Il feto durante il travaglio è da considerarsi una persona Condannata ostetrica della clinica “Villa del Sole” per omicidio colposo

Affrontando un caso di malasanità avvenuto nella sala parto della clinica Villa del Sole Salerno, la Cassazione ha deciso di ampliare la tutela dei bimbi che stanno per venire al mondo e ha stabilito che il feto, nel momento in cui transita nel canale uterino, nello sforzo di arrivare alla luce, deve essere considerato non più un feto ma un “uomo”. Con la conseguenza che il personale sanitario che assiste le donne in travaglio, ase commette errori fatali per negligenza, imperizia, o disattenzione, verrà condannato per omicidio colposo e non per aborto colposo, reato meno grave. E dunque, ad avviso degli ermellini, l’ostetrica negligente che provoca la morte del feto per non aver correttamente monitorato il battito cardiaco risponde di omicidio colposo e non di aborto colposo. E non può nemmeno invocare la responsabilita’ del ginecologo e quella del medico anestesista perche’ il monitoraggio del battito e’ un suo specifico compito. Sulla base di queste considerazioni la presidente Patrizia Piccialli – ha confermato la condanna per omicidio colposo a un anno e nove mesi di reclusione, pena sospesa, nei confronti di una ostetrica. La donna, Filomena G. di 44 anni, non aveva adeguatamente monitorato il battito cardiaco di un feto mentre la madre era in travaglio e le era stata somministrata l’ossitocina per aumentare le contrazioni. L’ostetrica – che pretendeva una condanna piu’ mite, per aborto colposo – continuava a rassicurare il ginecologo di turno a ‘Villa del Sole’ che tutto procedeva regolarmente. Invece il bimbo fu estratto dall’utero già morto, per asfissia, e i periti stabilirono che la congestione degli organi e lo stato di sofferenza fetale “non si era determinata in pochi minuti” ma in almeno mezz’ora. Se il monitoraggio fosse stato adeguato il bambino, che era perfettamente sano, poteva essere salvato ricorrendo al cesareo.




Rifiutato a “C’è posta per te”, accoltella l’ex: “Condannato a 8 anni”

Accoltello’ il rivale in amore dopo avere chiesto inutilmente scusa alla sua ex ricorrendo a “C’e’ posta per te”: dopo l’annullamento in Cassazione, ieri la Corte di Appello di NAPOLI ha ricondannato a 8 anni di carcere (in I e II grado prese 14 anni, ndr) Emanuele Colurcio, il giovane che all’eta’ di 22 anni, nel gennaio 2016, nella zona dei Baretti di Chiaia, a NAPOLI, feri’ il fidanzato della ex che lo aveva rifiutato durante la nota trasmissione. La vittima, Domenico Di Matteo, riporto’ gravissime lesioni all’addome. Tra i capi di imputazione, oltre al tentato omicidio premeditato, anche il porto illegale del coltello e atti persecutori sulla ex e tra le aggravanti i motivi abietti e futuli. Il ragazzo venne condannato a 14 anni in primo e secondo grado. Il suo avvocato, Andrea Scardamagno, subentrato in Appello, presento’ ricorso in Cassazione e la sentenza venne annullata limitatamente all’aggravante dei motivi abietti e futuli. Ieri la condanna a 8 anni, per tentato omicidio premeditato.




E’ reato rovistare nei cassonetti dell’immondizia

Pina Perro

I giudici del Tribunale di Salerno lo avevano assolto, cittadino Rom condannato dagli ermellini perchè frugava nei cassonetti dell’immondizia. Sono decine i senzatetto e rom che soprattutto nella tarda serata del lunedì, giorno in cui si deposita l’indifferenziata, girano per la città di Salerno, muniti di carrelli della spesa e rovistano tra la spazzatura in cerca di tutto ciò che puà essere recuperato e riutilizzato (scarpe, borse, utensili…). Ora per i rom che “recuperano” oggetti dall’immondizia si prospettano tempi duri. I giudici della Suprema Corte hanno stabilito che è reato rovistare nei cassonetti dell’immondizia. La decisione arriva su ricorso della decisione del Gup di Salerno su uno straniero che è stato assolto nel 2017 dopo aver prima estratto il contenuto di un bidone dei rifiuti per poi setacciarne il contenuto, portandosi via solo quel che gli interessava. Un’attività diffusissima tra gli abitanti dei campi rom. Il giudice per le udienze preliminari di Salerno, non aveva messo in discussione che lo straniero avesse sporcato la strada, ma lo aveva assolto rilevando “la natura isolata della condotto” e poi “l’intenzione dell’uomo di disfarsi dei materiali, dapprima prelevati dai sacchi della spazzatura e poi abbandonati sul suo pubblico poiché a lui non utili”. Secondo la Cassazione, invece, era del tutto irrilevante che i materiali lasciati per terra non servissero all’uomo, quel che contava incece era che aveva “rovistato nelle buste dei rifiuti” con il chiaro obiettivo di reperire “materiale di suo interesse”, quindi aveva “rotto le buste e portato via quanto a lui utile” per poi abbandonare sulla pubblica via i sacchetti aperti e il materiale estratto. Resta quindi evidente secondo i giudici della Cassazione “il pregiudizio arrecato all’estetica e alla pulizia”, visto che con il suo comportamento l’uomo aveva “imbrattato il suo pubblico, così da renderlo sudicio”, quindi provocando “un senso di disgusto e di ripugnanza nei cittadini”. I giudici hanno condannato il fenomeno che chiaramente crea “danno sociale” e merita “l’applicazione di una sanzione penale”.




