Lasciano il carcere per i domiciliari il giudice Mauriello e altri cinque

E’ durata una giornata la detenzione dei 6 dei 7 arrestati dell’operazione sulle tangenti per aggiustare le sentenze della commissione tributaria. Resta ancora in carcere a Roma Casimiro Lieto, difeso dall’avvocato Giovanni Sofia, che sarà interrogato domani. Ieri mattina invece gli interrogatori degli altri indagati che poi hanno ottenuto i domiciliari. Davanti al Pm Guarino e il Gip Indinnimeo si sono alternati con i loro avvocati Antonio Mauriello (membro del Consiglio nazionale della giustizia tributaria), Giuseppe Pagano (giudice tributario), Rosario Attilio Passarella (dipendente presso la commissione tributaria), Francescopaolo Savo (professionista tributario), Giuseppe Somma (rappresentante della Full Project), Paola Panariello (rappresentante della Full Project). In sostanza un po’ tutti hanno ammesso le loro responsabilità ma dagli interrogatori è venuto fuori ancora altro elementi per continuare le indagini, soprattutto sul ruolo che avrebbero svolto Naimoli e Sammartino, definiti i signori dei big l i e t t i n i . L’imprenditrice Paola Panariello, difesa dall’avvocato Orazio Tedesco, ha ammesso di aver pagato 40 mila euro per avere una sentenza a favore ma ironia della sorte la Panariello della Full Project ebbe una sentenza sfavorevole dopo aver pensato di aver risolto il problema pagando la tangente. Chiarita anche la posizione di Giuseppe Somma, commercialista della stessa ditta che ha dimostrato di nonn aver svolto nessun ruolo avendo compiti diversi da quello di consulente. Anche lui, difeso dall’avvocato Orazio Tedesco, ai domiciliari. Secondo le voci raccolte dagli interrogatori sarebbero stati gli stessi uomini infedeli a contattare le possibili vittime che erano in attesa di giudizio millantando conoscenze in alto. Un altro dipendente della commissione tributaria Rosario Attilio Passarella, difeso dall’avvocato Carmine Guadagno, ha ammesso parzialmente le prorpie responsabilità affermando solo di aver fatto da corriere per consegnare una busta a Fernando Spanò, presidente della V commissione tributaria ma non di essere a conoscenza del contenuto. Anche Mauriello, detto il bell’Antonio, difeso dal figlio Claudio (patron dell’Avellino) è andato ai domiciliari. Diversi gli addebiti l più eclatante riguarda la Soigea del sarnese Pappacena, già patron della Sarnese calcio. In ballo c’erano ben 35 milioni di euro di euro. «Pappacena era roba di Mauriello», si legge nelle carte. Ed è Mauriello che promette 10 mila euro al giudice in cambio della pronuncia favorevole per l’imprenditore. Soldi che vengono elargiti il giorno dopo il deposito delle motivazioni




Mauriello, l’Avellino e la Sidigas

Il nome di Antonio Mauriello, il giudice arrestato nell’operazione ammazza sentenze, è molto conosciuto anche ad Avellino. Conosciuto anche il figlio Claudio, avvocato, che non risulta coinvolto nell’indagine, attuale presidente dell’Avellino calcio. Il professionista è arrivato alla poltrona più alta del sodalizio irpino nel settembre dello scorso anno affiancato da Gianandrea De Cesare, proprietario del club e amministratore delegato, e Alessandro Iuppa, già dirigente del gruppo Sidigas. Poi la situazione economica del club è precipitata. un forzista amico di Cosimo Sibilia, Claudio Mauriello ha vissuto mesi difficili. C’è stata una estate di fuoco con la squadra dei lupi che rischiava di essere cancellata dal campionato di Lega Pro, dopo la vittoria dello scorso anno del torneo di serie D. Una crisi che ha coinvolto anche il basket per il crollo della società Sidigas di proprietà di Gianandrea De Cesare. Un rapporto tra i Mauriello e il titolare dell’azienda venuto fuori dalle carte dell’inchiesta, dove secondo le accuse della Procura avrebbe pilotato l’iter dei ricorsi a favore dell’azienda del gas, secondo incontri che ha raccontato agli investigatori Giuseppe Naimoli, un dipendente dell’ufficio tributario di Salerno, addetto ai terminali e indagato nelle due inchieste. In un caso Mauriello avrebbe versato 10mila euro per fa risparmiare alla Sidigas poco meno di un milione di euro. Inoltre, il giudice Spanò (si legge nel dispositivo di misura cautelare) accettava la promessa di ulteriori utilità al fine di interessarsi alle definizioni favorevoli di altri appelli proposti dalla Sidigas.




