Fallimento dei simply market Dipendenti senza soldi

di Pina Ferro

Senza stipendi da marzo, in attesa di licenziamento e della conseguenta messa in mobilità. Una situazione che diventa sempre di più insostenibile quella che stanno vivendo i dipendenti dei Simply market affereti alle società della famiglia Bianco. Una crisi che era nell’aria datempo ma che la proprietà pare abbiasempre cercato di celare alle maestranze con assicurazioni varie. Ma le speranze sono sparite nello scorso 13 giugno quando il Tribunale di Salerno ha dichiarato il fallimento della società Q7 (fallimento che si aggiunge a quello di altre sette società), che gestisce i punti vendita Simply in varie zone della città di Salerno. In quella data per i dipendenti rimasti (gran parte erano già andati via) si concretizzano tutti i timori. In 16 vengono convocati dal curatore fallimentare e dall’avvocato incaricati di curare l’intera vicenda dal trabunale. I dipedenti vengono invitati, così come prevede la normativa in materia, a non presentarsi più al lavoro. In dodici raccolgono l’invito. Ora sono in attesa del licenziamento e di poter accedere agli ammortizzatori sociali oltre a poter recuperare gli stipendi arretrati. Si tratta di padri e madri di famiglia, che hanno effettuato investimenti nella convinzione di poter avere un lavoro stabile invece così non è stato. La vicenda che vede coinvolto Di Bianco parte da lontano. Basti pensare che solo qualche mese fa a seguito di un controllo da parte della guardia di finanza furono sequestrati alcune attrezzature, per evasione, e nominato un curatore giudiziario. Ora i punt vendita in questione a seguito dell’ennessino fallimento resteranno aperti e saranno gestiti dai curatori, con contratt a pochi dipendenti anche di solo poche settimane, fino a quando non si esauriranno le scorte di prodotti presenti sugli scaffali. Intanto si attendono i risolvolti e magari un nuovo acquirente che possa dare speranze ai dipendenti.




Scafati. Fallimento Scafati Sviluppo, a breve l’adunanza dei creditori. Il punto

Di Adriano Falanga

Si terrà martedi 10 ottobre l’adunanza dei creditori per l’esame dello stato del passivo della Scafati Sviluppo spa, la società di trasformazione urbana di proprietà del Comune di Scafati, dichiarata fallita il 13 aprile dal Tribunale fallimentare di Nocera Inferiore. Ad essere stato dichiarato fallito è l’ex cda presieduto da Alfonso Di Massa con A.D. Mario Ametrano. Nominato giudice delegato il dottor Mario Fucito, curatori fallimentari gli avvocati Bruno Meoli di Avellino e il dottor Giovanni Faggiano di Nocera Inferiore. Il cda, dietro autorizzazione della commissione straordinaria, ha depositato ricorso avverso la sentenza di scioglimento. Non è mai stato dato sapere però i motivi per cui la società non avrebbe dovuto chiudere i battenti, mentre sono invece note le motivazioni che hanno comportato all’estrema soluzione. <<La Scafati Sviluppo, a causa dell’impotenza finanziaria, non poteva essere in grado di ultimare i lavori e consegnare i capannoni restanti agli aventi diritto. Questo non creava i presupposti per la produzione dei ricavi con il conseguente pagamento dei debiti contratti>> emerge dalla sentenza di fallimento. Nel 2015 da bilancio i debiti contratti erano pari a 7 milioni di euro. Scriveranno i giudici: <<Il tutto ponendo in essere condotte di pagamento in favore solo di taluni creditori che possono essere assunte in elementi di dissipamento compiuti in stato di insolvenza e accumulando debiti ulteriori e straordinari di contenzioso, proprio per l’inadempimento degli obblighi contrattualmente assunti nell’esercizio dell’impresa>>. Impossibile andare avanti secondo i giudizi fallimentari. <<La Stu è quindi allo stato immobilizzata dal proprio stesso stato di impotenza che le impedisce di proseguire la propria attività di trasformazione, necessaria per far fronte alla debitoria assunte e senza la quale accumula ulteriore debiti>>.

In poche parole, essendo la società impegnata con una sola commessa, appunto la riqualificazione dell’area Ex Copmes, venendo meno questo progetto veniva meno anche la capacità di pagare i debiti. Andare avanti, nonostante i quattro anni di perdite consecutive, comportava solamente il crescere dei debiti. Debiti accumulati esclusivamente nei riguardi dei professionisti che si sono succeduti negli anni nella qualità di progettisti, consulenti, revisori, amministratori e consiglieri cda, e nei riguardi dei promissari acquirenti, i quali hanno versato caparre notevoli, senza vedere mai realizzarsi quanto promesso. Sono soprattutto gli acquirenti degli uffici e del lotto A, entrambi stralciati dal progetto originale, ad essersi accodati all’istanza di fallimento presentata da due ex revisori e un progettista. Lo stato di avanzamento del progetto Ex Copmes è ufficialmente rimasto “congelato” al maggio 2016, quando ci fu la consegna dei nove capannoni del lotto C. Resta in piedi, pressoché terminato, il lotto B che molto probabilmente andrà ad essere inserito nell’attivo della società e venduto all’asta.

