matrice di tali azioni. Si pretendono quindi chiarezza su tutta la vicenda, oltre che punizioni severe per tutti coloro che, anche con condotte omissive, si sarebbero dimostrati incapaci di tutelare la salute dei cittadini e l’ambiente. I roghi all’attenzione della Magistratura sono quelli che hanno interessato negli anni Sele Ambiente – Nappi – New Rigeneral Plast ed Mgm. La denuncia riguarda anche gli affidamenti diretti fatti dal Comune nei confronti di queste società. «È inaccettabile che la gente continui ad ammalarsi per via delle esalazioni tossiche perché nessuno ha il coraggio di opporsi a tutto ció. Basta con gli slogan sui social e le sceneggiate, è il momento dei fatti concreti e dei risultati concreti», ha dichiarato infatti Paolo Bernini.




A Salerno le nuove leve tentano la scalata al vecchio clan D’Agostino

di Pina Ferro

I numerosi arresti operati negli anni hanno portato ad una riduzione della capacità operativa di diversi clan. Questo ha creato un “vuoto di potere”che avrebbe favorito l’ascesa di giovani spregiudicati, alla guida di gruppi protesi essenzialmente a ritagliarsi spazi sul territorio mediante azioni violente. E’ quanto si legge nella relazione della Direzione Investigativa Antimafia al Parlamento, relativa al secondo semestre del 2018. Accanto all’ascesa di nuove leve, va evidenziata la capacità di rigenerazione interna delle organizzazioni storicamente più radicate, che hanno sviluppato, accanto agli affari illeciti “tradizionali”, tecniche sempre più efficaci di infiltrazione del tessuto socioeconomico, politico e imprenditoriale, che hanno portato al controllo di settori nevralgici dell’economia provinciale. Tra questi, la costruzione di opere pubbliche, la fornitura e la gestione dei servizi, ottenuti anche attraverso il condizionamento di Enti territoriali locali. Non mancano rapine, anche in danno di furgoni portavalori, truffe ai danni dello Stato, delle assicurazioni e di singoli cittadini. Si tratta di condotte di minore spessore criminale, comunque in grado di assicurare un profitto adeguato. Continuano a essere largamente praticate anche l’usura e l’esercizio abusivo del credito, che costituiscono un vero e proprio mercato finanziario parallelo. Sul territorio della città di Salerno ad imporsi è ancora lo storico clan D’Agostino, che ha retto al tentativo di “scalata”, alcuni anni or sono, da parte di gruppi composti anche da giovani leve, che volevano approfittare dello stato di detenzione in regime ex articolo 41 bis del capo clan. Si tratta dei gruppi Faggioli-Ubbidiente che, tra il 2004 ed il 2006, avevano provato a contrastare l’egemonia del clan D’Agostino, i cui capi sono oggi collaboratori di giustizia; del sodalizio Stellato -Iavarone, la cui formazione risale al periodo 2007-2008, che, con azioni particolarmente violente, aveva cercato di assumere il controllo, nel capoluogo e nell’hinterland salernitano, degli affari illeciti derivati dalle estorsioni e del traffico di stupefacenti. Parallelamente (2007-2009), nel dinamico contesto criminale cittadino e quale diretta promanazione del clan Panella – D’Agostino, tentava di imporsi il gruppo D’AndreaVillacaro, i cui capi clan sono detenuti, contrapponendosi alle mire del citato gruppo Stellato Iavarone. La recente scarcerazione di soggetti dall’indiscusso profilo criminale, unitamente alla presenza di nuove leve delinquenziali prive di scrupoli, avrebbe riacceso i contrasti per affermare la leadership criminale in alcune zone cittadine, dove gestire il traffico di stupefacenti, l’usura, le rapine e le estorsioni. In tale contesto si inserisce il tentativo di omicidio di tre fratelli, verificatosi la notte del 12 luglio 2018 a Salerno, a seguito di una violenta lite per fatti connessi alla cessione di stupefacenti. Le indagini avrebbero accertato che tra gli autori del citato episodio figurerebbe il figlio del promotore del clan Stellato.

