Il Riesame: Pasquale Aliberti e Luigi Risosso devono andare in carcere

SCAFATI. Pasquale Aliberti e Luigi Risosso devono andare in carcere, ai domiciliari Gennaro Ridosso, cugino di Luigi. Questo quanto disposto dai giudici del tribunale del Riesame di Salerno sulla richiesta d’arresto per Pasquale Aliberti, ex sindaco di Scafati, e gli esponenti del clan Ridosso, Gennaro e Luigi.
Una conferma sostanziale delle richieste del pm Vincenzo Montemurro della dda di Salerno

Pasquale Aliberti

Gennaro Ridosso

Luigi Ridosso




Tessere elettorali consegnate nel comitato di D’Alessio E’ bufera

—- NOCERA INFERIORE / Nel video di Fanpage.it anche soldi dati da un altro candidato

I due distinti episodi registrati con una telecamera nascosta

Soldi in cambio del voto o “servizi” elettorali nel comitato di un candidato. La denuncia di procedure “clientelari” era partita già in campagna elettorale dallo pneumologo Alfonso Schiavo candidato sindaco della sinistra ed oggi consigliere comunale.
Ieri Fanpage.it in una inchiesta di Carmine Benincasa ha pubblicato un clamoroso video sul voto venduto a Nocera Inferiore. Nel video lanciato nel pomeriggio c’è  la testimonianza nella prima parte di un elettore che racconta di aver ricevuto l’offerta di 50 euro per il proprio voto, l’uomo ha anche rifiutato asserendo che non gli serviva. Soldi comunque ricevuti direttamente dal candidato e avvolti in un plico. Nella seconda parte del filmato le telecamere entrano in un comitato elettorale, all’interno del quale alcuni collaboratori di un cadidato al consiglio comunale, consegnavano tessere elettorali. Una procedura alquanto insolita visto che questa va fatta presso il Comune o in uffici preposti. Un giovane recatosi al comitato chiede se ci sia bisogno dei documenti per fare la tessera alla nonna, al che gli viene risposto che servono solo i dati anagrafici. Procedura fuorilegge visto che bisogna recarsi al Comune con documento valido e tessera elettorale scaduta, solo in questo modo si può  accedere al rinnovo.
Le tessere presenti nel comitato vengono poi nascoste in una cartella e consegnate a persone di fiducia. Il video trae chiaramente il comitato elettorale di Saverio D’Alessio quello in via Siniscalchi, i manifesti presenti non lasciano spazio a dubbi. L’ex assessore alle politiche sociali ha annunciato su facebook di difendere la propria immagine e di tutelarsi in tutte le sedi.

Il mazzo di tessere nel comitato elettorale /da fanpage.it

Il mazzo di tessere nel comitato elettorale /da fanpage.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La richiesta di poter avere la tessera elettorale/da fanpage.it

La richiesta di poter avere la tessera elettorale/da fanpage.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La risposta nel comitato di D’Alessio/da fanpage.it

La risposta nel comitato di D’Alessio/da fanpage.it

 

 

 

La procedura anomala/da fanpage.it

La procedura anomala/da fanpage.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La consegna della tessera elettorale /da fanpage.it

La consegna della tessera elettorale /da fanpage.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

—- COSì SAVERIO D’ALESSIO «Sono vittima di una diffamazione»

«Cari amici , sono vittima di un aggressione e diffamazione a mezzo internet. La sig.ra inquadrata e’ mia sorella che si accinge a ritirare le tessere elettorali dei propri familiari. E’ palese il tentativo della demolizione della mia persona e l’insinuante accostamento di dati e notizie inconferenti con la mia persona. Cari amici vi prometto che chiederò la punizione dell’infamante nelle sedi opportune». Questa il post su facebook di Saverio D’Alessio, ex assessore e candidato finito al centro del video di fanpage.it.

 

— COSì IL SINDACO «Ho chiesto subito una verifica per trarre le dovute conseguenze»

«E’ doveroso andare fino in fondo perchè dovrò trarre le dovute consegue. Vanno accertate  eventuali responsabilità. Ho chiesto verifiche presso  così l’Ufficio elettorale per il tramite della Segretaria Generale e segnalero’ la cosa alla Procura. Ma non vorrei si trattasse di un “singolare” scoop post elettorale. Il video non è  chiaro e appare abbastanza singolare la combinazione di due episodi diversi. D’Alessio comunque ha duramente smentito e contestato; preannunciando formali azioni a sua difesa». Così, il sindaco Manlio Torquato

 

—-Le opposizioni/ E’ attacco all’ex assessore Saverio D’Alessio. Altri tacciono

Dimissioni di D’Alessio e richiesta d’indagine

«Il sindaco prenda una posizione chiara di distanza da questo modo di svolgere l’attività politica in cui si è definta l’operato assessoriale e la candidatura di Saverio D’Alessio e ne pretenda le dimissioni da consigliere comunale». Così l’ex candidato sindaco Al- fonso Schiavo. «Chi deve accertare eventuali responsabilità lo faccia in tempi rapidi ed a 360 gradi ma dal video pubblicato da Fanpage emergono altre responsabilità di carattere politico che competono a chi, oggi, si trova alla guida della città di Nocera Inferiore. Ad esso spettano provvedimenti di accertamento di reponsabilità e scelte di ordine politico. Anche io, nel corso della campagna elettorale, sono stato vittima di un grave abuso. Ho ricevuto le scuse ma a queste non sono seguiti atti concreti e conseguenziali. Spero che anche la vicenda del video non finisca allo stesso modo, senza accertamenti e senza assunzioni di responsabilità». Così il candidato  Pasquale D’Acunzi. E M5S: «Le voci che abbiamo ascoltato negli ultimi giorni di campagna elettorale sembrano essere confermate da questo video. Il soggetto in questione sarebbe solo uno dei tanti, soprattutto per la pratica del rilascio delle tessere elettorali, che se hanno un cronologico potrebbero inchiodare i tanti che hanno fatto uso di questa tecnica. Chissà quanti hanno ricevuto soldi e cos’altro sono stati capaci di fare per avere consensi bulgari! La procura deve indagare, vogliamo la verità ed i colpevoli puniti!».




voce ai fatti

 

On line la prima puntata di Voce ai fatti- Speciale Amministrative a Nocera Inferiore.
Ospiti in studio: Vincenzo Spinelli, Domenico Fimiani, Pasquale D’acunzi

 

Un’iniziativa Rta Live, Leggi on line, Le Cronache

https://www.facebook.com/amministrative2017nocerainferiore/videos/1194539203990610/

 




Scafati. La perquisizione a casa di Aliberti e Paolino. Gli otto articoli di le Cronache sul caso

—-VOTO E CAMORA / Un atto irripetibile effettuato su licenza forense . AL centro dell’inchiesta le elezioni ed eventuali collegamenti con La Regina

I profili social nel mirino della Dda

Acquisite le pagine di Aliberti e della Paolino alla presenza di un esperto informatico

Elezioni comunali del 2013 e re- gionali del 2015 ed eventuali ri- scontri ai risultati investigativi che hanno portato, alcune settimane fa, all’arresto, tra gli altri di Gu- glielmo La Regina. Ruota intorno a questi tre punti il motivo alla base della perquisizione effettuata ieri mattina dagli uomini della Di- rezione investigativa Antimafia di Salerno agli ordini del colonnello Giulio Pini e del capitano Iannaccone. Una decina di militari all’alba, hanno bussato all’uscio dell’abita- zione di via D’Aquino a Scafati dove risiedono Pasquale Aliberti, ex sindaco di Scafati e la moglie Monica Paolino, consigliere regionale. Oltre ai militari della Dia erano presenti il Sostituto Procuratore della Dda di Salerno Vincenzo Montemurro ed un ingegnere informatico napoletano. Il magistrato sta indagando su presunti affari tra politica e camorra che stavano per portare in carcere l’ex sindaco. Aliberti e sua moglie sono coinvolti in un’ indagine che vede coinvolti imprenditori politici, clan e professionisti: una ventina in tutto gli indagati fino ad oggi per reati che vanno dall’associazione a delinquere al voto di scambio politico mafioso passando per l’ abuso d’ufficio, concussione e violenza privata, tutti con l’aggravante mafiosa. L’indagine è iniziata il 18 settembre 2015 ed ha visto la Dda Salernitana nel giugno 2016 chiedere gli arresti poi respinti dal gip Mancini per Pasquale e Nello Aliberti, e due espo- nenti della famiglia Ridosso

La perquisizione di ieri, mirava a prelevare tutto il materiale infor-matico presente presso l’abitazione della coppia, dalla memoria dei pc, ai tablet fino ai cellulari. In particolare è stata effettuata una copia forense della bacheca facebook di entrambi. Si tratta di un atto irri- petibile effettuato dietro autorizzazione dell’ufficio legale internazionale (California) del noto social network e dopo notifica dell’atto agli interessati ed ai legali degli stessi che ieri mattina non erano presenti.

L’intera bacheca, dunque conver- sazioni e post pubblicati anche nel passato da parte di Aliberti e Paolillo sono stati acquisiti dagli investigatori su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia. Ovviamente sotto la lente della Dda vi sono le pubblicazioni relative ad uno specifico lasso di tempo ed in particolare quelle ef-fettuate in concomitanza con la campagna elettorale sia per l’ele- zione del sindaco di Scafati (2013) che per le Regionali (2015). La presenza dell’esperto, nominato dalla Procura, era necessaria pro- prio per effettuare la copia forense delle pagine personali aperte sul social network e gestite da Paolillo e Aliberti. Ovviamente ora occor- rerà visionarle e recuperare tutti i messaggi ed i post meno recenti per poter avere un quadro della situazione. Questo compito spetterà all’esperto informatico.
Pina Ferro

—- L’INCHIESTA / Le indagini della Dda di Salerno s’intrecciano con quelle dei colleghi napoletani e un primo punto di contatto è il Polo Scolastico

A caccia di “carte” sugli appalti
La perquisizione a casa dei coniugi Aliberti anche per trovare documenti scottanti
SCAFATI. Ancora una sveglia da parte dell’antimafia per i coniugi Aliberti-Paolino. Erano circa le 6:30 di ieri mattina quando gli uomini del capitano Fausto Iannaccone, su ordine del pm Vincenzo Montemurro, si sono presentati nell’abitazione di via D’Aquino per una perquisizione. Gli inquirenti sarebbero stati a caccia di documenti relativi ad appalti, in particolare sono stati acquisiti tutti i dati telematici dai supporti elettronici in uso agli indagati.
L’indagine è quella “Sarastra” sui rapporti tra politica e camorra a Scafati e nei comuni limitrofi e che ha avuto come conseguenza lo scioglimento del consiglio comunale di Scafati per infiltrazioni della criminalità organizzata. Nell’ambito di questa inchiesta la “coppia politica” formata dall’ex sindaco Pasquale Aliberti e dalla consigliera regionale di Forza Italia Monica Paolino è indagata per scambio elettorale politico mafioso, voti in cambio di benefici per i clan e gli imprenditori loro vicini.
Un’indagine che vede coinvolte una ventina di persone, tra politici, collaboratori, dirigenti e funzionari comunali.
Contestati a vario titolo l’associazione per delinquere, voto di scambio politico, abuso d’ufficio, concussione, corruzione e violenza privata, tutti con l’aggravante mafiosa. Qualche giorno fa la perquisizione ad Andrea Vaiano, interessato alla gestione della “Tyche”, azienda impegnata nella costruzione del Polo Scolastico, progettata da Guglielmo La Regina della Archicons srl, lo stesso del “sistema La Regina” che ha messo nei guai (e anche agli arresti) professori universitari, dirigenti e funzionari pubblici e politici pure del calibro dell’ex assessore regionale e attuale consigliere alla Regione Pasquale Sommese.
Se il “Sistema La Regina” si intrecci con quello “Aliberti-Di Saia” è l’obiettivo sul quale indagano oggi la Dda napoletana con i colleghi salernitani.

Adriano Falanga

 

—- La telefonata che lega i sistemi  “La Regina” e “Aliberti”
SCAFATI. «Per offerta migliorativa parlo di una cosa diversa, come quella che abbiamo fatto a Scafati, ha funzionato, nell’interesse dell’amministrazione». Così parlava Guglielmo La Regina, considerato dagli inquirenti deux et machina del “sistema La Regina”, che a Scafati è entrato in molti appalti banditi dall’amministrazione sciolta per infiltrazioni mafiose.La Regina a telefono cita “Scafati”, spiegando quella che è la sua visione di progettazione e gestione gare per la realizzazione di opere pubbliche. Al suo interlocutore racconta dell’incapacità dei comuni che non hanno in sede competenze e capacità professionali per fare le cose e pertanto si arriva al paradosso di perdere i finanziamenti perché non vengono presentati i progetti. «Per l’accelerazione di spesa loro avrebbero bisogno di una grande mano, di una buona struttura di supporto al Rup» aggiunge La Regina al telefono. Elementi che hanno comportato la settimana scorsa l’acquisizione di documenti nella sede legale della Tyche e l’iscrizione sul registro degli indagati di Andrea Vaiano.  Ieri la nuova perquisizione a Pasquale Aliberti e Monica Paolino.                  (a.f.)SCAFATI. «Per offerta migliorativa parlo di una cosa diversa, come quella che abbiamo fatto a Scafati, ha funzionato, nell’interesse dell’amministrazione». Così parlava Guglielmo La Regina, considerato dagli inquirenti deux et machina del “sistema La Regina”, che a Scafati è entrato in molti appalti banditi dall’amministrazione sciolta per infiltrazioni mafiose.La Regina a telefono cita “Scafati”, spiegando quella che è la sua visione di progettazione e gestione gare per la realizzazione di opere pubbliche. Al suo interlocutore racconta dell’incapacità dei comuni che non hanno in sede competenze e capacità professionali per fare le cose e pertanto si arriva al paradosso di perdere i finanziamenti perché non vengono presentati i progetti. «Per l’accelerazione di spesa loro avrebbero bisogno di una grande mano, di una buona struttura di supporto al Rup» aggiunge La Regina al telefono. Elementi che hanno comportato la settimana scorsa l’acquisizione di documenti nella sede legale della Tyche e l’iscrizione sul registro degli indagati di Andrea Vaiano.  Ieri la nuova perquisizione a Pasquale Aliberti e Monica Paolino.                  (a.f.)

—- LA CRONISTORIA / Dal 18 settembre l’ex sindaco e la moglie sono sott’inchiesta
I due anni di indagine su politica e diversi clan 

SCAFATI. Era l’alba del 18 settembre 2015, quando gli uomini della Dia bussarono alle due villette della famiglia Aliberti. Furono notificati gli avvisi di garanzia all’allora sindaco Pasquale Aliberti, alla moglie consigliere regionale Monica Paolino, al fratello imprenditore Nello Maurizio, allo staffista Giovanni Cozzolino, alla segretaria comunale Immacolata Di Saia. Il 22 marzo 2016 arriva a Palazzo Mayer la commissione d’accesso prefettizia. Resterà sull’Ente per sei mesi, fino al 22 settembre 2016. Nel mese di giungo 2016 il pm Montemurro chiede la misura restrittiva e cautelare degli arresti per i fratelli Aliberti. Il Gip Donatella Mancini respinge, derubricando il reato di voto di scambio a corruzione elettorale, che non prevede gli arresti. La Procura Antimafia ricorre in Appello, il Tribunale del Riesame di Salerno si pronuncerà il 25 novembre 2016. La triade di giudici non solo accoglierà la richiesta dell’antimafia, ma restituirà un profilo giudiziario più grave di quello redatto dagli inquirenti. Alla sentenza del riesame il collegio difensivo degli Aliberti annuncia il ricorso in Cassazione. Il primo cittadino si dimette, il 20 dicembre arriva il prefetto Vittorio Saladino per guidare l’ente come commissario ordinario. Il 27 gennaio 2017 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella firmerà il decreto di scioglimento per infiltrazioni criminali. Arriva la triade commissariale per la gestione straordinaria dell’ente. Un incarico previsto nella durata di 18 mesi, e affidato al Prefetto Gerardina Basilicata, al vice prefetto Maria De Angelis e al funzionario ministeriale Augusto Polito. Il 7 marzo 2017 la Corte di Cassazione nega gli arresti accogliendo parzialmente il ricorso del collegio difensivo. Il caso ritorna al riesame, dovrà motivare il perché si ritiene necessaria la misura degli arresti in carcere, piuttosto che un’altra misura restrittiva, come il braccialetto elettronico. Confermato però l’impianto accusatorio, ritenendo significativo il quadro probatorio del voto di scambio politico mafioso.                      (a.f.)

