«Greco ha violato il codice di comportamento dei dipendenti»

di Andrea Pellegrino

«Il dottore Greco ha violato il codice di comportamento dei dipendenti pubblici disposto dall’azienda ospedaliera universitaria “Ruggi d’Aragona”», e «ha espresso valutazioni negative tese a ledere l’immagine dell’azienda e dei dipendenti pubblici». Queste le motivazioni che emergono dalla documentazione richiesta e ottenuta dal Movimento 5 Stelle della Campania sul caso Greco, l’infettivologo richiamato dalla pensione in servizio in piena emergenza Covid per poi essere licenziato poco dopo. Colpa di dichiarazioni rilasciate alla stampa, nonché ad una comunicazione interna in cui lo stesso medico scrive di “Confuse e irrazionali direttive del management” relativamente al trasferimento delle malattie infettive ad Da Procida, segnalando “un diffusa atmosfera di panico generalizzato” nella struttura di via San Leonardo. Il provvedimento di licenziamento porta la data del 10 aprile basato sull’assenza del “rapporto di fiducia tra il professionista e l’amministrazione ospedaliera”. Una vicenda che ha portato numerose polemiche, nonché una interrogazione dei consiglieri regionali Valeria Ciarambino e Michele Cammarano del Movimento 5 Stelle. Nella risposta l’azienda ospedaliera spiega tutti i motivi, difendendo anche la scelta del trasferimento del reparto di malattie infettive al Da Procida. Scelta, si legge: “adottata nel rispetto di una circolare del ministero della Salute, con la quale si è previsto che ogni Regione identificasse una o più strutture da dedicare alla gestione esclusiva del paziente affetto da Covid in relazione alle dinamiche epidemiologiche». Struttura che successivamente è stata individuata, poi, dalla Regione Campania presso “il Da Procida, al fine – si legge ancora – di assicurare la necessaria sicurezza operativa sui restanti quattro plessi dell’azienda”.




Torre del Greco/Ercolano/Angri. Omicidio di “don” Patrizio: 116 anni di carcere ai 5 imputati campani. Le foto

TORRE DEL GRECO/ANGRI. Una rapina finita male, commessa a pochi passi dalla stazione dei carabinieri di Monte San Biagio in provincia di Latina. Per cinque imputati dell’assassinio di Patrizio Faustino Barlone, da tutti conosciuto come don Patrizio, ieri pomeriggio, è scattata la condanna per omicidio. Per la morte violenta di Barlone il tribunale di Latina ha condannato a 20 anni di reclusione il 51enne Salvatore Scarallo di Napoli e l’imprenditore Aldo Quadrino di Fondi. A 30 anni di reclusione sono stati condannati il 44enne Salvatore Avola e il 50enne Carmine Marasco di Torre del Greco e il 57enne Antonio Imparato di Ercolano (la maggior pena è stata impartita dai giudici perché ritenuti esecutori materiali del delitto). Per la sesta imputata, la 37enne Vincenza Avola di Torre del Greco ma residente ad Angri (sorella di Salvatore), difesa dall'avvocato Pierluigi Spadafora, è arrivata l’assoluzione per l'omicidio e la condanna a sei anni di reclusione per la sola rapina, per la cui imputazione sono stati condannati anche gli altri sotto processo. Dalle ricostruzioni del processo, l’imprenditore Quadrino, interessato alla gestione di un oleificio, era debitore di 25mila euro nei confronti di Barlone. In paese, la vittima, nonostante fosse stato ordinato sacerdote una trentina di anni prima ma poi sospeso a divinis per il suo comportamento, era comunque chiamato don Patrizio. Si vociferava che fosse coinvolto in un giro di prestiti usurai. Il cosiddetto falso sacerdote faceva pressioni sull’imprenditore di Fondi per riottenere il denaro prestatogli. Stufo delle pressioni, Quadrino avrebbe conosciuto tramite Scarallo gli altri campani. L’idea era quella di commettere un furto ai danni di don Patrizio che, ritenuto un usuraio, avrebbe avuto sicuramente in casa soldi e preziosi.
Alle 19,20 dell’8 febbraio dello scorso anno, il gruppo di campani arrivò in via Roma n.11, a Monte San Biagio, a casa di Barlone. A bussare sarebbe stata la donna campana anche per non destare sospetti, visto che pare che conoscesse l’uomo. Nell’abitazione sarebbero entrati così i fratelli Avola, Marasco e Imparato. La vittima fu picchiata, poi legata con delle fascette di plastica e imbavagliata con un maglione. Una sciarpa stretta al collo provocò la morte dell’uomo per asfissia. Alle 20 già era tutto fatto. I quattro uscirono dalla casa ma furono immortalati dalla telecamera di videosorveglianza della vicina caserma dei carabinieri. Proprio quella telecamera per la quale aveva protestato don Patrizio – ritenendo che violasse la sua privacy, tanto da ottenerne la correzione dell’angolo di visuale – ha permesso di scoprire i presunti autori del suo assassinio. A scoprire il cadavere fu la nipote dell’ “ex” sacerdote che arrivò davanti all’abitazione nel centro del paese e trovò don Patrizio riverso supino sul pavimento della zona giorno con mani e piedi legati con alcune fascette; ferite ed evidenti segni di percosse. Non è stata ritrovata, però, una busta che era finita al centro dell’attenzione dei carabinieri. La sera dell’omicidio, infatti, gli assassini uscirono dall’abitazione della vittima con una busta che dovrebbe aver contenuto soldi e gioielli per un ragguardevole valore. Si pensa che nella casa, i militari trovarono in un cassetto 31mila euro in contanti.gallery




