Proroga della cassa integrazione per i 18 operai dell’Italcementi

di Erika Noschese

Piccola vittoria per i lavoratori della Italcementi di Salerno. Ieri mattina, a Roma, si è infatti tenuto un vertice presso il ministero del Lavoro che, di fatto, ha approvato la proroga della cassa integrazione per i 18 lavoratori dello stabilimento di via Cupa Siglia. Presente al tavolo ministeriale anche l’assessore regionale al Lavoro Sonia Palmieri, che fin da subito si è attivata per la buona riuscita del tavolo ministeriale. “Questo risultato ingorgoglisce tutti noi”, ha dichiarato Luca Daniele, responsabile della Fillea Cgil di Salerno che, fin dal primo momento, si è impegnato per i lavoratori dello stabilimento salernitano. “La Fillea Cgil di Salerno si è impegnata, per anni, per questa questa vertenza e per la risoluzione positiva – ha dichiarato Luca Daniele – Il risultato di oggi (ieri per chi legge ndr) apre spiragli per un futuro rioccupazionale nello stesso sito di via Cupa Siglia”. Lo scorso 23 ottobre, l’azienda HeidelbergCement Group aveva avviato la procedura di licenziamento collettivo per i lavoratori della sede Italcementi di Salerno, che così dall’attuale cassa integrazione si sarebbero ritrovati, dal 31 dicembre di quest’anno, senza lavoro. Soddisfatta per i risultati ottenuti al Mise anche l’assessore Palmieri: “Siamo riusciti ad ottenere un risultato che sembrava impossibile da raggiungere stamattina, ma noi non ci arrendiamo mai. Abbiamo chiuso un accordo che prevede la riqualificazione per la riorganizzazione aziendale dei lavoratori del sito di Salerno, per rispondere meglio alle diverse esigenze produttive ed avranno a disposizione un anno di Cigs per realizzare questo percorso”. E ancora: “E’ una crisi aziendale che seguiamo da tempo offrendo sempre soluzioni alternative ai licenziamenti. L’abbiamo affrontata con passione e determinazione” . L’assessore regionale Palmeri poi ricorda che il prossimo step è “un incontro nel nuovo anno con il management di Italcementi per delineare nuovi profili aziendali con i quali riqualificare i dipendenti”.




Fer.Gom: la dignità dei lavoratori in presidio

di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. Quando si scrive di smobilitazioni, di dismissioni, di cessioni di rami d’azienda e di crisi occupazionali, la carta stampata ha la pessima abitudine di limitarsi alla secca descrizione di numeri. Eppure, dietro quel numero “27”, che indica la quantità delle famiglie che si ritrovano coinvolte nella tragica vertenza Fer.Gom, ci sono dei volti rigati di lacrime e dei bagagli esperienziali stravolti che, purtroppo, il mondo dell’informazione riesce a toccare soltanto di rado.

Ieri mattina, allora, ci siamo recati all’ombra della tenda, al cospetto della Cooper Standard di Battipaglia, per ascoltare qualche storia e per cercare di scandagliare un po’ più a fondo i gelidi taccuini della cronaca.

«Papà, dove vai? Non è normale andare a dormire in una tenda davanti alla fabbrica»: è la frase che Giovanni Di Vece, lavoratore Fer.Gom di 52 anni, si sente dire dal figlio più piccolo ogni volta che, da tre settimane a questa parte, si lascia alle spalle la porta di casa per recarsi al presidio. È un pugno sullo stomaco, reso ancor più duro dalla gravità delle condizioni economiche in cui riversa la famiglia. «Ho altri due figli più grandi – racconta Giovanni – e, mentre la più grande è già sposata, il secondogenito, più giovane, studia all’università, e sono preoccupato perché non so dove prendere i soldi per poter pagare la retta; sono molto scettico, in quanto mi sembra che noi lavoratori Fer.Gom siamo stati quasi lasciati da soli a lottare contro dei mulini a vento».