LE INDAGINI

La gestione della società partecipata, con capitale sociale pubblico di 9 milioni di euro, è finita al vaglio dell’antimafia in relazione alle accuse promosse verso l’ex sindaco Pasquale Aliberti, di voto di scambio politico mafioso. Non solo avrebbero partecipato aziende vicino ai clan dei casalesi (secondo il decreto di scioglimento) ma ci sarebbero stati anche passaggi di denaro in favore di aziende legate al clan Ridosso-Loreto, per lavori ordinati dall’ex a.d. Filippo Sansone su pressioni, pare, di Ciro Petrucci, ex vice presidente Acse ritenuto espressione diretta del clan Ridosso. Entrambi candidati non eletti a sostegno di Pasquale Aliberti ed entrambi indagati nella lunga indagine condotta dal pm Vincenzo Montemurro, denominata “Sarastra”. Per Petrucci è stata disposta la chiusura delle indagini. Di appalti alla Ex Copmes in cambio di sostegno elettorale alla campagna per le elezioni regionali di Monica Paolino nel 2015 (prima ancora per le amministrative del 2013) hanno parlato già i pentiti Romolo Ridosso e Alfonso Loreto. <<Indebite ingerenze da parte della criminalità organizzata con particolare riferimento all’affidamento di lavori di riqualificazione di una zona industriale per la cui aggiudicazione l’Ente si è avvalso di una società di trasformazione urbana a totale partecipazione comunale (Stu) alla quale è stata trasferita la proprietà delle aree interessate dagli interventi>> è quanto si legge invece nel decreto di scioglimento del consiglio comunale.

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Scafati. Pip, trovato l’accordo sui debiti. Si allontana lo spettro del dissesto finanziario

Di Adriano Falanga

E’ corsa contro il tempo, e soprattutto alla ricerca di soluzioni possibili, quella che la commissione straordinaria sta portando avanti per evitare il concreto rischio del dissesto finanziario del Comune di Scafati. Sul piatto, come è oramai noto, i circa 15 milioni di euro di debiti ereditati dal fallimento dei Piani di Insediamento Produttivi, che sommati agli ordinari debiti di bilancio, hanno creato un disavanzo di amministrazione di 33 milioni di euro. Una somma che ha comportato l’applicazione di un piano di rientro lacrime e sangue, che peserà interamente sulle tasche di un già tartassato popolo scafatese. Nonostante ciò, manca ancora la parola fine perché entro il 5 luglio la Corte dei Conti è chiamata a pronunciarsi sul piano di riequilibrio predisposto dal sovraordinato prefettizio Valentino Antonetti, voluto dal prefetto Gerardina Basilicata come supervisore del delicato comparto economico finanziario dell’Ente, partecipate comprese. Giovedi sera, presso la sala consiliare della biblioteca Morlicchio, la triade con il dottor Antonetti ha incontrato gli espropriati terrieri dell’area Pip di via Sant’Antonio Abate, molti dei quali in possesso di sentenze definitive ed esecutive per la riscossione del loro credito. Un primo tentativo di accordo era già saltato poche settimane fa, ieri sera invece la fumata è stata bianca. Alle decine di presenti, accompagnati dai rispettivi legali, i tecnici di Palazzo Mayer hanno palesato la seria e concreta possibilità di fallimento dell’Ente, e questo come diretta conseguenza dell’enorme debito accumulato per il fallimento dei Pip. Dissesto significa, per i poveri creditori, la possibilità di vedere svanire, almeno nel breve e medio termine, la possibilità di riavere i propri soldi o terreni. Diventa quindi necessario trovare una quadra che possa essere allegata al piano di rientro e convincere la Corte dei Conti alla sua approvazione, evitando lo spettro del default. Intensa la discussione tra le parti, e una volta placati gli animi, viene sottoscritto l’accordo. I creditori saranno rimborsati del 50% dell’importo riconosciuto, più gli interessi, in un arco di tempo di 8 anni. La restante parte sarà rimbalzata all’amministrazione che verrà nel 2019, la quale, con ogni probabilità, sarà chiamata a rivalersi su Agroinvest. Azione alquanto improbabile, considerato che la società di trasformazione urbana dell’agro, che pure ha realizzato Pip in città come Angri o Sarno, è attualmente in liquidazione. Alternative migliori non ce ne sono però, e accontentandosi dell’uovo oggi, i proprietari terrieri hanno vestito i panni dei salvatori delle casse dell’ente, sottoscrivendo l’accordo. Una mezza vittoria, perché l’accordo dovrà poi ricevere il benestare dei giudici contabili. <<Abbiamo firmato, avendo visto l’acqua alla gola. In gioco le sorti della città – spiega M.D.P. – il fallimento del resto avrebbe allungato ancora i tempi per ricevere il dovuto>>. In caso di fallimento dell’ente una possibile soluzione sarebbe la vendita dei terreni, ma con l’uso agricolo e non industriale, un altro danno per i creditori. Si voterà nel 2019, e la futura amministrazione non avrà libertà di decisione sulla spesa, perché vincolata al piano di riequilibrio, della durata di 10 anni. Un vincolo su cui vigilerà, quasi certamente, ancora Valentino Antonetti. La politica è avvisata.

