Testa a testa tra Villani e Caso ma alla fine arriva la riconferma per il sindaco uscente

Fino a tarda notte lo spoglio delle schede del paese con appena 300 votanti

CASO GIUSEPPE ELETTO SINDACO 152 55,07
LISTA CIVICA - NELLA CONTINUITA' PER ROMAGNANO LISTA CIVICA – NELLA CONTINUITA’ PER ROMAGNANO 152 55,07 7
VILLANI ONOFRIO 121 43,84
LISTA CIVICA - ROMAGNANO UNITA E DEMOCRATICA LISTA CIVICA – ROMAGNANO UNITA E DEMOCRATICA 121 43,84 3
GIOIA DANIELE 3 1,08
LISTA CIVICA - ITALIA AGLI ITALIANI LISTA CIVICA – ITALIA AGLI ITALIANI 3 1,08



Maristella adesso vuole difendersi: «Proverò che non ho mai truffato»

di Brigida Vicinanza

Maristella Mele, non ci sta e prova a difendersi con tutte le sue forze. La protagonista del video de “Le Iene”, appellata come “truffatrice” adesso è pronta alla sua battaglia. L’accusa di tante donne, è quella di aver raccolto fondi per la causa di Armandino, il bambino salernitano che ha vinto la sua sfida con la malattia. La donna, residente a Salerno, ma di origini leccesi, adesso proverà con tutte le sue forze a dimostrare di essere innocente. «Non ho mai rubato a nessuno, adesso ho bisogno di aiuto perché mi sento minacciata ovunque vada, ma io che per hobby lavoro la polvere ceramica per conto di una coppia di amici solo una volta ho fatto una raccolta fondi vendendo i miei oggi – ha dichiarato la donna, riferendosi al piccolo Manuel invece, bambino per cui realmente ha provveduto a racimolare qualcosa – ho già preso un avvocato che mi possa difendere. Ho tutte le prove che quei pacchi sono realmente arrivati a queste persone. Mai ho avuto un bonifici di più di 3000 euro come è stato dichiarato nel video». Ma Maristella non solo proverà a difendersi nelle sedi opportune, provando la sua innocenza, ma ammette di aver sbagliato nei modi: «Ho provato a contattare la giornalista delle Iene chiedendo scusa e anche un incontro per placare gli animi e riappacificarmi perché ho sbagliato, non dovevo essere violenta, ma non mi è stata data alcuna risposta». Inoltre, la donna si sente di scusarsi con la famiglia di Armandino, tirato in ballo: «Chiedo scusa alla famiglia di questo bambino, ma io non ho mai inviato sue foto a nessuno, non lo conosco neanche. Tengo a precisare che quegli screenshot che sono apparsi in televisione non ritraggono nemmeno la foto di Armandino, come mi è stato riferito da più persone, che conoscono proprio il ragazzino». Nonostante i momenti di sconforto per quello che potrebbe succedere e la paura per la propria incolumità, la Mele va avanti: «Non ho mai avuto profili falsi, non sono stata io a crearli, penso che ci sia qualcun altro che abbia strumentalizzato il mio nome con cattiveria, io ho tutte le fatture delle spedizioni effettuate e quando ho sbagliato ho restituito i soldi, posso provarlo». E infatti Maristella da ieri non fa altro che raccogliere la documentazione utile alla sua difesa. Tra fatture e “tracking” della società di spedizioni, ma anche di bonifici di restituzione effettuati, continua a cercare tra le sue carte per provare la sua innocenza ed allontanare la paura di un caso che ieri ha scosso la maggiorparte dei salernitani vicini alla famiglia di Armandino. La donna, residente a Salerno, fa sapere inoltre che potrebbe passare all’attacco con una denuncia per diffamazione, a sua volta. Insomma il caso potrebbe non chiudersi tra una condivisione del video e l’altra.




Caso De Luca. «Una nomina pesante in cambio della sentenza»

In edicola oggi su Le Cronache

di Andrea Pellegrino

«Il doppio lavoro» di Carmelo – Nello- Mastursi poco avrebbe a che fare con le dimissioni da capostaff di Vincenzo De Luca. All’orizzonte, infatti, si intravede un vero e proprio terremoto che mina le fondamenta di Palazzo Santa Lucia. Questa è una delle ormai tante certezze a ventiquattro ore dalla bufera che ha coinvolto uno dei fedelissimi del governatore. L’altra è che si tratterebbe di una vicenda grossa che coinvolgerebbe politica e magistratura e che giustificherebbe il clima (politico) teso e la massima discrezione da parte degli inquirenti. Sette, al momento, i nomi eccellenti iscritti sul registro degli indagati per i reati, a vario titolo, di rivelazione del segreto d’ufficio e corruzione. Tra questi figura anche il nome del presidente della giunta regionale Vincenzo De Luca.