Il clan Cava di Quindici ha messo radici nell’Alta Valle dell’Irno

Il comune di Vietri sul Mare era considerato, fino a qualche tempo fa, immune da fenomeni di infiltrazioni criminali, sebbene già nel 2008 si fosse registrata un’improvvisa escalation di atti criminali. Va letto tuttavia con attenzione l’episodio avvenuto il 18 agosto 2018, quando è stata danneggiata una barberia, condotta da un pregiudicato: la dinamica dell’evento non può far escludere che si sia trattato di un tentativo di intimidazione posto in essere da esponenti di organizzazioni criminali. Nel comune di Cava de’ Tirreni, gli investigatori confermano l’influenza dello storico clan Bisogno, dedito prevalentemente alle estorsioni, all’usura e al traffico di stupefacenti. Proprio in tale ultima attività delittuosa risulta particolarmente attivo anche il citato gruppo Zullo capeggiata da Dante Zullo (nella foto), articolazione del clan Bisogno, oggetto di un’indagine (operazione “Hyppocampus”) che, il 13 settembre 2018, ha permesso alla Dia di Salerno, con l’ausilio della Polizia di Stato e dell’Arma dei carabinieri, di eseguire un provvedimento cautelare nei confronti del capo del gruppo e di altri 13 soggetti, responsabili di associazione di tipo camorristico, usura ed estorsione. Nel medesimo contesto investigativo, il 27 settembre e l’8 ottobre, ancora la Dia di Salerno ha eseguito due decreti di sequestro preventivo, emessi dal Gip presso il Tribunale di Salerno, sottoponendo a sequestro tre società, con sede legale ed operativa a Cava de’ Tirreni, riconducibili ad uno degli indagati. I comuni di Castel San Giorgio, Siano e Bracigliano sono stati interessati, in passato (almeno fino al 2010), dalla presenza di un’articolazione del clan Cava di Quindici (Avellino), scompaginata da diverse operazioni di polizia. Nuove leve autoctone avevano tentato di colmare il conseguente “vuoto di potere”, ma le loro velleità operative sono state prontamente stroncate dall’azione di contrasto delle Forze di polizia. Sia a Castel San Giorgio che a Baronissi si sono verificati alcuni attentati incendiari, in danno di una società incaricata a Castel San Giorgio dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani. I comuni della costiera amalfitana, pur se non interessati dalla presenza di sodalizi endogeni, risultano comunque esposti ai tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata. In tal senso, il settore turistico-alberghiero può rappresentare un obiettivo di interesse per le organizzazioni provenienti dalle province di Napoli e Caserta. La fascia costiera non sfugge, peraltro, allo spaccio di stupefacenti.