Sergio Pastore Poi c’è Sergio Pastore (36 anni) che, oltre al danno, ha subito anche la beffa: «a dicembre – spiega il 36enne – mia moglie, Stefania Caruccio (lavorava anche lei nell’azienda di Gianpiero Contursi, NdA), si mise in mobilità, così da dare a me la possibilità di lavorare per un altro anno e portare qualche soldo a casa, ma alla fine lei non ha preso nulla e io mi son ritrovato a lavorare per altri soli due mesi».

Due figli, di 4 e 6 anni, chiedono in continuazione “dove vai?” a Sergio, e, nonostante la tenera età, si ritrovano costretti a fare in conti con la cruda realtà e a domandare al papà: «ma quindi ora non mi puoi più comprare quel giocattolo?».

Caterina Benincasa«Mamma, ma adesso siamo poveri?»: lo ha chiesto a sua madre, la 40enne Caterina Benincasa, una ragazza di 9 anni – Caterina ha anche un’altra figlia, che ha 7 anni – che, durante lo sciopero, è stata ricoverata in ospedale a causa di violente vertigini paraossistiche, le quali, guarda caso, sono legate a stati d’ansia. «Sto cercando – ci dice Caterina – insieme a mio marito (disoccupato anche lui, NdA) di tener su gli animi, ma non è facile, anche perché, più che per le privazioni, le bambine soffrono perché avvertono la mancanza della mamma».

All’interno del piccolo gazebo, c’è anche Rossella Petraglia, la 50enne che, a seguito del malore accusato in seguito a uno sciopero della fame durato qualche giorno, ha rifiutato il ricovero in ospedale, spiegando al medico dell’autoambulanza che lei il presidio non lo abbandona.

Rossella PetragliaRossella e suo marito, Giovanni Russo – anche lui è andato in mobilità credendo che, in questo modo, la moglie potesse lavorare qualche mese in più – , hanno tre figli: il più grande, che è già sposato, ha 27 anni, mentre l’ultimogenito ha 12 anni. Di mezzo c’è una figlia di 22 anni, che lavora come estetista part-time: «ogni tanto, per il momento, io e mio marito tiriamo avanti grazie a ciò che lei guadagna, e posso assicurare che per una madre e un padre non c’è nulla di più triste e di maggiormente mortificante».

Eppure, i lavoratori Fer.Gom non hanno perso affatto la voglia di sorridere: scherzano tra di loro come in una famiglia. E sembrano una famiglia. E lottano per la propria famiglia.

Il lavoro è dignità, è vero, ma negli occhi di questi uomini risplende ancora la più bella dignità: quella di chi ama.

 

GIOVEDÌ L’INCONTRO AL COMUNE

Ada FerraraAda Ferrara apre le porte alla Fer.Gom. La donna, che insieme a Gerlando Iorio e Carlo Picone forma la commissione straordinaria che regge le sorti di Palazzo di Città, ha concordato un appuntamento con Antonio Guglielmotti (Fim Cisl) e Vito Nigro (Fiom Cgil): alle 10:30 di domani mattina, dunque, i due delegati sindacali dell’azienda di via Bosco II dialogheranno con la donna sulle pesanti condizioni che affliggono i lavoratori, costretti dal trasferimento immediato delle commesse Cooper Standard alla Sud Gomma di Oliveto Citra a non vedere il becco di un quattrino fino a giugno-luglio, quando forse il Ministero del Lavoro concederà la cassa integrazione. Al summit parteciperanno anche i rappresentanti sindacali della Cooper Standard, che hanno coraggiosamente deciso di sostenere i colleghi della Fer.Gom, e le segreterie provinciali: si spera che la Ferrara possa intercedere presso la Prefettura di Salerno affinché venga concesso un appuntamento ai lavoratori.

«La dottoressa Ferrara – dichiara Nigro – s’è mostrata molto disponibile, e la cosa, naturalmente, ci fa piacere».