Nocera. Ginecologia dell’“Umberto I” l’invasione delle napoletane

di Gianfranco Pecoraro

NOCERA INFERIORE. Il 30% delle partorienti proviene dal napoletano e il reparto di ginecologia dell’Umberto I è sottoposto a un superlavoro che potrebbe portarlo al collasso. Dati impressionanti per l’attività del reparto di ginecologia dell’ospedale  “Umberto I”, il secondo per nascite in Campania, destinati ad aumentare per l’arrivo in massa di donne provenienti da Cava de’ Tirreni e Mercato san Severino, il cui ospedale non offre più questo servizio.
Ad impressionare, in particolare, non sono solo i 1500 parti annui ma anche l’entità dei pronti soccorso ostetrico-ginecologici e delle prestazioni rese in urgenza, in porticolare per le gravidanze a rischio. A destare interesse è la provenienza delle donne. Il 30% delle partorienti, infatti è dell’area napoletana. Di queste, poco più del 50% proviene dalla fascia costiera, da Torre del Greco ­­­­a Torre Annunziata, l’area boschese e Castellammare di Stabia, e paesi limitrofi, dove insistono tre ospedali e diverse cliniche private, mentre la restante parte arriva da Somma vesuviana, San Giuseppe vesuviano e comuni confinanti. Una situazione diventata insoppportabile per il personale dell’Umberto I che va diminuendo e con maternità sempre più coplesse. Le media delle partorienti, infatti, supera i 30 anni di età e molte le donne in dolce attesa che sono a una seconda e terza gravidanza, specie quelle che, divorziate, sono incinte di un secondo compagno. Parti che si presentano, quindi, con maggiori difficoltà e che impegnano il personale in lunghe pratiche anche operatorie. Aumentano anche le  mamme che partoriscono senza legami stabili né con un compagno né tantomeno con un marito. Il 10% ha ricorso all’iseminazione artificiale, in alcuni casi fatta anche all’estero.
Il dato, quindi, su cui riflettere è l’alto numero di donne che sceglie di partorire all’ “Umberto I” e non nella provincia di Napoli. «Questo di Nocera è un ospedale all’avanguardia, che ha una rinomata Tin e molti buoni servizi -afferma una neo mamma di Torre Annunziata che ha scelto l’ospedale nocerino per dare alla luce il primo figlio-Molte mie amiche scelgono di venire qui perchè anche l’ambiente è più tranquillo».
Un po’ il passaparola sulla qualità del servizi resi, le notizie di salvataggi di bambini nati anche prematuri, e del buon esito anche di parti difficili richiama sempre più donne incinte all’ospedale nocerino. E ciò accade anche a causa dell’improvvida chiusura del “Mauro Scaralato” di Scafati e per i disservizi che i cittadini ritengono di ricevere dalle strutture sanitarie del napoletano.
Fatto è che l’ospedale nocerino non può reggere a questi ritmi di lavoro se non saranno incrementati il numero del personale addette al reparto e quello della Tin, la terapia intensiva neonatale, dove potrebbero esser curati più piccoli pazienti di quelli attualmente assistiti.
Va anche, però, ridisegnata e ricurata la sanità campana. Bisogna comprendere che l’area nord dell’Asl Salerno non serve più solo l’Agro nocerino come previsto in partenza con una popolazione di 300mila abitanti ma anche i cittadini della parte sud del napoletano arrivando ad un bacino di 800 mila persone.
La struttura sanitaria nocerina, quindi, dev’essere dimensionato non ai residenti della zona ma ad un’area più vasta.
A questo si aggiunge che vanno “rafforzati”, in termini di attrezzature e personale, le strutture sanitarie dell’area vesuviana per non costringere i cittadini a rivolgersi a quelle dell’Agro nocerino.




Droga da Torre del Greco alle località costiere cilentane: 25 persone arrestate.

di Giovanni Sapere

Droga da Torre del Greco alle località costiere cilentane: 25 persone arrestate. E i capi davano anche lezioni ai pusher minorenni cilentani. I carabinieri hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Napoli per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e di spaccio di stupefacenti.