L’inchiesta che avrebbe portato alle perquisizione da parte della Digos di Napoli dell’ufficio regionale e salernitano, nonché dell’abitazione dell’ormai ex capo della segreteria, parte dalla procura di Roma. A seguirla sarebbe direttamente il procuratore capo Giuseppe Pignatone che, contattato, avrebbe posto «il segreto assoluto sulla vicenda». Ma nulla esclude che l’inchiesta sarebbe ben più grossa e che nel caso specifico sarebbe in capo alla procura capitolina per “competenza”. Al vaglio vi sarebbe, infatti, la posizione di un magistrato del Tribunale di Napoli che avrebbe avuto “pressioni” da Mastursi per “aggiustare” il procedimento in capo a Vincenzo De Luca. Lei sarebbe Anna Scognamiglio giudice relatore del giudizio in corso sulla vicenda “Severino”. Ad inizio luglio si occupò – in sede cautelare – della “sospensione della sospensiva” del neo governatore della Campania, convalidando – dopo sei ore di discussione portate avanti dagli avvocati del Movimento 5 Stelle – l’ordinanza emessa qualche giorno prima da Gabriele Cioffi (oggi giudice in pensione) che aveva rimesso in sella Vincenzo De Luca dopo il provvedimento firmato da Matteo Renzi. Per il 20 novembre è già fissato il giudizio di merito che dovrà «convalidare, modificare o annullare» la precedente decisione, in relazione anche a quanto stabilito nelle settimane scorse dalla Corte Costituzionale in merito alla legge Severino. Ed è proprio in vista dell’udienza del 20 novembre che sarebbero partiti i provvedimenti dalla procura di Roma.  Al centro della vicenda, oltre Mastursi, ci sarebbe l’avvocato Guglielmo Manna, marito del giudice Scognamiglio. L’avvocato, già in servizio presso l’azienda ospedaliera “Santobono” di Napoli pare che fosse in procinto di ottenere un incarico all’Asl Napoli 1 centro come responsabile della struttura complessa Affari Legali. Un riconoscimento di cui Mastursi si sarebbe fatto carico interessandosi anche di un incontro tra Manna, la moglie ed il governatore Vincenzo De Luca. I movimenti degli indagati sarebbero stati ricostruiti attraverso le intercettazioni telefoniche, sia dell’utenza di Mastursi che di quella di Manna. Ed in particolare il cellulare dell’ex capostaff regionale sarebbe ora sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti, dopo essere stato sequestrato durante le perquisizioni. Proprio in un’intercettazione si evince che il marito del giudice Scognamiglio, parlando con Mastursi, avrebbe chiesto “un favore” spiegando che in cambio avrebbe fatto “intervenire” la moglie su una vicenda che stava a cuore all’ex capo della segreteria del presidente della Giunta campana. Ma al vaglio degli inquirenti ci sarebbero altre corpose intercettazioni. Tra gli altri indagati, l’avvocato Giuseppe Vetrano, coordinatore provinciale delle liste irpine a sostegno del candidato presidente Vincenzo De Luca e due dipendenti del “Santobono”, l’avvocato Gianfranco Brancaccio e l’infermiere Giorgio Poziello che avrebbero svolto un ruolo politico e di intermediazione rispetto all’incontro finito nel fascicolo dell’inchiesta romana.