 




Fer.Gom: nulla da fare per le commesse. Destino nero per i lavoratori

di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. «Non si può far nulla»: sono le parole che Marco Camurati, capo italiano delle risorse umane di Cooper Standard Automotive, ha rivolto ieri pomeriggio, dinanzi al portone di Confindustria Salerno, ai lavoratori Fer.Gom, negando loro la possibilità di continuare a vedere qualche soldo prima dell’agognata – e tutt’altro che certa – elargizione degli ammortizzatori sociali da parte del Ministero del Lavoro.

Da lunedì 2 marzo, gli uomini dell’azienda di Gianpiero Contursi sono in presidio davanti ai cancelli della Cooper Standard di Battipaglia. Ai principi di questo mese, infatti, il contratto che li legava al colosso statunitense, per conto del quale la Fer.Gom realizzava le guarnizioni di gomma per i veicoli Fiat e Iveco, è scaduto, e le commesse che tenevano in vita la fabbrica sono state inspiegabilmente trasferite dallo stabilimento battipagliese – distante solo 200 metri dalla CS cittadina – alla Sud Gomma di Oliveto Citra: un trasferimento privo di qualsivoglia logica motivazione, considerando che lo spostamento delle commesse non arreca alcun utile alla Cooper Standard sia dal punto di vista logistico – quei 200 metri equivalgono a un bel po’ di taniche di benzina risparmiate – che da quello economico – il costo della manodopera alla Fer.Gom è molto basso.

Ora le 27 famiglie dello stabilimento dei Contursi sono ancor più disperate: «siamo rimasti spiazzati – ha dichiarato ai nostri taccuini Antonio Guglielmotti, delegato del direttivo provinciale Fim Cisl – dal momento che siamo stati privati delle speranze che lo stesso Camurati ci aveva concesso».

E il presidio? «Non sospenderemo affatto la nostra azione – prosegue il sindacalista – e continueremo a manifestare; abbiamo perfino ricevuto una tenda, grazie alla disponibilità di Picariello Teloni».

La paura maggiore di Guglielmotti, però, resta l’innalzamento della tensione tra gli operai: «sono stato inviato qui dal direttivo provinciale per far sì che gli animi restino tranquilli, ma con quanto accaduto oggi, l’impresa appare davvero molto difficile, perché si tratta persone che sono costrette a ricorrere ad ammortizzatori sociali dal 2008».

Sono proprio gli ammortizzatori sociali, adesso, la manna che s’attende dal cielo. Pare, infatti, che i tempi potrebbero accorciarsi, e che la cassa integrazione potrebbe arrivare addirittura per giugno. Il consulente del lavoro, Luigi Altavilla, sta seguendo con attenzione la vicenda, in attesa di nuovi risvolti.

Sulla quaestio, ad ogni modo, s’è pronunciato anche il titolare dell’azienda, Gianpiero Contursi, che ha dichiarato: «non mi sorprende quanto accaduto, dal momento che questi qui fanno finta di promettere ma non mantengono mai nulla».




Il Comune invia brandine e sacchi a pelo agli operai Fer.Gom in presidio

di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. Alla Fer.Gom arrivano le brandine: alle 11:30 di ieri mattina, infatti, su ordine della commissione straordinaria, gli uomini della Protezione Civile hanno consegnato sacchi a pelo e ferraglie con doghe ai presidianti. Non arriverà più, invece, la tenda che i manifestanti avevano richiesto ai vertici di Palazzo di Città: in città, infatti, ce n’è soltanto una disponibile, e le autorità municipali hanno deciso di non consegnarla, motivando la scelta con la necessità di avere sempre una tenda a disposizione in caso di urgenze; «eppure, la nostra richiesta – aveva dichiarato domenica scorsa ai nostri taccuini il delegato sindacale Fim-Cisl, Antonio Guglielmotti – appare legittima, considerando che la Protezione Civile di Montecalvoli concesse una tenda ai lavoratori delle Officine Ristori, anch’essi in presidio permanente, lo scorso ottobre. Il nostro presidio, poi, durerà sino a giovedì prossimo e, al di là di questo, abbiamo chiarito che, in caso di urgenza, avremmo provveduto a restituire immediatamente la tenda alla Protezione Civile».