CRONACHE LO DENUNCIA DA ANNI

1-pipNel totale, i debiti che il Comune di Scafati ha accumulato per espropri non pagati e acconti dagli imprenditori non restituiti, ammontano ad oggi a circa 10,5 milioni di euro. Poi vi sono i possibili debiti relativi a sentenze non ancora notificate pari a circa 5,5 milioni di euro. Non solo, secondo i tecnici di palazzo Mayer esiste anche la concreta possibilità dell’attivazione di un contenzioso da parte dell’Agenzia per lo Sviluppo del sistema Territoriale della Valle del Sarno (Ex Agroinvest) in quanto ha agito in nome e per conto del Comune di Scafati, che è lo stesso beneficiario dell’attività svolta, oltre ad essere diventato proprietario dei terreni espropriati, oltre il danno anche la beffa quindi. Un probabile contenzioso stimato in circa 685 mila euro, che viene iscritto al fondo passività potenziali. La situazione debitoria del Comune di Scafati relativa ai contenziosi Pip viene denunciata da Cronache da almeno due anni. Cifre però mai iscritte a bilancio e mai divulgate. Oggi viene presentato il conto, e a pagarlo saranno gli scafatesi, che non solo non avranno l’area industriale ma dovranno anche pagare i debiti contratti e i contenziosi derivanti. Spendendo una critica, mentre a Scafati ci si lecca le ferite e si contano i danni, grazie a contributi regionali città come Angri o Sarno hanno visto realizzati i loro Pip, tramite Agroinvest.




Scafati. Finalmente spuntano i debiti Pip. Decise le misure del piano di rientro

Di Adriano Falanga

Cresce l’importo del disavanzo di amministrazione, che ha costretto Palazzo Mayer a ricorrere al piano di riequilibrio, cercando di scongiurare lo spettro del dissesto. In realtà, a conti e dati fatti, il piano di riequilibrio predisposto dal sovraordinato prefettizio Valentino Antonetti comporta misure di rientro del debito tipiche di quelle imposte da una situazione di dissesto. A mancare è la dichiarazione, sono però presenti debiti e misure restrittive. Da un riaccertamento della situazione contabile, complici anche (come da anni andiamo scrivendo) i debiti emersi (finalmente) dalla mancata partenza dei Pip, il disavanzo sale da 31 a scarsi 33 milioni di euro. Nel totale, i debiti che il Comune di Scafati ha accumulato per espropri non pagati e acconti dagli imprenditori non restituiti, ammontano ad oggi a circa 10,5 milioni di euro. Il 2 maggio in Comune sono state consegnate da parte di un legale, sentenze esecutive relative agli anni 2014-2015-2016, che avevano ad oggetto la condanna del comune di Scafati a di Agro Invest al pagamento di 5 milioni di euro. Secondo il responsabile dell’area Pip, i possibili debiti relativi a sentenze non ancora notificate ammontano a circa 5,5 milioni di euro. Non solo, secondo i tecnici di palazzo Mayer esiste anche la <<concreta possibilità dell’attivazione di un contenzioso da parte dell’Agenzia per lo Sviluppo del sistema Territoriale della Valle del Sarno (Ex Agroinvest) in quanto ha agito in nome e per conto del Comune di Scafati, che è lo stesso beneficiario dell’attività svolta, oltre ad essere diventato proprietario dei terreni espropriati>>, oltre il danno anche la beffa quindi. Un probabile contenzioso stimato in circa 685 mila euro, che viene iscritto al fondo passività potenziali. La situazione debitoria del Comune di Scafati relativa ai contenziosi Pip viene denunciata da Cronache da almeno due anni. Cifre però mai iscritte a bilancio e mai divulgate. Oggi viene presentato il conto, e a pagarlo saranno gli scafatesi, che non solo non avranno l’area industriale (o meglio, resta la sola Helios) ma dovranno anche pagare i debiti contratti e i contenziosi derivanti. Secondo l’ex sindaco Pasquale Aliberti, la colpa affonda nelle amministrazioni passate. <<Le attuali responsabilità sarebbero comunque di chi ha voluto il Pip e non paga la Tarsu: è chiaro alla opposizione?>> scrive Aliberti in rete, che poi svela <<era fine gennaio quando il Capo Ufficio Ragioneria (Giacomo Cacchione, ndr) scriveva al commissario “…risulta un saldo di cassa pari a zero, nonostante il mancato incasso della Tari e ulteriori crediti che vantiamo dalla Regione. Una situazione finanziaria di gran lunga migliore degli anni passati che addirittura ci consente di rientrare dal deficit strutturale. Unica nota negativa il mancato pagamento degli espropri del PIP”>>. E così, dal deficit strutturale del 2015 siamo arrivati al disavanzo di amministrazione. <<I problemi restano due: mancato pagamento degli espropri fatti dalla sinistra più di dieci anni fa e mancato incasso dei ruoli Tarsu che addirittura non sono stati mai pagati neppure da un consigliere comunale – prosegue Aliberti – Dalla relazione di gennaio ad oggi cosa è successo nell’ufficio Ragioneria? A chi giova tutto questo?>>. L’ex primo cittadino promette un’interrogazione parlamentare al Ministro delle Finanze.