Confiscati i beni dell’imprenditore Squecco

Pina Ferro

Sottoposti a confisco alcuni dei beni dell’imprenditore Pasquale Squecco 52 anni, operante nel settore delle onoranze funebri, residente a Capaccio. L’esecuzione della misura di prevenzione patrimoniale emessa dal Tribunale di Salerno, su proposta del direttore della Dia (direzione investigativa antimafia), nei confronti del 52 enne, ritenuto dagli investigatori elemento contiguo allo storico clan camorristico “Marandino”, tuttora attivo a Capaccio-Paestum e in altri Comuni della Piana del Sele, è avvenuta nella mattinata di ieri da parte degli uomini della Dia di Salerno agli ordini del tenente colonnello Giulio Pini. Con lo stesso provvedimento, il Tribunale di Salerno ha anche disposto la confisca, previo sequestro, di beni e partecipazioni societarie intestate sia alla moglie N.S., sia a terzi interessati S.M. e P.G. Nel corso delle operazioni sono stati sottoposti a confisca, previo sequestro: la società “Funeral Home di Squecco Mario &Co. S.a.s.”, con sede legale a Capaccio-Paestum, oltre a tutti i beni strumentali e ogni altro bene desti- nato all’attività d’impresa, nonché i rapporti di credito societari e 12 autovetture integranti il patrimonio sociale; la società “Associazione volontaria di Pubblica assistenza “Croce Azzurra Italia Città di Agropoli onlus” con sede legale ad Agropoli, oltre a tutti i beni strumentali e ogni altro bene destinato all’attività d’impresa, nonché i rapporti di credito socie- tari, 4 autovetture (tra le quali una lussuosa Bentley “Arnage”), 13 ambulanze e 1 carro per il soccorso stradale, tutti automezzi integranti il patrimonio sociale; un immobile costituito da diversi lo- cali commerciali, ubicato a Capaccio-Paestum, su un’area di circa 1000 metri quadri comprensiva anche di tre terreni, la cui rendita attuale annua di locazione a esercenti locali è di circa 55.000 euro; una Maserati quattroporte intestata alla società “Vip Car di Pinto Giuseppe &Co. Sas”; diversi rap- porti bancari riconducibili al pro- posto e alle due società, per un valore complessivo di circa 3 milioni di euro. Al termine delle operazioni, tutti i beni sottoposti a confisca sono stati messi nella disponibilità del- l’amministratore giudiziario, nominato dal Tribunale di Salerno. Gli accertamenti patrimoniali che hanno portato al provvedimento  eseguito ieri mattina, disposti dal direttore della Dia scaturiscono dall’analisi delle diverse vicende processuali che, nel tempo, hanno interessato Squecco. A suo carico, infatti, già nel 2003 figura una condanna del Tribunale di Salerno per il reato i bancarotta fraudolenta, reato che è stato reiterato nel 2008, con analoghe conseguenze adottate dal Tribunale di Napoli. Nel 2014, l’attività investigativa condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Salerno e coordinata dalla Dda di Salerno – riasunta nell’operazione “Parmenide” – al termine della quale Roberto Squecco fu arrestato, insieme a Giovanni Marandino e ad altri, perché ritenuti organici al clan Marandino, dedito alle estorsioni e al prestito di danaro dietro corresponsione di tassi di interesse usurari, mediante condotte poste in essere con l’aggravante del metodo mafioso. Il Tribunale di Salerno ha evidenziato significativi elementi di responsabilità a carico Roberto Squecco sia nella partecipazione alla citata consorteria di camorra, sia nel tentativo di estorsione perpetrato dal medesimo nei con- fronti di un imprenditore locale, anch’egli titolare di una ditta di onoranze funebri, settore particolarmente delicato in cui il clan “Marandino” aveva deciso di investire, al fine di creare una sorta di monopolio nei territori di Agropoli e Capaccio-Paestum. Per tale vicenda in argomento, Roberto Squecco è stato condannato in primo grado alla pena di anni 6 e 4 mesi di reclusione, poi ridotta in Appello e pendente tuttora in Cassazione. Le condotte penalmente rilevanti in cui è stato coinvolto Roberto Squecco hanno portato ad instaurare il procedimento di prevenzione antimafia a carico di Squecco, al quale è stato conte- stato l’illecito arricchimento alimentatosi nel corso degli anni. All’esito della procedura camerale, promossa del direttore della Dia, il Tribunale di Salerno-Sezione Misure di Prevenzione ha disposto la confisca, previo sequestro, dei beni riconducibili a Roberto Squecco, riconoscendone la pericolosità sotto una duplice veste: da un lato, per le ricadute sull’economia sana operante nel tessuto sociale di riferimento, in quanto l’azione criminosa di Roberto Squecco era indirizzata a colpire soprattutto imprenditori in difficoltà economiche; dall’altro, per le violente e documentate reazioni poste in essere dallo stesso in caso di mancato o ritardato pagamento da parte dei debitori sottoposti a prestiti usurai.