 

— «La Paolino ha fatto poco danneggiando la città»

I CINQUE STELLE /Il nome di Scafati accostate sempre ad indagini politico giudiziarie
SCAFATI. La città non ne può più di essere continuamente accostata a fatti di criminalità organizzata per le vicende giudiziarie del consigliere regionale Monica Paolino di Forza Italia. Questa in sintesi la posizione del Movimenti Cinque stelle di Scafati.
Scrivono da Sim, Scafati in Movimento usando toni molto duri: «Il nome della città di Scafati dovrebbe essere accostato a una politica per le azioni a favore del territorio e non per le indagini di riferimento e al consigliere regionale Monica Paolino che poco ha fatto per la sua città ma che in termini di cronaca giudiziaria l’ha resa famosa».
I pentastellati aggiungono anche una più ampa riflessione politica: «Ci dispiace per il nome della città che viene accostato sempre ad indagini politico giudiziarie, avvenimenti che non vogliamo facciano passare in secondo piano le vere colpe politiche del Sindaco Aliberti e dei suoi fallimenti che sono sotto gli occhi di tutti. Un sindaco che aveva una maggioranza schiacciante con 16 consiglieri e che è stato capace di perderne la maggior parte passando numericamente in minoranza. Questa è stata la sua più grande sconfitta e va ricordata».

 

—- «Un abbraccio forte a chi ci vuole davvero bene»

SCAFATI. Intonro alle 15 di ieri il primo post su Facebook di Pasquale Aliberti, l’ex sindaco la cui casa è stata perquisita ieri mattina. Tace la moglie Monica Paolino. Scrive l’ex primo cittadino sul social media:   «Le persone belle. Ho imparato che le persone #belle non arrivano dal nulla ma hanno sempre compiuto un percorso nella vita. Che hanno conosciuto la sconfitta, la sofferenza e le delusioni con #dignita’. Che hanno una sensibilità per le cose della vita che riempie le loro azioni di un #amore profondo. Io le ho conosciute: sono le più #semplici e le più comuni. Un #abbraccio forte a chi ci vuole davvero bene».

—- MONICA PAOLINO / La precisazione del consigliere regionale agli investigatori
«E’ un addetto stampa ad occuparsi del mio profilo»

Il consigliere regionale e ex presi- dente della commissione Antimafia Monica Paolino agli investigatori ha spiegato che il suo profilo Facebook non è gestito direttamente da lei ma dal suo addetto stampa. Dunque, è una persona sua fiducia, nominata in concomitanza con l’e- lezione a consigliere regionale che quotidianamente si occupa di ag- giornare la bakeka ed interagire con il nutrito gruppi di “amici” presenti sul profilo. Ovviamente su questo sarà l’esperto informatico a doversi esprimere dopo aver preso visione di post e conversazioni anche private degli indagati.
Non è la prima volta che Pasquale Aliberti e Monica Paolino vengono sottoposti a delle perquisizioni dal- l’apertura del fascicolo a loro carico con l’accusa di voto di scambio.

p.f.

 

«L’avvocato mi aveva detto di non utilizzare facebook»

“Il mio avvocato mi aveva detto che era meglio non utilizzare la pa-gina facebook”. E’ la frase pronunciata dall’ex sindaco di Scafati Pasquale Aliberti quando gli uomini della Dia (direzione investigativa antimafia) agli ordini del colonello Giulio Pini hanno spiegato all’indagato che dovevano procedere alla copia della bacheca perso- nale del social sua e della moglie Monica Paolino.

I coniugi Aliberti nel corso della perquisizioni da parte degli uomini della Dia sono apparsi tranquilli e non hanno voluto la presenza dei legali di fiducia. p.f.

Il consigliere regionale e ex presi- dente della commissione Antimafia Monica Paolino agli investigatori ha spiegato che il suo profilo Facebook non è gestito direttamente da lei ma dal suo addetto stampa. Dunque, è una persona sua fiducia, nominata in concomitanza con l’elezione a consigliere regionale che quotidianamente si occupa di ag- giornare la bakeka ed interagire con il nutrito gruppi di “amici” presenti sul profilo.
Ovviamente su questo sarà l’esperto informatico a doversi esprimere dopo aver preso visione di post e conversazioni anche private degli indagati.
Non è la prima volta che Pasquale Aliberti e Monica Paolino vengono sottoposti a delle perquisizioni dal- l’apertura del fascicolo a loro carico con l’accusa di voto di scambio.

p.f.

pagina2 del 4 aprile 2017 pagina 3 del 4 aprile 2017




Scafati. Nuova perquisizione a casa di Aliberti e Paolino

casa proprietà Aliberti

Casa di Pasquale Aliberti e Monica Paolino

Ancora una volta l’ex sindaco Pasquale Aliberti e e la moglie Monica Paolino, consigliere regionale di Forza Italia, si sono svegliata all’alba e per “colpa” della Dia. Su ordine del pm Vincenzo Montemurro, questa mattima, gli uomini del capitano Fausto Iannaccone si sono presentati nell’abitazione di via D’Aquino per una perquisizione. Gli inquirenti sarebbero stati a caccia di dcumenti relativi ad appalti.

L’indagine è quella “Sarastra” sui rapporti tra politica e camorra a Scafati e nei comuni limitrofi e che ha avuto come conseguenza lo scioglimento del consiglio comunale di Scafati per infiltrazioni della criminalità organizzata. Nell’ambito di questa inchiesta la “coppia politica” sono indagati per scambio elettorale politico mafioso, voti in cambio di benefici per i clan e gli imprenditori loro vicini. Un’indagine che focalizza la sua attenzione che vede coinvolti una ventina di persone contestati a vario titolo l’associazione per delinquere, voto di scambio politico, l’ abuso d’ufficio, concussione e violenza privata, tutti con l’aggravante mafiosa.

Qualche giorno fa la perquisizione ad Andrea Vaiano, interessato alla gestione della “Tyche” impegnata nella costruzione del Polo scolastico progettata da Guglielmo La Regina lo stesso del sistema La Regina che ha messo nei guai (e anche agli arresti) professori universitari, dirigenti e funzionari pubblici e politici pure del calibro dell’ex assessore regionale e attuale consigliere alla Regione Pasquale Sommese. Che il “Sistema La Regina” si intrecci con quello “Aliberti-Di Saia”. Questo l’obiettivo da chiarire da parte degli inquirenti oltre a un presunto appoggio alle elezioni regionali del 2015 da parte dei clan al candidato Paolino che farebbe svoltare l’indagine per s




Scafati. Per Aliberti, lo scioglimento è frutto di un complotto (i 4 articoli di oggi e gli 8 di ieri)

Complotto

—- Per Aliberti è tutto un complotto politico
L’ex sindaco, rimanendo sulla linea difensiva in sede giudiziaria, ritiene che tutte le accuse mossegli sono frutto del disegno degli oppositori
L’ex primo cittadino, dopo lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni camorristiche, si dice vittima di un teorema

Di Adriano Falanga
Una foto in compagnia dell’ex Vescovo della diocesi di Nola monsignor Beniamino Depalma, in occasione dell’apertura dei festeggiamenti della Patrona Santa Maria Delle Vergini del 2015, accompagna sulla sua pagina Facebook un lungo sfogo di Pasquale Aliberti, che letto tra le righe, è un formale atto di accusa verso coloro che lui identifica suoi nemici. “Non credo più in questa parte del paese Italia che con gli strani teoremi e le dichiarazioni dei presunti collaboratori di giustizia, in cerca di benefici, prova a rovinare famiglie che hanno costruito la loro storia con passione, amore e competenza. Non credo in questa Italia dal falso populismo, della demagogia di facciata che con le invenzioni dei proiettili, del trik trak, dello stalking e delle minacce anonime a distanza di più di tre anni è capace di inventarsi anche il mandante di una minaccia di morte. Non credo a questa Italia che davvero crede che un collaboratore di giustizia in carcere nel periodo delle elezioni e oltre, sostiene di aver fatto campagna elettorale per le regionali in 5 comuni, nessuno appartenente a quel collegio elettorale. Non credo a questa Italia che crede ad un collaboratore di giustizia su un patto elettorale stipulato da un amministratore con un giovane laureato, non malavitoso, a cui, secondo la stessa accusa, lo stesso politico avrebbe suggerito di prendere le distanze e sconfessare la propria famiglia malavitosa. Non credo in questa Italia i cui amministratori, pur non avendo mai concesso niente ad un ipotetico clan sono condannati ad andare in carcere perché un presunto pentito, per riferite persone parla di promesse, nonostante tutto, mai ottenute”. Proiettili, trik trak, stalking e minacce anonime possono essere facilmente identificati (considerati i fatti precedenti) in Pasquale Coppola, Vittorio D’Alessandro, Marco Cucurachi. Poi Aliberti tira in ballo anche un’altra figura importante, identificabile nell’imprenditore Nello Longobardi, nell’inchiesta indicato come persona offesa e informata sui fatti. “Eppure continuo a credere nella giustizia e che in questa vicenda alcuni presunti avversari politici si siano comportati con lealtà. Voglio restare un romantico ma allo stesso tempo devo pur chiedermi qual è il ruolo dell’imprenditore che era chiaramente a capo del clan?”. L’arringa prosegue e sostanzialmente richiama quanto già sostenuto dai suoi legali nella memoria difensiva depositata per evitare l’arresto. Una memoria a cui i giudici del riesame non hanno creduto. “Qual era il ruolo del politico che chiedeva voti in cambio di danaro? Qual era il ruolo del politico che minacciava la mancata stabilizzazione, assunzione della moglie in comune? Quale era il ruolo dell’oppositore che non ha mai pagato la tassa sui rifiuti o l’altro che voleva una semplice variante urbanistica per trasformare un terreno agricolo in zona commerciale? E’ possibile siano diventati paladini della giustizia, proprio loro?”. E qui ancora una volta tra le righe possiamo leggere i nomi di Vittorio D’Alessandro, Marco Cucurachi e Mario Santocchio. “E allora quanto coraggio abbiamo avuto o quanto siamo stati stupidi nel acquisire la proprietà di un noto esponente di un vero clan per realizzare un centro sociale a San Pietro, per gli anziani o i disabili? È duro rispondere, ti brucia dentro, soprattutto sapere che per questo Stato in certi casi si è confuso il concetto di legalità – continua ancora Pasquale Aliberti -Eppure, nonostante tutto continuo a credere nella magistratura e a pensare che questa stessa l’Italia è pur sempre un grande paese, o almeno provo a sperarlo. Lo faccio soprattutto per i miei figli Nicola e Rosaria, per alleviare loro le sofferenze di una storia che un giorno meriterà di essere raccontata senza ironia”.

—-Marra: «Non posso accettare da cittadino, avvocato e politico uno scioglimento da parte di un ministro del Pd»

L’increbile commento dell’ex consigliere comunale, alibertiana di ferro. Un’affermazione che suscita polemiche e interdizione per la portatta delle sue parole

A sostenere la tesi del complotto, o quantomeno della forzatura politica, è anche Brigida Marra, ex consigliera di Forza Italia e sicuramente l’alibertiana di ferro del secondo mandato sindacale, terminato con lo scioglimento per collusioni criminali.
«Abbiamo appreso con molta tristezza la decisione adottata dal Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro dell’Interno Marco Minniti, di “Scioglimento del Consiglio Comunale di Scafati ai sensi dell’art 143 del TUEL –spiega la forzista – Non voglio entrare nel merito delle motivazioni che non conosco e che pertanto, aspetto di conoscere. Posso già dire però, che da avvocato non riesco ad accettare e condividere un provvedimento che oggi, non può garantire il rispetto del principio di “terzietà” sancito dall’articolo 111 della Costituzione italiana dal momento che, si tratta di un provvedimento non adottato da un organo giurisdizionale. È questa la ragione per la quale, a prescindere da quelle motivazioni che non conosco, nella qualità di ex consigliere comunale insieme ai miei colleghi, presenteremo certamente ricorso – prosegue la Marra – Non posso da cittadina, da avvocato e da politico condividere che la fine di un consiglio comunale venga proposta da un Ministro che con tutti i rispetti, è un politico eletto senatore nelle liste del Pd».
Scrive ancora Aliberti: «Nulla contro il Ministro ma la mia città, quella che con passione in questi tre anni insieme ad una grande squadra abbiamo amministrato, merita di essere giudicata con un provvedimento che sia adottato nel rispetto del principio di “terzietà”, del contraddittorio tra le parti e del giusto processo da chi ha potere giurisdizionale. Fiducia nella magistratura».
(a.f.)


Strade vuote in una città atterrita per lo scioglimento
I cittadini sono frastornati e furiosi per l’onta subita a causa della classe politica

Non trovano pace gli scafatesi, non è certamente un buon momento per loro, che indirettamente pagano in prima persona scelte e decisioni prese da altri.
Dal settembre 2015, mese in cui la Dia, su mandato della Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno bussò alle porte di Palazzo Mayer, la città è piombata nel buio.
Le accuse sono di quelle pesanti e infamanti, l’etichetta di “città camorrista” potrebbe essere forse uno stereotipo offensivo e gratuito, ma il rischio è concreto, il senso di quest’anno e mezzo è questo, e ci vorranno anni per portare alla luce la verità. “Chi è causa del suo male, pianga se stesso”, “Ora anche gli scafatesi hanno il giorno della memoria”, “Vergogna a tutti coloro che hanno fatto in modo che avvenisse questo. Credo che nessun scafatese si riconosca in questo”, “Speriamo solo di risalire presto, dopo aver toccato il fondo”: questi i commenti più virali in rete, da cui è palese la delusione. C’è però chi assume le difese dell’ex amministrazione, puntando l’indice contro Mara Carfagna ed Edmondo Cirielli, stando a quanto crede il noto commerciante e “politologo” Domenico “Tormentone” D’Aniello. Dal Cotucit è il braccio destro di Michele Raviotta, Carmine Sorrentino, a palesare perplessità: “Scusate ma allora perché a Roma non hanno fucilato gli ultimi quattro sindaci e tutti i dipendenti comunali?” richiamando a Mafia Capitale. (a.f.)

no mafia

La curiosità. I numeri dei Comuni sciolti per camorra

Negli ultimi 5 anni sono molti in Campania i comuni sciolti per infiltrazioni camorristiche. Tra questi: Casal di Principe, Casapesenna, Gragnano, Pagani e Quarto. E’ al sud che c’è più del 90% dei Comuni sciolti per mafia dal 1991 a oggi. Con il concentramento in tre Regioni: la Campania dove dal 1991, secondo i dati di Avviso Pubblico, le procedure di scioglimento sono state 98 (10 annullate), Calabria (84, di cui 8 annullate) e Sicilia (66, di cui 4 annullate). Nel consiglio comunale sciolto ora a Scafati, in maggioranza, c’era anche il figlio dell’ex sindaco Bruno Pagano, la cui amministrazione fu sciolta per camorra nel 1993 per gli affari sempre con il clan Loreto, ma in particolare, all’epoca il gruppo era guidato da Pasquale Loreto, attuale collaboratore di giustizia e padre di Alfonso Loreto, uno dei principali accusatori dell’amministrazione Aliberti di oggi. E’ lui infatti il pentito che ha detto: “A Scafati il clan più potente è quello di Pasquale Aliberti”.