Dall’inizio della settimana scorsa, i lavoratori dell’azienda di Gianpiero Contursi stanno presidiando i cancelli dello stabilimento battipagliese della Cooper Standard Automotive, ossia il colosso statunitense che, trasferendo inspiegabilmente le commesse per la realizzazione delle guarnizioni di gomma dei veicoli Fiat e Iveco dalla Fer.Gom all’olivetana Sud Gomma, ha costretto la piccola azienda a chiudere i battenti.

La cessazione delle attività, inizialmente fissata in concomitanza con l’inizio del 2015, era stata prorogata agli inizi di marzo, ma le 27 famiglie – la Fer.Gom ha molti dipendenti che sono vicendevolmente legati da rapporti di parentela – non si son viste approvare ancora la richiesta di cassa integrazione presentata a gennaio, dal momento che il Ministero del Lavoro sta ancora vagliando le domande di ottobre.

Proprio per questo, Guglielmotti e i suoi domani incontreranno il capo del personale Cooper Standard Europa, Marco Camurati, e il direttore della CS di Battipaglia, Pietro Mancuso, per parlare della possibilità di accompagnare gli ultimi mesi di vita dell’azienda dei Contursi con una manciata d’attività in grado di concedere ai presidianti una boccata d’ossigeno fino a luglio e agosto, quando dovrebbero arrivare gli ammortizzatori sociali.

«Lunedì sera – ha raccontato ieri Guglielmotti – i volontari della Protezione Civile hanno fatto un sopralluogo qui per cercare di portare al nostro fragile gazebo dei collegamenti per la corrente, ma qui non c’è illuminazione pubblica, e gli unici lampioni sono all’interno della Cooper; all’azienda, però, non vogliamo chiedere nulla».




Gli operai Fer.Gom senza cassa integrazione

di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. Non accenna ad affievolirsi la massiccia crisi occupazionale che affligge Battipaglia. A lanciare un’accorata richiesta d’aiuto, stavolta, sono gli operai della Fer.Gom Srl, nota azienda meccanica battipagliese: da ieri mattina, infatti, gli operai della ditta di proprietà di Giampiero Contursi presidiano i cancelli della Cooper Standard Automotive Italy Spa, nel cuore della zona industriale cittadina.

La Fer.Gom è nata nel 1999: si occupa delle lavorazioni delle guarnizioni di gomma per le autovetture – in particolare di Fiat e Iveco – per conto della Cooper Standard, un colosso americano che in Italia ha due sedi, una a Torino e l’altra a Battipaglia, precisamente a 500 metri dall’impresa della famiglia Contursi.

Nel 2014, sul finir del mese di aprile, Cooper Standard dichiara di voler delocalizzare le commesse, spostando le attività di lavorazione delle guarnizioni, che fino a quel momento erano prerogativa della Fer.Gom, alla Sud Gomma, impresa olivetana che da anni lavorava agli ordini dell’azienda statunitense: il tutto entro la fine dell’anno. Le motivazioni sono incomprensibili, dal momento che il costo della manodopera battipagliese è molto basso e, naturalmente, dal punto di vista logistico, la distanza irrisoria di 500 metri tra la Cooper Standard e la Fer.Gom  rappresenta un vantaggio che non è di certo trascurabile.

Ad ogni modo, i Contursi le tentarono tutte pur di riuscire a tenere il lavoro, riuscendo inizialmente a stipulare con la Cooper Standard anche un concordato che lasciava ben sperare, data la proroga del contratto fino al 30 aprile del 2015. C’era, inoltre, un aspetto che avrebbe potuto consentire agli operai di salvare il salvabile: molti dei dipendenti dell’azienda di via Europa, infatti, sono legati vicendevolmente da rapporti familiari, essendo coniugi o fratelli. Ben tredici tra i quaranta lavoratori della Fer.Gom. dunque, andarono volontariamente in mobilità, pur di consentire ai propri familiari di continuare a portare l’agognata busta paga a casa.