Caso “Cedisa” e “La quiete”: I lavoratori denunciano Calabrese in Procura

Alla fine le vertenze del centro diagnostico “Cedisa” di Salerno e della casa di cura “La quiete” di Capezzano  sono arrivate in procura con una denuncia-querela sottoscritta, nel caso de  “La quiete”, da tutti i lavoratori. Una denuncia nella quale si chiede un immediato intervento della procura della repubblica e nella quale i lavoratori chiedono di essere sentiti quale persone informate dei fatti. Una richiesta dell’intervento della magistratura che arriva nel giorno dell’occupazione anche  del Cedisa. Qui gli stipendi vantati dai 32 lavoratori sono ormai 15.  Un filo comune unisce le due strutture situate ad un paio di chilometri di distanza l’una dall’altra.
La rabbia nei confronti di Leonardo Calabrese, l’imprenditore salernitano che viene accusato di essere il principale artefice del dramma che in questi giorni stanno vivendo tutti i dipendenti delle due strutture.
Al centro diagnostico Cedisa ieri mattina i lavoratori minacciavano il suicidio, accusando le istituzioni di essere stati attenti alla vertenza che li riguarda. «Dov’è il sindaco di Salerno?» – si chiedevano – «Questo  centro è nel territorio salernitano» – hanno gridato a gran voce appellandosi infine anche al neo governatore Vincenzo De Luca come facevano a due chilometri i loro colleghi de “La quiete”.
Nel frattempo, sempre nella mattinata di ieri, Antonio De Sio, dipendente della casa di cura appena fuori Salerno e sindacalista della Cisl, si è recato presso la Procura della Repubblica a depositare la richiesta di intervento della magistratura. «Abbiamo detto tutto quello che è accaduto  in questi anni  e vogliamo  che chi ha sbagliato paghi» – afferma De Sio.
Intanto questa mattina un altro dossiere sarà consegnato al procuratore capo Corrado Lembo: a stilarlo e consegnarlo Angelo Di Giacomo della Cgil. Le vertenze procedono solo apparentemente separate, come conferma anche il segretario generale della funzione pubblica della Cgil di Salerno Angelo De Angelis. «Non ci resta che  chiedere l’intervento della procura della Repubblica. E non finisce qui» – dice il numero uno della funzione pubblica cigiellino – «Scriveremo anche ai ministri della sanità e degli interni, perché la situazione è grave e drammatica e noi temiamo che alla fine possano esserci problemi di incolumità pubblica. L’incontro fallito in prefettura ci ha lasciati senza parole».
Cosa ci sarà  domani nel dossier che sarà presentato a Lembo? Facile immaginarlo se si prende in considerazione ciò che dice Angelo de Angelis alla domanda su cosa pensa del patron Calabrese: «L’atteggiamento dell’imprenditore Calabrese  è irresponsabile e secondo me, e mi assumo tutte le responsabilità, anche truffaldino. I lavoratori stanno continuando a lavorare e con i loro stipendi pagano le tasse evase da Calabrese. Quello che sto dicendo risulta da atti ufficiali».
Insomma, la vertenza rischia così di passare dalle strutture sanitarie e dalle sale della prefettura alle aule di tribunale.
Alessia Bielli

 

Il dramma dei dipendenti: «Ho il cancro ma non ho i soldi per curarmi»

Ogni lavoratore ha una storia da raccontare. Storie di disagio. Storie di persone perbene che con dignità cercano di guardare avanti e di sbarcare il lunario.
Più di un anno senza stipendio si è tradotto, per molti ,in debiti, umiliazioni, privazioni per sé e per la propria famiglia.
C’è chi non ha paura di dirlo e lo scrive anche sui social network come  Raffaele Romeo, uno dei tanti dipendenti della Quiete: «Sono senza parole…i detti non si smentiscono. “O sazio nu crer o riun”: questo messaggio vorrei che lo recepissero i signori dell’Asl, dell’Agenzia delle Entrate, Equitalia e Inps, i quali avrebbero dovuto trovare una soluzione affinché si sbloccassero queste somme per erogare dopo ben 11 mesi e tra poco 12. I nostri sacrosanti diritti è cioè il salario, fermo oramai a guigno 2014. Del nostro datore di lavoro non vale la pena neanche parlarne; non ci sono aggettivi per definirlo: sono semplicemente disgustato. Volevo terminare nel dire attenzione perché la soglia di sopportazione a tutto ciò ha superato di molto il livello massimo di allerta. Una sola parola: “vergogna”». Uno sfogo durissimo, chiaro segnale di un’esasperazione senza precedenti e più che mai motivata.
C’è stato anche qualcuno che, per ricevere gli stipendi arretrati, cosa che era data per certa, qualcuno ha dovuto farsi una nuova carta di credito e per farlo si è dovuto far prestare i soldi da amici rimettendoci anche 15 euro.
Scendendo giù al Cedisa la storia non cambia. Liliana Alfano che ha dato tutta se stessa al lavoro parla di «istigazione al suicidio».
Una coppia, marito e moglie, tutti e due impiegati al Cedisa, con una figlia che ha avuto problemi di salute, parlano del dramma senza fine, di un’assenza di reddito che dura quasi da un anno e mezzo.
Ed infine un dramma nel dramma, perchè uno dei 31 lavoratori ha scoperto di essere malato di cancro: «Ho dovuto rinunciare ad andare la settimana scorsa a curarmi – racconta – non avevo i soldi per farlo».
(al.bi)