GLI 8 ARTICOLI DEL 28 GENNAIO 2017
—- Il Comune infiltrato dalla camorra

Finisce nel peggiore dei modi l’era del sindaco Aliberti: il consiglio comunale era sotto scacco della criminalità organizzata

Lo scioglimento delle assise cittadine deciso ieri dal Consiglio dei ministri su relazione del responsabile dell’Intero

Scafati_TheEnd
Di Adriano Falanga

“The End”. Termina nel peggiore dei modi la seconda amministrazione Aliberti. Non sono bastate le dimissioni, perché l’iter amministrativo legato alla relazione della commissione d’accesso è andato avanti, fino a determinare il drammatico epilogo. “Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’interno Marco Minniti, ha deliberato lo scioglimento per infiltrazioni da parte della criminalità organizzata del Consiglio comunale di Scafati”. Così il comunicato ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, a margine dell’ultima riunione, cominciata alle 9 e conclusa dopo poco più di un’ora, ieri mattina. L’argomento era già all’ordine del giorno dallo scorso dicembre, poi rinviato per le note e tristi vicende nazionali, quali emergenza gelo e terremoto. Scafati ripiomba così nel baratro totale, a quasi 24 anni dal primo scioglimento, decretato l’11 marzo 1993. Ieri come oggi sullo sfondo i rapporti tra le Istituzioni locali e la criminalità organizzata, ieri come oggi un nome comune: Loreto. Nel 1993 al vertice della camorra scafatese Pasquale Loreto, sullo sfondo le concessioni edilizie che hanno trasformato la città in un enorme dormitorio, relegandola a cenerentola dell’agro quanto a servizi e vivibilità. Oggi il Loreto che incastra l’amministrazione Aliberti è il figlio Alfonso. Entrambi pentiti, entrambi hanno confermato e raccontato gli intrecci tra il Palazzo e l’organizzazione criminale. Arriva così l’epilogo a seguito dell’inchiesta partita nel settembre 2015 che aveva portato avvisi di garanzia all’ex sindaco Pasquale Aliberti, a suo fratello Nello, la moglie consigliere regionale di Fi Monica Paolino, la segretaria comunale Immacolata Di Saia e lo staffista del sindaco Giovanni Cozzolino per i presunti legami con il clan Ridosso Loreto. Sul registro degli indagati una ventina di nomi, tra cui anche quello dell’ex consigliere comunale Roberto Barchiesi, dell’ex vice presidente Acse Ciro Petrucci, dei dirigenti comunali Maria Gabriella Camera (poi dimessa) e di Giacomo Cacchione, ancora in organico al settore finanziario. Fatale è stata la lunga relazione depositata dalla commissione d’accesso prefettizia, presente a Palazzo Mayer per sei mesi, dal marzo al settembre 2016. Un lungo dossier in cui sono stati riscontrati decine di atti amministrativi, concessioni, incarichi, appalti, nomine, che hanno convinto i commissari a chiedere lo scioglimento. A Dicembre l’insediamento del commissario prefettizio Prefetto Vittorio Saladino, a seguito delle dimissioni del sindaco Pasquale Aliberti. Dimissioni “forzate” dopo che il tribunale del Riesame di Salerno aveva confermato la richiesta di arresto a suo carico avanzata dalla Procura antimafia di Salerno. Entro il sette marzo si attende la definitiva pronuncia della Cassazione, anche se, venendo meno la reiterazione del reato non essendo più sindaco, Aliberti potrebbe affrontare il processo in libertà. Si attende adesso di conoscere la triade di commissari che si insedierà a Palazzo Mayer, traghettando l’ente in gestione straordinaria fino alle elezioni previste per la primavera del 2019. Non è certa la riconferma di Vittorio Saladino a presidente, mentre potrebbe restare la dottoressa De Angelis a cui si affiancherà un vice prefetto con competenze finanziarie. A breve sarà pubblicata la relazione del Prefetto di Salerno Salvatore Malfi, in cui sono note le dinamiche che hanno convinto il Ministero degli Interni ad assumere la decisione di sciogliere. La città piomba nel buio.

 

—-«Valuteremo ricorso al Tar»

“Apprendo con profondo dolore la notizia dello scioglimento del consiglio comunale di Scafati, dopo una indagine di lunghi mesi. Non sono più Sindaco ma sono certo della legittimità degli atti prodotti e della camorra che sempre abbiamo tenuto a distanza, adottando anche atti forti”. Così Pasquale Aliberti, sulla sua pagina Facebook. “Leggeremo le motivazioni e insieme agli avvocati valuteremo, da subito, un eventuale ricorso al Tar. È giusto che paghi chi ha commesso errori, non è giusto penalizzare una comunità se non ci sono chiari e validi elementi di condizionamento. È una battaglia di giustizia nei confronti degli scafatesi tutti perché sono certo che il sindaco e i loro rappresentanti istituzionali li hanno scelti sempre in libertà e nella democrazia”. Bocche cucite tra le fila della sua ex maggioranza, nessun ex assessore o fedelissimo proferisce parola, ma affidano a Mimmo Casciello la pubblicazione di una nota stampa congiunta. “Con profondo rammarico, apprendiamo della decisione del Consiglio dei Ministri di sciogliere il comune per infiltrazione camorristica. Attendiamo fiduciosi le motivazioni che hanno indotto a tale decisione. Scioglimento a cui è possibile presentare ricorso avendo in noi consapevolezza nell’ aver visto agire in ogni occasione questa amministrazione con trasparenza e correttezza. Non in modo solo formale ma sostanziale. Alla luce di tale certezza, difenderemo sempre questa esperienza politica e amministrativa con la speranza di far valere la verità”. Forse sarà per distrazione, ma mancano alcuni “like”, piuttosto rilevanti. La nota è firmata dai “Consiglieri e Assessori che hanno fatto parte della Maggioranza”.
(a.f.)

 

—-Addio ai Cda di Acse e Scafati sviluppo e incandidabilita degli eletti

Un azzeramento di un’intera classe politico-amministrativa per anni dominante in città

In base alla legge, lo scioglimento è disposto con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell’Interno, previa deliberazione del consiglio dei ministri, al termine di un complesso procedimento di accertamento, effettuato dal prefetto competente per territorio attraverso un’apposta commissione di indagine. Condizione dello scioglimento è l’esistenza di elementi “concreti, univoci e rilevanti” su collegamenti con la criminalità organizzata di tipo mafioso degli amministratori locali, ovvero su forme di condizionamento degli stessi, tali da incidere negativamente sulla funzionalità degli organi elettivi. Per giungere allo scioglimento non è necessario che siano stati commessi reati perseguibili penalmente oppure che possano essere disposte misure di prevenzione, essendo sufficiente che emerga una possibile soggezione degli amministratori locali alla criminalità organizzata. Gli indizi raccolti devono essere documentati, concordanti tra loro e davvero indicativi dell’influenza della criminalità organizzata sull’amministrazione, anche a prescindere dalla prova rigorosa dell’accertata volontà degli amministratori di assecondare le richieste della criminalità. “I dati acquisiti evidenziano come, pur di accaparrarsi voti e vincere le competizioni elettorali, l’Aliberti non si fa scrupolo di entrare in contatto ed in accordo con il tessuto criminale del momento”, così i giudici del riesame, accogliendo la richiesta di arresto disposta dal pm antimafia Vincenzo Montemurro. Il decreto di scioglimento, con validità dai 12 ai 18 mesi (prorogabili a 24 mesi) determina la cessazione dalla carica di tutti i titolari di cariche elettive nonché la risoluzione di tutti gli incarichi ai dirigenti e consulenti nominati dagli organi sciolti. Addio quindi anche ai cda di Acse e Scafati Sviluppo.
Per le “prime elezioni” che si tengono dopo lo scioglimento nella regione nel cui territorio si trova l’ente interessato, non sono candidabili gli amministratori che “hanno dato causa” allo scioglimento stesso, previa tempestiva dichiarazione del tribunale civile, cui il Ministro dell’interno trasmette la proposta di scioglimento. Determinante saranno i nomi indicati nel decreto, ritenuti “corresponsabili” assieme al primo cittadino. Giunta e fedelissimi rischiano un procedimento giudiziario parallelo, oltre a non potersi ricandidare nel 2019. (a.f.)

 

—- «Un giorno brutto per la storia della città. Non ci sono alibi, la camorra era nelle istituzioni»

Da Fdi al Pd, dai reppubblicani agli ex alibertiani, e da M5s un coro unanime contro la gesione del sindaco Aliberti

“Un giorno brutto per la nostra Scafati, generato dalla politica amorale e familistica del peggior Sindaco di Scafati” lapidario Mario Santocchio. Fa eco il collega di Fdi Cristoforo Salvati: “è una notizia che crea rammarico anche in chi ha fortemente rappresentato il dissenso politico a questa amministrazione con impegno ed attenzione costante, perché’ la caduta di immagine della città non giova a nessuno. Bisogna ripartire dal ripristino delle regole e da una morale politica che liberi la citta” dai condizionamenti della criminalità”. Per Angelo Matrone: “Quanto successo oggi ci sia da lezione per i prossimi anni. Abbiamo regalato alla comunità una delle più brutte pagine di storia. Adesso si riparta da zero, dando vita anche a una rivoluzione interna in Municipio”. Impietosa la posizione di Marco Cucurachi, Pd: “Ora è ufficiale, la camorra era nelle Istituzioni e ha condizionato la vita amministrativa della nostra città, facendola tornare indietro di trent’anni. Non ci sono alibi, non ci sono scuse, chi ha governato in questi otto anni, accusando l’opposizione vera di tutto e di più, ha la responsabilità delle estreme e nefaste conseguenze del fallimento politico”. Non è da meno il collega Michele Grimaldi: “La camorra era entrata a Palazzo Mayer, ne condizionava le scelte, trasformava i diritti in favori, corrompeva, minacciava, strozzava vite, opportunità, sviluppo: negava come un cancro la possibilità dei cittadini di decidere in maniera libera e consapevole, del proprio futuro e di quello dei proprio figli. Rubava, sprecava e dissipava risorse, sottraeva spazi di democrazia e di economia a noi tutti, oscurava con la propria ombra le nostra strade, i nostri progetti, tutto ciò che di bello e di buono veniva piantato. E la nostra Scafati appassiva, tra campagne elettorali, ricatti, decadenze, balletti, colpevoli connivenze, vergognosi silenzi, un ex sindaco che si dimetteva per scongiurare il pericolo di arresto per camorra”. Margherita Rinaldi, segretaria cittadina dei democratici: “Scafati ha tante energie positive e belle che possiamo e dobbiamo recuperare. Sono convinta che ripartendo da quelle si può lavorare ad una stagione nuova che faccia dimenticare presto questa”. Ex alibertiano di Pasquale Coppola, Pasquale Vitiello chiede scusa alla città: “Pur non essendo addentro a queste dinamiche, pur avendo sempre esternato il dissenso rispetto a tematiche e processi che non condividevo. Le scuse di chi, motivato dal senso di appartenenza a questa comunità aveva deciso di dedicarle con impegno il suo tempo credendo in un sogno”. Giustizialista Raffaele De Luca, dei Repubblicani: “Quando si parlerà di aspiranti primi cittadini i primi che escluderemo sono chi per anni è stato con il sindaco dimissionario e di chi no, non bastano due anni per riciclarsi da politico senza macchia”. Dal M5S: “Ora si potrà far luce sulle tante ombre che hanno avvolto questa amministrazione comunale, la sua gestione e i suoi interpreti. Ci dispiace per la città, questa è un’onta per tutti i cittadini scafatesi e per il buon nome della città di Scafati, per i suoi imprenditori e per i suoi commercianti. Ci auguriamo che questo lungo periodo di commissariamento possa risollevare la città per poi andare al voto alla prima data possibile”. (a.f.)

 

—-Una bocciatura del sistema Aliberti

Alle 10,10 di ieri, La presidenza del Consiglio dei ministri pone fine la gestione del potere sotto il controllo del sindaco con un marchio infamante

Dirigenti nominati e sott’occhio del sindaco, assunzioni dirette, affidamenti sospetti, tutto finito nelle carte della dda e della commissione d’accesso

 

tutti a casa

Nel giorno della memoria, ritornano tutti gli orrori del passato a Scafati: come nel 1993, arriva lo scioglimento del comune per camorra. Non più solo una croce al valore civile e militare, non solo una città simbolo della Resistenza: piegata in due dall’asse tra politica e camorra, la città di Scafati ne esce sconfitta e commissariata. C’è lo scioglimento. Sono le 13:54 quando finalmente arriva la comunicazione ufficiale da parte del Consiglio dei Ministri che non lascia più adito a dubbi o a ipotesi complottiste: l’amministrazione comunale di Angelo Pasqualino Aliberti è stata sciolta per infiltrazione camorristica e si tratta di uno scioglimento per i legami tra i vertici politici e le organizzazioni criminali che durerà almeno 2 anni e soprattutto si tratta di un provvedimento arrivato su richiesta della Commissione d’Accesso a seguito di un pressing messo in campo dall’antimafia di Salerno e da più parti politiche. Il Comune di Scafati è stato sciolto per infiltrazione camorristica: di mattina la decisione nel consiglio dei ministri iniziato alle 9 e finito alle 10,10. Il ministro degli interni Marco Minniti ha messo la sua firma, confermata dalla presidenza della Repubblica, sullo scioglimento, annunciato oramai da mesi. Nel mirino della commissione d’accesso arrivata al comune di Scafati lo scorso 21 marzo, ci sono appalti, convenzioni, parentele tra assunti con famosi pregiudicati, ma anche la presenza di elementi vicini ai clan nelle gare d’appalto di palazzo di città, negli affidamenti, nelle nomine ed assunzioni. Tutto coordinato dalla regia di Angelo Pasqualino Aliberti e della sua gestione personalistica del potere. Dirigenti nominati direttamente e sotto il suo controllo, assunzioni dirette e affidamenti sospetti: un atteggiamento che la commissione d’accesso ha letto negli atti e vissuto nelle camere del potere di Palazzo Meyer. Il pool guidato dal viceprefetto Vincenzo Amendola, non lascia dubbi: Pasquale Aliberti e la sua squadra, erano finiti nelle grinfie del potere del clan e lo stesso sindaco, insieme a suo fratello Nello Aliberti, al fido staffista Giovanni Cozzolino ed alla segretaria comunale Immacolata di Saia, avevano creato un sistema di potere alleato della criminalità organizzata e del clan Sorrentino (i Campagnuoli) e anche con il clan Ridosso Loreto. Nella relazione del pool, citati come “alleati”, personaggi vicini anche al clan Matrone. Una realtà già messa in mostra dall’inchiesta Sarastra, coordinata dalla procura antimafia di Salerno e dal pm Vincenzo Montemurro per cui pende l’arresto al sindaco uscente e a Luigi e Gennaro Ridosso, due capi dell’organizzazione criminale. Un’inchiesta che si fonda anche sulle dichiarazioni del pentito Alfonso Loreto, figlio dell’ex ras Pasquale, e di Romolo Ridosso. La Commissione di Accesso presieduta dal vice Prefetto Vincenzo Amendola, dal maggiore dei Carabinieri Carmine Apicella e dal super consulente del Provveditorato alle Opere Pubbliche, Giuseppe Rocco, lavorava in città a stretto contatto con la Direzione Distrettuale Antimafia, con gli uomini della Dia coordinati dal Capitano Fausto Iannaccone, oltre che con un pool di tecnici esperti della Guardia di Finanza e funzionari prefettizi come la dottoressa Desiree D’Ovidio, non si è fatta sfuggire la gestione allegra e “sotto lo schiaffo” anche delle partecipate comunali e dello stesso piano di zona in cui erano stati assunti amici di amici e parenti di consiglieri e assessori comunali. Stesso discorso per alcune società che lavoravano con il comune e per le partecipate dove sembra ancora più forte la presenza delle mani del clan Ridosso Loreto. La decisione di inviare gli ispettori a Palazzo Meyer era stata presa di comune accordo dal Prefetto di Salerno, Antonio Malfi, dal Comitato Provinciale per l’ordine e la sicurezza, di concerto con il Procuratore Capo Corrado Lembo ed avallata dal Ministero degli Interni, Marco Minniti. Ora è tempo di attendere la relazione e di leggere cosa sia successo per davvero nelle mura di Palazzo Meyer negli ultimi 8 anni. Sullo scioglimento intanto si attende la pubblicazione ufficiale della relazione.