Nell’Agro nocerino nuovi gruppi con ex affiliati del disciolto clan di Cutolo

L’agro Nocerino-Sarnese rappresenta la zona della provincia di Salerno in cui la criminalità organizzata ha inciso in maniera significativa, permeando anche le attività economiche e commerciali. Sono originari di quest’area importanti clan campani (Loreto, Galasso, Nocera, De Vivo, Visciano), alcuni dei quali ormai scompaginati, a seguito del decesso dei capi storici e della decisione di numerosi affiliati di collaborare con la giustizia. I nuovi assetti vedono operativi gruppi minori che subiscono l’influenza di consorterie meglio articolate o di sodalizi operanti nelle limitrofe province di Napoli e Avellino (a titolo meramente esemplificativo si citano i clan Fontanella di Sant’Antonio Abate, Cesarano di Pompei, Aquino-Annunziata di Boscoreale, Grazianodi Quindici. A Nocera Inferiore si conferma l’operatività del clan Mariniello, anche se recentemente si assiste alla costituzione di nuovi gruppi che vedono tra i capi ed i promotori anche alcuni fiduciari del capo del disciolto clan Cutolo che sembrano preferire una strategia più defilata, dedicandosi alla gestione di attività commerciali (bar e sale da gioco, in particolare) in cui reinvestire i profitti illeciti, lasciando la gestione dei reati sul territorio alle nuove leve emergenti, che non di rado arrivano a regolare le contese con eclatanti gesti intimidatori. Ad Angri, le attività di contrasto hanno ridotto in modo significativo l’operatività dello storico clan Nocera – Tempesta e dato spazio al tentativo di giovani di imporsi nel controllo delle attività illecite, con il sostegno delle consorterie operanti nei limitrofi comuni dell’entroterra vesuviano. Con il ritorno in libertà di esponenti apicali di quella storica organizzazione sembra peraltro essersi stabilita un’intesa con gli elementi più attivi di gruppi emergenti. A Pagani è operativo il clan Fezza -Petrosino D’Auria che, pur pesantemente minato nella sua operatività da diverse operazioni di polizia giudiziaria, avrebbe nel tempo avviato diverse attività economiche, non rinunciando al traffico di droga. Nell’area paganese si è, infine, registrata, da qualche anno, una ripresa delle attività delittuose ad opera di affiliati in libertà del clan Contaldo. A Sarno è operativo il clan Serino, i cui affiliati sono dediti alle estorsioni, all’usura, al traffico di stupefacenti i cui proventi vengono reinvestiti in attività commerciali, tra cui le sale scommesse. Nello stesso comune di Sarno si conferma la presenza di affiliati al clan Graziano, legati operativamente ad una frangia dei Casalesi, attiva nel territorio di Rimini. I componenti del gruppo Graziano sono dediti, principalmente, alle estorsioni e all’infiltrazione negli appalti pubblici mediante ditte collegate (senza contrasti con i Serino) ed esplicano la loro influenza anche sui limitrofi comuni di Siano e Bracigliano. A San Marzano sul Sarno e San Valentino Torio, la disarticolazione del gruppo Adinolfi ha lasciato spazio ad altre consorterie provenienti dalle vicine province di Napoli e Avellino, ovvero a nuove leve che, pur non contigue a contesti di camorra, operano comunque in modo organizzato. A Sant’Egidio del Monte Albino e Corbara, dove un tempo era egemone il gruppo Sorrentino, si conferma una situazione criminale dagli equilibri mutevoli. In assenza di una locale consorteria camorristica di riferimento, si sono affermati soggetti, già legati al citato sodalizio, cui si affiancano elementi riconducibili alle organizzazioni camorristiche di Pagani e di Nocera Inferiore, tutti dediti al traffico e allo spaccio di stupefacenti. Il comune di Scafati, per la sua posizione di confine tra la province di Salerno e Napoli, rappresenta un importante crocevia per la stipula di alleanze strategiche tra gruppi operanti a livello interprovinciale, in particolare nel traffico di stupefacenti. L’area, inoltre, negli ultimi anni, è stata teatro di omicidi di chiara matrice camorristica, alcuni dei quali riconducibili al locale clan Matrone, storicamente alleato al clan stabiese dei Cesarano.

Maiale e Procida pronti a riprendere il controllo?

Il comune di Eboli, si trova in un’area interessata dalla presenza di importanti insediamenti produttivi dell’indotto caseario, possibile oggetto di attenzione da parte della criminalità. Gli assetti criminali dell’area appaiono ancora in evoluzione, data l’assenza di una figura di riferimento. Risultano operativi esponenti di spicco del clan Maiale (in passato egemone), e della famiglia Procida, ritenuti, in prospettiva, in grado di riprendere il controllo del territorio mediante investimenti, acquisizione di attività commerciali, estorsioni, rapine, traffico di stupefacenti e usura. Il territorio resta comunque interessato dall’operatività di piccoli gruppi, spesso composti da soggetti già noti nell’ambito micro-delinquenziale locale, dediti prevalentemente allo spaccio di stupefacenti, a reati di tipo predatorio (rapine e furti) e a estorsioni di basso profilo, condotte con la tecnica del “cavallo di ritorno” .Non si può escludere l’interesse di clan operanti nei comuni limitrofi – primo tra tutti il sodalizio Pecoraro- Renna.

 




Piana del Sele, l’appello: “Serve una metro leggera”