De Luca jr:«Trama dannosa per la mia immagine»

“Oggi possiamo ribadire che è stata messa in piedi una vera e propria trappola in mio danno e a mia insaputa: non lo dico io, ma la richiesta della Procura di Napoli di febbraio 2019 accolta dal gip nel luglio scorso”. Ad affermarlo è Roberto De Luca, secondogenito del governatore della Campania, Vincenzo. Attraverso il suo profilo Facebook Roberto De Luca ha annunciato la sua estraneità rispetto all’inchiesta giudiziaria che lo vedeva coinvolto. De Luca jr., all’epoca assessore al Bilancio del Comune di Salerno, era indagato per corruzione dalla Procura di Napoli in seguito a un’inchiesta giornalistica sul business dei rifiuti. «E’ stata accertata la mia totale estraneità alla macchinazione organizzata da persone che, senza che io sapessi nulla, hanno ordito una trama gravemente dannosa per la mia immagine. Complesse indagini hanno consentito di accertare che tutta la vicenda è avvenuta nella mia completa inconsapevolezza» ha precisato Roberto De Luca che, nel suo post, cita anche un passaggio della richiesta di archiviazione della Procura di Napoli secondo cui «è assolutamente esclusa la consapevolezza del De Luca rispetto all’incontro tra Colletta e Perrella. E’ escluso che Colletta rispondesse ad istruzioni ricevute da De Luca. E’ un giorno positivo per me, per la mia famiglia e per tutti coloro che mi sono stati vicini in questi mesi, ma anche per la stessa città di Salerno: perchè anche solo l’ipotesi che un suo amministratore potesse ess e r e m i n i m a m e n t e sfiorato dal sospetto di comportamenti non corretti o illeciti era un’ombra su tutta la città» ha concluso De Luca jr che all’epoca aveva subito rassegnato le dimissioni da assessore del Comune di Salerno.




Salerno. Imprenditore edile rapinato del rolex in centro

Imprenditore edile derubato del rolex in pieno centro cittadino. La notizia al momento sembra avvolta dal massimo riserbo anche se alcuni particolari sono trapelati. Il fatto sarebbe accaduto nella giornata di martedì su corso Garibaldi, all’altezza del palazzo delle poste centrali. L’imprenditore, molto conosciuto in città, sarebbe stato affiancato da alcuni individui che gli avrebbero intimato di consegnare l’orologio che aveva al polso. Ovviamente, l’imprenditore edile, minacciatyo non ha potuto fare altro che acconsentire alla richiesta dei malviventi che una volta impossessatisi dell’oggetto si sono rapidamene allontanati facendo perdere le sue tracce. Al momento non è dato sapere se la vittima abbia presentato denuncia presso le forze di polizia per quanto subito.




Fonderie Pisano, processo Arpac: Codacons parte civile

Dati Arpac alterati sulle fonderie Pisano: il Codacons è stato ammesso quale unica parte civile nel procedimento penale a carico di tre dirigenti e cinque dipendenti del dipartimento di Salerno dell’Arpac con l’accusa di abuso d’ufficio e falso ideologico perche’ avrebbero redatto un report a conclusione di un’ispezione Aia alle Fonderie Pisano di Salerno “affermando l’esistenza di circostanze contrarie al vero”, come scriveva il gup nel decreto che li ha rinviati a giudizio. Ieri mattina, i giudici del secondo collegio, della seconda sezione penale del Tribunale di Salerno hanno ammesso il Codacons Campania parte civile nel procedimento penale. Grande soddisfazione è stata espressa dall’avvocato Matteo Marchetti vice segretario nazionale del Codacons «Alla prima udienza dibattimentale il Collegio ha riconosciuto la validità della nostra costituzione ammettendo il Codacons Campania sia per legittimazione derivante dallo Statuto ma anche per quanto denunciato negli scorsi anni sulle omissioni dell’Arpac di Salerno in merito ai controlli sulle Fonderie Pisano. Ha affermato Matteo Marchetti-Inatti risulterebbe addirittura negata (fatto non rispondente al vero) l’esistenza di tre camini su cinque circostanza accertata dall’Arpac di Caserta chiamata dalla Procura di Salerno per gli adempimenti del caso”. E continua «….avevamo visto giusto quando con istanza di accesso nel 2015 avevamo richiesto l’elenco dei controlli e delle analisi svolte dal 2010nei riguardi delle emissioni delle Fonderie Pisano». Il Codacons auspica che il processo faccia luce su tutta la vicenda e chiarisca una volta per tutte le responsabilità in relazione ai reati rubricati. «Aquestopunto – dice l’avvocato Matteo Marchetti – seguiremo passo passo l’iter del processo. Peccato che non si siano costiutite altre parti civili pur interessate alla vicenda”. Secondo l’impianto accusatorio, gli imputati, tra l’altro, avrebbero attestato falsamente “nel verbale di sopralluogo del 10.10.2013 ‘sesta visita ispettiva Aia’” che “‘i camini relativamente ai fori di ispezione sono stati regolarmente adeguati alla norma UN/10169 mentre i tre camini non dichiarati sull’impianto M28sono stati rimossi'” e, dunque, secondo il gup, “affermando circostanze contrarie al vero in quanto i tre camini non risultavano eliminati (come accertato all’esito del sopralluogo del 15.11.2015 effettuato dal DIP-CE dell’ARPAC)”.