 

—-Già al via il toto commissari

E’ già toto nomi a Palazzo Meyer per l’arrivo della triade commissariale che gestirà il municipio per i prossimi 2 anni per “ripristinare la legalità” in ogni settore della vita pubblica ed amministrativa del Comune. In pole c’è la possibilità che resti il commissario prefettizio Vittorio Saladino arrivato dopo le dimissioni, lo scorso novembre, del primo cittadino. Possibile anche il ritorno di Desireè d’Ovidio e dello stesso consulente del Provveditorato alle Opere Pubbliche, Giuseppe Rocco. Il ruolo della triade che arriverà sarà innanzitutto cercare di ripristinare la legalità al Comune sarà azzerato ogni cda e ogni settore comunale: una decisione che sarà comunque presa dalla triade commissariale che a partire da lunedì e per i prossimi due anni gestirà il Comune.

 

—-Ecco le irregolarità riscontrate da magistrati e dalla commissione d’accesso agli atti

Dalla gestione degli alloggi popolari a quella delle aree affidate a pregiduicati, dall’Acse alla Scafati Solidali e quella Sviluppo agli appalti

Alloggi popolari affidati a pregiudicati, se non anche ad esponenti del clan, nomine di fedelissimi nelle partecipate, l’Acse in particolare, con lo scopo di affidare servizi e gestioni alle società del clan e poi promesse elettorali diventate assunzioni e nomine dirette a Palazzo Meyer: ecco cosa è uscito dal cilindro del pool anti mafia inviato dal Ministero per verificare l’attività amministrativa del Comune e che ha lavorato per mese tra migliaia di faldoni.

Alloggi popolari. Innanzitutto nel mirino ci sono gli alloggi popolari che sarebbero stati affidati in maniera non proprio legittima ed in particolare all’interno ci sarebbero anche alcuni pregiudicati che non avevano diritto ad occupare quelle case e non solo le avevano occupate in maniera abusiva, ma non erano neanche stati mai cacciati via dagli addetti ai lavori del Comune di Scafati.

Gestione di aree cittadine da pregiudicati. Stesso discorso anche nella presenza di pregiudicati in alcune gestioni di aree cittadine affidate non solo all’Acse, ma anche allo stesso comune di Scafati. Inoltre è stata verificata la presenza non solo di personaggi vicini alla criminalità organizzata, per quanto concerne affidamenti ed appalti, ma anche proprio nomine dirette fatte a parenti oppure a persone legate ad esponenti del clan.

Pompe funebri. È stata messa in luce anche la presenza di criminalità organizzata nella gestione dei servizi cimiteriali e soprattutto degli spazi pubblicitari dedicati alle affissioni funebri che erano finite nella piena disponibilità del clan Matrone.
Una realtà denunciata anche dal dirigente Giacomo Cacchione che ha messo in luce un’altra cosa segnalata dal pool antimafia: un clima di terrore anche per il modo in cui Di Saia e il sindaco gestivano la “res pubblica”.
Partecipate e società comunali, Acse, Scafati solidale e Stu. E’ finita nella relazione pool antimafia anche la gestione delle partecipate comunale di in particolare l’Acse in cui dalle dichiarazioni del pentito Alfonso Loreto era emersa la presenza del vicepresidente come un uomo del clan che avrebbe dovuto svolgere un ruolo pubblico per favorire le ditte appartenenti alla criminalità organizzata. Si tratta in questo caso di Ciro Petrucci, indagato nell’ambito dell’inchiesta che squarcia il velo del legame tra politica e camorra. Stesso discorso anche per la nomina di alcuni responsabili di settori comunali legati da vincoli di parentela con esponenti della criminalità organizzata locale. Alcune di queste nomine erano state fatte in maniera diretta dal sindaco Pasquale Aliberti. Anche la gestione della società Scafati sviluppo per la reindustrializzazione dell’area ex Copmes è finita nel mirino del pool antimafia che ha verificato una gestione procedurale errata di alcuni meccanismi interni ed inoltre anche segnalato la presenza di cooperative vicino alla criminalità organizzata nella gestione sia della vigilanza che anche dell’affare sicurezza.

Gestione degli appalTI. Come già segnalato dal procuratore Lembo in merito alla città di Scafati sarebbe stata evidenziata la presenza di alcune società vicine al clan dei Casalesi negli appalti comunali e quindi anche di società che addirittura erano finite nello scandalo mafia capitale. In particolare nei mesi scorsi era emersa la presenza di una ditta ed un pool di progettisti, Archicons e G&D, che avevano collaborato al progetto del polo scolastico per cui il Comune ha percepito dei fondi più Europa, ma di fatto non è stato realizzato. Era emersa anche la presenza di un architetto che aveva realizzato il bunker in cui si nascondeva Michele Zagaria, boss dei Casalesi: il professionista Domenico Nocera era stato scelto direttamente dal Comune di Scafati per effettuare dei lavori proprio in quell’area come in altri cantieri scafatesi.

GESTIONE PERSONALISTICA DEL POTERE – Una gestione personalistica del potere fatta di nomine e di incarichi dati in maniera illegittima e per cui ci sarebbe anche verificata la possibilità di voto di scambio in particolare con clientele messa in campo con l’aiuto di servizi come lo staff più Europa il piano di zona oppure il servizio civile. Verificata anche la presenza di infiltrazioni camorristiche che hanno influito attraverso palazzo Meyer, nella gestione dei parcheggi comunali ed anche in un’altra società che svolge servizi per il comune di Scafati.

IMMACOLATA DI SAIA. Uno dei perni centrali della relazione del pool antimafia che ha suggerito al Ministero degli Interni lo scioglimento del Comune di Scafati è il ruolo di Immacolata di Saia. La segretaria era presente in diversi comuni sciolti per camorra come Casapesenna, San Cipriano di Aversa, Casal di Principe, Trentola Ducenta e Battipaglia,e secondo i commissari non avrebbe rispettato il suo ruolo di garante della legalità in alcuni progetti come quello della ex Copmes ed anche del polo scolastico così come i numerosi altri appalti comunali. Ciò che viene contestato dal pool antimafia è anche una gestione allegra di tutte le procedure amministrative ed in particolare la creazione, insieme a Pasquale Aliberti di un meccanismo di potere che aveva portato alla presenza di clientelismo ed anche alla possibilità di far proliferare il voto di scambio dando una gestione personalistica diretta al Sindaco in appalti e servizi, ma anche nella gestione dei servizi sociali. Sarà la prima ad andare via, appena arriverà la triade commissariale.

IL CLIMA POLITICO. Dal 2011 ad oggi sono 63 i consigli comunali sciolti per infiltrazioni di stampo mafioso. L’ultima new entry di questo triste catalogo è il comune di Scafati. Scafati rivive quindi l’incubo dello scioglimento del marzo 1993 dopo 24 anni. Arriva la stangata dopo l’inchiesta che lo scorso 18 settembre 2015 aveva portato avvisi di garanzia all’ex sindaco Pasquale Aliberti, a suo fratello Nello, la moglie consigliere regionale di Fi Monica Paolino,la segretaria comunale Immacolata Di Saia e lo staffista del sindaco Giovanni Cozzolino per i presunti legami con il clan Ridosso Loreto. La lunga inchiesta ha una ventina di persone indagate e potrebbe anche avere risvolti ancora più duri a breve. Intanto a marzo scorso era stata inviata al comune di Scafati la commissione d’accesso che per mesi ha lavorato a Palazzo Meyer: a seguito del lavoro, la commissione ha proposto lo scioglimento del municipio per infiltrazioni camorristiche. Una richiesta già formulata mesi prima dall’antimafia e poi rimandata all’analisi della commissione d’accesso. Successivamente era arrivata la richiesta di arresto per il sindaco Pasquale Aliberti, su cui il giudice si è espresso favorevolmente condannandolo al carcere insieme agli esponenti del clan Ridosso Loreto. Nulla invece per suo fratello Nello Aliberti, tuttora considerato uno dei perni di questa indagine. Sulla questione si attende la decisione della Cassazione per il prossimo 7 marzo. Ora al comune di Scafati, già commissariato dopo le dimissioni del sindaco lo scorso novembre, arriverà una triade commissariale. I primi tre nodi da sciogliere: resterà il commissario Vittorio Saladino che aveva già improntato il lavoro al Comune? Chi saranno gli altri componenti della triade commissariale e poi: cosa c’è scritto e chi viene citato nella relazione che spiega i legami tra politica e camorra a Palazzo Meyer?

 

—- Ripercussioni per Forza Italia e molti politici dell’Agro

Non solo un “fatto scafatese”. Lo scioglimento del consiglio comunale di Scafati avrà sicuramente ripercussioni in tutta la provincia di Salerno. L’ex sindaco Pasquale Aliberti era uno degli uomini forti e maggiori portatori di voti di Forza Italia nel salernitano, difeso ad oltranza da molti esponenti politici anche nazionali del partito. La moglie, Monica Paolino, indagata assieme a lui in inchieste che ruotano sui rapporti tra politica e camorra, è per la seconda volta consigliera regionale di Forza Italia che l’aveva scelta per ricoprire l’incarico anche di presidente della commissione regionale antimafia, dal quale si era dimessa. Una situazione di grande imbarazzo per il partito e che non mancherà di causare guerre interne al partito, dove molti erano malpancisti del peso della coppia Aliberti-Paolino. Nell’Agro nocerino, poi, lo scioglimento del consiglio comunale per camorra e, quindi, l’assenza dalla scena politica per due anni dei rappresentanti politici scafatesi avrà un peso nel riconsiderare una stagione di gestione di enti consortili (come quella degli ultimi anni del Piano di zona per i servizi sociali, dove Scafati era Comune capofila) ma anche per quella degli anni futuri. Senza contare, inoltre, sulle ripercussioni in molti consigli comunali della zona, dove gli Aliberti avevano referenti ai quali davano anche forza politica e che ora sono senza “spalle coperte”. Gli effetti di questo scioglimento saranno ancora molti e imprevedibili.




Scafati. Comune sciolto per camorra. I primi 8 articoli

 

—- Il Comune infiltrato dalla camorra

Finisce nel peggiore dei modi l’era del sindaco Aliberti: il consiglio comunale era sotto scacco della criminalità organizzata

Lo scioglimento delle assise cittadine deciso ieri dal Consiglio dei ministri  su relazione del responsabile  dell’Intero

Scafati_TheEnd

 
Di Adriano Falanga

“The End”. Termina nel peggiore dei modi la seconda amministrazione Aliberti. Non sono bastate le dimissioni, perché l’iter amministrativo legato alla relazione della commissione d’accesso è andato avanti, fino a determinare il drammatico epilogo. “Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’interno Marco Minniti, ha deliberato lo scioglimento per infiltrazioni da parte della criminalità organizzata del Consiglio comunale di Scafati”. Così il comunicato ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, a margine dell’ultima riunione, cominciata alle 9 e conclusa dopo poco più di un’ora, ieri mattina. L’argomento era già all’ordine del giorno dallo scorso dicembre, poi rinviato per le note e tristi vicende nazionali, quali emergenza gelo e terremoto. Scafati ripiomba così nel baratro totale, a quasi 24 anni dal primo scioglimento, decretato l’11 marzo 1993. Ieri come oggi sullo sfondo i rapporti tra le Istituzioni locali e la criminalità organizzata, ieri come oggi un nome comune: Loreto. Nel 1993 al vertice della camorra scafatese Pasquale Loreto, sullo sfondo le concessioni edilizie che hanno trasformato la città in un enorme dormitorio, relegandola a cenerentola dell’agro quanto a servizi e vivibilità. Oggi il Loreto che incastra l’amministrazione Aliberti è il figlio Alfonso. Entrambi pentiti, entrambi hanno confermato e raccontato gli intrecci tra il Palazzo e l’organizzazione criminale. Arriva così l’epilogo a seguito dell’inchiesta partita nel settembre 2015 che aveva portato avvisi di garanzia all’ex sindaco Pasquale Aliberti, a suo fratello Nello, la moglie consigliere regionale di Fi Monica Paolino, la segretaria comunale Immacolata Di Saia e lo staffista del sindaco Giovanni Cozzolino per i presunti legami con il clan Ridosso Loreto. Sul registro degli indagati una ventina di nomi, tra cui anche quello dell’ex consigliere comunale Roberto Barchiesi, dell’ex vice presidente Acse Ciro Petrucci, dei dirigenti comunali Maria Gabriella Camera (poi dimessa) e di Giacomo Cacchione, ancora in organico al settore finanziario. Fatale è stata la lunga relazione depositata dalla commissione d’accesso prefettizia, presente a Palazzo Mayer per sei mesi, dal marzo al settembre 2016. Un lungo dossier in cui sono stati riscontrati decine di atti amministrativi, concessioni, incarichi, appalti, nomine, che hanno convinto i commissari a chiedere lo scioglimento. A Dicembre l’insediamento del commissario prefettizio Prefetto Vittorio Saladino, a seguito delle dimissioni del sindaco Pasquale Aliberti. Dimissioni “forzate” dopo che il tribunale del Riesame di Salerno aveva confermato la richiesta di arresto a suo carico avanzata dalla Procura antimafia di Salerno. Entro il sette marzo si attende la definitiva pronuncia della Cassazione, anche se, venendo meno la reiterazione del reato non essendo più sindaco, Aliberti potrebbe affrontare il processo in libertà. Si attende adesso di conoscere la triade di commissari che si insedierà a Palazzo Mayer, traghettando l’ente in gestione straordinaria fino alle elezioni previste per la primavera del 2019. Non è certa la riconferma di Vittorio Saladino a presidente, mentre potrebbe restare la dottoressa De Angelis a cui si affiancherà un vice prefetto con competenze finanziarie. A breve sarà pubblicata la relazione del Prefetto di Salerno Salvatore Malfi, in cui sono note le dinamiche che hanno convinto il Ministero degli Interni ad assumere la decisione di sciogliere. La città piomba nel buio.