«Erano state chieste misure più ampie che il tribunale ha respinto, compresa quella personale. Siamo sereni»

Il decreto di confisca dei beni di Roberto Squecco è già stato appellato dai legali dell’imprenditore Mario Turi e Guglielmo Scarlato i quali hanno anche spiegato che la misura la misura richiesta dalla Dia era molto più ampia rispetto alla confisca eseguita ieri mattina. Solo alcune sono state concesse. «Era stata chiesta una misura di prevenzione personale, rigettata in toto sia per la pericolosità generica sia per la pericolosità qualificata del signor Squecco, ovvero obbligo di dimora e ritiro di patente. – ha spiegato l’avvocato Mario Turi – Secondo la Dia dovevano essere attinti molti più beni ma i sette decimi sono stati rigettati». L’avvocato Turi ha anche precisato che «Roberto Squecco non è stato mai processato, né indagato, né nel processo che pende in Cassazione per il clan Marrandino né mai è stato denunciato per usura. Si parla di usura putativa, io ho le carte di tutti i processi.
Poi, quando dicono che la pena è stata ridotta in appello per il processo al clan Marrandino io le posso dire che non ci sono atti del processo in cui qualcuno dichiari che qualche esponente del clan Marrandino ha veicolato persone presso l’impresa di pompe funebre di Squecco. Squecco concorre in un episodio di quest’associazione perchè ha chiamato persone appartenenti al clan Marrandino per recuperare un suo credito. Il suo debitore riconosce il debito. Successivamente Squecco rinuncia al credito cospicuo e risarcisce con 22 mila un soggetto che poi denuncia l’imprenditore per minacce. La denuncia fu ritirata a seguito del pagamento della somma. Secondo il tribunale del Riesame, con un’ordinanza passata ingiudicata, si trattava di un esercizio arbitrale delle proprie ragioni. Il gip non è stato di questo avviso e nemmeno la Corte di Appello e l’hanno ritenuto un tentativo di estorsione con metodo mafioso. Ora deciderà la Cassazione cos’è. Per quanto riguarda la sua partecipazione al clan, lui ha avuto in appello un mese per associazione mafiosa. Il 21 giugno sarà la Cassazione a decidere». «Il decreto di confisca è del 26 febbraio, ed stato depositato oggi e l’udienza c’è stata il 22 febbraio. Rigettata in toto la prevenzione personale. Hanno attinto i beni di una onlus, la croce azzurra. Solo un pazzo potrebbe riversare provenienti da illeciti commessi in una onlus perchè non può produrre utili. In- fatti in caso di chiusura i beni vengono devoluti altra associazione e nessuno ci può guadagnare». La Croce azzurra ha partecipato al bando 118 dell’Asl ed è stata ammessa. «I mezzi della onlus circolano e vedremo in appello se sono confiscabili o meno ma credo di no. Per le auto di lusso, queste provengono dall’Humaitas. Non potendo pagare e non potendole tenere l’ Humanitas le ha date alla Croce Azzurra. Noi siamo sereni. Ci sarà la Corte d’appello e poi quella di Cassazione, eventualmente. Con Scarlato abbiamo fatto una consulenza tecnica, non c’è un rigo del decreto che parli di questa consulenza tecnica redatta dal commercialista Gerardo Franco. Riteniamo che il tribunale sia caduto nel vizio di omessa documentazione. Un po’ di possibilità le abbiamo».




