Salernitano emigrato torna nella sua terra: «Non la riconosco più»

a cura di Erika Noschese

Un salernitano emigrato che torna a Salerno, ammirando la sua città da visitatore. Una città sicuramente cambiata ma non in meglio, come denuncia Raffaele Mele che ha compiuto un “viaggio” intorno alla città capoluogo, evidenziando tutto ciò che non va, partendo proprio dai suoi punti di forza. «Mi sono permesso di affrontare e di analizzare un poco la situazione della nostra amata città con un occhio “esterno”, come fossi un visitatore, un turista, dal momento che ho lasciato – per motivi di lavoro – la mia bellissima cittadina due anni addietro», ha dichiarato Mele, evidenziando proprio i “punti di forza” della città capoluogo, a partire dal castello Arechi fino al parco del Mercatello. Questioni, queste, più volte denunciate attraverso queste colonne. Tra le difficoltà denunciate dal “salernitano emigrato” il Castello Arechi: «La strada per l’arrivo a destinazione ha una scarsa segnaletica stradale», sottolinea Mele, spiegando che da salernitano si è ritrovato in difficoltà e «chi viene da fuori potrebbe avere delle difficoltà oggettive, in quanto sappiamo bene che, su tale via, spesso e volentieri ci sono delle mucche e dei cavalli che girano felici e soli alla ricerca di cibo». Il parcheggio del castello Arechi è molto piccolo, «credo ci entrino una ventina di macchine – sottolinea il salernitano – E mentre mi dirigo a destinazione la passeggiata è piacevole ma “vuota”. Segno, dunque, che il tratto che collega ad uno dei simboli della città capoluogo non può definirsi turistico. Impossibile, dunque, visitare l’ex armeria, anche a causa dell’incuria del verde pubblico con un sentiero che sembra essere totalmente sparito. Ma il vero punto di degrado sembra essere dinanzi l’ascensore: «odore orrendo di pipì», sottolinea Mele che evidenzia anche come il bar all’interno della struttura sia quasi totalmente abbandonato a sé stesso. Nota fuori dal coro è invece il Museo dove «ci sono molti reperti storici e che la passeggiata è lieta e ricca di contenuti», dice ancora Raffaele Mele che punta l’attenzione sui leggii «oramai inservibili, lasciati nell’incuria più profonda, con ruggine ovunque, spiegazioni illeggibili, pezzi mancanti. Il verde non è curato, è tutto abbandonato ed è triste – dice ancora il salernitano emigrato – Allora seguo il percorso interno ed anche qui noto la carenza di tutto: un piccolo proiettore spiega le fasi del castello e la sua storia, ma nell’area dedicata entra luce, quindi si vede ben poco, mi affaccio dalla terrazza che regala la vista del Golfo di Salerno e noto che giù, la scalinata è abbandonata, senza un minimo di verde o altro». Per il salernitano, «vedere il castello “modernizzato” con le passerelle di ferro/acciaio è un pungo nello stomaco. Una porta con maniglione antipanico che non funziona e mi sono trovato con la maniglia in mano. Ho provato vergogna», ha denunciato poi Mele che termina così il suo viaggio al Castello.