Poi, però, il 30 settembre del 2014, la Cooper Standard emanò un comunicato: con l’anno nuovo, le commesse sarebbero definitivamente passate dalla Fer.Gom alla Sud Gomma.

Il responsabile alla sicurezza della ditta battipagliese, il delegato FIM Cisl Antonio Guglielmotti, allora, prese a guidare i suoi in una lunga campagna di mobilitazioni, ottenendo qualche risultato: il contratto, infatti, fu prorogato fino al 28 di febbraio, e, all’indomani della fatidica data, i dipendenti della Fer.Gom avrebbero preso ad attingere ai contributi della cassa integrazione.

La situazione, in questo modo, sarebbe stata più facilmente sostenibile, ma nessuno aveva calcolato l’ostacolo imprevisto, chiamato Matteo Renzi: il Jobs Act, infatti, ha effettivamente fatto in modo che ai lavoratori della ditta battipagliese non venisse approvata la cassa integrazione. Naturalmente, anche se ora gli ammortizzatori sociali venissero approvati, l’erogazione – diretta, ossia che verrebbe fuori direttamente dalle casse dell’Inps, dal momento che Gianpiero Contursi non è in possibilità di emettere liquidità per le spettanze – partirebbe tra luglio e agosto. Per quattro mesi circa, quindi, i dipendenti Fer.Gom rischiano di non vedere il becco di un quattrino. Da qui, ieri mattina, ha preso le mosse la scelta di presidiare la Cooper Standard: «Stamattina – ha dichiarato ieri Guglielmotti – abbiamo già parlato con i vertici della Cooper Standard (il dirigente, a Battipaglia, è Pietro Mancuso, NdA), proponendo di consentirci un tamponamento anche facendoci lavorare soltanto tra i 10 e i 15 giorni al mese, ma ci hanno detto che non c’è niente da fare. Ora, naturalmente, gli animi diventano tesi, e si inizia a parlare di azioni di forza; io sto cercando di mantenere tutti calmi ma non so fino a che punto ci riuscirò».

Profondamente amareggiato anche il patron Contursi: «Ho lavorato per vent’anni a stretto contatto con i vertici battipagliesi di Cooper Standard – ha dichiarato il titolare della Fer.Gom – ma, nel momento in cui è stata presa la scelta più importante, hanno mandato 2 sconosciuti da Torino a darci la notizia. I delegati sindacali della Cooper, poi, essendo tutti del territorio, avrebbero dovuto quantomeno appoggiare i loro colleghi, ma io non ho visto né sentito nessuno».

Profondamente amareggiato anche il patron Contursi: «Ho lavorato per vent’anni a stretto contatto con i vertici battipagliesi di Cooper Standard – ha dichiarato il titolare della Fer.Gom – ma, nel momento in cui è stata presa la scelta più importante, hanno mandato 2 sconosciuti da Torino a darci la notizia. I delegati sindacali della Cooper, poi, essendo tutti del territorio, avrebbero dovuto quantomeno appoggiare i loro colleghi, ma io non ho visto né sentito nessuno».

D’altronde, gli esponenti italiani del colosso statunitense potrebbero far tanto con un po’ di buona volonta: «potrebbero intervenire nel TFR, o comunque cercando di riassorbire una parte dei lavoratori: ai torinesi proposi di assumere la metà attraverso dei rapporti interinali. Insomma, qualcosa in più la si poteva fare. Quel che è certo è che adirò alle vie legali».

D’altronde, non solo Fer.Gom: per strada, infatti, sono finiti anche dei lavoratori di una ditta di Cicerale (Agropoli) e di Fisciano che, come l’azienda battipagliese, erano legati da un conto lavoro alla Cooper.