 

—-«Valuteremo ricorso al Tar»

“Apprendo con profondo dolore la notizia dello scioglimento del consiglio comunale di Scafati, dopo una indagine di lunghi mesi. Non sono più Sindaco ma sono certo della legittimità degli atti prodotti e della camorra che sempre abbiamo tenuto a distanza, adottando anche atti forti”. Così Pasquale Aliberti, sulla sua pagina Facebook. “Leggeremo le motivazioni e insieme agli avvocati valuteremo, da subito, un eventuale ricorso al Tar. È giusto che paghi chi ha commesso errori, non è giusto penalizzare una comunità se non ci sono chiari e validi elementi di condizionamento. È una battaglia di giustizia nei confronti degli scafatesi tutti perché sono certo che il sindaco e i loro rappresentanti istituzionali li hanno scelti sempre in libertà e nella democrazia”. Bocche cucite tra le fila della sua ex maggioranza, nessun ex assessore o fedelissimo proferisce parola, ma affidano a Mimmo Casciello la pubblicazione di una nota stampa congiunta. “Con profondo rammarico, apprendiamo della decisione del Consiglio dei Ministri di sciogliere il comune per infiltrazione camorristica. Attendiamo fiduciosi le motivazioni che hanno indotto a tale decisione. Scioglimento a cui è possibile presentare ricorso avendo in noi consapevolezza nell’ aver visto agire in ogni occasione questa amministrazione con trasparenza e correttezza. Non in modo solo formale ma sostanziale. Alla luce di tale certezza, difenderemo sempre questa esperienza politica e amministrativa con la speranza di far valere la verità”. Forse sarà per distrazione, ma mancano alcuni “like”, piuttosto rilevanti. La nota è firmata dai “Consiglieri e Assessori che hanno fatto parte della Maggioranza”.
(a.f.)

 

—-Addio ai Cda di Acse e Scafati sviluppo e incandidabilita degli eletti

Un azzeramento di un’intera classe politico-amministrativa per anni dominante in città

In base alla legge, lo scioglimento è disposto con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell’Interno, previa deliberazione del consiglio dei ministri, al termine di un complesso procedimento di accertamento, effettuato dal prefetto competente per territorio attraverso un’apposta commissione di indagine. Condizione dello scioglimento è l’esistenza di elementi “concreti, univoci e rilevanti” su collegamenti con la criminalità organizzata di tipo mafioso degli amministratori locali, ovvero su forme di condizionamento degli stessi, tali da incidere negativamente sulla funzionalità degli organi elettivi. Per giungere allo scioglimento non è necessario che siano stati commessi reati perseguibili penalmente oppure che possano essere disposte misure di prevenzione, essendo sufficiente che emerga una possibile soggezione degli amministratori locali alla criminalità organizzata. Gli indizi raccolti devono essere documentati, concordanti tra loro e davvero indicativi dell’influenza della criminalità organizzata sull’amministrazione, anche a prescindere dalla prova rigorosa dell’accertata volontà degli amministratori di assecondare le richieste della criminalità. “I dati acquisiti evidenziano come, pur di accaparrarsi voti e vincere le competizioni elettorali, l’Aliberti non si fa scrupolo di entrare in contatto ed in accordo con il tessuto criminale del momento”, così i giudici del riesame, accogliendo la richiesta di arresto disposta dal pm antimafia Vincenzo Montemurro. Il decreto di scioglimento, con validità dai 12 ai 18 mesi (prorogabili a 24 mesi) determina la cessazione dalla carica di tutti i titolari di cariche elettive nonché la risoluzione di tutti gli incarichi ai dirigenti e consulenti nominati dagli organi sciolti. Addio quindi anche ai cda di Acse e Scafati Sviluppo.
Per le “prime elezioni” che si tengono dopo lo scioglimento nella regione nel cui territorio si trova l’ente interessato, non sono candidabili gli amministratori che “hanno dato causa” allo scioglimento stesso, previa tempestiva dichiarazione del tribunale civile, cui il Ministro dell’interno trasmette la proposta di scioglimento. Determinante saranno i nomi indicati nel decreto, ritenuti “corresponsabili” assieme al primo cittadino. Giunta e fedelissimi rischiano un procedimento giudiziario parallelo, oltre a non potersi ricandidare nel 2019.                (a.f.)

 

—- «Un giorno brutto per la storia della città. Non ci sono alibi, la camorra era nelle istituzioni»

Da Fdi al Pd, dai reppubblicani agli ex alibertiani, e da M5s un coro unanime contro la gesione del sindaco Aliberti

“Un giorno brutto per la nostra Scafati, generato dalla politica amorale e familistica del peggior Sindaco di Scafati” lapidario Mario Santocchio. Fa eco il collega di Fdi Cristoforo Salvati: “è una notizia che crea rammarico anche in chi ha fortemente rappresentato il dissenso politico a questa amministrazione con impegno ed attenzione costante, perché’ la caduta di immagine della città non giova a nessuno.  Bisogna ripartire dal ripristino delle regole e da una morale politica che liberi la citta” dai condizionamenti della criminalità”. Per Angelo Matrone: “Quanto successo oggi ci sia da lezione per i prossimi anni. Abbiamo regalato alla comunità una delle più brutte pagine di storia. Adesso si riparta da zero, dando vita anche a una rivoluzione interna in Municipio”. Impietosa la posizione di Marco Cucurachi, Pd: “Ora è ufficiale, la camorra era nelle Istituzioni e ha condizionato la vita amministrativa della nostra città, facendola tornare indietro di trent’anni. Non ci sono alibi, non ci sono scuse, chi ha governato in questi otto anni, accusando l’opposizione vera di tutto e di più, ha la responsabilità delle estreme e nefaste conseguenze del fallimento politico”. Non è da meno il collega Michele Grimaldi: “La camorra era entrata a Palazzo Mayer, ne condizionava le scelte, trasformava i diritti in favori, corrompeva, minacciava, strozzava vite, opportunità, sviluppo: negava come un cancro la possibilità dei cittadini di decidere in maniera libera e consapevole, del proprio futuro e di quello dei proprio figli. Rubava, sprecava e dissipava risorse, sottraeva spazi di democrazia e di economia a noi tutti, oscurava con la propria ombra le nostra strade, i nostri progetti, tutto ciò che di bello e di buono veniva piantato. E la nostra Scafati appassiva, tra campagne elettorali, ricatti, decadenze, balletti, colpevoli connivenze, vergognosi silenzi, un ex sindaco che si dimetteva per scongiurare il pericolo di arresto per camorra”. Margherita Rinaldi, segretaria cittadina dei democratici: “Scafati ha tante energie positive e belle che possiamo e dobbiamo recuperare. Sono convinta che ripartendo da quelle si può lavorare ad una stagione nuova che faccia dimenticare presto questa”. Ex alibertiano di Pasquale Coppola, Pasquale Vitiello chiede scusa alla città: “Pur non essendo addentro a queste dinamiche, pur avendo sempre esternato il dissenso rispetto a tematiche e processi che non condividevo. Le scuse di chi, motivato dal senso di appartenenza a questa comunità aveva deciso di dedicarle con impegno il suo tempo credendo in un sogno”. Giustizialista Raffaele De Luca, dei Repubblicani: “Quando si parlerà di aspiranti primi cittadini i primi che escluderemo sono chi per anni è stato con il sindaco dimissionario e di chi no, non bastano due anni per riciclarsi da politico senza macchia”. Dal M5S: “Ora si potrà far luce sulle tante ombre che hanno avvolto questa amministrazione comunale, la sua gestione e i suoi interpreti. Ci dispiace per la città, questa è un’onta per tutti i cittadini scafatesi e per il buon nome della città di Scafati, per i suoi imprenditori e per i suoi commercianti. Ci auguriamo che questo lungo periodo di commissariamento possa risollevare la città per poi andare al voto alla prima data possibile”.             (a.f.)

 

—-Una bocciatura del sistema Aliberti

Alle 10,10 di ieri, La presidenza del Consiglio dei ministri pone fine la gestione del potere sotto il controllo del sindaco con un marchio infamante

Dirigenti nominati e sott’occhio del sindaco, assunzioni dirette, affidamenti sospetti, tutto finito nelle carte della dda e della commissione d’accesso

 

tutti a casa

Nel giorno della memoria, ritornano tutti gli orrori del passato a Scafati: come nel 1993, arriva lo scioglimento del comune per camorra. Non più solo una croce al valore civile e militare, non solo una città simbolo della Resistenza: piegata in due dall’asse tra politica e camorra, la città di Scafati ne esce sconfitta e commissariata. C’è lo scioglimento. Sono le 13:54 quando finalmente arriva la comunicazione ufficiale da parte del Consiglio dei Ministri che non lascia più adito a dubbi o a ipotesi complottiste: l’amministrazione comunale di Angelo Pasqualino Aliberti è stata sciolta per infiltrazione camorristica e si tratta di uno scioglimento per i legami tra i vertici politici e le organizzazioni criminali che durerà almeno 2 anni e soprattutto si tratta di un provvedimento arrivato su richiesta della Commissione d’Accesso a seguito di un pressing messo in campo dall’antimafia di Salerno e da più parti politiche. Il Comune di Scafati è stato sciolto per infiltrazione camorristica: di mattina la decisione nel consiglio dei ministri iniziato alle 9 e finito alle 10,10. Il ministro degli interni Marco Minniti ha messo la sua firma, confermata dalla presidenza della Repubblica, sullo scioglimento, annunciato oramai da mesi. Nel mirino della commissione d’accesso arrivata al comune di Scafati lo scorso 21 marzo, ci sono appalti, convenzioni, parentele tra assunti con famosi pregiudicati, ma anche la presenza di elementi vicini ai clan nelle gare d’appalto di palazzo di città, negli affidamenti, nelle nomine ed assunzioni. Tutto coordinato dalla regia di Angelo Pasqualino Aliberti e della sua gestione personalistica del potere. Dirigenti nominati direttamente e sotto il suo controllo, assunzioni dirette e affidamenti sospetti: un atteggiamento che la commissione d’accesso ha letto negli atti e vissuto nelle camere del potere di Palazzo Meyer. Il pool guidato dal viceprefetto Vincenzo Amendola, non lascia dubbi: Pasquale Aliberti e la sua squadra, erano finiti nelle grinfie del potere del clan e lo stesso sindaco, insieme a suo fratello Nello Aliberti, al fido staffista Giovanni Cozzolino ed alla segretaria comunale Immacolata di Saia, avevano creato un sistema di potere alleato della criminalità organizzata e del clan Sorrentino (i Campagnuoli) e anche con il clan Ridosso Loreto. Nella relazione del pool, citati come “alleati”, personaggi vicini anche al clan Matrone. Una realtà già messa in mostra dall’inchiesta Sarastra, coordinata dalla procura antimafia di Salerno e dal pm Vincenzo Montemurro per cui pende l’arresto al sindaco uscente e a Luigi e Gennaro Ridosso, due capi dell’organizzazione criminale. Un’inchiesta che si fonda anche sulle dichiarazioni del pentito Alfonso Loreto, figlio dell’ex ras Pasquale, e di Romolo Ridosso. La Commissione di Accesso presieduta dal vice Prefetto Vincenzo Amendola, dal maggiore dei Carabinieri Carmine Apicella e dal super consulente del Provveditorato alle Opere Pubbliche, Giuseppe Rocco, lavorava in città a stretto contatto con la Direzione Distrettuale Antimafia, con gli uomini della Dia coordinati dal Capitano Fausto Iannaccone, oltre che con un pool di tecnici esperti della Guardia di Finanza e funzionari prefettizi come la dottoressa Desiree D’Ovidio, non si è fatta sfuggire la gestione allegra e “sotto lo schiaffo” anche delle partecipate comunali e dello stesso piano di zona in cui erano stati assunti amici di amici e parenti di consiglieri e assessori comunali. Stesso discorso per alcune società che lavoravano con il comune e per le partecipate dove sembra ancora più forte la presenza delle mani del clan Ridosso Loreto. La decisione di inviare gli ispettori a Palazzo Meyer era stata presa di comune accordo dal Prefetto di Salerno, Antonio Malfi, dal Comitato Provinciale per l’ordine e la sicurezza, di concerto con il Procuratore Capo Corrado Lembo ed avallata dal Ministero degli Interni, Marco Minniti. Ora è tempo di attendere la relazione e di leggere cosa sia successo per davvero nelle mura di Palazzo Meyer negli ultimi 8 anni. Sullo scioglimento intanto si attende la pubblicazione ufficiale della relazione.

 

—-Già al via il toto commissari

E’ già toto nomi a Palazzo Meyer per l’arrivo della triade commissariale che gestirà il municipio per i prossimi 2 anni per “ripristinare la legalità” in ogni settore della vita pubblica ed amministrativa del Comune. In pole c’è la possibilità che resti il commissario prefettizio Vittorio Saladino arrivato dopo le dimissioni, lo scorso novembre, del primo cittadino. Possibile anche il ritorno di Desireè d’Ovidio e dello stesso consulente del Provveditorato alle Opere Pubbliche, Giuseppe Rocco. Il ruolo della triade che arriverà sarà innanzitutto cercare di ripristinare la legalità al Comune sarà azzerato ogni cda e ogni settore comunale: una decisione che sarà comunque presa dalla triade commissariale che a partire da lunedì e per i prossimi due anni gestirà il Comune.

 

—-Ecco le irregolarità riscontrate da magistrati e dalla commissione d’accesso agli atti

Dalla gestione degli alloggi popolari a quella delle aree affidate a pregiduicati, dall’Acse alla Scafati Solidali e quella Sviluppo agli appalti

Alloggi popolari affidati a pregiudicati, se non anche ad esponenti del clan, nomine di fedelissimi nelle partecipate, l’Acse in particolare, con lo scopo di affidare servizi e gestioni alle società del clan e poi promesse elettorali diventate assunzioni e nomine dirette a Palazzo Meyer: ecco cosa è uscito dal cilindro del pool anti mafia inviato dal Ministero per verificare l’attività amministrativa del Comune e che ha lavorato per mese tra migliaia di faldoni.

Alloggi popolari.  Innanzitutto nel mirino ci sono gli alloggi popolari che sarebbero stati affidati in maniera non proprio legittima ed in particolare all’interno ci sarebbero anche alcuni pregiudicati che non avevano diritto ad occupare quelle case  e non solo le avevano occupate in maniera abusiva, ma non erano neanche stati mai cacciati via dagli addetti ai lavori del Comune di Scafati.

Gestione di aree cittadine da pregiudicati. Stesso discorso anche nella presenza di pregiudicati in alcune gestioni di aree cittadine affidate non solo all’Acse, ma anche allo stesso comune di Scafati. Inoltre è stata verificata la presenza non solo di personaggi vicini alla criminalità organizzata, per quanto concerne affidamenti ed appalti, ma anche proprio nomine dirette fatte a parenti oppure a persone legate ad esponenti del clan.

Pompe funebri.  È stata messa in luce anche la presenza di criminalità organizzata nella gestione dei servizi cimiteriali e soprattutto degli spazi pubblicitari dedicati alle affissioni funebri che erano finite nella piena disponibilità del clan Matrone.
Una realtà denunciata anche dal dirigente Giacomo Cacchione che ha messo in luce un’altra cosa segnalata dal pool antimafia: un clima di terrore anche per il modo in cui Di Saia e il sindaco gestivano la “res pubblica”.
Partecipate e società comunali, Acse, Scafati solidale e Stu.  E’ finita nella relazione pool antimafia anche la gestione delle partecipate comunale di in particolare l’Acse in cui dalle dichiarazioni del pentito Alfonso Loreto era emersa la presenza del vicepresidente come un uomo del clan che avrebbe dovuto svolgere un ruolo pubblico per favorire le ditte appartenenti alla criminalità organizzata. Si tratta in questo caso di Ciro Petrucci, indagato nell’ambito dell’inchiesta che squarcia il velo del legame tra politica e camorra. Stesso discorso anche per la nomina di alcuni responsabili di settori comunali legati da vincoli di parentela con esponenti della criminalità organizzata locale. Alcune di queste nomine erano state fatte in maniera diretta dal sindaco Pasquale Aliberti. Anche la gestione della società Scafati sviluppo per la reindustrializzazione dell’area ex Copmes è finita nel mirino del pool antimafia che ha verificato una gestione procedurale errata di alcuni meccanismi interni ed inoltre anche segnalato la presenza di cooperative vicino alla criminalità organizzata nella gestione sia della vigilanza che anche dell’affare sicurezza.