Il sistema di schiavitù nella Piana del Sele – I DETTAGLI

Un sistema per raggirare il decreto flussi e favorire così l’immigrazione clandestina nei campi agricoli della provincia di Salerno. Un sistema collaudato che partiva dal Marocco e raggiungeva le aziende agricole della piana del Sele, con l’intermediazione di un commercialista ebolitano, finito agli arresti domiciliari. Si tratta di Pasquale Infante, consigliere comunale (Pd) di Eboli, finito in manette insieme ad altre 26 persone. Otto, invece, gli obblighi di dimora e di presentazione notificati ieri mattina dai carabinieri della comando provinciale nell’ambito della maxi inchiesta coordinata dalla direzione distrettuale antimafia di Salerno. Un’inchiesta – partita nel 2015 – che, in totale, coinvolge 40 persone e che è stata finalizzata ad indagare sul fenomeno del caporalato localizzato nella provincia nostra provincia. Al vaglio degli inquirenti sono passate 400 posizioni di lavoratori non comunitari, immigrati dal 2015 al 2018. Le attività investigative, così come l’operazione di ieri, hanno riguardato Salerno e numerosi comuni della provincia (Battipaglia, Eboli, Montecorvino Pugliano, Olevano sul Tusciano, San Marzano sul Sarno, Pontecagnano Faiano, Nocera Inferiore, Pagani, Altavilla Silentina, Angri), nonché il comune materano di Policoro e quello pistoiese di Monsummano Terme. I 35 destinatari delle misure restrittive, sono accusati, a vario titolo, del reato di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento e allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina; all’intermediazione illecita e allo sfruttamento di lavoratori con o senza permesso di soggiorno; alla riduzione in schiavitù e alla tratta di persone.

LE MISURE CAUTELARI

Ai domiciliari sono finiti: Gerardo Verderame, Massimo Monaco, Raffaele Galiano, Valeriano Di Stefano, Antonio Barretta, El Arhoiu Ryahi, Azzouz Faiba, Matilde Zingari, Raffaele Rosato, Pasquale Infante, Aniello Giacomaniello, Mario Maurizio Galante, Antonio De Vivo, Attilio De Divitiis, Emanuele Cataldo, Luca Boffa, Vito Boffa, Raffaele Barretta, Antonio Alfano, Mankocuh Mohammed, Azzouz Nouredine, Amzeghal Hassan, Amzeghal El Habib, Amzeghal Ali, Ait Berka. Obbligo di dimora, invece, per Abdelham Benslimare, Marinela Dondea Daniela, Yassin Mekrovy, Roberto D’Amato, Ernesto De Divitiis, Raffaele Ferrara, Maria Infante, Raffaele Iuliano, Enrico Marrazzo. L’ORGANIZZAZIONE CRIMINALE. L’organizzazione, oltre che nel salernitano, aveva ramificazioni a Policoro e Monsummano Terme e all’esterno, con basi in Marocco, Francia e Belgio. Dai 5 mila ai 12 mila euro il compenso per il rilascio del “servizio” per raggiungere l’Italia ed ottenere il permesso di soggiorno per lavoro stagionale. Il pagamento avveniva in Marocco ma, una volta giunto in Italia l’aspirante lavoratore, la pratica non giungeva al suo perfezionamento. Le indagini hanno dimostrato, infatti, la falsità in origine delle domande per la concessione dei permessi. L’organizzazione, dopo aver procacciato in Marocco persone disposte a pagare per ottenere un permesso di soggiorno, con l’intermediazione di ulteriori persone in Francia e Belgio, sarebbe stata in grado di generare, per il tramite di imprenditori agricoli sodali, le domande periodicamente inviate al Ministero dell’Interno, la cui gestione sarebbe stata poi affidata ad un commercialista ebolitano. Una volta che il migrante giungeva in Italia con regolare visto, emesso in forza di richiesta nominata di assunzione di uno degli imprenditori collusi, la procedura non veniva completata con la sottoscrizione del contratto di lavoro: un escamotage studiato per aggirare il “decreto flussi” e per permettere ai migranti di ricevere un permesso per ‘attesa occupazione’, di 12 mesi, periodo superiore ai 6 mesi previsti dal permesso di soggiorno stagionale per motivi di lavoro che sarebbe stato rilasciato in caso di assunzione. I migranti venivano poi avviati al lavoro irregolare nei campi per essere sfruttati, anche con la promessa di una successiva regolarizzazione del permesso di soggiorno, e costretti ad alloggiare in baracche di fortuna. I vari imprenditori agricoli locali in taluni casi si sarebbero garantiti manodopera sottopagata per il lavoro nei campo, in altri si sarebbero limitati a ricevere un compenso da 500 a 1000 euro per ogni contratto di lavoro fittizio richiesto. Un giro di affari che avrebbe fruttato all’organizzazione circa 6 milioni di euro. A capo dell’organizzazione Hassan detto Appost, preposto a garantire “il servizio” agli immigrati. Era lui a distribuire gli “stipendi” ai lavoratori e a trattenere per sé il grosso delle somme. Emblematiche, a tal proposito, le sue parole – intercettate dagli inquirenti – rivolte a un sodale: «Ti parlo sincero, io alla fine non m’interessa niente. Se volessi fare i soldi, li faccio qui… io in una giornata guadagno 300 euro» – dice, lasciando intendere che – anche disinteressandosi dei permessi di soggiorno – i suoi profitti sarebb