Scuole non a norma, ascoltato il dirigente Nello Di Mauro

Erika Noschese

Ad eccezione della scuola Buonocore, gli istituti salernitani sarebbero tutti a rischio. E’ quanto emerge, ancora una volta, dalla Commissione trasparenza che nella giornata di ieri si è riunita per ascoltare il dirigente dell’ufficio legale del Comune, l’avvocato Nello Di Mauro, in virtù della problematica relativa alla sicurezza nelle scuole e negli altri edifici pubblici alla luce della sentenza n.190 della Cassazione. Di Mauro, durante l’incontro, avrebbe riferito di avere il “solo” compito di istruire da un punto di vista legale e fornire risposte in merito. Inoltre, nel corso dell’incontro sono state fornite le dichiarazioni dell’ingegnere Mastrandrea e di altro materiale acquisito dalla Commisione. Un problema serio, quello degli istituti scolastici non a norma di legge, i cui fatto sembrano trovare nuovamente riscontro nelle preoccupazioni dell’avvocato Antonio Cammarota, presidente della Commissione Trasparenza che – nella riunione tenutasi la volta scorsa – aveva chiesto maggiori bandi per procedere con i lavori di ristrutturazione nei vari istituti scolastici della città, come è avvenuto con la Buonocore che, attualmente, sembra essere l’unica scuola con tutte le carte in regola circa le norme antisismiche, anche in virtù dell’ultima sentenza della Cassazione.




Aliberti “prelevato” a casa di un amico a Pagani

Pina Ferro

Ha trascorso la notte a casa di un amico a Pagani ed è stato lì che gli uomini della Direzione investigativa antimafia lo hanno rintracciato. Probabilmente Pasquale Aliberti per stemperare la tensione della lunga notte di attesa ha preferito non restare nella sua abitazione di Scafati. E, quando è stato informato dell’esito negativo del ricorso presentato in Cassazione, avverso all’ordine di custodia cautelare, stava cercando di fare il punto della situazione e valutare insieme all’amico Franco Marrazzo che lo aveva ospitato e ai legali la strategia da seguire, ovvero dove costituirsi. Erano da poco trascorso le 8 di ieri quando, gli uomini della Dia, hanno bussato alla porta di Marrazzo a Pagani per eseguire il provvedimento di custodia cautelare in carcere emesso dal Tribunale del Riesame di Salerno. Provvedimento eseguito a seguito del pronunciamento dei giudici della Cassazione che hanno rigettato il ricorso presentato dai legali dell’ex sindaco e di Luigi e Gennaro Ridosso, entrambi pregiudicati per associazione di tipo mafioso, omicidio, estorsione e reati in materia di armi, attualmente detenuti, ed elementi di vertice dell’omonimo clan di camorra operante a Scafati e comuni limitrofi. Quando gli uomini del colonnello Pini non hanno trovato Aliberti a casa hanno impiegato davvero pochi minuti a rintracciarlo e raggiungerlo. Pasquale Aliberti, Gennaro e Luigi Ridosso sono ritenuti gravemente indiziati di scambio elettorale politico-mafioso, in relazione alle consultazioni elettorali del 2013 per il rinnovo del Consiglio Comunale di Scafati. L’ordinanza eseguita ieri mattina scaturisce da una complessa attività investigativa condotta dalla Sezione operativa della Dia di Salerno (operazione “Sarastra”), diretta e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della locale. L’indagine Sarastra è stata avviata a seguito di un attentato dinamitardo registratosi, nell’ottobre del 2014, ai danni di un componente di minoranza del Consiglio comunale di Scafati. L’atto intimidatorio in questione, fu ritenuto, sin da subito, collegato alla significativa opposizione che il Consigliere, comunale destinatario dell’intimidazione, aveva più volte manifestato, contro alcuni appalti e affidamenti di servizi, per la realizzazione di opere pubbliche, conferiti dall’Amministrazione comunale. Le relative indagini hanno consentito di raccogliere elementi utili all’emissione, nel 2015, di un decreto di perquisizione (esteso anche agli uffici del Comune di Scafati) e contestuale sequestro di documentazione nei confronti di 5 indagati (tra i quali anche Pasquale Aliberti – sindaco pro tempore di quel Comune e la moglie Monica Paolino, attuale Consigliere regionale), ritenuti a vario titolo responsabili di associazione di tipo mafioso finalizzata allo scambio elettorale politico-mafioso, abuso d’ufficio, concussione e corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, tutto in relazione alla gestione di numerose gare di appalto per la realizzazione di opere pubbliche (tra le quali, quella per la realizzazione del polo scolastico di Scafati) ed a numerosi affidamenti diretti concessi dallo stesso Ente pubblico. L’analisi, da parte degli investigatori, della documentazione acquisita (gare d’appalto, gestione delle società partecipate del Comune di Scafati, delibere di Consiglio e Giunta comunale, affidamento di servizi), le risultanze delle conseguenti attività tecniche e l’esito positivo di molteplici attività di perquisizione hanno portato gli inquirenti a: documentare significative cointeressenze tra alcuni amministratori del Comune di Scafati e i vertici del clan camorristico “Loreto-Ridosso”, operante in modo egemone a Scafati e Comuni limitrofi; di riscontare le dichiarazioni fornite, al riguardo, da collaboratori e testimoni di giustizia; di accertare l’attuale operatività della citata consorteria criminale, mediante riscontri che portavano, nel luglio 2016, all’emissione di un provvedimento di fermo di indiziato di delitto nei confronti di 4 soggetti noti alle forze dell’ordine, affini al clan “Loreto-Ridosso”, ritenuti responsabili di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Al termine dell’attività investigativa e sulla scorta delle significative evidenze raccolte, nel settembre del 2017, la sezione del Riesame del Tribunale di Salerno, accolse l’appello del pubblico ministero Vincenzo Montemurro ed emise l’ordinanza cautelare divenuta esecutiva, ieri, a seguito del rigetto del ri- corso proposto degli ai difensori degli indagati. Al termine delle operazioni di rito, Aliberti Angelo Pasqualino è stato associato presso la Casa Circondariale di Salerno-Fuorni, mentre Ri- dosso Luigi e Ridosso Gennaro sono stati confermati presso i rispettivi istituti penitenziari, poiché già detenuti per altra causa. Successivamente, a seguito dell’attività investigativa posta in essere dalla Procura di Salerno, il 21 marzo del 2016 il Prefetto di Salerno – su delega del Ministro dell’interno – nominò una Commissione con il compito di svolgere mirati accertamenti diretti a verificare eventuali, possibili condizionamenti e infiltrazioni della criminalità nell’ambito dell’attività gestionale ed amministrativa del Comune di Scafati. Le risultanze emerse nella relazione conclusiva redatta dalla Commissione furono inviate dal Prefetto di Salerno, per le determinazioni di competenza, al Ministro dell’interno. Era il 27 gennaio del 2017 quando su conforme proposta del Ministro dell’interno, il Consiglio dei Ministri deliberò lo scioglimento per infiltrazioni da parte della criminalità organizzata del Consiglio comunale di Scafati; a seguito di ciò, in il 30 gennaio 2017 il Presidente della Repubblica nominà la Com- missione Straordinaria per il Comune di Scafati, che tuttora amministra l’Ente.