Al centro dell’inchiesta una coppia di coniugi torresi che agiva con l’aiuto dei quattro figli (tre minorenni) a Torre del Greco.

La droga veniva acquistata dai clan della vicina Torre Annunziata, i «Gionta» e «i Falanga». L’organizzazione “trattava” la vendita di ingenti quantità di cocaina, hashish e marijuana, grazie a una fitta rete di pusher cilentani, molti minorenni.

Sono finiti in carcere Giorgio Fedeli, Nora De Rosa, Gaetano Fedeli, Gennaro Tucci Vitiello, Antonio Borriello ,Raffaele Veneroso, Fabio Gioiello, Domenico Longobardi detto ‘Fofò’, Carmine Melucci, Pasquale Tambasco, Davide Nappa, Daniele Lippo e Ciro Marcedulo.

Agli arresti domiciliari sono andati: Alessandra Lattero, Santo Esposito, Luigi Auricchio, Salvatore Montemurro, Salvatore Aiello, Giuseppe Langella, Giuseppe De Rosa e  Vincenza Candurro

Obbligo di presentazione alla p.g: Michele Della Croce, Salvatore D’Alessio e Gianluca Fedullo




TORRE DEL GRECO/NOCERA. Primi risultati dell’autopsia su Antonio Maglio

TORRE DEL GRECO/NOCERA INFERIORE. Dai primi risultati dell’esame autoptico non emergerebbero responsabilità dei medici dell’ “Umberto I” di Nocera Inferiore indagati per la morte del torrese Antonio Maglio.  Il medico legale Giovanni Zotti, incaricato dal pm Ernesto Caggiano di eseguire l’esame autoptico sul cadavere dell’ultrasettantenne di Torre del Greco. Per chiarire definitivamente le cause del decesso occorreranno gli esami istologici.
Maglio, a causa di un fortissimo colpo di frusta, era stato portato il due luglio scorso all’ospedale nocerino dove sarebbe stato immediatamente operato dai medici del reparto di neurochirurgia (sei di questi sono sotto indagine in queste ore per omicidio colposo).  L’intervento chirurgico, il due luglio scorso, pare sia andata bene anche nella parte dell’asportazione di pezzi di osso alle vertebre e l’impianto di alcune staffette di contenimento. Il periodo post operatorio è trascorso serenamente, tanto che i medici aveva già programmato le dimissioni del paziente per il successivo trasferimento in una clinica specializzata in Emilia-Romagna per  la riabilitazione.
Successivamente, i valori dell’emocromo si sono ammassati e i medici hanno riscontrato una grossa ulcera (forse da stress o da farmaci) che dava questo sanguinamento nel duodeno e lo hanno operato. L’intervento per chiudere l’ulcera sarebbe andato bene e gli sono state somministrate  delle trasfusioni. Il paziente è poi deceduto il 16 luglio scorso. Dall’esame istologico potrebbe appurarsi la causa precisa del decesso, probabilmente legata ad un infarto causato dell’emocromo abbassatosi di molto, con una conseguenziale riduzione, che potrebbe a sua volta essere ricondotta a una complicanza di un colpo di frusta. Se dovesse essere validata questa ipotesi, non ci potrebbe essere alcuna responsabilità dei sanitari nel decesso.




Camerota, violenza su una 12enne: condannato a 4 anni

CAMEROTA. Condannato a quattro anni e quattro mesi di reclusione il rumeno 22enne residente a Camerota che per diverso tempo tra il 2010 e il 2011 secondo gli inquirenti ha drogato e costretto a prostituirsi una 14enne originaria anch’essa della Romania. Una storia terribile che è venuta alla luce solo quando la minore ha trovato il coraggio di raccontare prima alla madre e poi ai carabinieri della compagnia di Sapri gli innumerevoli abusi subiti. La sera del 25 marzo del 2011 il giovane straniero è stato arrestato dai militari di Marina di Camerota agli ordini del maresciallo Massimo Di Franco dopo un’intensa attività d’indagine condotta dal pm Alfredo Greco. Nel 2010 la ragazzina aveva appena compiuto 12 anni. Secondo le prime ricostruzioni fatte dai carabinieri dopo l’arresto, la giovane avrebbe cominciato a frequentare quella casa, che si trova nella zona centrale del borgo marino in via Armando Diaz, doveva rispondere alle numerose richieste sia del giovane che, presumibilmente dei familiari, sotto minaccia. «Se parli e se non fai quello che ti chiediamo, diciamo tutto». Ovvero avrebbero reso noto il fatto che la ragazzina fumasse. Sotto questa minaccia la piccola non riusciva a sottrarsi alle richieste. Temeva che i suoi venissero a conoscenza del fatto che fumava. Gli episodi si ripetevano, come in una escalation, fino a trasformarsi in una vera violenza sessuale.