Il centro storico “ostaggio” degli abusivi

Il viaggio continua e tocca il lungomare cittadino, il centro storico, corso Vittorio Emanuele. Salerno sembra essere una città “ostaggio” degli abusivi: partendo da piazza della Concordia si vede di tutto, cartomanti, questuanti. A questo bisogna, inevitabilmente, aggiungere il degrado e l’incuria in cui versa il verde pubblico, panchine rotte, topi che “invadono” la strada, forti odori provenienti dagli scarichi a mare, bagni pubblici resi vere e proprie cloache. «Arrivo nella zona della Spiaggia di Santa Teresa, unica zona con un minimo di ordine – ma dove insiste nonostante gli anni ed i lavori di miglioria effettuati in zona, lo scarico direttamente in spiaggia», dice ancora Mele. Il centro storico merita un discorso a parte: nonostante la presenza di scorci caratteristici, botteghe e negozi manca «una vera e propria anima»: turisti e visitatori, infatti, passeggiano per il centro storico ma non acquistano. Anche in questo caso però l’incuria è lampante e le zone “più alte” sono abbandonate al loro destino, con carenza di posti auto. Attenzione positiva è rivolta, invece al Duomo e alla cripta di San Matteo. Ammirazione anche per la chiesa del Crocefisso, con la cripta sotterranea che contiene al suo interno opere del 1200. «La domanda è ma dove sono queste notizie? Un qualunque visitatore della città è a conoscenza di questo tesoro nascosto? Ne dubito», si chiede ancora Mele. Corso Vittorio Emanuele, più volte definito il salotto buono della città un tempo ospitava attività commerciali, luoghi “esclusivi” antichi alberghi quali l’hotel Italia e il Montestella, motivo di vanto per la città capoluogo. «Oggi è uno spettacolo un po’ triste: negozi anonimi, nomi storici spariti, serrande chiuse – denuncia ancora il salernitano – In alcune zone, auto e motocicli che sfrecciano tra i passanti mentre ora vi è un pieno di bar coi tavolini vuoti, posti anonimi. Questo era il salotto buono della città, era il luogo del Cinema Capitol, dell’Upim/Standa, era la zona della “Salerno bene” degli anni passati ma, appunto, era il nome del palazzo sito in via Torretta, un palazzo antico, chiuso e murato mentre penso sia da recuperare e da destinare alla collettività».

Forte La Carnale: Da torre di guardia a deposito di armi, il passo verso la chiusura? Troppo breve

E se Salerno sembra essere la città dei luoghi simbolo dimenticati non si può non tenere in considerazione Forte La Carnale, un luogo storico con circa 500 anni di storia, ma disgraziatamente abbandonato al suo destino. Chiuso ormai da un po’ di tempo, è impossibile ammirare il panorama da una delle terrazze che affacciano sul mare. Da torre di guardia a deposito di armi sino alla chiusura ed al relativo abbandono il passo è stato breve, troppo breve. Anni fa, infatti, «un incendio devastò la vegetazione sottostante e sembra quasi sia stato il colpo di grazia per questo monumento storico della nostra città – sottolinea il salernitano – L’amministrazione comunale o anche qualche privato è possibile che non siano interessati al ripristino della struttura? All’istituire un museo al suo interno, riaprire il ristorante ed a renderlo nuovamente fruibile alla collettività tutta?». E tra le strutture visitate dal salernitano emigrato anche la stazione Marittima: entrando nella zona aeroportuale si denota la pochezza della struttura «ma non perchè non sia una costruzione degna di nota, ma per ciò che vi è all’interno ed all’esterno: è come se fosse un corpo estraneo secondo il mio punto di vista, entrare e vedere tutto “spoglio”, senza un vero punto ristoro, sapere che è utilizzata solamente come biglietteria, che non è sfruttata come dovrebbe anche a causa dei fondali da sistemare del porto, è alquanto triste. Non è un vanto per la nostra comunità», dice infine il salernitano, terminando così il suo viaggio.

Parco dell’Irno, Masso della Signora e parco del Mercatello, i luoghi verdi abbandonati

Degrado, incuria e stato di abbandono anche per quanto riguarda i due polmoni verdi della città capoluogo: il parco dell’Irno e il parco Pinocchio. «Nella mia mente ho sempre sognato un parco dell’Irno come nelle altre città che hanno la fortuna d’essere attraversate da un fiume», dice il salernitano emigrato secondo cui il resto del corso del fiume è abbandonato a sé stesso, così come l’intero parco che insiste non solo nel territorio salernitano ma anche in quello dei comuni di Pellezzano e Baronissi.«Sarebbe utopistico “chiedere” che diventi un unico “Parco” e che si possa vivere senza distinzioni di comuni?», si chiede Raffaele Mele che propone di installare una pista ciclabile che inizi dal comune di Baronissi e che arrivi sino alla foce del fiume, costruire luoghi di ristoro, panchine, aree pic nic, oltre a ripulire il letto del fiume, estirpare l’erba che popola gli argini, espropriare ove si deve e regalare alla comunità intera un nuovo Parco. Discorso simile vale anche per il parco del Mercatello che sembra aver subito due fasi, passando da un luogo curatob ad uno totalmente abbandonato con il fiume trasformatosi in discarica, stagno per insetti e zanzare. E tra i luoghi dimenticati non si può non citare il Masso della Signora, con il tempo divenuto simbolo degli sprechi da parte della cittadinanza. Di fatti, il polmone verde che si affaccia sul golfo della città capoluogo è stato lentamente abbandonato. «Sarebbe belloc che tornasse “vivo” e fruibile per la collettività, vi è una vista spettacolare, a 360 gradi di tutta la città – aggiunge Mele – Pulirlo, renderlo nuovamente ai cittadini, poter regalare di nuovo il polmone verde alla cittadinanza tutta, creare dei sentieri per delle passeggiate. Certo, anche il cittadino deve svolgere la sua parte, ma perchè non ripristinare questo luogo?».