Aggravi per 5 milioni di euro Sanità campana sotto inchiesta

Andrea Pellegrino

La sanità campana è costata circa 5 milioni di euro in più. La Procura regionale della Corte dei Conti ha notificato dodici citazioni a dirigenti di aziende sanitarie ospedaliere e universitarie campane per la mancata attuazione della spending review ai tempi del governo Monti. Nel mirino del vice procuratore generale Francesco Vitiello sono finiti anche gli ex vertici dell’Azienda sanitaria locale di Salerno e dell’azienda ospedaliera “Ruggi d’Aragona”. Dalle indagini sarebbe emerso un maggiore esborso da parte di varie Aziende sanitarie della Campania di somme pari a 4.881.378 euro a seguito del mancato conseguimento della riduzione della spesa di competenza rispetto agli obiettivi stabiliti dal legislatore per attuare la cosiddetta “spending review”. Le indagini, condotte dal vice procuratore generale Francesco Vitiello e avviate a seguito della rilevazione di alcune spese anomale presenti nei bilanci della Regione, hanno consentito di rilevare che, nonostante l’esistenza di un obbligo di riduzione del 5 per cento della spesa al fine di razionalizzare le risorse in ambito sanitario e di conseguire una riduzione dei costi per l’acquisto di beni e servizi, le strutture pubbliche sottoposte a controllo “non hanno provveduto ad adempiere puntualmente a tale incombenza producendo un ingiustificato e illegittimo aggravio di spesa per le casse dell’ente regionale pari a quasi 5 milioni di euro”. I finanzieri della compagnia di Nola hanno analizzato i bilanci di dodici strutture pubbliche campane: Asl Avellino, Asl Benevento, Asl Caserta, Asl Napoli 2 Nord, Asl Napoli 3 Sud, Asl Salerno, Azienda ospedaliera dei Colli, Azienda ospedaliero-universitaria Seconda Università (ex Sun) ora “Luigi Vanvitelli”, l’Irccs Pascale, Azienda ospedaliera Moscati, Azienda ospedaliera Rummo, Azienda ospedaliera Ruggi di Salerno. Nel corso degli accertamenti è stata ricostruita l’intera procedura amministrativo-contabile adottata dalla Regione Campania e dalle singole direzioni sanitarie e ospedaliere per giungere alla riduzione delle spese di competenza rilevandosi “la colposa insufficienza dell’attività posta in essere a tal fine che ha subito significativi incrementi solo dopo l’avvio delle attività istruttorie della Procura contabile”. Le citazioni coinvolgono i singoli direttori generali, direttori sanitari, direttori amministrativi e i referenti responsabili dell’attuazione del decreto legislativo 95/12.