“Questo e’ il primo passo per annodare la Piana del Sele in uno snodo di interessi di area vasta. Credo che la regione sosterra’ economicamente l’intero intervento di area vasta. Sono sempre convinto che la cooperazione fra i territori e’ il futuro per continuare a garantire i servizi ai cittadini”. Cosi’ il sindaco di Bellizzi Mimmo Volpe a margine dell’incontro avuto oggi con i colleghi di Battipaglia e Eboli e con il presidente della commissione regionale Trasporti e Infrastrutture Luca Cascone. Oggetto del tavolo “La Piana del Sele quale baricentro della mobilita’ a sud di Salerno” e lo sviluppo del sistema dei trasporti in conseguenza del prolungamento della metropolitana di Salerno fino alla Piana del Sele. Un intervento, questo, necessario anche in vista dello sviluppo del sistema aeroportuale regionale, grazie al prolungamento del collegamento ferroviario Arechi-Aeroporto, e di quello turistico. “Per il completamento del servizio locale della metropolitana leggera di Salerno – spiega una nota dei sindaci -, manca l’ultimo tronco, la tratta compresa tra Pontecagnano aeroporto e i comuni della Piana, Bellizzi, Battipaglia e Eboli; il proseguimento e completamento della linea leggera di metropolitana fino a questi comuni costituisce un’opera di particolare importanza, un anello fondamentale nel sistema integrato dei trasporti locale-regionale, unitamente all’ampliamento in corso dell’aeroporto di Pontecagnano-Salerno. Vista la necessita’ degli abitanti della Piana del Sele e del Sud della Provincia, la necessita’ di tanti giovani studenti e lavoratori di avere maggiori possibilita’ per raggiungere il capoluogo di Provincia e l’infrastruttura aeroportuale, andremo ad una riorganizzazione del sistema della mobilita’ su ferro mediante la destinazione della linea della metropolitana di Salerno fino a sud, passando dall’aeroporto di Pontecagnano fino alla Piana del Sele con fermate a Bellizzi, Battipaglia e Eboli”. “Questa opera – spiegano i primi cittadini di Battipaglia, Bellizzi ed Eboli – diminuira’ notevolmente il traffico cittadino e extraurbano, con notevoli ricadute ottimali sull’ambiente e sui tempi di percorrenza, potenziando il bacino di utenza verso l’aeroporto. Da qui la richiesta di estendere il provvedimento fino ai nostri Comuni”. L’appello e’ rivolto alla Regione Campania e al governatore De Luca per ampliare il servizio che non puo’ non coinvolgere una realta’ cosi’ importante della provincia di Salerno come la Piana del Sele, pianificando la prossima programmazione comunitaria con le fermate a sud, coinvolgendo Bellizzi, Battipaglia ed Eboli. Questo patto tra sindaci sara’ tramutato in atto deliberativo congiunto dei tre comuni richiedendo ufficialmente il servizio di Metropolitana leggera. “Dall’incontro di questa mattina, e’ emerso certamente che c’e’ la volonta’ da parte dei sindaci e della Regione Campania, con il presidente della commissione regionale di potenziare la mobilita’ della Piana del Sele. Eboli – dichiara il sindaco Massimo Cariello – e’ stata indicata come il punto di arrivo della metropolitana. La nostra citta’ rappresenta la porta d’ingresso per la Lucania, anche in considerazione del fatto che i lavori sono gia’ partiti e che saranno ultimati nel giro di due anni, da parte delle ferrovie dello stato. Sara’ potenziato tutto il tratto ferroviario da Eboli fino in Basilicata. Inoltre ci saranno ben tre binari. Infine altro risultato molto importante e’ che la stazione cambiera’ volto, avremo maggiori servizi e la riqualificazione delle aree esterne”. Per Cecilia Francese, primo cittadino di Battipaglia, nell’incontro di oggi “si e’ discusso di metropolitana, di freccia rossa e di quanto sia possibile fare in termini di area vasta, crescita del territorio e mobilita’. Ringrazio il presidente Cascone che ci ha rassicurato rispetto al da farsi. Questo patto stretto stamattina tra noi sindaci sara’ presto tramutato in atto deliberativo congiunto per richiedere ufficialmente il servizio di metropolitana Leggera. La riqualificazione del territorio in termini di mobilita’ e’ un servizio reso agli studenti, ai lavoratori e all’intera comunita’. Pensiamo ad andare avanti con atti concreti per il futuro dei nostri territori”.




Il sistema di schiavitù nella Piana del Sele – I DETTAGLI

Un sistema per raggirare il decreto flussi e favorire così l’immigrazione clandestina nei campi agricoli della provincia di Salerno. Un sistema collaudato che partiva dal Marocco e raggiungeva le aziende agricole della piana del Sele, con l’intermediazione di un commercialista ebolitano, finito agli arresti domiciliari. Si tratta di Pasquale Infante, consigliere comunale (Pd) di Eboli, finito in manette insieme ad altre 26 persone. Otto, invece, gli obblighi di dimora e di presentazione notificati ieri mattina dai carabinieri della comando provinciale nell’ambito della maxi inchiesta coordinata dalla direzione distrettuale antimafia di Salerno. Un’inchiesta – partita nel 2015 – che, in totale, coinvolge 40 persone e che è stata finalizzata ad indagare sul fenomeno del caporalato localizzato nella provincia nostra provincia. Al vaglio degli inquirenti sono passate 400 posizioni di lavoratori non comunitari, immigrati dal 2015 al 2018. Le attività investigative, così come l’operazione di ieri, hanno riguardato Salerno e numerosi comuni della provincia (Battipaglia, Eboli, Montecorvino Pugliano, Olevano sul Tusciano, San Marzano sul Sarno, Pontecagnano Faiano, Nocera Inferiore, Pagani, Altavilla Silentina, Angri), nonché il comune materano di Policoro e quello pistoiese di Monsummano Terme. I 35 destinatari delle misure restrittive, sono accusati, a vario titolo, del reato di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento e allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina; all’intermediazione illecita e allo sfruttamento di lavoratori con o senza permesso di soggiorno; alla riduzione in schiavitù e alla tratta di persone.