Gestione degli appalTI.  Come già segnalato dal procuratore Lembo in merito alla città di Scafati sarebbe stata evidenziata la presenza di alcune società vicine al clan dei Casalesi negli appalti comunali e quindi anche di società che addirittura erano finite nello scandalo mafia capitale. In particolare nei mesi scorsi era emersa la presenza di una ditta ed un pool di progettisti, Archicons e G&D, che avevano collaborato al progetto del polo scolastico per cui il Comune ha percepito dei fondi più Europa, ma di fatto non è stato realizzato. Era emersa anche la presenza di un architetto che aveva realizzato il bunker in cui si nascondeva Michele Zagaria, boss dei Casalesi: il professionista Domenico Nocera era stato scelto direttamente dal Comune di Scafati per effettuare dei lavori proprio in quell’area come in altri cantieri scafatesi.

GESTIONE PERSONALISTICA DEL POTERE – Una gestione personalistica del potere fatta di nomine e di incarichi dati in maniera illegittima e per cui ci sarebbe anche verificata la possibilità di voto di scambio in particolare con clientele messa in campo con l’aiuto di servizi come lo staff più Europa il piano di zona oppure il servizio civile. Verificata anche la presenza di infiltrazioni camorristiche che hanno influito attraverso palazzo Meyer, nella gestione dei parcheggi comunali ed anche in un’altra società che svolge servizi per il comune di Scafati.

IMMACOLATA DI SAIA. Uno dei perni centrali della relazione del pool antimafia che ha suggerito al Ministero degli Interni lo scioglimento del Comune di Scafati è il ruolo di Immacolata di Saia. La segretaria era presente in diversi comuni sciolti per camorra come Casapesenna, San Cipriano di Aversa, Casal di Principe, Trentola Ducenta e Battipaglia,e secondo i commissari non avrebbe rispettato il suo ruolo di garante della legalità in alcuni progetti come quello della ex Copmes ed anche del polo scolastico così come i numerosi altri appalti comunali. Ciò che viene contestato dal pool antimafia è anche una gestione allegra di tutte le procedure amministrative ed in particolare la creazione, insieme a Pasquale Aliberti di un meccanismo di potere che aveva portato alla presenza di clientelismo ed anche alla possibilità di far proliferare il voto di scambio dando una gestione personalistica diretta al Sindaco in appalti e servizi, ma anche nella gestione dei servizi sociali. Sarà la prima ad andare via, appena arriverà la triade commissariale.

IL CLIMA POLITICO.  Dal 2011 ad oggi sono 63 i consigli comunali sciolti per infiltrazioni di stampo mafioso. L’ultima new entry di questo triste catalogo è il comune di Scafati. Scafati rivive quindi l’incubo dello scioglimento del marzo 1993 dopo 24 anni. Arriva la stangata dopo l’inchiesta che lo scorso 18 settembre 2015 aveva portato avvisi di garanzia all’ex sindaco Pasquale Aliberti, a suo fratello Nello, la moglie consigliere regionale di Fi Monica Paolino,la segretaria comunale Immacolata Di Saia e lo staffista del sindaco Giovanni Cozzolino per i presunti legami con il clan Ridosso Loreto. La lunga inchiesta ha una ventina di persone indagate e potrebbe anche avere risvolti ancora più duri a breve. Intanto a marzo scorso era stata inviata al comune di Scafati la commissione d’accesso che per mesi ha lavorato a Palazzo Meyer: a seguito del lavoro, la commissione ha proposto lo scioglimento del municipio per infiltrazioni camorristiche. Una richiesta già formulata mesi prima dall’antimafia e poi rimandata all’analisi della commissione d’accesso. Successivamente era arrivata la richiesta di arresto per il sindaco Pasquale Aliberti, su cui il giudice si è espresso favorevolmente condannandolo al carcere insieme agli esponenti del clan Ridosso Loreto. Nulla invece per suo fratello Nello Aliberti, tuttora considerato uno dei perni di questa indagine. Sulla questione si attende la decisione della Cassazione per il prossimo 7 marzo. Ora al comune di Scafati, già commissariato dopo le dimissioni del sindaco lo scorso novembre, arriverà una triade commissariale. I primi tre nodi da sciogliere: resterà il commissario Vittorio Saladino che aveva già improntato il lavoro al Comune? Chi saranno gli altri componenti della triade commissariale e poi: cosa c’è scritto e chi viene citato nella relazione che spiega i legami tra politica e camorra a Palazzo Meyer?

 

—- Ripercussioni per Forza Italia e molti politici dell’Agro

Non solo un “fatto scafatese”. Lo scioglimento del consiglio comunale di Scafati avrà sicuramente ripercussioni in tutta la provincia di Salerno. L’ex sindaco Pasquale Aliberti era uno degli uomini forti e maggiori portatori di voti di Forza Italia nel salernitano, difeso ad oltranza da molti esponenti politici anche nazionali del partito. La moglie, Monica Paolino, indagata assieme a lui in inchieste che ruotano sui rapporti tra politica e camorra, è per la seconda volta consigliera regionale di Forza Italia che l’aveva scelta per ricoprire l’incarico anche di presidente della commissione regionale antimafia, dal quale si era dimessa. Una situazione di grande imbarazzo per il partito e che non mancherà di causare guerre interne al partito, dove molti erano malpancisti del peso della coppia Aliberti-Paolino. Nell’Agro nocerino, poi, lo scioglimento del consiglio comunale per camorra e, quindi, l’assenza dalla scena politica per due anni dei rappresentanti politici scafatesi avrà un peso nel riconsiderare una stagione di gestione di enti consortili  (come quella degli ultimi anni del Piano di zona per i servizi sociali, dove Scafati era Comune capofila) ma anche per quella degli anni futuri. Senza contare, inoltre, sulle ripercussioni in molti consigli comunali della zona, dove gli Aliberti avevano referenti ai quali davano anche forza politica e che ora sono senza “spalle coperte”. Gli effetti di questo scioglimento saranno ancora molti e imprevedibili.




I 15 articoli e 15 foto sull’operazione che ha sbaragliato i Ridosso, i Loreto, i Cesarano e co.

RIDOSSO LUIGI

Luigi Ridosso

RIDOSSO GENNARO

Gennaro Ridosso

Antonio Matrone detto Michele, figlio di Franchino

Antonio Matrone detto Michele, figlio di Franchino

 

Alfonso Loreto

Alfonso Loreto

 

 

—-Finito il regno dei Cesarano a Scafati

I carabinieri del Rreparto territoriale di Nocera eseguono 16 ordinanze cautelari mettendo all’angolo gli stabiesi che tenevano sotto scacco la città

Estorsioni ad imprenditori, violenze contro chi non pagava, disponibilità di armi, ecco come quelli di Ponte Persica volevano essere re

 

Estorsioni, usura, società create ad hoc per ottenere appalti. Con queste accuse ieri mattina sono state eseguite 16 ordinanze restrittive. Una vasta operazione che ha visto l’impiego di oltre 100 carabinieri del Comando Provinciale dei Carabinieri di Salerno nell’Agro Nocerino – Sarnese.
Le ordinanze eseguite all’alba di sono state emessa dal Gip del Tribunale di Salerno, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia – nei confronti dei16 indagati, ritenuti responsabili, a vario titolo, di “estorsione”, “usura”, lesioni personali” e “trasferimento fraudolento di valori”, tutti aggravati dal metodo mafioso ovvero dalle finalità di agevolare sodalizi di tipo mafioso.
I particolari dell’operazione sono stati illustrati ieri mattina dal Procuratore Capo Corrado Lembo alla presenza del magistrato Russo e dei vertici dell’Arma dei Carabinieri e del Gico della Guardia di finanza che ha collaborato nelle indagini.
Un’indagine che vede il riproporsi di vecchi scenari oltre alla penetrazione di clan stabiesi nel territorio dell’Agro nocerino Sarnese.  Nel mirino delle forze dell’ordine infatti, sono finiti, gli esponenti del clan Matrone di Scafati/Boscoreale, del clan Cesarano, del clan Ridosso Loreto: contestate numerose estorsioni a imprese, aziende di pulizia, conserviere e non solo. Si indaga anche sui rapporti tra i clan locali tra Vesuviani, Scafati e Agro. L’intera rete di estorsioni ed usura è stata ricostruita grazie alle rivelazioni di un collaboratore e, alle denunce di alcune vittime. Molte infatti avevano paura e hanno cominciato a collaborare molto tardi. Chi non pagava in tempi utili le rate veniva selvaggiamente picchiato e malmenato. Così come è accaduto per un parcheggiatore di Pompei. I tassi di interesse da versare per i prestiti ottenuti erano del 10 per cento mensili.
Tra gli arrestati il figlio di un noto boss locale, Michele Matrone, figlio di Franchino a’ belva per una presunta estorsione. Si indaga sull’alleanza tra Scafati e Castellammare e sul ruolo di Luigi Di Martino, esponente del clan stabiese, anche sugli affari di Scafati e dintorni.
Tra i destinatari del provvedimento odierno, eseguito anche con il supporto di militari delle compagnie di Torre Annunziata e Castellammare di Stabia, oltre che con la attiva collaborazione delle Gico della Guardia di Finanza di Salerno, autore delle indagini societarie patrimoniali, figurano l’attuale reggente del clan Cesarano, Di Martino Luigi detto Gigino o’ profeta, Matrone Michele, figlio dell’ergastolano Francesco detto a’ belva, nonché Spinelli Andrea già arrestato nello scorso mese di novembre per analoghi episodi estorsivi.
Il provvedimento scaturisce dalle risultanze di una articolata attività investigativa condotta da quel nucleo operativo e radiomobile coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Salerno, in seguito all’arresto, avvenuto nel settembre 2015, di un gruppo di esponenti del clan Ridosso – Loreto dedito alle estorsioni in danno di commercianti nel territorio di Scafati e che porto alla cattura dei vertici di quella organizzazione criminale anche per referati i delitti di omicidio commessi in contesto associativo agli inizi degli anni 2000 (Omicidio Muollo Luigi e tentato omicidio Di Lauro Generoso).
Nel corso delle indagini, condotte attraverso l’esame di prove documentali ed escursioni testimoniali, riscontrate con dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia, sono emersi stretti contatti, tesi ad una spartizione del Territorio Scafatese e limitrofa aria pompeiana, tra le due consorterie di tipo camorristico attiva in zona, il clan Loreto – Ridosso di Scafati, il clan Matrone ed il clan Cesarano di Pompei – Castellammare di Stabia. In particolare si è accertato che i due gruppi, tra gli anni 2004 e 2016, avevano avanzato, anche con metodi violenti, plurime richieste estorsive in danno di imprenditori e commercianti della zona consistenti in nazioni di denaro ovvero elargizione di beni e prestazioni per importi complessivi pari a circa 400.000 euro
Inoltre il clan Ridosso – Loreto, attraverso la costituzione di 3 imprese societarie, intestate a prestanome e che sono state sottoposte a sequestro preventivo unitamente ai rispettivi conti correnti bancari imponeva gli appalti per il servizio di pulizie presso il centro commerciale Plaza e la sala Bingo di Scafati nonché, con il placet dell’altro gruppo criminale che manteneva il la pronto controllo delle richieste di denaro presso l’omologa sala giochi bingo sita nel limitrofo comune di Pompei.
Durante le perquisizioni di ieri mattina è stato anche rinvenuto e sequestrato un fucile di provenienza estera.

 

—-I 16 ragiunti  da un’ordinanza cautelare

ARRESTATI E INTERDETTI

In carcere sono destinati: il 30enne Roberto Cenatiempo Roberto, il 47enne Fiorentino Di Maio (detto ‘o castelluono al momento irreperibile), il 36enne Antonio Matrone detto Michele (figlio del boss Franchino ‘a Belva), il 33enne Gennaro Ridosso, il 30enne Luigi Ridosso (figlio di Salvatore) ,  il 29enne Salvatore Ridosso,  tutti di Scafati. Stessa sorte per il 55enne Luigi Di Martino, alias “Gigino ‘o profeta”, 55 anni, reggente del clan Cesarano, il 45enne Nicola Esposito, alias “‘o mostro”, altro punto di riferimento dei Cesarano  , entrambi di Castellammare di Stabia, e per il 50enne Giovanni Cesarano, detto Nicola, di Pompei, nome di spicco dell’ominima famiglia.
Ai domiciliari sono amdati  il 34enne Vincenzo Pisacane detto Coccodè, il 41enne Andrea Spinelli, detto Dariuccio, di Scafati; il 44enne Alfonso Morello detto “‘o Balzone” di Torre Annunziata, e il 27enne Francesco Paolo D’Aniello residente a Santa Maria la Carità ma domiciliato a Scafati.
Interdetti con il divieto di assumere incarichi direttivi presso persone giuridiche e le imprese per 12 mesi: il 28enne Giacomo Casciello Giacomo, il 29enne Giovanni Vincenzo Immediato e il 48enne Mario Sabatino, tutti di Scafati.

 

—- Gli altri 21 indagati

Sono 21 gli indagati ma non colpiti da misura cautelare. Tra questo figurano  Giovanna Barchiesi, ex moglie di Alfonso Loreto e nipote del consigliere comunale Roberto indagato nell’inchiesta con il sindaco Pasquale Aliberti, Giuseppina Cascone, Agostino Cascone (alias Pappariello), di Castellammare di Stabia, Ciatti Rosalia di Torre del Greco, Gaetano Criscuolo (alias Mesopotamia) di Cava de Tirreni; Giuseppe D’Iorio, alias Peppe ‘o killer, di Acerra; Mario Di Fiore, detto ‘o cafone, di Acerra; Pasquale Di Fiore, ‘o figlio ro cafone, di Acerra; Michele Imparato, detto Massimo, 38 anni di Boscoreale; Alfonso Loreto, 30 anni di Scafati, Pasquale Loreto, 55 anni; Francesco Matrone, alias ‘a belva, 69 anni di Scafati; Giovanni Messina, 44 anni di Acerra, collaboratore di giustizia; Giuseppe Morello, 41 anni di Torre Annunziata; Francesco Nocera, detto Cecchetto, 30 anni di Scafati; Antonio Palma, 41 anni di Boscoreale; Giuseppe Ricco, Pinuccio ‘o foggiano, 58 anni di Foggia; Luigi Ridosso, di Romolo, 34 anni di Scafati; Romolo Ridosso, Romoletto, 55 anni di Scafati; Antonio Savino, detto ‘o iennero ro nirone, 29 anni di Scafati.
L’ìnchiesta non è affatto conclusa.