LE MISURE PREVISTE DAL PIANO DI RIENTRO

1-triadeL’art. 188 del decreto legislativo n. 267 del 2000 indica le azioni che gli enti locali devono intraprendere per fronteggiare una situazione di per sé negativa che impone quindi immediatamente il ripristino del pareggio finanziario. Per il ripristino o ripiano è possibile: l’utilizzo, per l’anno in corso e per i 2 successivi, di tutte le entrate e le disponibilità, ad eccezione di quelle provenienti dall’assunzione di prestiti e di quelle aventi specifica destinazione per legge; l’utilizzo dei proventi derivanti da alienazione dei beni patrimoniali disponibili. In presenza di disavanzo d’amministrazione ogni risorsa deve essere impiegata nell’operazione di risanamento, tant’è che la legge stabilisce il divieto assoluto di assumere impegni di spesa e pagare spese per servizi non espressamente previsti per legge (sono fatte salve le spese da sostenere a fronte di impegni già assunti nei precedenti esercizi) per cui ogni atto adottato in difformità dalla prescrizione è da ritenersi nullo. Solo dopo l’adozione del provvedimento di ripiano del disavanzo d’amministrazione il divieto viene meno. La commissione, sotto la supervisione e parere positivo del dottor Valentino Antonetti, sovraordinato dalla Prefettura di Salerno a tutela dei conti dell’Ente, ha già approvato e predisposto la procedura di riequilibrio finanziario pluriennale. Palazzo Mayer è chiamato a ridurre le spese per il personale, attraverso l’eliminazione dei fondi per il finanziamento dei salari accessori. Entro tre anni dovrà ridurre di almeno il 10% la spesa per l’acquisto di beni e prestazioni servizi (ad esclusione di quelli essenziali, come illuminazione e raccolta rifiuti). Entro cinque anni dovrà ridurre di almeno un 25% per la spesa per i trasferimenti. Blocco dell’indebitamento, niente stipula di mutui quindi. Per gli scafatesi continuano i tempi di vacche magre. La cinghia è sempre più stretta.

PRELIEVO TRIBUTARIO PRO CAPITE DI 548 euro

2-tasseResta stabile la spesa corrente, come è stabile anche l’importo (comunque alto) che ogni singolo scafatese paga in media di tributi. Secondo la relazione presentata dall’Area finanziaria guidata dal dottor Giacomo Cacchione, resta stabile l’indice della spesa corrente pro capite, dai 1.025 euro del 2014, passando per gli 802 del 2015, si arriva nel 2016 a 772 euro. La spesa corrente è la spesa che l’ente sostiene per l’ordinaria gestione, rapportata al numero di abitanti. Tra le voci troviamo la retribuzione del personale, le indennità di missione, l’acquisto dei beni di consumo per la gestione ordinaria, e le spese per le utenze quali corrente elettrica, acqua. Il costo del personale è di 8,2 milioni di euro, ed incide per il 21% sull’intera voce di spesa corrente. L’indice di pressione tributaria (cioè il prelievo tributario dell’ente sul singolo cittadino) è pari ad euro 548, in leggero aumento rispetto all’anno scorso (543 euro). Un altro dato importante che emerge dagli indicatori finanziari allegati al bilancio, è l’assenza di intervento regionale, o meglio, dalla Regione Campania nel 2016 non sono arrivati trasferimenti, mentre lo Stato centrale ha girato 12,2 milioni di euro (pari al 29,45% del totale delle entrate correnti) pari a 241 euro per ogni cittadino scafatese. Neonati compresi.




Scafati. Tari, riscosso solo il 50% dei tributi. Male anche la rottamazione. Rischio crac

Di Adriano Falanga

Sono giorni intensi e frenetici questi per la commissione straordinaria. Difficile poter avere notizie in merito a quanto accade in città, difficile anche per gli stessi dirigenti riuscire a confrontarsi con loro. Chiusi in quella che è la stanza del sindaco, la prefetto Gerardina Basilicata, la vice prefetto Maria De Angelis e il funzionario Augusto Polito, in coordinamento con i sovraordinati mandati dalla Prefettura, stanno cercando di sbrogliare una lunga matassa amministrativa dove lo scioglimento dell’Ente è responsabile solo in minima parte. Lo spettro del dissesto finanziario, ad esempio, è conseguenza di una crisi economica derivata da una non oculata e parsimoniosa gestione della macchina amministrativa. Progetti falliti, partecipate mediocremente amministrate, bilanci non sempre fedeli alla reale situazione economica dell’Ente, hanno portato il Comune di Scafati sull’orlo del fallimento. Sono in tre i commissari, e da soli devono assolvere ai compiti di sindaco, Giunta e Consiglio comunale. In assenza di notizie ufficiali, a parlare sono fonti ufficiose. E’ ufficioso ad esempio il dato Geset, che quantifica in appena il 50% la percentuale di bollette Tari al 2016, mentre è del 60% quella del 2015. Significa che la metà degli scafatesi non ha assolto al proprio compito di contribuente e quindi, il Comune incassa solo la metà di quanto previsto dal Piano Economico Finanziario dell’Acse. Un documento che raccoglie l’intero costo (da coprire appunto con il gettito Tari) del ciclo rifiuti: raccolta e smaltimento. Tempi difficili, e lo specchio delle strade cittadine oggi ne è fedele testimone. In un clima simile, diventa difficile anche garantire i servizi essenziali, come la manutenzione, i servizi sociali, il verde e illuminazione pubblica. Restando in casa Geset, non sono rassicuranti neanche i dati relativi alla riscossione dei primi mesi 2017. Colpa della rottamazione delle cartelle probabilmente, ma non è così. Diversamente dalle aspettative, e dal clamore avuto alla vigilia, sono solo 450 le istanze presentate per la rottamazione delle cartelle. Tutto questo contribuisce alla mancanza di liquidità dell’Ente, che di contro è costretto a rinviare i pagamenti dei fornitori, con tempi medi di pagamento stimati oggi in un anno. Segnali questi assolutamente non incoraggianti, che aprono appunto le porte al dissesto.