LE MISURE CAUTELARI

Ai domiciliari sono finiti: Gerardo Verderame, Massimo Monaco, Raffaele Galiano, Valeriano Di Stefano, Antonio Barretta, El Arhoiu Ryahi, Azzouz Faiba, Matilde Zingari, Raffaele Rosato, Pasquale Infante, Aniello Giacomaniello, Mario Maurizio Galante, Antonio De Vivo, Attilio De Divitiis, Emanuele Cataldo, Luca Boffa, Vito Boffa, Raffaele Barretta, Antonio Alfano, Mankocuh Mohammed, Azzouz Nouredine, Amzeghal Hassan, Amzeghal El Habib, Amzeghal Ali, Ait Berka. Obbligo di dimora, invece, per Abdelham Benslimare, Marinela Dondea Daniela, Yassin Mekrovy, Roberto D’Amato, Ernesto De Divitiis, Raffaele Ferrara, Maria Infante, Raffaele Iuliano, Enrico Marrazzo. L’ORGANIZZAZIONE CRIMINALE. L’organizzazione, oltre che nel salernitano, aveva ramificazioni a Policoro e Monsummano Terme e all’esterno, con basi in Marocco, Francia e Belgio. Dai 5 mila ai 12 mila euro il compenso per il rilascio del “servizio” per raggiungere l’Italia ed ottenere il permesso di soggiorno per lavoro stagionale. Il pagamento avveniva in Marocco ma, una volta giunto in Italia l’aspirante lavoratore, la pratica non giungeva al suo perfezionamento. Le indagini hanno dimostrato, infatti, la falsità in origine delle domande per la concessione dei permessi. L’organizzazione, dopo aver procacciato in Marocco persone disposte a pagare per ottenere un permesso di soggiorno, con l’intermediazione di ulteriori persone in Francia e Belgio, sarebbe stata in grado di generare, per il tramite di imprenditori agricoli sodali, le domande periodicamente inviate al Ministero dell’Interno, la cui gestione sarebbe stata poi affidata ad un commercialista ebolitano. Una volta che il migrante giungeva in Italia con regolare visto, emesso in forza di richiesta nominata di assunzione di uno degli imprenditori collusi, la procedura non veniva completata con la sottoscrizione del contratto di lavoro: un escamotage studiato per aggirare il “decreto flussi” e per permettere ai migranti di ricevere un permesso per ‘attesa occupazione’, di 12 mesi, periodo superiore ai 6 mesi previsti dal permesso di soggiorno stagionale per motivi di lavoro che sarebbe stato rilasciato in caso di assunzione. I migranti venivano poi avviati al lavoro irregolare nei campi per essere sfruttati, anche con la promessa di una successiva regolarizzazione del permesso di soggiorno, e costretti ad alloggiare in baracche di fortuna. I vari imprenditori agricoli locali in taluni casi si sarebbero garantiti manodopera sottopagata per il lavoro nei campo, in altri si sarebbero limitati a ricevere un compenso da 500 a 1000 euro per ogni contratto di lavoro fittizio richiesto. Un giro di affari che avrebbe fruttato all’organizzazione circa 6 milioni di euro. A capo dell’organizzazione Hassan detto Appost, preposto a garantire “il servizio” agli immigrati. Era lui a distribuire gli “stipendi” ai lavoratori e a trattenere per sé il grosso delle somme. Emblematiche, a tal proposito, le sue parole – intercettate dagli inquirenti – rivolte a un sodale: «Ti parlo sincero, io alla fine non m’interessa niente. Se volessi fare i soldi, li faccio qui… io in una giornata guadagno 300 euro» – dice, lasciando intendere che – anche disinteressandosi dei permessi di soggiorno – i suoi profitti sarebb