Francesco Matrone

Francesco Matrone

pasquale loreto

Pasquale Loreto

Romolo Ridosso

Romolo Ridosso

Salvatore Ridosso

Salvatore Ridosso

Giovanni Cesarano detto Nicola

Giovanni Cesarano detto Nicola

Nicola Esposito detto 'o mostr'

Nicola Esposito detto ‘o mostr’

Luigi Di Martino, detto 'o Profeta

Luigi Di Martino, detto ‘o Profeta

Andrea Spinelli

Andrea Spinelli

Vincenzo Pisacane

Vincenzo Pisacane

Alfonso Morello

Alfonso Morello

Roberto Cenatiempo

Roberto Cenatiempo

—-Le due associazioni per delinquere, di cui una anche per far votare Aliberti

L’evoluzione del gruppo Loreto-Ridosso e tutte le varie accuse ai 37 indagati dell’inchiesta della Dda

Sono accusati di associazione per delinquere di stampo camorristico del cosiddetto gruppo Ridosso/Acerrani: Roberto Cenatiempo, Francesco Nocera, Gaetano Criscuolo, Antonio Savino, Mario e Pasquale Di Fiore, Giuseppe Di Iorio, Michele Imparato, Giovanni Messina, Antonio Palma e Giuseppe Ricco. Questo gruppo aveva come fine diverse estorsione ad imprenditori dell’Agro nocerino soprattutto nel settore dei videopoker e programmare ed eseguire omicidi, attiva fino al 2005.
Dal 2005 ad oggi agisce autonomamente il clan Loreto Ridosso , formato da Pasquale Loreto, il figlio Alfonso, i vari Ridosso, Cenatiempo, Francesco Paolo D’Aniello, Giovanni Vincenzo Immediato e Andrea Spinelli. Questo secondo gruppo stipulerà una accordo con i Cesarano di Castellammare di Stabia. Era attivo nelle estorsioni attraverso le ditte di pulizia imposte ad imprenditori dell’industria conserviera. a programmare omicidi contro il clan Tammaro/Di lauro/Muollo. a conseguire appalti pubblici grazie all’appoggio elettorale dato al sindaco di Scafati, Pasquale Aliberti nel 2013 e alla moglie, Monica Paolino, nell’elezione al consiglio regionale della Campania.
Per armi sono indagati i due Loreto e i Ridossi e Rosalia Ciatti. Di estorsione sono accusati i Loreto e i Ridosso, Cenatiempo, Spinelli, Esposito, Cascone, Di martino, Cesarano, Antonio e Francesco Matrone, Fiorentino Di Maio, Vincenzo Pisacano e D’Aniello. Di Usura sono accusati Alfonso Morello (con Alfonso Loreto anche di estorsione per recuperare il profitto dell’usura stessa). Di concorso in fraudolento trasferimento di valori sono accusati e di impiego di capitali provenienti da attività illecite Alfonso Loreto, Luigi Ridosso del 1986 e Gennaro Ridosso, Giovanna Barchiesi, Giuseppina Casciello, Cenatiemo, Giacomo Casciello, Mario Sabatino e Giovanni Vincenzo Immediato.
Giuseppe e Alfonso Morello sono anche accusati di abusivo esercizio di attività bancaria e di impiego di capitali provenienti da attività illecite.

 

—- L’usura praticata al 10% di interesse e per chi non pagava c’era la pistola di “Funzin”

I fratelli Morello avrebbero prestato i soldi provenienti dalle attività illeciete dei Loreto-Ridosso

TORRE ANNUNZIATA. Era l’usura uno dei campi più frequentati nelle attività illecite anche da parte del gruppo Loreto-Ridosso. E per questo settore, anche se non fa parte delle contestazioni dell’associazione per delinquere è considerato molto vicino ai Loreto. A Scafati, Morello gestiva la Caffetteria %000 in via De Filippo assieme a Gennaro Ridosso. Il suo nome compare per un’usura con prestiti al 10% di interessi ad un fabbro. Al povero fabbro furono estorti 3mila euro da Alfonso Loreto e Alfonso Morello, in pagamento dei debiti usurai che aveva con il torrese, minacciato con una pistola calibro 9X21 (i due Alfonso rispondono anche di ricettazione).
Indagato anche Giuseppe Morello, fratello di Alfonso 41 enne di Torre Annunziata. I due sono accusato di esercizio abusivo di un’attività finanziaria nei confronti di terzi, prestando in più casi denaro, anche a tasso usuraio, a svariate persone della zona. Oltre al fabbro, ci sarebbero almeno altro quattro persone che avrebbero ricevuto il prestito.
I due Morelli sono indagati anche per impiego di denaro proveniente da beni ed utilità ricavate da illecita attività.
In pratica, impiegavano nei prestiti i soldi che i Loreto-Ridosso intascavano con le loro varie attività illegali, tra le quali l’usura.
Il tutto, ovviamente aggravato dall’articolo sette della legge 203/1918, per favorire il clan Loreto Ridoss.

 

—-Ecco come nacque il clan Loreto Ridosso

Per la vendetta dell’uccisione del fratello Salvatore, Romoletto si alleò con i clan acerrani, poi arrivò la nuova associazione

Il neo gruppo malavitoso sfondò con la violenza nella settore delle pulizie alle ziende conserviere e alle altre ditte del territorio

SCAFATI. «E adesso che facciamo?». Questo si sarà chiesto Romolo Ridosso, l’attuale collaboratore di giustizia uno dei capi del clan Loreto Ridosso. La domande se la pose all’indomani dell’omicidio del fratello Salvatore, il 16 maggio del 2002 da parte del clan rivale dei Tammaro/Di lauro/Muollo capeggiato anche da Luigi Muollo con il quale aveva degli accordi criminali per la spartizione di alcuni fondi della legge sull’imprenditoria e sui videopoker il cui mancato rispetto portò all’omicidio del fratello di Romoletto. A questo punto, stretto nell’angolo, tramite Antonio Romano, noto esponente criminale cugino di Giovanna Terracciano, moglie di Ciro De Falco), Romolo Ridosso stipula un’alleanza con il clan capeggiato da Ciro De Falco  (oggi deceduto, detto “‘o Ciomm”) e Mario Di Fiore (“‘o Cafone”) e con Giovanni Messina e Salvatore Nolano (oggi deceduto)  del clan De Sena, tutti di Acerra. Ripresa forza combattiva, Romoletto si dedica alla vendetta del fratello Salvatore  e fece uccidere, secondo gli inquirenti, il 22 ottobre del 2002, Andrea Carotenuto, avvalendosi dell’apporto di suo figlio Gennaro Ridosso e del nipote Luigi Ridosso del 1986.
Con l’aiuto dei acerrani, Romolo Riodosso, attraverso Giuseppe D’Iorio (Peppe ‘o killer) del clamn De faklco/Di Fiore e Giuseppe Ricco (Pinuccio ‘o foggiano) del clan Panico di Sant’Anastasia, alleato con quelli di Acerra, cercò di far uccidere Generoso Di Lauro.
Il 9 settembre 2003, Romoletto fece uccidere, sempre grazie agli acerrani, Luigi Muollo, vendicando la morte del fratello Salvatore.
Il Gruppo con quelli di Acerra, andò avanti anche per varie estorsioni.
Nel 2004, questo gruppo si era sostanzialmente esaurito. Il collante principale era la vendetta del fratello/padre/nipote Salvatore Ridosso. Raggiusto questo, l’organizzazione criminale andava fondata e da qui l’idea dell’unione con i Loreto.
Pasquale Loreto, nonostante fosse in località protetta perché collaboratore di giustizia stabilì l’accordo con i ridosso e di fatto rompendo l’alleanza con i Matrone, con i quali aveva fondato un clan Loreto/Matrone, già affiliato alla Nuova Famiglia di Alfieri/Galasso.
E Così parte una delegazione dei Ridosso e raggiunge a Roma Pasquale Loreto mentre era, con tanto di scorto, al tribunale per discutere la sorveglianza. In quella occasione, viene stipulato il nuovo accordo e fu il clan Loreto/Ridosso.
I due boss avranno detto: «Largo ai giovani» e di fatto demandarono tutte le loro attività illecite ai al Alfonso Loreto, Gennaro e Luigi Ridosso. Ma non si dovevano perpettare estorsioni normali, ma di un nuovo tipo, attraverso la prestazione di un’opera, le pulizie all’interno delle aziende conserviere, ad esempio o altre ditte, con tanto di rilascio di fatture.
E così furano date il via alla Italia Service, alla Italy service, alla Splendida srls, tutte società riconducibili al clan Loreto Ridosso ed operanti nel settore delle pulizie ad aziende e ai Bingo di Scafati e Pompei, al centro Plaza, ad esempio.
Le società oggi sono sotto sequestro da parte del Gip del tribunale di Salerno,   su richiesta della Dda Di salerno, che ha messo sotto chiave anche i conti correnti e il sequestro preventivo di tutti i beni aziendali accertati e da accertare.
Così si chiude la parabola del clan che voleva fare il sallto imprenditoriale

 

—-Il “pentito” Pasquale Loreto: «Chi non vuol pagare portaelo da me»

SCAFATI. «Se non si convincono interveniamo noi». Questo avranno detto probabilmente Pasquale Loreto e Romolo Ridosso ai figli quando hanno deciso di stipulare un accordo e fondare il nuovo clan dedito soprattutto alle estorsioni anche attraverso la gestione dei videopoker nei locali ma c’era un nuovo filone da perseguire, quello delle imprese di pulizia. Per i due boss, infatti, il ruolo che si erano ritagliati era quello di intervenire nel caso gli imprenditori fossero riluttanti, quelli che cioè nono volevano far lavorare i loro “ragazzi”.
E così, il gruppo doveva segnalare, in modo particolare a Pasquale Loreto, chi non si sottometteva alle richieste di far lavorare la loro impresa di pulizia all’interno di ditte conserviere, alimentari in genere e di altro tipo.
Nonostante fosse in località protetta e quindi collaboratore di giustizia, Pasquale Loreto continuò ad operare come boss tanto da convocare una riunione in una abitazione di cui aveva la disponibilità a fondo  del Monaco a Scafati.
Qui, i figli, in maniera esplicita, dovevano far arrivare gli imprenditori a questa sorta di riunione, dove Pasquale Loreto avrebbe fatto valere tutta la sua presenza criminale per indurre i riluttanti ad accettare le pulizie delle loro attività, ovviamente a prezzi maggiori rispetto a quelli di mercato, viste le dimensioni dell’intervento, da parte delle aziende dei suoi “ragazzi”.
A quella chiamata risposero imprenditori di grande rilievo, come quelli a capo una ditta alimentare molto nota di Angri, o di un’altra con sede a Trecase poi trasferitasi a Milano (in questo caso il titolare fu preso a calci e pugni nei pressi di una banca), un’azienda conserviera di Fisciano. Perfino una guardia giurata di Scafati, coadiutore del nipote in un autolavaggio, dove subire l’estorsione.
Tra le vittime anche l’ex consigliere provinciale Raffaele Lupo che oggi nella vicenda del voto di scambio politico mafioso con il sindaco Aliberti. Ebbene, Lupo avrebbe pagato 5.000 euro per la ristrutturazione della casa, 2000 euro ad Alfonso Loreto e Gennaro Ridosso come regalo impostogli dai due dopo l’apertura di un sale e tabacchi, salvo poi finire sotto usura proprio dei Loreto e dei Ridosso per far fronte a difficoltà finanziarie.

 

—-La rivicita dei Matrone sui Loreto grazie ai Cesarano

La rivincita di Franchino matrione. Dopo la rottura del clan Loreto matrone da parte dei Loreto che avevano scelto i Ridosso per le loro estorsione, una volta abaragliati i Ridosso con gli arresti da parte della dda di salerno e dei carabinieri, i Cesarano di Castellammare di Stabia avevano scelto loro epèr proseguire la loro attività estorsiva ed estendersi anche a Pompei e a Scafati.
I Matrione venivano visti di buon occhio rispetto ai Loreto, perché Pasquale aveva inziiato una collaborazione con la giustizia e questo era un periucolo futuro.
Tolto di mezzo Nicola Esposito di castllammare di Stabia, vicino ad Alfonso Loreto, i Matrone hanno avuto partita facile con quelli di Ponte Persica ed è mnata la collaborazione.

 

—- «Mi cambi gli assegni? No? e allora pistolattate a gogo»

Il gruppo dei Loreto Ridosso amava vestire bene e conosceva molti esercizi commerciali alla moda di Scafati. In un caso, il clan pretese uno sconto dal 30 al 50% per acquistare capi di abbigliamento di note griffe. In un  altro, la pretesa era a di cambiare assegni  di provenienza illecita. Il proprietario del noto esercizio commerciale si oppose, anzi per darsi forze, affermò di essere vicino a Generoso Di lauro. Un errore fatale, perché proprio i Di Lauro erano acerrimi nemici dei Loreto Ridosso. fatto è che, nottetempo, secondo la Dda, Alfonso Loreto, Gennaro Ridosso e Cenatiempo Roberto  spararono contro la vetrina del negozio. Il commerciante comunque non accettò la richiesta.

 

— Il procuratore Corado Lembo: «Fondamentale denunciare le estorsioni e l’usura»

Chi non collabora con gli inquirenti fa un torto a se stesso e rischia anche una condanna per favoreggiamento personale, un doppio danno

Il procuratore capo. «Necessario denunciare le estorsioni e l’usura, lo stato interviene e assicura giustizia. Corrado Lembo, ieri mattiuna, durabnte la conferenza stampa ha richiamato più volte i presenti a divulgare l’idea che la denuncia è utile, un dovere morale ma anche l’unica soluzione epr affrancarsi dai malvicenti.
Purtroppo, molte delle vittime non hanno collaborato.
In questo caso, si rischia il favoreggiamento personale ed è come dare due volta vionta agli estorsori.
Ormai è chiaro che le forze dell’ordine arrivano comunque al risultato finale e quindi è inutile, per le vittkme, negare i torti subiti.

 

—- L’assalto del clan Cesarano alle “libere” Pompei e Scafati

In particolare dopo gli arresti dei Loreto e Ridosso, il gruppo criminali di Ponte Persica, alleato ai D’Alessandro si era spostato nelle due città confinanti rimaste senza oragnizzazioni criminali dedite alle estorsioni

In un secondo tempo, i Cesarano preferirono l’alleanza con i Matrone di “Franchino la Belva” e del figlio

CASTELLAMMARE DI STABIA, POMPEI/SCAFATI. «Quelli di Ponte Persica comandano a Scafati». A parlarne sia Alfonso Loreto e Romolo Ridosso, i due collaboratori di giustizia.
E a Ponte Persica, frazione di Castellammare di Stabia a confine con Scafati e Pompei, “comandano” i Cesarano, capeggiati dal 55enne Luigi De Martino, detto “Gigino ‘o Profeta” e di Castellammare di Stabia, e dal 50enne Giovanni Cesarano, detto Nicola e residente a Pompei, e per i quali avrebbe operato anche  il 45enne Nicola Esposito, detto ‘o mostr’”, di Castellammare di Stabia, il 47enne Fiorentino Di Maio di Castellammare di Stabia.
Un’egemonia che si estendeva dall’area nord di Castellammare di stabia fin verso  i comuni limitrofi e che non temeva di andare anche oltre.
Visti gli arresti e il pentimento dei Loreto Ridosso, i Cesarano decidono di dare l’assalto a  Pompei e di Scafati. va detto che, i Loreto Ridosso erano alleati con i Cesarano, anche grazie all’amicizia di “Funzin’” Loreto con “Nicola ‘o Mostr”.
I Cesarano avrebbero però visto non con grande piacere la presenza dei Loreto (e quindi dei Ridosso) perché Pasquale, il padre di Alfonso, aveva collaborato con la magistratura con un pentimento “vai e vieni”.
Arrestato Esposito, considerato una sorta di colletto bianco del gruppo stabiese,  e in decadenza il gruppo Loreto Ridosso, l’idea di stringere alleanze con i Matrone di Scafati, clan capeggiato da “Franchino a Belva” e dal figlio Antonio (detto Michele) che subentrarono ai Loreto. Del resto anche nelle estorsione ai Bingo di Scafati e Pompei, i Loreto avrebbero avuto solo l’appalto delle pulizie mentre i 3.500 euro mensili andavano ai Cesarano. A pagare nel tempo lo scotto delle estorsioni del gruppo Cesano e degli alleato scafatesi sono stati i fratelli Moxedano titolari e titolari e gestori del Re Bingo a Pompei, sottoposti ad estorsione.
I  Moxedano sono noti per il loro impegno nel Napoli, nel Savoia e nella Turris, quindi famiglia di imprenditori molto conosciuta e non solo nella zona ma lo stesso preso di mira dagli estorsori, in particolare dai Cesarano.
In un primo momento fu Nicola Esposito a chiedere alla sala Bingo di Pompei di pagare 3500 euro per i Cesarano e il gruppo Loreto Ridosso avrebbero preso l’appalto delle pulizie. Con la fine del clan Loreto-Ridosso, Di Martino e il clan Cesarano prendono il sopravvento e chiedono ai gestori della sala Bingo di Pompei ea quelli della sala Bingo di Scafati aumentano, in un caso, il pizzo fino a 5000 euro al mese.
Visto il rifiuto di pagare la rata come ogni 5 del mese, ad agosto scorso proprio il giorno 5, quattro persone che sarebbero state inviate da Luigi Di Martino e Giovanni Cesarano, pestarono il parcheggiatore del Re Bingo proferendo la seguente frase «Adesso diglielo a Moxedano».
Simbolico della nuova alleanza con i Matrone di quelli di Ponte Persica che per il Bingo di Scafati vennero stabilite pagamenti di pizzo a Natale, Pasqua è ferragosto di quindi 24000 euro l’anno su ordine di Cesarano e Di Martino con un ruolo di appoggio determinante di Antonio Matrone detto Michele figlio di Franchino la belva, pagamento avvenuto al centro Plaza di Scafati nell’estate 2015 per 3000 euro.
I Matrone spuntano anche nella richiesta estorsiva di 5.000 euro al mese allo stesso Bingo di Scafati