SERVIZI BLOCCATI E TASSE AL MASSIMO: ECCO IL DISSESTO

ComuneScafatiFULMINE_001L’art. 244 del Testo Unico sull’ordinamento locale stabilisce che si ha dissesto finanziario quando un ente non è più in grado di assolvere alle “ordinarie” funzioni ed ai servizi definiti indispensabili, quando nei confronti dell’Ente esistono crediti di terzi ai quali non si riesce a far fronte con il mezzo ordinario del riequilibrio di bilancio né con lo strumento straordinario del debito fuori bilancio. L’Ente dissestato è tenuto ad approvare un nuovo bilancio, basato principalmente sull’elevazione delle proprie entrate al livello massimo consentito dalla legge, vale a dire che tutte le tasse comunali saranno aumentate fino ad arrivare al tetto massimo consentito dalla legge. Viene rivista la pianta organica del personale dipendente, con un forte taglio ai contratti a tempo determinato. Le conseguenze sugli amministratori sono limitate a quelli che la Corte dei conti ha individuato come i responsabili del dissesto imputando loro i danni per dolo o colpa grave, nei cinque anni precedenti il verificarsi del dissesto finanziario. Le conseguenze sui creditori riguardano i rapporti obbligatori rientranti nella competenza dell’organo straordinario di liquidazione e consistono nella cristallizzazione dei debiti, che non producono più interessi né sono soggetti a rivalutazione monetaria, nonché nell’estinzione delle procedure esecutive in corso, con conseguente inefficacia dei pignoramenti eventualmente eseguiti, e nell’impossibilità di intraprendere o proseguire azioni esecutive nei confronti dell’ente. Tagli anche ai servizi a domanda individuale, quali mense, buoni libro.

IL PD: PREOCCUPATI, VOGLIAMO CAPIRE BENE

2-3-Scafati. rinaldiHanno chiesto un incontro con la triade commissariale i rappresentanti del Partito Democratico. <<Siamo seriamente allarmati dalle notizie degli ultimi giorni secondo cui il monte debiti accumulato dal Comune di Scafati sfiorerebbe 30 milioni di euro. Se ciò fosse vero e la Commissione dovesse dichiarare lo stato di dissesto, come pare inevitabile, ciò significherebbe il blocco totale di ogni progetto o attività che va oltre i servizi essenziali, e livelli massimi di tassazione per i cittadini>>. Occorre fare chiarezza, anche per scongiurare (forse con ritardo) un allarmismo superfluo. <<Neppure quando abbiamo denunciato ripetutamente il fallimento politico della vecchia Amministrazione immaginavamo un disastro di simili proporzioni. Vogliamo capire quanto c’è di vero, se è ancora possibile un piano di rientro, altrimenti ogni proposta nell’interesse della città è destinata a cadere nel vuoto per mancanza di copertura finanziaria – si legge nella nota stampa del locale circolo – Siamo anche preoccupati per l’allarme sicurezza in città, che nelle ultime settimane ha subito un’impennata: furti in abitazioni, in esercizi commerciali che già combattono una crisi economica difficile. Continuiamo a chiedere la convocazione del Comitato Provinciale di Ordine Pubblico e Sicurezza e ogni misura utile perché, almeno sotto questo aspetto, i cittadini devono potersi sentire sicuri nelle loro case e nei loro negozi. Ancora, i disagi legati ad un servizio raccolta rifiuti totalmente insufficiente e inadeguato; disagi che rischiano, con l’arrivo del caldo, di degenerare in un rischio serio per la salute dei cittadini>>

 

 




Scafati. Il Pip rischia di mandare in dissesto il Comune

Di Adriano Falanga

Si avvicina lo spettro del default finanziario del Comune di Scafati. Non è allarmismo, ma una opzione a disposizione della commissione straordinaria che via via assume concretezza. Non solo il disavanzo di gestione di 30 milioni, ma dopo anni vengono iscritti a bilancio anche i debiti legati alla mancata realizzazione dei Piani di Insediamento Produttivi. Una batosta che gettano l’Ente, già in profonda crisi finanziaria, verso lo spettro del dissesto. <<La nostra città è una delle poche nell’agro nocerino sarnese in cui non esiste un area di insediamento produttivi. Questo è inammissibile sia per lo sviluppo del territorio che per i numerosi problemi legati a quella che da anni è stata individuata come area ad indirizzo industriale, cioè la frazione di Cappella in via Sant’Antonio Abate>>. Lo denunciano gli attivisti del meet up Cinque Stelle di Scafati in Movimento. Sono decine i contenziosi tra l’ex Agroinvest, in solido con il Comune di Scafati, e i proprietari terrieri espropriati con gli imprenditori che hanno versato acconti. Soldi volatilizzati e l’area oggi è ancora allo stadio iniziale. <<Solo alcuni, i soliti amici degli amici, sono stati rimborsati>> polemizzano i grillini, facendo appello alla triade di commissari di verificare fino in fondo la situazione. <<L’unico insediamento sorto a Cappella è quello della Helios, azienda che si occupa di rifiuti. L’unica che l’amministrazione Aliberti è stata capace di attrarre, in spregio alle norme di attuazione che vietano questo genere di attività. Nel frattempo la città è stata penalizzata anche sul piano urbanistico –continuano gli attivisti – sono numerose le aziende che non sono state dislocate che grazie ad alcune interpretazioni giuridiche sui contenziosi, si stanno avviando ad aprire attività sparse sul territorio. Chiediamo ai commissari di attivarsi al più presto per intercettare i fondi necessari ad avviare le opere di urbanizzazione del Pip. Laddove l’amministrazione Aliberti ha fallito>>.