I bus ci sono, ma gli autisti sono in cassa integrazione: saltano corse della 39

L’autobus c’è, il conducente no. Sembra paradossale ma è accaduto proprio ieri: da martedì è cominciato il periodo di cassa integrazione a zero ore a rotazione per i conducenti di linea del Cstp. In totale, quotidianamente, sono 18 gli autisti che restano a casa. Un numero impressionante che ha immediatamente avuto ripercussioni sul servizio. Nella giornata di ieri, dopo aver effettuato regolarmente i primi due turni di viaggio, la linea 39 (rimessa su strada dopo tempo immemore a causa della mancanza di mezzi piccoli) si è fermata di nuovo: l’autista che avrebbe dovuto portarlo non c’era. E non per motivi personali o altro: semplicemente il turno è rimasto scoperto causa conducenti in cassa integrazione. Stesso destino potrebbe poi toccare anche alla linea 25, altro percorso effettuato con autobus piccoli che spesso mancano all’azienda. Ma ecco che nel momento in cui si recuperano i mezzi per effettuare il servizio, vengono a mancare i conducenti perché sono stati messi in cassa integrazione dall’azienda. Questo anche a riprova del fatto che pare che se c’è una categoria nel Cstp in cui non c’è esubero è proprio quella dei conducenti.

(man)




Cstp: i fornitori battono cassa. I sindacati dicono no alla cig per gli autisti

di Marta Naddei

Senza il pagamento dei fornitori a rischio ci sono la ripresa del servizio di trasporto scolastico e l’intero prosieguo del trasporto pubblico locale. Con questa motivazione, lunedì, il liquidatore unico del Cstp Mario Santocchio ha depositato presso il Tribunale fallimentare di Salerno una istanza per chiedere al giudice delegato Maria Elena Del Forno, l’autorizzazione a procedere ai pagamenti verso fornitori, in particolare quelli di carburante e le officine esterne di manutenzione, di debiti antecedenti la data del 16 luglio, ovvero quella della sentenza di stato di insolvenza. Nella sua istanza, il liquidatore Santocchio sottolinea i motivi di urgenza e la necessità di «provvedere al pagamento di alcune posizioni creditorie relative ai servizi di manutenzioni esterne e fornitura di carburanti, senza i quali si compromette la ripresa del servizio di trasporto scolastico e la continuazione del regolare trasporto pubblico locale su gomma, ormai ridotto a causa della carenza di autobus». La richiesta inoltrata da Santocchio si riferisce al pagamento di un debito verso diversi fornitori ammontante a 358 mila euro, maturato, a vario titolo e con varie scadenze, dal mese di febbraio a quello di giugno. Oltre 150mila euro dovranno essere saldati al distributore di carburante Metanauto, mentre saranno 176mila gli euro che dovranno essere liquidati alle officine di manutenzione esterna. Trentamila sono gli euro che l’azienda di trasporto deve invece all’Enel energia per il bimestre aprile-giugno. L’ok da parte del giudice Del Forno, che dovrebbe arrivare a breve, consentirebbe così alla società di “liberare” numerosi mezzi fermi nelle officine delle ditte esterne e in quelle stesse dei depositi del Cstp. Già perché la carenza di autobus deriverebbe proprio dai debiti maturati dall’azienda nei confronti dei fornitori che non forniscono più servizi. Insomma, nel momento in cui la situazione sarà risolta, i mezzi usciranno dalle officine e probabilmente non ci sarà nemmeno più necessità di applicare la cassa integrazione per il personale di guida per quattro giorni al mese. Ieri mattina, il Cstp ha ricevuto due di picche dai sindacati proprio sulla questione della cig per i conducenti. L’azienda, infatti, ha motivato l’applicazione dell’ammortizzatore sociale proprio con la carenza di autobus che dall’inizio dell’anno ha prodotto perdite per un milione e 700mila euro con 720mila chilometri non percorsi. Ma se il problema risiede nel fatto che i mezzi sono fermi nelle officine meccaniche perché l’azienda non ha risolto la propria posizione debitoria, con l’autorizzazione del giudice le cose potrebbero rimettersi a posto, evitando una cassa integrazione per quattro giorni a personale che non è in esubero.