 

—- Con i D’Alessandro i Cesarano di Ponte Persica e gli Imparato

dalla relazione semestrale della Dia, il panorama dei gruppi criminali stabiesi, dei Monti Lattari e Pompei

SCAFATI/POMPEI/CASTELLAMMARE DI STABIA. La relazione semestrale della Dia già aveva evidenziato la trasformazione avvenuta nei sodalizi criminali del territorio a cavallo tra le provincie di Napoli e Salerno: dall’analisi effettuata dalla Direzione investigativa antimafia, emerge che ora ci sono le donne ai vertici del clan D’Alessandro.Il clan segue il percorso già intrapreso dai Gionta di Torre Annunziata.  Ai vertici della storica cosca dei Castellammare di Stabia , secondo la relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia, èimbocacto una strada di trasformazione  che, dopo gli arresti dei capi, sarebbe adesso guidato dalle donne della famiglia.
L’attività dei D’Alessandro è in vari settori criminali, dalla droga alle estorsioni, non solo in città ma anche nei comuni limitrofi.
Collegato ai D’Alessandro, c’è il clan Imparato del rione Savorito, meglio conosciuto come il clan “dei paglialoni” che opera nella cosiddetta “Aranciata Faito (recentemente ritornata in auge per gli acquisti di droga da parte delle organizzazioni di spaccio operanti a Nocera Inferiore). I pagalialoni sono dedito in particolare alla gestione del traffico di stupefacenti. Gli investigatori hanno inoltre riscontrato una tensione tra gli stessi D’Alessandro e la famiglia Di Somma del rione Santa Caterina. Un altro gruppo presente a Castellammare, nella zona di Ponte Persica al confine con Pompei, è quello dei Cesarano, attivo anche a Scafati e Pompei. Invece per i D’Alessandro, anche dopo l’uccisione del consigliere comunale del Pd Gino Tommasino, e in particolare nel periodo compreso tra il 2009 e il 2011, le donne avrebbero scalato la vetta della cosca.
Allargando invece il discorso nei comuni dei monti Lattari, c’è da ricordare che la relazione semestrale della Dia è giunta poche settimane dopo l’irreperibilità di Annamaria Molinari, moglie del presunto capoclan Leonardo Di Martino di Gragnano.
La donna è destinataria di un’ordinanza d’arresto emessa dalla Corte d’Appello di Napoli per una condanna definitiva, con l’accusa di associazione mafiosa.
Si tratta del processo scaturito dall’inchiesta “‘Golden Goal”, relativo al traffico di scommesse sportive. Sui Lattari invece la cosca egemone è sempre quella degli Afeltra – Di Martino, attiva soprattutto a Gragnano e Pimonte.
Ad Agerola sono invece presenti i Gentile, imparentati con gli Afeltra. Le attività principali riguardano le estorsioni e lo spaccio di stupefacenti.

 

—- Quei verbali sui boss di Ponte Persica sottoscritti da Loreto

SCAFATI/POMPEI/CASTELLAMMARE DI STABIA. Quei verbali intorno ai quali gira tutto, quelli dove ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, Alfonso  Loreto e Romolo Ridosso. Ci poi un appunto di “Funzin” consegnato a marzo scorso ai magistrati con altri particolari   ha raccontato nei verbali illustrativi fatti e circostanze che riguardano il gruppo camorristico Ridosso-Loreto, in particolare elenca tutti i partecipanti ed i ruoli nel tempo dagli anni 2000 ad oggi. Nelle dichiarazioni emergono anche i reati del sodalizio criminale come omicidi, estorsioni, usura, conseguimento appalti di pulizie e manodopera attraverso società intestate a prestanome. Alfonso Loreto ha raccontato nei verbali anche i collegamenti e le alleanze con gli altri gruppi camorristici, in particolare quelli in essere con il clan Cesarano di Castellammare/Pompei. Nelle prime dichiarazioni ha fatto chiarezza su alcuni omicidi avvenuti a Scafati e non solo, dal 2000 ad oggi. Racconta anche reati recenti estranei alle attività del clan Ridosso-Loreto come gli scenari in cui sarebbe avvenuto l’assassinio di Francesco Fattorusso detto “spalluzzella”, oltre ai vari e molteplici attentati e raid avvenuti in città.
Numerosi gli “omissis” presenti nei verbali che certamente nascondono notizie di reato coperte dal massimo riserbo, le maggiori sorprese potrebbero arrivare nei rapporti avuti con gli ambienti politici soprattutto nei periodi elettorali. “Funzin” è un fiume in piena e certamente i benefici e la tranquilllità  del programma di protezione lo aiuteranno nel ricordare tutti i reati di cui è a conoscenza, diretta e indiretta, a cui può contribuire al fine di individuare i responsabili e i complici. Storie che i pm sono pronti ad ascoltare e vagliare, a partire da quel foglio manoscritto e firmato da Alfonso Loreto utilizzato come ausilio.

 

—-Da “Nanduccio di Ponte Persica” ai suo eredi, evoluzione di un clan che aveva mire espansive

Quell’amicizia con Nicola Esposito di cui beneficiarono anche i Loreto di Scafati

Ci sono anche i capi del clan Cesarano nell’elenco delle persone raggiunti da misura cautelare della Direzione Distrettuale Antimafia.
Tra i destinatari del provvedimento, eseguito anche attraverso il supporto dei militari di Torre Annunziata e Castellammare di Stabia, figurano  infatti anche Luigi Di Martino detto “Gigino ‘o Profeta”, attuale capo del clan Cesarano, e Nicola Esposito detto “’o Mostr”, oltre agli stabiesi Fiorentino Di Maio detto “’o Castelluono” e Francesco Paolo D’Aniello. Disposto anche il sequestro preventivo della società Italy Service srl con sede in via Raffaele Viviani.  Attraverso la collaborazione di alcuni pentiti, sarebbero emerse collaborazioni tra i clan per spartirsi il territorio di Scafati e Pompei, un accordo che coinvolge il gruppo Loreto-Ridosso di Scafati, il sodalizio Matrone e i Cesarano di Castellammare e Pompei.  Il clan Cesarano opera dall’inizio degli anni ’90 in attività illecite quali racket, controllo degli appalti, estorsione, controllo armi da fuoco.
Secondo il racconto effettuato a maggio dal pentito Alfonso Loreto, il clan sarebbe coinvolto anche nell’omicidio di Salvatore Polito avvenuto nel settembre 2012 mentre si recava al bar gestito dal figlio nel rione Moscarella.  Il capostipite è il famigerato Ferdinando Cesarano, detto Nanduccio di Ponte Persica, a cui sono stati contestati numerosi omicidi che rientravano, per la maggior parte, nella guerra tra la nuova famiglia di Bardellino, il gruppo di Alfieri e la nuova camorra di Raffaele Cutolo.  Celebre fu la sua evasione dall’aula bunker di Salerno nel 1998 attraverso un tunnel scavato da complici prima della nuova cattura nel 2000 dopo due anni di latitanza. I tre gruppi hanno operato tra il 2004 e il 2016 avanzando richieste di denaro a imprenditori e commercianti soprattutto in occasione delle festività (Natale, Pasqua e Ferragosto).
Vicini a loro c’erano tanti volti nuovi e reggenti, oltre a Luigi Di Martino anche quel Micola ‘Mostr, al secolo Esposito Nicola che era il trade union anche con Alfonso Loreto, quasi suo coetaneo e con il quale aveva buoni rapporti. I problemi di Esposito porteranno proprio alla’emarginazione dei Loreto, già non facilmente accolti dai Cesarano.

 

—-Antonio Matrone l’erede del padre “‘a belva”

SCAFATI. Il figlio del boss Franchino Matrone, detta ‘a belva, l’erede delle attività estorsive del padre. Anche se in un ruolo subalterno agli stabiese, i Matrone (con il figlio Antonio detto Michele)  furono considerati dai cesarano più affidabili dei Loreto-Ridosso e forse più disponibili alle attività estorsive classiche, mentre l’altro gruppo cercava di entrare in politica e condizionare il voto per poi assicurarsi appalti sostanziosi.




Castel S. Giorgio. Il centrodestra diviso. Il Pd sotto “attacco”. Donato è in corsa

CASTEL SAN GIORGIO. I  consiglieri comunali di Castel San Giorgio sono ormai tutti ex.
Scende l’oblio sull’amministrazione Sammartino  e sono molti i cittadini che si lasciano andare ad un amaro commento: “per fortuna”.
Comincia così la campagna elettorale. Donato è già in corsa per sua stessa affermazione sperando che il ricordo delle meteora Sammartino sparisca subito dalla mente dei suoi concittadini per evitare gravi contraccolpi sul voto di opinione che certo non si è bevuto il manifesto-riparatore del Pd.
Sui media-social, infatti, l’80% dei commenti non lascia dubbi: si va da: «Il burattinaio ha tagliato i fili» a «Il Pd che ha candidato a fare Sammartino se poi lo ha costretto a tornarsene a casa».
La novità di queste ore, però, è che l’opposizione a Donato appare più frammentata che mai. Alle prove di unità tra Salvati, Lanzara e Capuano, si aggiungono le velleità di Giovanni De Caro, destinate forse a restare tali,  e il candidato a sindaco che dovrebbe esprimere la famiglia Longanella ancora detentrice di un buon pacchetto di voti nel paese. Si fa sempre più insistente il nome dell’ex assessore Raffaele Sellitto, parente dell’ex sindaco Longanella (nella foto),  che alle ultime elezioni pur riscuotendo un buon consenso elettorale non fu eletto e che per il suo carattere notoriamente spigoloso ha procurato non poche antipatie al sindaco uscente poi sconfitto.
Tra coloro che restano tranquilli c’è l’ex primo cittadino Giuseppe Alfano denominato il “re della frazione Fimiani” che un anno fa fu l’unico a portare un risultato positivo riuscendo a battere addirittura il candidato sindaco Sammartino nel suo stesso paese (i due infatti abitano ad appena 50 metri di distanza). Un risultato che fece clamore e che confermò Alfano imbattibile nel suo feudo elettorale. La tranquillità di Alfano sembra nascere dalla consapevolezza che appare ancora prematuro fare una scelta e che bisognerà attendere l’evoluzione della vicenda legata agli aspiranti sindaci.
Con Donato, invece, sono già schierati l’ex assessore di Longanella Antonino Coppola, che molti danno verso un incarico in un paese vicino come “prezzo” politico del suo ritorno alla casa donatiana e il fidanzato dell’ex vicesindaco Maria Giovanna Di Leo, Teodoro Rescigno, un tempo vicino a Raffaele Sellitto quando scoppiò l’inchiesta sulle coop del Piano di Zona e del Comune di Castel San Giorgio. La carne a cuocere è tanta ma solo nei prossimi giorni si riuscirà a capire l’evoluzione che prenderanno i fatti anche perché la lunghezza della campagna elettorale permette di tenere coperte molte carte da scoprire al momento opportuno.




CASTEL SAN GIORGIO. Le ultime 24 ore del sindaco Sammartino, tra tentativi di recupero all’ultimo secondo

CASTEL SAN GIORGO.  A meno di 24 ore dal termine ultimo, l’enigma resta irrisolto: il sindaco Pasquale Sammartino (nella foto) ritirerà le dimissioni? Tante le voci in paese e tutte, ovviamente, discordanti. Nella prima mattinata di ieri, nel circolo dei più informati, aveva tenuto banco la notizia, data per certa, dell’incontro tra il coordinatore regionale di Fratelli d’Italia, Antonio Iannone, i consiglieri Fiorenzo Lanzara, Aniello Gioiella, Massimo Barba e il sindaco Sammartino per sancire l’accordo della ritrovata maggioranza. La notizia era ovviamente falsa, chi l’aveva messa in giro non aveva considerato che proprio Barba, il leader di Fdi a Castel San Giorgio, era allettato da tre giorni con la febbre a 40 gradi centigradi. Ed infatti, alcune ore dopo, invece, sulla casa comunale il sindaco, a porte chiuse, ha comunicato, a pochi intimi, la sua ferma intenzione di non voler ritirare le dimissioni e dare per terminata l’esperienza amministrativa sentendosi “ormai privo di una maggioranza”.
Evidentemente, l’ipotesi di accordo raggiunto nella riunione di maggioranza di sabato scorso, alla quale avevano partecipato il vicesindaco Vincenzo Lamberti, gli assessori Aniello Capuano, Maria Sica, Carmelina Alfieri e i consiglieri Gioiella e Lanzara, ha ricevuto il “niet” dell’uomo forte del Pd, Andrea Donato, rigido osservante della dottrina “asso piglia tutto”, e contrario a concedere una qualsiasi riorganizzazione della Giunta e dei settori del Comune a scapito delle posizioni del suo partito, nettamente sproporzionate al peso in consiglio comunale. Durante il pomeriggio, si sono tenuti ulteriori incontri di cortesia per cercare, all’ultima ora, di porre l’ennesimo rattoppo ai resti dell’amministrazione Sammartino, senza scalfire ovviamente il Pd.
Ieri sera, alle 20,30, è iniziato l’ennesimo incontro tra tutti i consiglieri comunali componenti della cosiddetta maggioranza, escluso Manuel Capuano,  che si sono visti a casa di Fiorenzo Lanzara. Una manovra che sancirebbe la vittoria totale e senza prigionieri di Donato, qualora in extremis si riuscisse ad evitare il crollo dell’esperienza Sammartino. Del resto,  come ha assicurato uno dei mediatori, probabilmente gli incontri andranno avanti tutta la notte e, nel caso migliore, riusciranno, come disse Orazio, “a far partorire alla montagna un topolino”. Il Pd, che proprio con la sua linea di “asso piglia tutto” ha sancito, sin dall’inizio, l’inesorabile agonia dell’amministrazione Sammartino, proprio per mettere le mani avanti, avrebbe già preparato e dato alle stampe un duro manifesto da affiggere nei prossimi giorni. Avrebbero detto i latini “excusatio non petita, accusatio manifesta”. Infatti in queste ore il gioco a rimpiattino è sulle responsabilità del commissariamento. Ma ai cittadini di San Giorgio appare chiaro che l’epilogo non è certo stato scritto nelle ultime ore ma parte da lontano e guarda al prossimo anno.
Tra tante voci, almeno, tra qualche ora, si avrà la possibilità di scoprire se le dimissioni di Sammartino sono state solo un bluff per piegare ulteriormente gli alleati o l’ennesima mossa del PD verso un’eutanasia programmata per riaprire il cammino a Donato, con la buona pace dei cittadini di Castel San Giorgio, della volontà popolare, degli elettori della lista Sammartino e del Bene Comune. E se “Parigi val bene una messa”…come diceva il sindaco che passerà alla storia per prendere ordini:  “cari ragazzi che ve lo dico a fare”!
Gianfranco Pecoraro