E PER IL PIP L’ULTIMO INCARICO LEGALE DELLA GIUNTA

1-Fele con AlibertiPrima o poi il Comune di Scafati vedrà pioversi addosso decine di richieste di rimborso, oltre a spese legali ed oneri accessori, per il mai partito Pip. Una somma, dicevamo, che sembra aggirarsi attorno ai 15 milioni di euro e mai iscritta a bilancio. Una delicatissima situazione su cui l’ex amministrazione ha pressoché sorvolato, anzi, ha in parte concentrato pure la campagna elettorale per le elezioni regionali del 2015. E così, tra gli ultimissimi atti prodotti dalla vecchia giunta, una delibera, la numero 363 del 13 dicembre 2016, in cui si dà mandato ad un legale di valutare lo stato dei rapporti tra il Comune di Scafati e l’Agenzia per lo Sviluppo della Valle del Sarno, già Agroinvest. Un incarico affidato all’avvocato Felice Laudadio per 7.300 euro circa. A confermare la difficile e incerta situazione in essere tra espropriati e Comune, è la stessa delibera, sottoscritta dal vicensindaco Giancarlo Fele. <<Ad oggi il Pip non risulta essere stato attuato e si è verificato un contenzioso rilevante sia con le ditte espropriate che con alcune ditte assegnatarie – si legge nell’atto – in particolare diverse ditte espropriate non indennizzate hanno avviato azioni legali nei riguardi del Comune di Scafati, per l’esecuzione di sentenze passate in giudicato con le quali sono state determinate in via definitiva le indennità di esproprio nonché è stato condannato l’ente in solido con l’Agenzia al pagamento di spese legali ed oneri accessori>>. La delibera non fornisce cifre, è piuttosto vaga sui numeri, ma decisamente realista nella situazione. Il contenzioso è definito “rilevante” e le sentenze passate in giudicato rischiano seriamente di mettere in ginocchio le casse, già precarie, del Comune. Insomma, lo spettro del default non è assolutamente così lontano. E gli scafatesi ne pagheranno le conseguenze.




Scafati. Ex Copmes, fallita la Scafati Sviluppo. Addio progetto Ex Copmes

Di Adriano Falanga

Il Tribunale di Nocera Inferiore, sezione fallimentare, dichara il fallimento della Scafati Sviluppo spa nella persona del presidente del cda Alfonso Di Massa. Nominato  giudice delegato il dottor Mario Fucito, curatori fallimentari gli  avvocati Bruno Meoli di Avellino e il dottor Giovanni Faggiano di Nocera Inferiore. La Stu, interamente partecipata dal Comune di Scafati, ha tempo tre giorni per depositare i bilanci e le scritture contabili, nonchè l’elenco dei creditori. Ai creditori è assegnato il termine perentorio di trenta giorni prima dell’adunanza in cui si procederà all’esame dello stato passivo che si terrà il giorno 10 ottobre 2017 presso la stanza del giudice delegato Mario Fucito. Finisce qui il progetto di riqualificazione dell’area Ex Copmes.

 




Scafati. Tutti i debiti di Scafati Sviluppo, la lista di consulenti e amministratori