Salerno. Caso Intertrade: La tassazione ‘creativa’ e una lobby che c’è e si vede

Il problema non è soltanto il meccanismo delle anticipazioni a gogò della Cciaa a Intertrade : io ti dò del danaro ma non ti chiedo niente in cambio, tu pensa ad internazionalizzare le imprese (abbiamo visto come), i soldi, magari, non restituirmeli neppure perché sono “attività istituzionali” ma, se proprio devi, poi si vedrà. Passa un giorno, ne passano due, alla fine ti trovi con un buco in pancia con parecchi zeri da sistemare. E chi sistema? Fin qui ci hanno pensato i contributi annuali versati dalle imprese alla Cciaa. Ma, soprattutto, chi controlla? I revisori del conto? A giudicare dalle visure delle nomine sembra che alla presidenza del collegio di Intertrade ci sia la stessa persona dal 2000:  15 anni in quel posto, per conto del Ministero dell’Economia, come hanno consentito di leggere i dati contabili, i crediti eternamente attivi che in bilancio segnano sempre “+” e non “-” come legge e buon senso suggerirebbero?
Intertrade è il paradigma locale del guaio delle aziende speciali in Italia: altrove vi hanno messo mano, in altri posti hanno fatto peggio, così come esistono veri e propri gioiellini a disposizione delle imprese e delle comunità (com’era nelle attese della società salernitana).
Ancora: qualcuno ha mai visto un’azienda speciale per la internazionalizzazione delle imprese che debba render conto al fisco solo dell’1,7% di quanto introitato da certe partite? Va da sè che, al di là delle legittime acrobazie interpretative per delibere e determine (il 10 aprile scorso, ad esempio, c’è stata la n.122 che, motivando creativamente, versa a Intertrade altri 400mila euro) non sia immaginabile. Ires & C. quindi si versano solo su quella percentuale? E l’altro 98,30 che fine fa? Dubbi al riguardo che, se tradotti in numeri, quel buco nel bilancio lo potrebbero perfino aggravare.
Sono tempi dominati dalla stupidità per azzardi linguistici di un’ordinaria libertà di espressione ma uno dei motori di tanta schizofrenia gestionale, costata già diversi milioni al pubblico erario, risiederebbe anche in una micro-lobby relazionale personalissima, che ha innervato il circuito grazie al favore di pesanti, antichi vertici della struttura camerale, impastati in ciò per venture private. Nulla di eccezionale o di scandaloso: solo un fatto oggettivo, con caratteristiche proprie. Molto riconoscibili. A volte nefaste.
(pierre)




Salerno. Caso Intertrade: Arzano pensa alle dimissioni

di Peppe Rinaldi

Intertrade si porta dietro la Camera di Commercio.
Guido Arzano, presidente della più importante istituzione economica territoriale, raccontano sia a un passo dall’uscio. Rimugina sulle dimissioni, tenta di far quadrare il cerchio buttandola in ‘politica’, indugia con allargamenti eventuali di maggioranze, peraltro già abortiti: il che sarebbe anche fisiologico, il punto è che di margini per scansarsi la rogna delle aziende speciali collassate (non solo per il quadro normativo generale) non sembrano essercene troppi. Almeno non più. Sottovalutare il problema non è servito, tutt’altro. E poi, pezzi che hanno co-gestito negli anni partite decisive (formazione professionale, associazionismo auto-alimentato, incarichi a giro in enti, società e fondazioni del circuito, etc.) a cominciare dalla stessa Intertrade, o sono già in libera uscita oppure su sponde contrapposte a quelle che puntellano ancora il regno “del centrodestra” in Camera di Commercio. Che sarebbe poi, la prosecuzione dei precedenti con altri nomi e un po’ meno soldi. Senza immaginare cosa accadrebbe aprendo il dossier aeroporto di Pontecagnano, corpaccione sfamato per un numero indefinito di anni con un altrettanto indefinito numero di risorse pubbliche. Con esito e prospettive noti.
Se Arzano si dimetta o meno, in verità, conta relativamente perché il pasticcio dell’azienda speciale sta lievitando nella pancia del suo genitore, la Cciaa, e non lo si può più arrestare.
Come uscirsene, ora che il tribolato bilancio della società dovrà essere incamerato dalla Camera di Commercio per la relativa, successiva approvazione? Filtra voce che la giunta stia pensando -su proposta di quell’area della struttura amministrativa di vertice poco coincidente col sistema imperniato per anni attorno all’ex direttore Innocenzo Orlando- ad un’azione di responsabilità nei confronti del Cda e della direzione. I presupposti giuridici ci sarebbero pure, si tratta ora di fare una scelta ‘politica’, con le immancabili conseguenze sugli equilibri generali. Di qui, il teorico raddoppio delle probabilità che le dimissioni di Arzano si materializzino.
Un importante dirigente della Cciaa si sarebbe già mosso in questa direzione dopo aver letto a fondo la famosa due diligence  dell’azienda speciale (e, pare, dopo essersi imbufalito apprendendo da Cronache del mutuo di ottobre 2014 da mezzo milione con Montepaschi Siena), cioè la relazione della commissione ispettiva interna: che ne racconta di ogni tipo, dai buchi veri e presunti nelle casse alle immancabili consulenze, dalle retribuzioni sproporzionate al costo dei lavoratori dipendenti, e via dicendo. Una due diligence impietosa, che i nostri cinque lettori potrebbero risparmiarsi  tanta sarebbe la sovrapponibilità di questa interminabile inchiesta con la sostanza di quell’indagine.
Uno scenario complesso dunque, su cui aleggia lo spettro della Corte dei Conti, investita di un dettagliato esposto di un avvocato romano che ha lavorato a lungo in Intertrade, una denuncia articolata che rende tutti, comprensibilmente, nervosi perché i numeri che non tornano sono a sei zeri ed avranno, prima o poi, facce e nomi precisi al di là quelli intuitivamente raffigurabili. Aggiungici poi l’altra indiscrezione su un fascicolo aperto dalla procura, il clima politico mutato, i nodi finanziari al pettine, un ex direttore dato già al riparo in Germania ed ecco che parlare di dimensione pulp all’interno della Cciaa di Salerno, oggi non sarebbe tanto azzardato.