I COINVOLTI

Ma l’indagine è più vasta ed è partita da una informativa del 4 dicembre del 2015 e arrivata alla Procura della Corte dei Conti pochi mesi dopo quella che ha travolto quindicitra Asl e ospedali della regione per uno spreco che di oltre 4,8 milioni di euro. Sono 44 complessivamente le persone coinvolte dopo il lavoro dei finanzieri di Nola nell’azione della procura contabile che ritiene responsabili della mancata applicazione della ‘spending review’ gli ex manager che hanno ricoperto i ruoli di direttori sanitari, amministrativi e generale delle aziende controllate. Per gli ex vertici di aziende sono stati considerati vari livelli di responsabilità in base alla “tempestivita’, alla diligenza e all’impegno nel dare attuazione alle riduzioni dei costi” previsti dalla legge e mai applicati. Per l’azienda sanitaria dei Colli che raggruppa gli ospedali Monaldi, Cotugno e Cto, le indagini sono state svolte sul direttore generale Antonio Giordano (che è stato anche dg dell’azienda sanitaria locale di Salerno), l’ex direttore sanitario Nicola Silvestrini, e sul direttore amministrativo Antonella Tropiano (che ha ricoperto lo stesso ruolo a Salerno durante il mandato di Giordano). Per il “Pascale” indagini su Tonino Pedicini e Loredana Cici in qualità di direttori generali, su Sergio Lodato come direttore sanitario. Ci sono, inoltre, gli ex direttori generali dell’Asl Napoli 2, Giuseppe Ferrara e Asl Napoli 3, Maurizio D’Amora al quale è succeduto Salvatore Panaro. I direttori sanitari Gaetano Danzi e Giuseppe Russo. Nel mirino della Procura della Corte dei Conti, infine, la gestione Squillante all’Asl di via Nizza e quelle Lenzi e Viggiani al “Ruggi d’Aragona”.




Terremoto al Comune, evitare “l’effetto Scafati”

Adriano Rescigno

E’ devastante l’impatto dell’indagine della procura di Salerno sul Comune di Cava de’ Tirreni. Sotto la lente di ingrandimento della magistratura non solo la rete geografica della criminalità organizzata ma anche possibili connivenze tra le forze politiche ed isituzionali ed i sodalizi criminosi, e nel frattempo il sindaco, Vincezo Servalli, licenzia tutti gli assessori e prende tempo per un maxi rimpasto di giunta che molto probabilmente arriverà la prossima settimana. «Il procuratore Lembo è persona di grande esperienza e professionalità, per cui il suo allarme non può essere ignorato – scrive il primo cittadino metelliano – Allo stato nessun esponente della nostra amministrazione è stato raggiunto da alcun provvedimento della magistratura, ciò nonostante ritengo doveroso da parte mia, insieme ai miei collaboratori, avviare una riflessione attenta sul monito lanciato dalla Procura a cui confermo la massima disponibilità e collaborazione. Ho deciso, pertanto, di azzerare la Giunta comunale e di ritirare le deleghe ai consiglieri comunali, nella consapevolezza che questa amministrazione si è voluta, vuole e vorrà distinguersi innanzitutto per la trasparenza e l’onestà dei comportamenti, valori a cui ho permeato tutta la mia vita», conclude malinconicamente il sindaco dem che vuole scongiurare “l’effetto Scafati” con il commissariamento del Comune dopo lo scioglimento del Consiglio comunale per camorra. Alle parole del primo cittadino fanno eco quelle del segretario cittadino del Partito democratico, Massimiliano De Rosa: «C’è pieno sostegno all’operato del sindaco Servalli proteso alla tutela dell’immagine della città e dell’amministrazione comunale che non coincide con la rappresentazione data in queste ore, alla luce delle ultime vicende giudiziarie. Si sottolinea come nessun rappresentante delle istituzioni locali, ad oggi, e’ stato raggiunto da provvedimenti giudiziari e nel contempo si ripone la fiducia nel primo cittadino di cui nessuno può mettere in dubbio l’onesta’ e la trasparenza», alle quali si accoda il segretario Socialista cittadino, Enrico Alfano, fermo nella convizione della bontà e dell’onestà dell’operato dell’amministrazione. Convinto dell’operato della bontà dell’amministrazione è anche il consigliere comunale di opposizione ma non troppo, alla luce dei continui tavoli politico-programmatici d’intesa, Armando Lamberti di “Cava ci Appartiene”che sottolinea come il sindaco abbia agito perfettamente azzerando la Giunta comunale e lo invita a convocare in tempi stretti un Consiglio comunale per riferire all’Assise ed alla città sui fatti accaduti: «A mio avviso non aveva altra scelta il sindaco per dimostrare il pieno rispetto dell’operato della magistratura, per difendere la credibilità delle istituzioni, per tutelare l’immagine e la dignità dell’intera città e al tempo stesso per fugare qualsiasi ombra sull’amministrazione da lui diretta. Invito il sindaco a formare in tempi ristretti un nuovo esecutivo e a venire, il prima possibile, in Consiglio Comunale per riferire sui fatti, per confrontarsi con tutte le forze politiche e per assumere le decisioni necessarie per il bene della città e la credibilità delle istituzioni». Se le forze di maggioranza tirano il fiato e perdono tempo, la Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia ed il movimento dei Responsabili per Cava chiedono le dimissioni ad horas del sindaco e la caduta del governo cittadino. «La scelta repentina del sindaco Vincenzo Servalli di azzerare l’intera giunta comunale lascia presagire un quadro preoccupante e non può considerarsi soluzione sufficiente a riabilitare l’immagine e la morale dell’amministrazione. Lascia francamente perplessi l’incapacità del sindaco e della sua maggioranza per non aver saputo cogliere gli elementi preoccupanti precursori della situazione balzata agli onori della cronaca. Alla stregua delle dichiarazioni del Procuratore Corrado Lembo: “ Mi dispiace dover constatare che anche un comune che un tempo era considerato immune da infiltrazioni criminali di tipo mafioso risulti contaminato anche per quanto riguarda i livelli di infiltrazione istituzionale”, il Sindaco Servalli non ha alternativa alle dimissioni. Le forze politiche di opposizione di centro destra auspicano un’amministrazione ispirata ai principi di trasparenza, onestà e legalità consapevoli che sono il desiderio di ogni cittadino cavese». Clima polare a Palazzo di città, dove prima del provvedimento del sindaco, l’ormai ex vice sindaco Enrico Polichetti, che dalle dichiarazioni di un pentito coinvolto nell’inchiesta pare essere stato in rapporti con alcuni esponenti della malavita locale, ha rassegnato le sue dimissioni mettendosi a completa disposizione della magistratura per chiarimenti del caso.