Di Adriano Falanga

E’ trascorsa una settimana dal momento in cui il giudice della sezione fallimentare del tribunale di Nocera Inferiore, dottor Mario Fucito, si è riservato la decisione se lasciar fallire la Scafati Sviluppo oppure concedere al nuovo cda guidato da Vincenzo Abate, di verificare nel dettagli i documenti contabili e decidere un piano di rientro dai debiti contratti. Due le strade percorribili: la ricapitalizzazione e l’autofinanziamento, in assenza di altre commesse di lavoro. Perché la Stu nasce unicamente per il progetto di riqualificazione dell’area Ex Copmes, e all’attivo conta sul patrimonio immobiliare di circa 130 mila mq, di cui 90 da riqualificare. Non è esclusa la vendita di parte del patrimonio per uscire fuori dallo stallo finanziario, ma anche produttivo, siccome i lavori sono fermi. Considerata la totale mancanza di trasparenza nella gestione della società, e trattandosi di ente partecipato con capitale pubblico, Cronache pubblica oggi i dati economici e gestionali aggiornati al 31 dicembre 2014, o meglio, al terzo esercizio consecutivo con una perdita d’esercizio. Dati chiaramente mancanti del 2015 e 2016, ma necessari per poter aprire una reale finestra sulla situazione della società partecipata scafatese. Dal bilancio ufficiale 2014 risulta un debito verso l’unico socio (il Comune di Scafati) pari ad euro 485 mila, una cifra però contestata da Mario Santocchio, che insiste siano oltre un milione di euro i fondi illecitamente concessi dal socio alla sua partecipata. Il debito verso la banca sfiora i 2,5 milioni di euro, mentre arrivano a 177 mila euro i debiti tributari. Un totale di oltre 7 milioni di euro accumulato al 2014. Superano i 750 mila euro i debiti verso consulenti e amministratori, oltre trenta in otto anni di amministrazione Aliberti, tra esponenti politici e dirigenti comunali. La tabella è quella allegata al bilancio 2014 e non tiene conto degli esercizi del 2015 e 2016. Alcuni hanno ricevuto acconti, ma l’importo comunque ad oggi è levitato e non di certo diminuito. Spiccano i quasi 90 mila euro dovuti al presidente del collegio sindacale Massimiliano Granata, i quasi 60 mila all’ex presidente Matteo Cannavacciuoli. Nella relazione al bilancio 2014 il cda in carica scrive al socio: “E’ stato più volte riferito al Socio della necessità che la STU si dotasse di una struttura stabile formata da personale dipendente e collaboratori. Infatti l’attuale assetto organizzativo non consente di operare con la continuità tipica delle aziende dinamiche e che appartengono ad un settore ad alta variabilità come quello edile”. E ancora: “Il secondo aspetto da sottolineare è quello legato alla mancanza di un’adeguata disponibilità finanziaria che consenta alla STU di poter fronteggiare le spese di gestione ordinaria. Il finanziamento ipotecario concesso dalla BNL per la realizzazione dell’opera, occorre solo ed esclusivamente per fronteggiare “in senso stretto” i costi di realizzazione dell’opera senza fornire un’adeguata copertura su altre tipologie di spesa quali ad esempio i costi per le consulenze dei professionisti”.

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Scafati. Fallimento Scafati Sviluppo, chiesto un nuovo rinvio, il giudice si riserva la decisione

Di Adriano Falanga

Fallimento Scafati Sviluppo, chiesto un rinvio dell’udienza per permettere ai nuovo componenti del cda di approvare il bilancio 2016 e verificare la possibilità di proseguire in bonis. Si è riservato la decisione il giudice Mario Fucito, della sezione fallimentare del Tribunale di Nocera Inferiore, di lasciar fallire la società di trasformazione urbana con socio unico il Comune di Scafati oppure dare tempo ai nuovo amministratori di verificare i conti. La richiesta, presentata tramite il legale della società, l’avvocato Laura Semplice, arriva dopo che la commissione straordinaria ha revocato il vecchio cda e nominato un nuovo consiglio di sua fiducia. Nel dettaglio, la triade ha voluto i commercialisti Vincenzo Abate come presidente, Carmine Aquino come vice presidente e Immacolata Maria Ariano come componente. Una prima udienza si già tenuta lo scorso 14 marzo, e in quella data il giudice concesse un rinvio al giorno 24 per la costituzione del nuovo cda. Ieri mattina nuova richiesta di rinvio dalla Scafati Sviluppo. Come noto, il primo presidente designato, il dottor Vincenzo Cucco, ha rifiutato l’incarico non senza aver scritto una lunga relazione sullo stato di salute finanziario della società che gestisce il progetto Ex Copmes. Documento che è stato depositato agli atti dai creditori, all’attenzione del giudice. Nel documento si stronca senza riserve la gestione della partecipata, usando termini quali “reati” “esercizio abusivo dell’attività” e “bancarotta fraudolenta”, invitando i commissari Basilicata, De Angelis e Polito a liquidare la società e avviare azioni legali nei riguardi dei precedenti amministratori. Una relazione che la triade ha respinto, decidendo comunque di ricomporre il cda con l’entrata di Vincenzo Abate a sostituire Cucco.




Scafati Sviluppo, Cucco lascia. Debiti pregressi, si pensa di vendere la proprietà