Giustizia mediatica da Tangentopoli ad Aliberti di Tommaso d’Angelo

Sulla controversa vicenda dell’ex sindaco di Scafati, Pasquale Aliberti, la giurisdizione ha ingaggiato una battaglia anche mediatica che non rende onore alla giustizia. Si è trattato di un arresto tardivo dal punto di vista logico, nonostante il sigillo della Cassazione, arresto peraltro ottenuto in seguito ad una puntigliosa e reiterata richiesta della Procura. Salvo che non ci siano ulteriori elementi allo stato attuale sconosciuti, come le nuove rivelazioni dei collaboratori di giustizia che però non entravano in questa discussione davanti alla Cassazione. Con fotografi e telecamere appostati al posto giusto al momento giusto. In generale l’accusa di mediatizzare le fasi giudiziarie dei processi, che di solito investe gli organi di informazione, è ricaduta chiaramente sugli operatori del diritto, che sono – è emerso anche questa volta – all’origine dell’amplificazione giornalistica abnorme delle vicende di giustizia. D’altra parte, come potremmo noi giornalisti fornire informazioni e immagini dei veri o presunti rei se le stesse non ci fossero offerte talvolta con cinica disinvoltura? Serviva Aliberti in carcere, era necessaria questa prima “condanna” preventiva, per poter dimostrare urbi et orbi di aver visto giusto? Occorreva che l’ex sindaco fosse osservato mentre mestamente si avviava verso il carcere? Gli uomini che amministrano la giustizia, in questa storia così controversa, ancora tutta da leggere e dagli esiti imprevedibili, hanno avuto bisogno di quel foro mediatico e alternativo che è, poi, la negazione della giurisdizione. Il processo, infatti, non è ancora iniziato e soltanto in aula si potranno sottoporre al vaglio critico indizi e prove finora raccolti e, puntualmente, neutralizzati dalla decisa quanto inefficace attività della difesa. Il processo ha modalità e logiche accusatorie, quello mediatico è rimasto palesemente “inquisitorio” perché viene alimentato dall’emotività, dall’apparenza, dai convincimenti collettivi, laddove il primo invece conosce specifiche regole di inclusione, criteri rigorosi di valutazione, agiti da professionisti deputati a queste funzioni. Da tangentopoli in poi funziona così. Una bruttissima pagina, che ha determinato, nei minuti della “passerella” di Aliberti, poi caricato dal furgone, la morte della giustizia. In attesa dei tempi geologici del processo, occorreva la sigla dello spettacolo finale, il do di petto necessario per far passare nell’opinione pubblica, come maestosa ed esemplare, l’ordinaria esecuzione di un provvedimento cautelare che, in sé, non significa molto né aggiunge elementi probatori alla ricostruzione di fatti. La prima “pena”, quella dell’inutile esposizione mediatica inflitta all’ex sindaco prima del giudizio, è stata eseguita. Speriamo che non si sia creato un altro martire del quale proprio non avevamo bisogno.