Caos nel deposito di Pagani del Cstp: a singhiozzo i collegamenti con Salerno e Napoli

di Marta Naddei

PAGANI. Il servizio di trasporto pubblico locale comincia a risentire della disorganizzazione interna al deposito di Pagani. A singhiozzo i collegamenti Cstp dalla zona dell’Agro nocerino sarnese con Salerno e con Napoli: basti pensare che, qualche giorno fa, l’ultima corsa della linea 4 è stata effettuata alle 18.30, poi nulla più. Sono questi gli effetti del nuovo modus operandi che l’azienda sta adottando presso la struttura dell’Agro con la soppressione di cinque turni non lavorativi (riserva e capolinea) che stanno creando diversi disagi, oltre che ai lavoratori che si trovano in balia degli eventi quotidiani, all’utenza che ora si ritrova con un servizio altalenante. In sostanza, con un personale tra ferie e malattia, i turni di guida che, quotidianamente, saltano sono 25. Insomma, dalla disorganizzazione dovuta all’avvio dei periodi di cassa integrazione ed a scelte non proprio azzeccate da parte dell’azienda che ormai regna nel deposito di Pagani del Cstp si è scatenata una vera e propria reazione a catena che sta interessando tutte le parti in causa e, al momento, lo scotto più pesante lo stanno pagando i pendolari. Intanto la situazione resta come è anche perché la richiesta di convocazione inoltrata da Filt Cigl, Fit Cisl e Uiltrasporti è stata parzialmente accolta. Infatti, la convocazione per il prossimo 3 settembre c’è stata, ma non da parte del direttore generale dell’azienda, Antonio Barbarino, ma dal capogruppo stesso del deposito di Pagani. Una soluzione che non è piaciuta ai tre delegati rsa Antonio Balzano, Francesco Cordiano e Antonio Quercitelli che nei giorni passati avevano sollevato la questione. «Abbiamo chiesto – spiegano i tre – di essere convocati dall’azienda, non dal capogruppo del deposito. Per noi è come se non esistesse la convocazione perché vogliamo parlare direttamente con i vertici aziendali. C’è da sottolineare che con questa situazione si sta creando solo un danno al Cstp ed all’utenza: con tutti questi turni che non escono l’azienda perde soldi e i cittadini restano a piedi. E’ inconcepibile quello che sta accadendo. Per non parlare dei lavoratori che, in cassa integrazione e a causa di essa, ora si ritrovano a svolgere o mansioni che non gli spettano o più mansioni di prima. E’ inaudito: l’azienda ritorni sui propri passi o la situazione rischia di degenerare in poco tempo».