La soluzione già esiste: il porto isola

Vincenzo Senatore

Partiamo dai dati, perché danno la dimensione esatta del problema di cui trattiamo. Nel mese di febbraio del 2007 le Autorità Portuali di Salerno e Napoli, all’epoca separate, commissionano alla società regionale Logica (azienda per la promozione logistica e il trasporto merci) uno studio sullo sviluppo dei traffici commerciali nel porto di Salerno. Viene fuori che entro il 2030 si raggiungeranno i 2,8 milioni di Teu di container movimentati, il triplo del 2009. Poiché ad oggi, con il 2019 che si avvicina, siamo pienamente in linea con quelle previsioni significa che lo scalo commerciale salernitano è ormai già in fase di saturazione. Di conseguenza bisogna pensare ad un’alternativa. Alcuni ingegneri dell’università Federico II di Napoli, che abbiamo interpellato, ci hanno trasmesso il progetto del porto isola. Una soluzione individuata a suo tempo per spostare parte del traffico commerciale al di fuori del circuito cittadino, con benefici sia per l’area portuale che per la gestione del traffico. Tra l’altro, e se ne fa menzione anche in un interessante report progettuale dell’ingegnere napoletano Marco Scerbo, già il Piano urbanistico comunale di Salerno prevede il dirottamente fuori città del porto commerciale e la riconversione dell’attuale scalo ad esclusivo approdo turistico (di qui i progetti di riqualificazione dell’intero waterfront, che dovrebbe culminare in Piazza della Libertà). Il progetto del porto isola prevede la costruzione di una piattaforma rettangolare delle dimensioni di 2 chilometri di lunghezza e 1 chilometro di larghezza. La maxi banchina verrebbe allestita a due chilometri di distanza dalla costa e collegata alla terraferma attraverso un viadotto a percorrenza stradale e ferroviaria. Il tutto, secondo i tecnici, a basso impatto ambientale. L’idea fu inserita anche nella discussione del Ptcp, il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale. Ma poi se ne persero le tracce. Il porto isola è attrezzato per gestire 2,5 milioni di Teu ogni anno, compresi i cosiddetti Ro-Ro (container destinati a trasporto rotabile), quindi sarebbe un toccasana per l’intero sistema commerciale marittimo di Salerno e provincia. I progettisti, per essere sicuri che funzioni, lo hanno tarato su modelli che già da anni forniscono risultati eccellenti: su tutti i porti piattaforma di Città del Capo in Sudafrica e Valencia in Spagna. Ma altri casi di studio sono quelli di Gijon, Nord della Spagna, Nizza in Francia, Koper Capodistria in Slovenia e Queensland in Australia. Forse vale la pena di discuterne.




La delocalizzazione del porto una battaglia di Cirielli

Erika Noschese

Sembra essere la Piana del Sele l’area destinata ad accogliere il porto commerciale di Salerno, dopo una battaglia intrapresa – e durata circa 3 anni – da Edmondo Cirielli, deputato di Fratelli d’Italia e questore alla Camera dei Deputati, anni fa. Ora, la delocalizzazione del porto commerciale di Salerno sembra essere tornata a galla ma il parlamentare Cirielli rivendica con forza la sua iniziativa che ha visto l’approvazione del consiglio regionale e della Regione Campania. Ciò che manca sono i finanziamenti per procedere. A ricordare l’iniziativa lo stessi Questore della Camera dei Deputati.

Onorevole, la delocalizzazione del porto di Salerno una sua battaglia personale.

«E’ stata una battaglia durata 2-3 anni con un dibattito che ha riguardato confronti con il Comune di Salerno e quelli della Piana del Sele. C’è stato un ampio dibattito ma alla fine il consiglio provinciale, poi approvato dalla Regione, ha già approvato la dislocazione del porto di Salerno nella Piana del Sele con un porto isola. Sostanzialmente, verrebbe un porto che un braccio di 1,8 chilometri in collegamento con la terraferma, perché in prospettiva, il porto commerciale di Salerno sarà superato perché le navi di trasporto commerciale che arriveranno tenderanno ad essere sempre più grandi, al di là del fatto che crea un grande problema alla città di Salerno, è un porto superato. Quindi, ci vuole un porto con fondali assai più profondi e distante dalle città, che non crei problemi con altri tipi di traffici. Tra l’altro, siccome è a quasi due chilometri dalla città, non crea neanche problemi di inquinamento alla Piana del Sele perché oggi tutte le navi che arrivano nel porto di Salerno, passano già sul litorale anche a meno di due chilometri. Non ci sarebbe nessun tipo di problema ma anzi, diciamo che sarebbe anche un’attrazione grazie a questo braccio che collega la terraferma di due chilometri quasi che entra dentro al mare».