 




Fonderie Pisano, Bellandi incontra il comitato “Salute e Vita”

di Giovanna Naddeo

E’ durato all’incirca un’ora l’incontro a porte chiuse tra il nuovo arcivescovo di Salerno, Andrea Bellandi, e una delegazione del comitato “Salute e vita”, tenutosi nella giornata di ieri nel palazzo arcivescovile. Puntuale alle ore 12, Sua Eccellenza ha accolto il presidente del comitato, Lorenzo Forte, don Marco Raimondo, il consigliere comunale Gianpaolo Lambiase, nonché Massimo Calce, Anna Risi, Ernesto Langella, e Clementina, di soli 15 anni. «Bellandi è rimasto colpito dalle nostre parole: ci ha ascoltato con attenzione e ha preso appunti» afferma Forte, al termine dell’incontro. Tre le richieste portate al tavolo arcivescovile: oltre al ricordo dei defunti nelle preghiere del prelato, la possibilità di prender parte a un’udienza di Papa Francesco in Vaticano sulla salvaguardia del Creato e la celebrazione di una Messa per gli ammalati e coloro che hanno perso la vita a causa dell’inquinamento atmosferico nella valle dell’Irno. «Bellandi ha ascoltato le nostre testimonianze, tra le quali quella di Clementina, che per colpa della malattia ha dovuto rinunciare agli studi musicali» continua Forte. «La sua attenzione sulla vicenda andrà avanti». A ribadirlo è lo stesso prelato che, riservandosi di prendere maggiori informazioni sul caso anche da monsignor Moretti, dichiara: «Il problema c’è e gli studi effettuati lo dimostrano. Non sono a conoscenza della situazione nei suoi dettagli ma approfondirò e valuterò. Dovere morale è guardare alla vicenda senza interesse di parte», conclude così il neo arcivescovo della diocesi di Salerno – Campagna – Acerno




«Nei giorni scorsi hanno polemizzato sul pride, lo facciano anche per la Chiesa»

Brigida Vicinanza

Un corteo religioso da una parte e il Salerno Pride dall’altra confluiranno in città il prossimo 26 maggio. E non mancano le perplessità da parte dell’Arcigay Salerno. “Apprendiamo – spiega Francesco Napoli, presidente Arcigay Salerno – di un evento religioso nella giornata conclusiva del Salerno Pride 2018, un evento che, a quello che sembra, bloccherà per ore le strade del centro della città con un corteo e l’arrivo di autobus. Pur confermando e ribadendo la nostra posizione di sempre, ovvero la libertà per tutte e tutti di manifestare e di partecipare alla vita della comunità locale, dobbiamo pero osservare quanto questa manifestazione appaia ‘ad orologeria’, un tentativo gia’ messo in atto dalle istituzioni ecclesiali in occasione del Pride Regionale di Pompei dove la Curia ha spostato a giugno, nella stessa data, una manifestazione che si è sempre tenuta nel mese di settembre. Credo che adesso tutti quelli che nei giorni scorsi hanno osteggiato il Pride come un evento che avrebbe messo a rischio l’ordine pubblico e compromesso la viabilità dovranno protestare a maggior ragione con una manifestazione che rischia di mandare in tilt il traffico cittadino in un weekend estivo che già di per sè mette a dura prova la circolazione in città”. “Il Pride – aggiunge Francesco Napoli – non avrà alcun impatto sulla vita della città perchè si svolgerà in area pedonale, e non impatterà sulla circolazione. Non chiederemo, come hanno fatto altri, di spostare in periferia la manifestazione, perchè pensiamo che tutti debbano avere lo spazio sociale e civile di vivere il proprio credo o le proprie idee. Ci saremmo aspettati pero altrettanto rispetto da chi ci vuole cittadine e cittadini di serie B, emarginati o che intende marginalizzare la manifestazione dei nostri diritti”. Insomma non si arrestano le polemiche per la giornata del 26 maggio, dapprima dedicate solo al pride, ma adesso anche per la manifestazione organizzata dall’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno.