L’intervista: «Credo nell’innocenza di mio marito. Non auguro a nessuno il nostro dolore»

“Credo fortemente nell’innocenza di mio marito. Sono basita da una sentenza del genere. Ma continuo ad avere fiducia nella giustizia”. Monica Paolino, moglie dell’ex sindaco di Scafati Pasquale Aliberti ha vissuto l’intero calvario dell’attesa insieme al marito. Nel tardo pomeriggio di ieri, contattata telefonicamente, ha espresso incredulità per la decisione assunta dagli ermellini.

Consigliere, come avete accolto la decisione dei giudici della Suprema Corte?
«Sono rimasta basita da una sentenza del genere e molto amareggiata. Non aggiungo molto. Mi riservo di farlo successivamente perchè in questo momento devo metabolizzare. Forte era la fiducia nell’Organo della Cazzazione che ritengo sia un Organo super partes. Dopo la sentenza a dire il vero, mi è cascato il mondo addosso. Mi sento abbattuta, ma nonostante ciò dico: bisogna continuare ad essere forti. Noi non ci fermeremo sicuramente qua. Credo fortemente nell’innocenza di mio marito e quindi sono sicura che lui riuscirà a dimostrare nelle sedi opportune, quindi nelle aule del Tribunale la sua completa innocenza. Pasquale è mio marito. Il padre dei miei figli, l’uomo che amo. Sono amareggiata, è vero. Desideravo che mio marito affrontasse il processo da uomo libero, era un suo diritto! Pur rispettando le decisioni dei giudici, provo un profondo sconforto per questa ennesima umiliazione della misura cautelare, una ferita che sarà difficile da rimarginare».

Le reazioni/ Matrone: «Non c’è da esultare perché a perdere è Scafati»

Grimaldi: «Ci restano solo le macerie della sua gestione».

Non si sono fatte attendere le reazioni politiche a seguito della diffusione dell’arresto dell’ex sindaco di Scafati Pasquale Aliberti. «Ci interessa il processo politico non quello dei tribunali. – affermano i componenti di Scafati in Movimento – Ci interessa se verrà condannato per danno erariale dalla Corte dei conti non dalla Cassazione. Guardiamo al futuro, progettiamo Scafati sugli errori politici di Aliberti non sulle sue ipotesi di reato. Ripetiamo da sempre che nessun tribunale o giudice potrà mai assolvere Aliberti &co dai fallimenti politici della sua amministrazione (Pip, Polo Scolastico, ExCop- mes, debiti etc.etc). Con lui del disastro scafatese sono responsabili tutti quelli che lo hanno sostenuto, dalla composizione delle sue liste alle sue nomine». Per Angelo Matrone ex consigliere comunale ed esponente di Fratelli d’Italia:«La decisione della Cassazione va letta per quello che è. Non c’è da festeggiare o esultare, perché a perdere in questi mesi è stata Scafati. Lo dimostra le condizioni in cui i commissari straordinari sono costretti a operare”. «Per formazione politica e culturale non commento le sentenze della magistratura, che vanno sempre rispettate. Per formazione politica e culturale, penso anche che ogni cittadino, anche l’avversario più feroce e violento, è innocente fino al terzo grado di giudizio. -Ha precisato Michele Grimaldi del Pd – Lo scrivo, perché anche se la sentenza della Suprema Corte che decreta l’arresto per l’ex Sindaco di Scafati fosse stata di senso opposto, oggi direi le stesse cose. Stesse cose che abbiamo ripetuto per otto anni, anche quando molti hanno preferito un comodo silenzio: il dottore Aliberti è colpevole di aver distrutto economicamente e socialmente la nostra Scafati, di aver provato a piegare la nostra città al suo arrivismo personale e agli interessi di famiglia, di aver usato la macchina pubblica in maniera privata e dispotica, di aver aperto le porte di Palazzo Mayer a clientele, familismo, malavita organizzata. È colpevole dello scioglimento per camorra e dell’arrivo della Triade commissariale, di aver lasciato debiti ed inefficienza, di aver provocato un buco di bilancio di oltre trenta milioni di euro, di aver assistito in silenzio e accompagnato consciamente la chiusura dell’ospedale, del deficit strutturale e funzionale dell’Acse e del ciclo di raccolta dei rifiuti, delle strade buie e dissestate, dell’assenza di una rete fognaria e degli allagamenti ad ogni pioggia, del decadimento della Villa comunale, dello sperpero dei fondi europei, della mancata riqualificazione del centro storico, del fallimento del Pip, delle case popolari occupate da pregiudicati e tolte alla povera gente. Le sue vicende giudiziarie sono un suo fatto privato, quel che resta a noi scafatesi sono le macerie dalle quali e sulle quali siamo chiamati a ricostruire: senza ripetere, tutti noi, gli errori del passato. Anche per questo, per rendere effettivamente possibile la rinascita e il cambiamento, come abbiamo già proposto a tutte le forze politiche ed ai movimenti della nostra Scafati, è oggi più che mai necessario un patto d’onore dinanzi alla città: un patto di legalità, per liste pulite e metodi trasparenti, affinché mai più nessun soggetto politico possa consentire all’illegalità diffusa e alla criminalità organizzata di poter mettere piede e radici nella Casa comunale».