Dunque, possiamo dire che l’approvazione c’è già stata a suo tempo.

«Si, è già stata approvata ed è già prevista. Quello che ci manca è il finanziamento, indubbiamente una cosa importante, e l’attuazione ma è una scelta della Regione Campania che ha lo strumento giuridico, normativo e urbanistico per delocalizzare il porto. Deve solo trovare un finanziamento che, secondo me, di questi tempi si trova anche con i privati. Perché ci sono privati disposti ad investire pure un miliardo di euro per fare un porto, figuriamoci se lo dai in gestione per un certo tot di anni perché il porto che abbiamo immaginato sarebbe importante».

Attualmente, sotto i riflettori c’è anche la vicenda del viadotto Gatto di cui Lei si è già occupato, prima della tragedia di Genova.

«Sia nella scorsa legislatura che in questa ho fatto delle interrogazioni mirate. Speriamo di non dover aspettare una disgrazia, che risvegli poi anche la Procura di Salerno, per fare un’indagine. Io ho segnalato la pericolosità con un’interrogazione nella scorsa legislatura e l’ex ministro delle Infrastrutture Graziano Del Rio non mi ha dato alcuna risposta, così come non l’ha data per la vicenda del ponte Morandi, e adesso l’ho fatta anche al nuovo ministro, per una questione di correttezza, per informarlo. Questo a luglio, prima del crollo di Genova. Il Comune di Salerno non so cosa sta facendo. Mi auguro che si prenda la responsabilità di dire che non ci sono problemi sul Viadotto. Certo, hanno fatto passare 5 anni con il Pd che governava anche la Regione, potevano finanziare l’ammodernamento del viadotto, una realizzazione nuova che poteva essere meno negativa, dal punto di vista dell’impatto, e meno rischiosa. Vedremo in futuro cosa accade». Problematiche riscontrate anche sul Viadotto Olivieri. «Io questa vicenda l’avevo letta dai giornali ma dati i tempi di realizzazione, è del tutto plausibile. Anche da questo punto di vista ci vorrebbero controlli adeguati e immediati, senza aspettare le disgrazie».