Omaggio a Natella «Dedichiamogli largo Barbuti»

«Dedichiamo largo Santa Maria dei Barbuti a Peppe Natella». La proposta è di un gruppo di amici di Peppe e sostenuta dalla Coldiretti di Salerno, ed in particolare da Enzo Galdi. L’istanza sottoscritta sarà inoltrata al sindaco Enzo Napoli. Per tutto il periodo natalizio, oltre che nella sede di Coldiretti, sarà possibile sottoscrivere l’istanza anche all’interno del presepe di Carotenuto, al di sotto del Duomo di Salerno. «Nella ricorrenza del secondo anno della scomparsa – spiega Enzo Galdi – abbiamo voluto proporre questa iniziativa. Peppe è stato il cuore del centro storico ed in particolare del largo dei Barbuti. Il Teatro (dei Barbuti) che prende il nome dalla strada aveva l’obiettivo di trasformare uno slargo all’aperto, degradato urbanisticamente e socialmente, in una cavea adibita agli spettacoli, che ha visto da subito la condivisione di artisti di fama internazionale protagonisti della rassegna in tutti questi anni di successi». «All’amministrazione comunale – prosegue – non chiediamo che si cambi la denominazione del largo ma che accanto ad essa sia apposta una targa che ricordi Peppe Natella. Targa che è stata già realizzata dagli amici ceramisti salernitani»




Vescovo Moretti: «Pressioni sui portatori»

 

di Marta Naddei

Pressioni, interferenze. Monsignor Luigi Moretti assolve parzialmente i portatori e ipotizza, anzi è certo che vi siano state, ingerenze esterne. Quanto accaduto domenica alla processione di san Matteo non è stata completamente farina del sacco dei paranzieri salernitani. Una ipotesi che potrebbe prendere seriamente corpo dopo che, a quanto si apprende, le indagini svolte dalla Digos di Salerno – e che hanno consentito l’apertura di un fascicolo da parte della Procura della Repubblica – avrebbero portato alla luce una circostanza alquanto singolare: al vaglio degli investigatori, infatti, sono passate anche alcune telefonate che sarebbero intercorse tra un esponente della maggioranza in Consiglio comunale e alcuni dei portatori poche ore prima dell’avvio delle celebrazioni per il santo Patrono. Addirittura, si parla anche dell’intervento di un componente della Giunta comunale. Insomma, una processione che rischia di diventare un vero e proprio giallo. Dopo due giorni, però, monsignor Luigi Moretti ha rotto il velo del silenzio e ha detto la sua. Lo ha fatto ai microfoni di Radio Vaticana, dove – oltre ad analizzare i fatti vissuti in prima persona – ha fatto un excursus anche sull’ambiente Salerno, non mancando di sottolineare che ai fatti di domenica si sia arrivati nonostante un anno trascorso tra incontri con i rappresentanti delle paranze dei santi e tentativi di trovare punti di incontro. «E’ stato un anno di cammino. A livello umano, l’amarezza vera è sentirmi tradito da chi precedentemente aveva preso impegni solennemente, facendo tutto questo per motivi pretestuosi: nell’ultimo incontro – ha detto Moretti – ci eravamo dati appuntamento nel dopo processione eventualmente per fare le osservazioni». Ma l’arcivescovo di Salerno è convinto che ci sia qualcosa che abbia interferito nel percorso di dialogo con i portatori. «Sulla pietà popolare ci si innestano altri interessi – ha spiegato – a volte si corre il rischio che tutti vogliono usare il santo per tutta una serie di scopi che con la fede non hanno niente a che vedere e che provocano un inquinamento». Insomma, un attacco denso di significati, il cui carico viene ulteriormente appesantito da Moretti: «Sarà necessaria una rilettura che permetta poi di trovare soluzioni che siano adeguate alle celebrazioni religiose. Gli stessi portatori – dice il Vescovo – vivono in contesti dove ci sono pressioni e interferenze di tutti i tipi. Questa esperienza amara, più che per me, per la città, per la chiesa, diventa uno spartitraffico che ci dice che certamente nulla è come prima». E alla precisa domanda del conduttore che gli chiedeva se i portatori fossero stati costretti, a suo parere, ad entrare in Comune per l’inchino, l’Arcivescovo, lapidario, ammette: «Più che costretti, direi che ci sono state reali interferenze». Moretti, a quanto pare, una sua idea su quanto accaduto, ma soprattutto sul perché, se l’è fatta e non ha perso tempo a dirla. Ma, alla fine, ammette di essere dispiaciuto non per i fischi e le offese ricevute ma per «offesa alla sacralità della celebrazioni, la profanazione». Ma se l’iniziativa non è stata completamente riconducibile ai portatori, chi c’è dietro tutto questo?