Pagani: che confusione al deposito Cstp

di Marta Naddei

PAGANI. Una grande confusione. E’ quella che regna nel deposito del Cstp di Pagani, tra i maggiori dell’azienda di trasporto pubblico salernitana. Una confusione figlia della nuova organizzazione scaturita in seguito all’esito della riunione tra azienda e sindacati con cui si è sottoscritto l’accordo per l’applicazione della cassa integrazione che coinvolgerà tutti i dipendenti di ogni ordine e grado senza più “intoccabili”. In sostanza, al mattino, nella struttura del Cstp, al momento dell’entrata in servizio, regna il caos più completo: cinque turni di lavoro soppressi (riserva e capolinea) e nessun coordinatore che abbia sotto controllo l’entrata e l’uscita dei bus in servizio. Quest’ultimo compito, a quanto pare, è affidato a dipendenti che ricoprono altre mansioni e che quindi non avrebbero le specifiche competenze. Insomma, un disastro. La denuncia arriva dai delegati rsa del deposito dell’Agro-nocerino-sarnese, Antonio Balzano della Filt Cgil, Francesco Cordiano della Fit Cisl e Antonio Quercitelli della Uiltrasporti. Una situazione che, a pochi giorni dall’entrata in vigore dell’accordo, già sta producendo i primi devastanti effetti che potrebbero peggiorare con l’andare del tempo. «L’azienda – spiegano i tre delegati sindacali – ha assunto una decisione unilaterale nella nuova organizzazione del deposito di Pagani. I sindacati non sono stati proprio interpellati e, ora, ci troviamo in un clima di confusione assurdo. Sono stati soppressi cinque turni di lavoro e le mansioni sono state affidate a personale che non ha le competenze e che da contratto collettivo nazionale non potrebbe ricoprire. Per tre ore al mattino e quattro alla sera siamo senza alcun coordinatore che gestisce il servizio, con conseguenti ripercussioni sullo stesso e sui lavoratori che ora sono stanchi e spaesati. Addirittura non sappiamo se, al momento della smonta, c’è il collega successivo». Una riorganizzazione che, in pratica, ha portato più scompiglio che benefici all’azienda e che rischia, contrariamente ai propositi, di creare ulteriori esuberi o addirittura un aggravio di spesa alle casse stesse del Cstp: soppressione dei turni è sinonimo di dipendenti che non lavorano e che dunque dovrebbero accedere alla cassa integrazione che, se come stabilito dall’accordo dello scorso 8 agosto sarà anticipata dall’azienda, rappresenta una spesa ulteriore. Insomma, una mossa non proprio brillante da parte dell’azienda e che ha notevolmente indispettito i sindacati. «Da questo momento – spiegano ancora Balzano, Cordiano e Quercitelli – la nostra collaborazione con l’azienda termina. Lo abbiamo anche ribadito in una lettera in cui chiediamo di essere convocati. Abbiamo sempre fatto girare le ruote e abbiamo sempre avuto gran senso di responsabilità, ma ora non ci sono più i presupposti».




Cstp: per i lavoratori torna l’incubo della decurtazione dello stipendio

di Marta Naddei

Torna l’incubo del taglio in busta paga per i dipendenti del Cstp. Nonostante l’incontro di ieri avente ad oggetto la cassa integrazione in deroga e le modalità della sua applicazione si sia concluso con un aggiornamento a domani mattina, alla presenza del commissario giudiziale Raimondo Pasquino (fortemente rischiesta dalle organizzazioni sindacali), la situazione rischia di diventare ben presto nuovamente incandescente.
A quattro mesi esatti di distanza dalla scadenza del quadrimestre di fuoco per i lavoratori del Cstp che dovettero rinunciare al 7% sul proprio emolumento mensile (che con tutte le voci accessorie si tramutava in un taglio sostanziale del 18%) per contribuire al salvataggio della propria azienda, ora per loro il pericolo è quello di rimetterci nuovamente.
Alla riunione di ieri mattina, alla presenza di segretari e delegati delle organizzazioni sindacali di categoria, il direttore generale dell’azienda Antonio Barbarino(delegato dal commissario Pasquino) e il liquidatore Mario Santocchio hanno ribadito la necessità che ora, a ricapitalizzazione quasi ultimata, anche i lavoratori facciano la propria parte. I dubbi, forti, dei sindacati sono sulle modalità della cassa integrazione che l’azienda vorrebbe applicare con le precedenti modalità, da sempre indigeste a lavoratori e parti sociali perché considerate inique; dall’altro lato sono stati preavvisati della nuova scure, pari alla precedente, che potrebbe abbattersi sui salari delle maestranze. Tutto ciò in considerazione del fatto che il Cstp potrebbe chiudere l’anno con una perdita vicina ai quattro milioni di euro e, tramite la decurtazione salariale dei lavoratori, si vorrebbe arginare l’emorragia. Un esperimento che già lo scorso gennaio non diede i frutti sperati causando danni ai soli dipendenti dell’azienda.
Ma il liquidatore Mario Santocchio ha confermato la tesi: «Con i soci che hanno quasi ultimato la ricapitalizzazione, tocca ai dipendenti fare la propria parte. Ora bisogna intervenire con la cassa integrazione e la riduzione del costo unitario del lavoro».
Il copione, dunque, è sempre lo stesso. Con buona pace dei lavoratori