Estorsione agli operai, stangata a Mastromartino

Pina Ferro

Assolto in secondo grado di giudizio da tutte le accuse che gli erano state mosse da alcuni operai, ieri i giudici della Cassazione hanno annullato la sentenza a carico dell’imprenditore Michele Mastromartino e rinviato gli atti alla Corte di Appello solo per la quantificazione dei danni subiti dagli operai. Nessuna contestazione penale gli è stata ascritta. La Seconda Sezione della Cassazione presieduta da Piercamillo Davigo e relatore Mirella Cervadoro ha annullato la sentenza di assoluzione della Corte di Appello di Salerno emessa il 23 maggio del 2016 (presidente Verdoliva) nei confronti dell’ imprenditore salernitano Michele Mastromartino (difeso dall’avvocato D’Aiuto) con rinvio al Giudice civile per valore in grado di Appello (Corte di Appello Napoli) per la quantificazione dei danni alle parti civili Tiziano Vitolo ( difeso Silvestro Amodio) e Giuseppe Labarbera (difeso da Alfonso Giordano). La Procura Generale presso la Corte di Appello di Salerno con il sostituto Ersilio Capone aveva rigettato la richiesta di impugnazione agli effetti penali sollevata dalle parti civili. Mastromartino era stato condannato in primo grado in data nel 2014 dal Giudice Trivelli della II sezione penale Tribunale di Salerno alla pena di anni 3 e mesi otto di reclusione per estorsione nei confronti degli operai. La Suprema Corte nella giornata di ieri ha accolto i ricorsi delle parti civili Vitolo Tiziano e Labarbera Giuseppe.




Contenzioso Tekton e Comune: la vicenda approda in Cassazione

Andrea Pellegrino

Resta in piedi il contenzioso tra il consorzio Tekton ed il Comune di Salerno. Materia del contendere la risoluzione contrattuale avvenuta immediatamente dopo i crolli che si sono verificati a piazza della Libertà e la successiva interdittiva antimafia che ha colpito la Esa Co- struzioni, aggiudicataria di un subappalto e consorziata della Tekton. La vicenda ora approderà in Cassazione, dopo la richiesta della Bofill Arquitectura, studio di progettazione che ha firmato il comparto Santa Teresa. Quest’ultimo è stato chiamato in causa dal Comune di Salerno ed ha, a sua volta, proposto ricorso per “regolamento preventivo di giurisdizione”. Secondo lo studio Bofill, arbitro della complessa vicenda giudiziaria dovrebbe essere la Corte dei Conti. Allo stato, il giudizio è incardinato dinanzi al Tribunale di Salerno ma ora la decisione spetterà alla Su- prema Corte.




Sicurezza nelle scuole, Cammarota convoca Mastrandrea

Nuovi criteri per la sicurezza antisismica nelle scuole. E’ questa, in sintesi, quanto emerge dalla sentenza della Cassazione penale numero 190, secondo cui l’inosservanza della regola tecnica di edificazione proporzionata al rischio sismico di zona, anche ove quest’ultimo si attesti su percentuali basse di verificabilità, integra pur sempre la violazione di una norma di aggravamento del pericolo e come tale va indagata. A tal proposito, il presidente della Commissione Trasparenza, l’avvocato Antonio Cammarota, ha convocato con urgenza l’ingegnere strutturista Luigi Mastrandrea per fare il punto della situazione: «Dopo la sentenza della Cassazione penale n. 190 di ieri l’altro, con la quale vengono di fatto imposti nuovi criteri per la sicurezza antisismica nelle scuole ampliando la sfera di responsabilità penale, oggi in Commissione Trasparenza ho chiesto e ottenuto di convocare con urgenza il dirigente del settore ing. Mastrandrea già per venerdì 12 per fare il punto della situazione», ha dichiarato in merito il presidente Cammarota, il quale ricorda come «l’ingegnere Mastrandrea fu già ascoltato dalla Commissione il primo settembre ed aveva fornito un quadro alterno in ordine all’adeguamento antisismico, ma non contro legge in quanto la normativa consentiva proroghe e adeguamenti, e in ogni caso era escluso un pericolo effettivo perché non erano stati riscontrati ammaloramenti strutturali significativi. «Ora come allora, conclude Cammarota, la commissione ha diritto e obbligo di accertare la vicenda, oggi alla luce della nuova lettura giuridica della normativa antisismica e della prevenzione strutturale che potrebbe portare alla chiusura di alcune scuole, ma anche per verificare lo stato dei collaudi che il dirigente nel settembre scorso riferì in essere».