Carotenuto “Così nacque il mio presepe”

di Corradino Pellecchia – Ecco Mario Carotenuto. Tornato ancora una volta nella sala San Lazzaro, nonostante gli acciacchi dei novant’anni passati, stanato dalla solitudine del suo studio. E’ l’atmosfera del Natale vicino. Perché il Natale gli raddoppia il piacere di mescolarsi alla folla in visita al presepe che lui ha dipinto, di registrarne gli umori, la meraviglia, i commenti, di guardare quell’umanità variegata mentre si mette in posa tra le sagome che danno vita a questo teatro vivente, fotografa e si fa fotografare come si fa davanti a un monumento da non perdere, lascia dediche sul libro delle presenze, si congratula con lui se lo riconoscono. Già, cosa rappresenta per lei il Natale? «Mi riporta alle piccole gioie di un’età innocente e spensierata; è il giorno in cui ripenso ai miei genitori, ai miei fratelli, agli amici che non ci sono più, coi quali dividevo le gioie del Natale e che tanto ne abbellivano il ritorno con le testimonianze del loro affetto». Ne ricorda qualcuno in particolare? «A casa mia non c’era l’usanza del cenone, perché mio padre suonava e nei giorni di festa stava sempre fuori. Una volta passai la notte della Vigilia con un mio amico a visitare tutti i presepi del paese. In ogni casa che entravamo ci offrivano dei dolcetti. Mi ritirai all’alba; i miei dormivano ed io da solo misi il Bambinello nella grotta. Ricordo un altro Natale alla mia casa di Altavilla. Le nostre voci non riuscivano a rompere uno strano senso di silenzio e solitudine. Ho trascorso quasi tutta la giornata guardando il fuoco del camino, col desiderio di schizzare il paesaggio al di là della finestra, ma il freddo era pungente anche con il sole e non era prudente mettersi a lavorare fuori della casa». Poi arrivò l’albero. «Nel dopoguerra prese piede l’usanza dell’albero di Natale, che diede alla tradizione un contenuto laico e borghese e fece confinare il vecchio presepe nei solai e nelle cantine. L’albero di Natale divenne così il simbolo di questa nostra epoca plastificata e meccanizzata, che ci allontana sempre di più dall’ineffabile spettacolo della natura e riduce ogni manifestazione a spettacolo gonfio di appariscenza e gusto smodato della ricchezza». Come nasce il presepe dipinto? Controtendenza, nel 1982 sottoposi l’idea del presepe al parroco della cattedrale don Giovanni Toriello il quale, entusiasta, mi mise a disposizione la sala san Lazzaro, con la benevole approvazione di monsignor Gaetano Pollio. Ma non avrei potuto realizzare questo mio progetto senza l’aiuto dello scenografo Peppe Natella, di Salvatore Acconciagioco e dei giovani della Bottega». Quale è la sua caratteristica? «Nel mio presepe c’è tutto lo spirito del Natale e, mi creda, non è stato facile ricrearlo. C’è la vita, l’uomo comune, il racconto, la strada, il cammino, la scoperta. Ho creato uno spazio sacro su cui camminare e sentirsi elevati, in cui ognuno può far parte di una storia e di un credo». Inizialmente alcuni religiosi avevano dei pregiudizi verso il suo presepe; come lo spiega? «Non erano preclusioni di carattere artistico, c’era solo diffidenza per un presepe fatto da un laico; ma penso che col tempo questa diffidenza sia andata diradandosi». Cosa ha rappresentato il presepe nella sua pittura? «E’ un momento di riflessione su me stesso, sul realismo, sui contenuti. Dopo la caduta di ideali sociali e politici, l’unico rifugio è tornare alle radici. Ogni volta che ho avuto una crisi sono tornato allo studio della realtà, al mondo che mi circonda. Nel 1982, quando ho iniziato il presepe, si concludeva un periodo, durato dieci anni, di riflessioni sulla religione». Lei ha dipinto spesso oggetti religiosi; vi è qualche motivazione particolare che l’ha spinto a realizzare quelle tele? «Sono cresciuto e sono stato educato in un contesto religioso; ho frequentato il liceo all’Annunziata di Cava, retto dai Padri Vocazionisti, e nel momento in cui inizio un lavoro quegli insegnamenti affiorano a livello inconscio». Lei colleziona paramenti religiosi e li fa galleggiare nei cieli di molti suoi quadri. E’ forse un modo per registrare il vuoto, il calo di fede del formalismo religioso? «Non c’è nessuna polemica. Ho trovato quei panni sacri in una cassapanca e li ho spesso dipinti elevandoli al simbolo che sono. Il cielo è l’unico posto dove potevano stare». Qual è il quadro di più intensa religiosità che ha dipinto? «La Via Crucis che ho dipinto nella chiesa di Gesù Redentore a Mercatello». Che cosa è per lei la fede? «La fede è una cosa misteriosa, è un atto poetico, che ti fa uscire fuori dalla realtà; è un’illuminazione, non soggetta alla ragione». Chi è l’uomo di fede? «Chi crede e uniforma le sue azioni ai precetti religiosi. Sono i fatti che contano, non le vuote formalità». Esiste un modo laico di aver fede? «Nel rispettare il prossimo ed aiutarlo, qualora si