LE REAZIONI/ Casapound: «Se Servalli non si dimette siamo pronti ad occupare Palazzo di Città»

CasaPound Italia non si fa attendere e dagli esponenti cittadini arriva immediatamente la sintesi della situazione corrente: «Servalli primo responsabile. Pronti ad occupare Palazzo di città». «Prendiamo atto con sgomento e preoccupazione del terremoto politico registrato in città e riportato nei giorni scorsi sulle pagine delle principali testate giornalistiche locali dopo il presunto coinvolgimento di un personaggio di spicco della giunta comunale nel vomitevole giro della criminalità organizzata locale. Non sta a noi fare i giudici, aspettiamo il corso delle indagini riservando a tutti i protagonisti della vicenda quella sacrosanta presunzione di innocenza dovuta ad ogni indagato, in attesa di ulteriori sviluppi sul caso da parte degli organi preposti. Attenzione e sensibilità che difficilmente sarebbe stata concessa a noi di CasaPound a parti invertite, fatto sta che l’atto di azzeramento della giunta comunale da parte di Servalli è un segnale chiaro e preciso nonché un’ammissione di colpa: il sindaco non ha più fiducia dei suoi collaboratori. Il particolare non trascurabile è che il nome uscito fuori dalla bocca di un pentito non è quello di un personaggio qualsiasi, ma del suo braccio destro, di una pedina che è stata determinante per la sua elezione. Azzerare la giunta da lui scelta significa scaricare le proprie responsabilità sugli altri ed è un atto che, sebbene dovuto e rientrante nella prassi precauzionale del caso, risulterebbe alquanto ipocrita nei confronti del popolo cavese qualora le responsabilità della suddetta persona, collaboratore così stretto del primo cittadino, venissero definitivamente confermate. Lui è il primo responsabile, lui deve essere il primo a farsi da parte. Questa amministrazione è politicamente morta, si prosegua con nuove elezioni e intanto la giustizia faccia il suo corso. Se ciò non dovesse accadere siamo pronti anche ad occupare il palazzo di città».