«Oggi giornata storica. Si intravede la luce»

Erika Noschese

«Oggi (ieri per chi legge ndr) per la Comunità di Salerno, Baronissi e Pellezzano è una giornata storica, finalmente si inizia ad intravedere la luce per i nostri morti e ammalati, chiediamo giustizia e verità piena». A dichiararlo è il presidente del Comitato Salute e Vita, Lorenzo Forte, all’indomani delle motivazioni della sentenza della Cassazione dello scorso 28 settembre 2017 quando i giudici hanno annullato il dissequestro. Le 24 pagine di motivazioni depositate dalla Suprema Corte parlano chiaro: secondo i giudici sarebbero state sottovalutate le criticità evidenziate dalla procura, in riferimento all’appello dei pm salernitani, che si ritiene “fondato” in alcuni aspetti, da chiarire nel merito. «E’ una grande vittoria che ci avvicina alla fine. Si vede la luce per i nostri morti e i nostri ammalati, per avere giustizia e piena verità», ha detto infatti Forte che annuncia l’intenzione di non fermarsi fin quando non saranno individuate le responsabilità di chi, a detta del presidente del comitato salernitano, doveva fermare il “mostro di Fratte” e non l’ha fatto, «di chi aveva il potere ed il dovere di fermare questa tragedia che colpisce migliaia e migliaia di cittadini, la verità è che oggi le motivazioni della Sentenza della Cassazione del 28 settembre 2017 mettono ancora una volta in luce che avevamo ragione, che avevano ragione i Pm ed il Procuratore Capo della Repubblica di Salerno, aveva ragione il Gip della procura di Salerno che aveva per ben due volte respinto il dissequestro delle Fonderie Pisano, mentre avevano torto e sonoramente i giudici del Riesame che avevano deciso di riaprire le Fonderie il 15 dicembre 2016. Questa Sentenza restituisce Giustizia ai cittadini». Lorenzo Forte, insieme ai membri del comitato, chiede dunque che vengano individuate tutte le responsabilità, anche di coloro che sarebbero dovuti intervenire prima della Procura. «Ricordiamo che nel novembre 2015 l’Arpac di Caserta inviata dalla Procura, aveva trovato l’inferno all’interno della fabbrica, nella sua relazione scrisse tra le altre cose che… “i tecnici delle fonderie pisano non hanno la cultura dell’Aia non conoscono le Bat…” e inoltre avevano individuato gravissime criticità che in realtà erano gravi reati che riguardavano le matrici di aria, suolo e acqua, infatti concludevano la relazione sottolineando che “vi era un immediato pericolo per la vita e per l’ambiente” tale documentazione fu integralmente riportata nel decreto di sospensiva dell’Aia emanato dalla regione Campania nel febbraio 2016, lo stesso decreto fu notificato al sindaco di Salerno Vincenzo Napoli in qualità di primo responsabile della salute dei cittadini della Città di Salerno, funzione di Governo affidata al sindaco quale responsabile sanitario, e nonostante ciò non ci fu alcuna ordinanza di chiusura urgente e immediata». E da qui l’accusa al sindaco di “irresponsabilità” attese che fosse la Magistratura il 24 giugno del 2016 a porre fine all’avvelenamento della popolazione con un sequestro preventivo lasciando per diversi mesi che tutto continuasse nonostante l’immediato pericolo per la Vita e per L’Ambiente certificato dall’Arpac. «Sottolineiamo e stigmatizziamo le gravi responsabilità che a nostro giudizio sono incarico alla parte politica, alle Istituzioni, che in questi anni hanno omesso di fare il loro dovere, in particolare vogliamo precisare ed evidenziare che gli errori e omissioni o complicità hanno permesso di fatto di avvelenare dal 2015 a tutt’oggi anche nella giornata odierna la popolazione, assumendosi la responsabilità di far lavorare una fabbrica obsoleta ed illegittima, con tutti i danni che ciò comporta, che tra l’altro non aveva le dovute e necessarie autorizzazioni. In attesa di approfondire nello specifico, le motivazione della sentenza della Cassazione e attendendo gli atti della Regione che con un ritardo gravissimo si appresta a negare la Via (valutazione d’impatto ambientale ), chiediamo alla Magistratura di accertare tutte le responsabilità perché venga finalmente fatta luce vera su tutta la vicenda». «Il Comitato Salute e Vita esprime commosso la propria gratitudine al Procuratore Capo Lembo ed ai Pubblici Ministeri Polito e Guariniello per il lavoro svolto e l’abnegazione profusa nell’accertare la verità, ricordando ancora una volta che la Politica gli Enti, quali Regione, Comune, Arpac Salerno e Asl hanno gravissime responsabilità su tutta la vicenda, ribadiamo la nostra determinazione ad andare fino in fondo, individuando tutti i colpevoli, perché Chiediamo Giustizia e Verità per i nostri ammalati e i nostri morti», ha detto infine il presidente del comitato, annunciando che nei prossimi giorni si terrà una conferenza stampa.