trovi in difficoltà». C’è un rapporto tra fede e amore? «Sono la stessa cosa. Non si può essere fedeli a qualcuno o a un principio senza un investimento di cuore». Esiste una fede fondata sulla ragione? «Per chi crede la fede è sempre ragionevole. Come Giobbe dovremmo imparare a persistere nella fede, anche quando la ragione non ne risulta appagata». La scienza ci offrirà tutta la verità, la tecnica ci risolverà tutti i problemi? «Non lo devono fare; se si leva quel poco di mistero che c’è nella vita, non rimane niente. E, poi, la nostra sapienza è come un granellino di sabbia nel deserto». Come vede la “rivoluzione” di Papa Francesco? «Questo Papa ha portato un’aria nuova. Ha sconvolto vecchie abitudini curiali, privilegi, certezze. Sta cercando di riportare la Chiesa al suo spirito originario, richiamando il messaggio francescano. E’ un uomo che non ha preconcetti, capisce la realtà così com’è, non fa il santo, si mette dalla parte nostra, facendosi prima lui esempio di umiltà e carità. Non rischia di essere strumentalizzato? Non bisogna meravigliarsi, è successo anche con San Francesco. E’ accaduto ogni volta che la Chiesa ha avuto delle aperture. I cattolici più conservatori lo accusano di essere un papa comunista. Avevano detto lo stesso anche di Papa Giovanni. Se stare dalla parte dei poveri, dei diseredati, degli esclusi, dei peccatori, degli ultimi significa essere comunisti, allora papa Francesco lo è. Non dimentichiamo che gli angeli hanno portato la Buona Novella ai pastori, che erano considerati i paria d’Israele. Una persona che ha incontrato nella sua vita e che più si avvicina al messaggio evangelico? Sono indeciso fra don Giovanni Toriello e don Salvatore Polverino, il mio padre spirituale; sono le persone più belle ed elevate che ho incontrato. Di don Giovanni ricordo l’umiltà, la semplicità e la forza d’animo. Quando era convinto di una cosa, non aveva paura di niente. Un momento stupendo era quando chiudeva le porte del duomo: sembrava un angelo. Quando Giovanni Paolo II venne in visita a Salerno, si vergognava di accompagnarlo nella cripta; fui io ad incoraggiarlo. Era l’unica persona che quando non mi vedeva per un giorno, veniva sotto casa a chiedere come stavo. Ricordo un’indimenticabile Vigilia nel rione Ferrovieri. Dopo la processione e la deposizione del Bambino nella grotta, tenne un memorabile discorso che toccò il cuore di tutti gli astanti. Come trascorre la sua giornata? Scrivo con metodicità ogni mattina, disegno, leggo molto. I miei autori preferiti sono Kafka, Kundera, Gide, gli scrittori russi; leggo di tutto, sono molto curioso. Ultimamente ho riletto tutto Leopardi. In alcune pagine dello Zibaldone si evince un anelito divino; anche quando parla dell’amore usa un linguaggio religioso. Anche se per lui Dio non esiste come pensiero assoluto, ma in quanto infinita possibilità». Si è mai stancato della vita? «Mai. Ci sono momenti di crisi, ma poi si va avanti. Ho trascorso mesi senza fare niente, senza riflettere; l’importante però è reagire. Ogni volta che si riflette sull’essenza della vita capita questo, anche quando la vita sembra averci dato tutto». Che cos’è la vecchiaia? «E’ il naturale svolgimento della vita. Bisogna vivere con il giusto distacco, il che non è facile; essere pronti a lasciare in qualsiasi momento». Zeffirelli, che da poco ha compiuto novant’anni, dice che è l’attesa di una partenza. Si comincia a guardare l’orologio con il conto alla rovescia. «Che stupidaggine. Bisogna vivere in armonia con la propria età, tenere acceso ogni giorno il motore del corpo e dello spirito. Anche a novant’anni si può imparare qualcosa di nuovo. Altrimenti si rischia di fare la fine di Bertoldo che piangeva quando usciva il sole perché pensava che poi, fatalmente, sarebbero venuti il gelo e la pioggia». Dovesse fare un bilancio della sua vita? «Dalla vita ho avuto tanto; ma nessuno mi ha regalato niente. Ho lottato per avere quello che volevo; non mi sono arreso mai. Dovrebbero capirlo i giovani che devono affrontare una mischia più crudele della nostra». Se dovesse dare un colore al nostro tempo, quale sceglierebbe? «Altri direbbero il nero, per questa grande incertezza che grava sul nostro futuro. Per me il verde, in fondo sono ottimista». Come ha passato il Natale? In compagnia dei miei nipoti Mario, Amedeo e del mio pronipote Ottavio. Maria, la nostra collaboratrice ucraina, cucinerà per noi un pranzo tradizionale, natalizio. Il pomeriggio nella quiete del mio studio, lontano dal frastuono della festa, per seguire l’invito di Papa Francesco a riscoprire il silenzio, come momento ideale per cogliere la musicalità del linguaggio con il quale il Signore ci parla. Si sente di fare un augurio ai lettori di Cronache per l’anno nuovo? «Che realizzino una parte dei loro sogni. Tutti siamo in credito con la vita, anche di un amore, beato chi ce l’ha».