Di Adriano Falanga

A Scafati le nomine dei nuovi cda delle partecipate assomigliano sempre più al gioco delle tre carte, e la triade commissariale non sa dove e come puntare. La gaffe su Filippo Maraniello all’Acse resta ancora sospesa in attesa di delucidazioni, e nel frattempo arriva il secondo scivolone dalla Scafati Sviluppo. Voci ufficiose vogliono il neo presidente Vincenzo Cucco seriamente intenzionato a rifiutare l’incarico, avuto appena il 14 marzo. L’esperto commercialista di origini casertane avrebbe comunicato ai commissari Basilicata, De Angelis e Polito la sua volontà di fare un passo indietro. Non sono noti i motivi, ma del resto, appaiono certamente comprensibili. Cucco è un professionista molto referenziato, e la Stu scafatese è ad un passo dal fallimento. Salvare il progetto Ex Copmes è impresa miracolosa e un fallimento potrebbe inficiare il ricco curriculum del commercialista. Cucco è bravo nei numeri, non nei miracoli. La decisione sarebbe stata comunicata al prefetto Gerardina Basilicata giovedi pomeriggio, a seguito della prima udienza per l’istanza di fallimento a carico della Scafati Sviluppo, tenuta la mattina al Tribuna di Nocera Inferiore. L’udienza è stata rinviata al giorno 24 marzo, per permettere alla società di costituirsi in giudizio. Il debito per cui un ex revisore dei conti ha promosso l’istanza fallimentare ammonta sui 40 mila euro, ma sorpresa negativa è stato l’accodarsi di altri creditori all’istanza. Sono soprattutto i promissari acquirenti del lotto A che hanno anticipato caparra per dei capannoni che non saranno più realizzati, dopo che la Banca concessionaria del mutuo ha ridimensionato il finanziamento. Contrariamente a quanto sostiene l’ex primo cittadino, il debito totale della Scafati Sviluppo, o meglio la somma complessiva dovuta ad ex e attuali consulenti, componenti cda, promissari acquirenti e soprattutto alla banca, si aggira sui 2 milioni di euro. Una somma che la Scafati Sviluppo non potrà mai avere in cassa, in quanto non ha altre commesse e possibilità di nuove entrate. E neanche il socio unico, cioè il Comune di Scafati, può accollarsi la spesa. L’istanza di fallimento, tra l’ex revisore contabile e i nuovi creditori aderenti, si aggira sui 200 mila euro. 2-ex copmesUna situazione finanziaria aggravata anche dalle indagini dell’antimafia, in quanto nel progetto di riqualificazione dell’area che fu della storica Alcatel Cavi ci sarebbe stata l’infiltrazione del clan dei casalesi. Un quadro decisamente critico, che ha provocato la desistenza di Cucco. La patata bollente ritorna tra le mani della commissione straordinaria, che pure ha mostrato e continua a mostrare scarsa dimestichezza con nomine e procedure. Non solo, considerato il difficile quadro gestionale ed economico della Scafati Sviluppo, ci si chiede perché i commissari abbiano optato per un nuovo cda a tre componenti, contribuendo quindi a far lievitare il debito accumulato (perché altrimenti come saranno pagati i tre professionisti?) e non abbiano considerato l’opportunità di nominare un commissario liquidare e portare la Stu alla chiusura programmata. Intanto, si studiano le azioni per far fronte al complesso debito accumulato. La sola BNL vanta circa un milione di euro di credito. Una possibile soluzione potrebbe essere la vendita di parte del patrimonio immobiliare, la Stu detiene infatti l’intera area di circa 130 mila mq, mentre la parte interessata dal progetto (e su cui grava l’ipoteca bancaria) è di circa 90 mila euro. Volendo anche svendere i suoli, senza capannoni, si potrebbe ricavare quanto basta per archiviare definitivamente il progetto voluto dall’ex amministrazione Aliberti. Resterebbe il fallimento politico dell’operazione, che assieme al Polo Scolastico rappresentava il fiore all’occhiello delle “grandi opere” di Pasquale Aliberti. Politicamente è già avviata la campagna al “rimbalzo” sulle responsabilità, ma nella sostanza sarà il Tribunale (sia per il Polo che per l’ex Copmes) a ristabilire la verità. Si spera al più presto.

ALIBERTI: “colpa dell’uomo nero”

<<L’obbiettivo del politico dei centri commerciali, quello che ragionava dei suoi affari con i casalesi (vedi inchiesta “Il Principe e la ballerina”), si sta per realizzare>>. Pasquale Aliberti torna a parlare (o meglio, a scrivere su Facebook) di Ex Copmes e insiste nel puntare l’indice contro Mario Santocchio. <<Ecco perché solo ieri eravamo già preoccupati per la nomina dei commissari, sicuramente inconsapevole, della dottoressa Ariano nel CdA della Scafati Sviluppo.  Ariano, sicuramente ottima commercialista è, stranamente, figlia di quel vecchio super Dirigente all’urbanistica, sponsorizzato allora dal politico arrabbiato, è stato già Dirigente agli Iacp nel periodo in cui il suocero del politico, ne era, guarda caso, presidente. Proprio Ariano è il tecnico con cui si inizia la procedura per trasformare un terreno agricolo in centro Commerciale>>. Antonio Ariano è stato dirigente dell’area Urbanistica nel biennio 2009-2010. <<Un area del valore di milioni di euro, di proprietà del Comune, può fallire per 40 mila euro? A chi giova? Chi festeggerà nelle prossime ore? Sicuramente non brinderanno gli imprenditori seri che hanno avuto il coraggio di investire, con i propri soldi, nell’acquisto dei capannoni – incalza Aliberti – Sicuramente non resteranno dispiaciuti gli imprenditori alla Artioli, il politico del Centro Commerciale e qualche Dirigente che ho letto si è sentito minacciato quando, per andare incontro alle difficoltà della Scafati Sviluppo (società del Comune), gli abbiamo chiesto la possibilità di un prestito di 500 mila euro in parte restituito>>. Il dirigente “minacciato” è il ragioniere capo Giacomo Cacchione, testimone chiave nell’inchiesta che vede Aliberti coinvolto. <<Minacciato? Per trasferire i fondi ad alla stessa società del Comune? Che strano paese è l’Italia. Tra ignavi, irriconoscenti, incapaci, disattenti e uomini di passione, questa volta davvero c’è il rischio che l’abbia vinta l’uomo nero>> chiosa l’ex sindaco. Dal canto suo Mario Santocchio non si sbottona: <<Io non mi occupo di nomine, parla sempre chi dovrebbe tacere. Il problema ormai è di competenza di uno psicologo o di uno psichiatra>>