Enrico Polichetti: «Sono innocente Pronto a chiarimento con la Procura»

L’ex vicesindaco dimissionario, Enrico Polichetti, si difende: «Sono innocente. Sono a disposizione degli inquirenti per qualsiasi chiarimento su fatti e circostanze che mi riguardano». L’ormai ex vice sindaco, tirato nel mezzo dell’inchiesta da un pentito che avrebbe svelato circostanze di vicinanza tra l’uomo poliico ed esponenti della malavita locale non ci sta e: «Sebbene non sia stato oggetto di iniziative investigative, quali ad esempio perquisizioni o accertamenti di diversa natura, né, tantomeno il mio nominativo sia stato incluso tra coloro che risultano indagati a piede libero o indicato dagli inquirenti nel corso della conferenza stampa di ieri, in maniera del tutto indebita e improvvida, sono stato ingiustamente accostato all’indagine della procura Distrettuale antimafia». Così scrive il vice sindaco dem: « Questa notizia mi ha profondamente addolorato, umiliato e costernato per la sua assoluta infondatezza e ingiustizia. D’altra parte provengo da una famiglia che ha sempre fatto del lavoro e dell’umiltà la sua bandiera. Sono anch’io un uomo umile e costantemente vicino alla gente, di qualsiasi estrazione o ambiente o razza, senza distinzione alcuna. Sono certo, al contempo, che la magistratura, verso la quale nutro assoluto rispetto e considerazione, saprà far luce sulle vicende descritte nell’articolo di stampa e dissipare ogni ombra sul comportamento da me assunto durante la legislatura. Evidentemente sono a disposizione degli inquirenti per qualsiasi chiarimento su fatti e circostanze che mi riguardano. Intendo tranquillizzare i miei elettori, i cittadini di Cava de’ Tirreni, il sindaco e i miei colleghi sulla correttezza dei comportamenti da me finora assunti perché il mio modo di intendere la politica non può prescindere dalla legalità, correttezza e trasparenza. Per tale motivo, dunque, nel condividere la scelta annunciata dal sindaco di procedere all’azzeramento della Giunta, ritengo opportuno, in ogni caso, informare l’opinione pubblica che era mia volontà di rassegnare le dimissioni, pur ribadendo con forza la mia più assoluta estraneità ai fatti richiamati nell’articolo di stampa, almeno fino a quando sarà completamente chiarita la mia posizione e restituita la mia dignità, allo stato, violata».

Voto di scambio politico mafioso: la nuova inchiesta

Giovanni Sorrentino, per ammissione della stessa Procura, è considerato un collaboratore affidabile. Per questo quando ha fatto il nome del vice sindaco Polichetti e dei suoi rapporti con Dante Zullo ci vogliono vedere chiaro. Non solo per le sue frequentazioni presso la scuderia o quel zì Dante con il quale si rivolgeva al boss. Cose di per sé già gravi ma quello che ha fatto drizzare le antenne è il passaggio sulle comunali del 2015 dove con la candidatura di Polichetti, Dante Zullo ed Antonio Santoriello sono stati molto attivi sul territorio per sostenerne l’elezione: Polichetti secondo le dichiarazioni, è stato frequentatore abituale delle scuderie di Zullo, costruite abusivamente, così come recita il capo di accusa. La Dia vuole capire se si è davanti ad un nuovo caso Scafati, ad un voto di scambio con l’aggravante del metodo mafioso. Per questo motivo è stato aperto un nuovo fascicolo dove si cercano riscontri e sono ben avviate attività di indagini. Un0’inchiesta che se dovesse decollare trascinerebbe lo stesso Comune di Cava nel baratro del commissariamento. A parte leggerete le dichiarazioni dello stesso Polichetti, le indagini faranno il resto. Ma dalle parole del procuratore Lembo si è subito avuto la sensazione che le novità non mancheranno.

Trapani, patron della Paganese, coprì un prestito di 20mila euro con assegni tratti da un conto estinto

Il presidente della Paganese Raffaele Trapani aveva ottenuto un prestito di 20mila euro da Dante Zullo, garantendolo con cinque assegni tratti da un conto estinto. Lo racconta il collaboratore di giustizia Giovanni Sorrentino che racconta come nel 2016 Vincenzo Zullo e Vincenzo Porpora accompagnarono alla scuderia, dove Dante Zullo teneva gli incontri, il cugino del Presidente Trapani. La questione degli assegni era delicata – racconta Sorrentino- perchè Zullo li consegnava ai nipoti del boss Nuvoletta di Marano con cui condivideva la passione per i cavalli. Per questo motivo non voleva avere problemi con la famiglia dei Nuvoletta. Sorrentino racconta che le persone sotto usura ma che non pagavano venivano portati presso la scuderia e non sono mancati episodi di violenza. Sul fronte della droga fu lo stesso Zullo a presentare ad Antonio Di Marino il suo fornitore di droga, Franco Longobardi di Angri. Il canale fu aperto dopo la rottura di quest’ultimo con Caputano. Come schermo veniva usata la friggitoria di Di Marino e Valentino Pastore era addetto alla distribuzione della droga.