Spaccio e furti, molti indagati scelgono riti alternativi

Pina Ferro

Inflitti 254  anni di carcere complessivi a 34 dei 45 imputati accusati di spaccio di droga tra la Piana del Sele ed i Picentini che hanno scelto il rito dell’abbreviato. La sentenza è stata emessa nella giornata di ieri dal giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Salerno Ubaldo Perrotta. Il bliz è quello denominato “Italo” e che ha visto ben 108 indagati.
Il giudice al termine della Camera di Consiglio ha condannato a 15 anni di reclusione Mario Trovato;  un anno in meno per Emanuele Barbone, Michele Degli Angioli e Domenico Lamberti a cui sono stati inflitti 14 anni di carcere ciascuno; 10 anni di reclusione sono stati inflitti a: Pasquale Bruno, Donato Campagna, Giuseppe Canò, Patrizio Degli Angioli, Antonio De Lucci, Alfonso Fiorente, Adriano Manca, Alberto Volpicelli. Dieci anni e sei mesi per Felice Spina e Emanuele Passero. Condanna ad  8 anni per: Sabrina Amato, Alessandro Caccavale, Alessandra Cuomo, Assunta Di Giacomo, Marcella Pizzo, Giovanna Russi, Kamil Wozniel. Inoltre, sono stati inflitti 6 anni a Biagio Petolicchio; 4 anni di reclusione Ciro Acampa, Gianfranca Saresio, Davide Marino, Mario Giordano e Franco Daniele; quattro anni e due mesi per Davide Schiavone. Condanna a due anni e sei mesi per Giuseppe Pane; due anni a Alfonso D’Amato, Silvio Franceschelli e Domenico Velleca. Un anno e sei mesi Sabato D’Alessio, un anno a Diodato Bassano.  Assolti dalle accuse: Roberto Acampora, Lucia Di Lorenzo, Valeria Fusco, Andrè Jean Victor Lamberti,  Salvatore Panariello, Luigi Petolicchio, Luigi Boccacini, Lucia Di Lorenzo, Mario Grimaldi e Giuseppe Salerno.  L’operazione che sgominò il sodalizio scattò all’alba del settembre dello scorso anno da parte dei carabinieri della compagnia di Battipaglia  nei comuni di  Battipaglia, Pontecagnano Faiano, Bellizzi, Giffoni Valle Piana, Montecorvino Pugliano, Salerno, Torre Annunziata, Boscoreale, Napoli, Trezzo sull’Adda (Mi), Porto Potenza Picena (Mc) e Monfalcone (Go),. Su ordine di custodia del Gip finirono in manette 62 persone, di cui 27 in carcere, 2 ai domiciliari e 33 con l’obbligo di dimora, oltre sessanta le persone finite sul registro degli indagati. L’attività investigativa prese il via  una rapina all’Eurobet di Pontecagnano messa a segno il  5 dicembre 2013. Dalle immagini delle telecamere furono rilevati fondamentali elementi di affinità con altre rapine nelle quali era stata utilizzata anche la stessa vettura, proveniente da un furto. Furono così identificati i tre rapinatori. Le basi operative dello spaccio (diviso in gruppi) era a Salerno (a guidarlo era Emanuele  Barbone), a Pontecagnano Faiano (per quanto riguardava il gruppo criminale promosso ed organizzato da  Mario Trovato – il quale, con i proventi delle rapine, acquistava ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, del tipo eroina, cocaina ed hashish, per la successiva rivendita al dettaglio – e SPINA Felice), a Giffoni Valle Piana (per quanto attiene al gruppo diretto e organizzato da Domenico Lamberti, alias Mimmo a Mafia) e infine, sempre a Pontecagnano Faiano, con il sodalizio familiare diretto e gestito da  Michele Degli Angioli e Marcella Pizzo. Tutti i gruppi criminali individuati, si approvvigionavano di droga nelle piazze di spaccio di Scampia



Marino a confronto con De Maio

Pina Ferro

Per sei lunghi mesi al magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia Vincenzo Senatore e, ad altri magistrati ha raccontato di tutto: nomi, situazioni, episodi criminali di cui era a conoscenza e ai quali avrebbe partecipato. Trascorsi i sei mesi durante il quale ha reso fiumi di dichiarazioni, Carmine Marino ha sottoscritto il verbale di collaborazione con la giustizia e contestualmente ha aderito al programma di protezione che lo Stato riserva ai collaboratori di giustizia. Da poco più di un mese Nino Marino è in una località protetta. Anche i familiari del pentito hanno accettato il programma di protezione a loro riservato e, accompagnati dalle forze dell’ordine hanno lasciato la regione Campania. Anche per loro il luogo dove ora vivono resta top secret. In questa fase i magistrati della Direzione Investigativa Antimafia stanno mettendo a confronto le dichiarazioni rese dal neo collaboratore con quelle di Sabino De Maio, ex reggente del gruppo Pecoraro Renna che operava nella Piana del Sele, che ha deciso di cambiare vita da alcuni mesi. Sembra che i due abbiano fornito la propria versione dei fatti su numerosi episodi che li avrebbero visti protagonisti o di cui erano comunque a conoscenza. Al momento sono state depositate agli atti solo le dichiarazioni, di entrambi i collaboratori, che riguardano un processo su delle truffe assicurative consumatesi diversi anni fa tra la Piana del Sele e, i Picentini. Sono ancora molti gli interrogativi che attendono delle risposte. Risposte che dovrebbero arrivare dalle dichiarazioni che stanno rendendo i due collaboratori di giustizia. Sabino De Maio, fino ad oggi ha riferito di diversi episodi, e di alcune confidenze che gli sarebbero state fatte in carcere da alcuni detenuti (omicidio di Fratte). Alcune di queste rivelazioni sono state prontamente smentite dagli interessati. Ora bisognerà accertare se quanto affermato da De Maio, su determinati fatti, trova riscontro in quanto dichiarato da Marino sui medesimi fatti. Per anni Carmine Marino, secondo gli inquirenti, è stato a capo di un’associazione criminale che avrebbe gestito il malaffare, e soprattutto lo spaccio delle sostanze stupefacenti.