Un San Matteo… scoppiettante: 21mila euro per i fuochi d’artificio

di Andrea Pellegrino

E’ tutto pronto per San Matteo. Dopo il consueto annuncio da parte del sindaco Vincenzo De Luca delle opere pubbliche da inaugurare o appaltare in occasione dei festeggiamenti del Santo Patrono di Salerno, c’è anche la delibera di Giunta che stanzia i soldi e definisce gli aspetti organizzativi e logistici della tradizionale festa. Conti alla mano, quest’anno San Matteo avrà uno spettacolo pirotecnico da 21 mila euro. E’ la cifra più alta che compare nell’ultimo atto approvato dall’esecutivo nel quale si recepiscono anche le richieste avanzate – per la riuscita dell’evento – dal parroco del Duomo di Salerno. Stando alla delibera, infatti, ci sono 3,500 euro per la banda Città di Salerno e 1,400 euro per il potenziamento dell’illuminazione della Cattedrale. Tirando le somme, per ora, 25,900,00 euro, di cui ben 21 mila solo per i fuochi d’artificio. Ora non resta che sperare che, quest’anno, fili tutto liscio: assegnazione dei posti per le autorità al Duomo, comprese. Poi, allo scoccare della mezzanotte, o poco prima, con lo sguardo all’insù, guardare il cielo colorato con 21 mila euro.