Esposto sul documento valutazione rischi Ma è in arrivo la richiesta di risarcimento

Andrea Pellegrino

Un esposto sulla documentazione di valutazione rischio scaduta, una indagine sul compostaggio e sull’organizzazione interna ed una maxi richiesta di risarcimento a favore di alcuni dipendenti. In più, la mancata copertura del tfr per i dipendenti che provengono dal Consorzio. Occhi puntati su Salerno Pulita, la società municipalizzata che si occupa di gestione dei rifiuti, finita sotto la lente d’ingrandimento della Procura della Repubblica, dei sindacati e degli stessi dipendenti. I fronti aperti sono numerosi e ben presto i conti della Salerno Pulita potrebbero appesantirsi con la richiesta di risarcimento di oltre 100mila euro, accordata dal Tribunale civile a favore di alcuni dipendenti che si erano visti una riduzione in busta paga. Ancora le indagini della Procura della Repubblica si dividono in due filoni: il primo riguarda una denuncia presentata da un sindacato ed anche da alcuni consiglieri comunali. Al centro il mancato rinnovo del documento sull’antinfortunistica ma anche i turni, le mansioni, gli incarichi e gli orari di lavoro. Il tutto accompagnato anche da una possibile condotta antisindacale e l’esclusione dal tavolo di almeno una sigla. Il secondo filone riguarda il compostaggio, con l’acquisizione degli atti da parte della Guardia di Finanza che prosegue anche negli uffici della Salerno Pulita. Dunque, l’inchiesta – partita più di un anno fa – prosegue e non si escludono imminenti sviluppi investigativi. Infine, non mancano problemi di carattere economico. La nuova organizzazione che include anche il personale del Consorzio aggrava ulteriormente le casse della municipalizzata. Basti pensare che, allo stato, mancherebbe la liquidità per saldare liquidazione e Tfr ai lavoratori ex Corisa2.




Il centro made in Italy a Stoccarda, l’Ibi: «Danno da oltre un milione da Intertrade»

di Andrea Pellegrino

Un danno da un milione e quattrocentomila euro circa. E’ il conto che la Ibi (International Business Investments) presenta ad Intertrade e, dunque, alla Camera di Commercio. La vicenda riguarda l’accordo con la Intertrade, per la creazione di un centro di eccellenza del Made in Italy a Stoccarda. Protagonista Innocenzo Orlando, ex direttore dell’azienda speciale (ora in liquidazione) della Camera di Commercio di Salerno, finito sotto inchiesta per distrazioni dei fondi. E, nelle carte dell’inchiesta, c’è anche il viaggio in Germania che certifica la presenza di Orlando oltre confine. E per quel viaggio e per quei successivi accordi, ci sarebbe una società che attende di recuperare i propri soldi. La cifra non è da poco: più di un milione di euro sostenute dalla Ibi e che potrebbero essere rivendicate alla Camera di Commercio, dopo le inadempienze ed il silenzio di Intertrade. Il 14 luglio 2014 viene siglato il primo accordo di collaborazione per la creazione di un centro di eccellenza in Germania. L’azienda speciale doveva garantire 50 aziende italiane da promuovere in terra tedesca. Aziende che con successivo accordo aumentarono a cento. A carico di Ibi c’erano tutti i costi relativi agli immobili da mettere a disposizione (depositi, uffici, ed altro), i contatti e contratti con i buyers tedeschi e le spese relative alla creazione di website, e-commerce, pubblicità e quant’altro. A garanzia dell’operazione, c’è un istituto di credito. Ed infatti, Ibi riceve un accordo siglato tra Intertrade e la Mps di Salerno, sostenendo tutti i costi previsti per la messa in opera del progetto. Seguono vari incontri in Germania, con buyers e selezioni di prodotti italiani (vini, ad esempio, dei quali ne vengono richiesti alcuni dopo test avvenuti in Germania presso la sede di Ibi), ma al momento di siglare i contratti di vendita, Orlando presenta formali dimissioni da Intertrade e, per proseguire il progetto in Germania, chiede di poter essere assunto da Ibi, la quale inizialmente gli stipula un contratto e poi lo cancella definitivamente, avendo appreso che i rapporti dell’ex direttore con Intertrade e la Camera di Commercio di Salerno sono definitivamente cessati e, pertanto, non ritiene più utile la sua collaborazione. Da allora la Ibi rivendica quanto speso. Ma al momento tutto tace.