Elezioni. De Luca. “La sospensione è automatica”

di Andrea Pellegrino

«Il provvedimento di sospensione incide sul diritto di elettorato passivo» e di conseguenza «il provvedimento amministrativo che venga a disporre la sospensione dalla carica per il periodo di diciotto mesi, dunque, incide direttamente su tale diritto soggettivo». Così la Cassazione rimanda al giudice ordinario la decisione sugli effetti della legge Severino, sottraendo, dunque, ai tribunali amministrativi la competenza. Ieri è stata depositata l’ordinanza, dopo l’udienza che si è tenuta martedì scorso sul caso de Magistris e che vede ripercussioni anche sulla vicenda De Luca. L’ordinanza del Palazzaccio conferma l’orientamento degli ultimi giorni. Il verdetto delle sezioni unite della Suprema Corte si articola in 22 pagine e, rispondendo al ricorso presentato dal Movimento in difesa del cittadino – rappresentato dall’avvocato Gianluigi Pellegrino contro il sindaco di Napoli Luigi de Magistris (difeso dall’avvocato salernitano Lorenzo Lentini) – «dichiara la giurisdizione del giudice ordinario» e «previa riassunzione nei termini di legge rimette le parti innanzi al giudice ordinario». Svuotata anche la competenza sull’applicazione della legge Severino a tutti gli organi della pubblica amministrazione. Prefetti compresi. Nell’ordinanza, infatti, si legge: «Nella configurazione legislativa dell’istituto non è attribuita alla Pubblica amministrazione alcuna discrezionalità in ordine all’adozione del provvedimento di sospensione; la sospensione opera di diritto al solo verificarsi delle condizioni legislativamente previste e per il tempo previsto dal legislatore; al Prefetto non è attribuito alcun autonomo apprezzamento in ordine all’adozione del provvedimento di sospensione e non è consentito di modularne la decorrenza o la durata sulla base della ponderazione di concorrenti interessi pubblici». Sostanzialmente ai prefetti è attribuita solo una presa d’atto dell’avvenuta sospensione. Da ieri, de Magistris avrà meno di un mese per ricorrere al giudice ordinario, rischiando un nuovo provvedimento di sospensione dalla carica di sindaco di Napoli. I suoi legali sarebbero già al lavoro per presentare il ricorso. I tempi? «Il tempo tecnico di prepararlo e lo presentiamo. In ogni caso brevi», spiega una fonte vicina al sindaco. Decorsi i trenta giorni senza che ci sia stato un pronunciamento in sede civile, infatti, spetterebbe al prefetto di Napoli avviare un nuovo iter per la sospensione dall’incarico, così come prevede la legge Severino.  «La sentenza della Cassazione che accoglie il nostro ricorso fa un punto di necessaria chiarezza» – afferma l’avvocato Gianluigi Pellegrino, legale dell’associazione Movimento del cittadino che ha visto accolta dalla Cassazione la propria istanza sulla legge Severino e la competenza del giudice ordinario. «Abbiamo svelato – sottolinea il legale – l’ipocrisia di una politica che da un lato approva una legge e dall’altro pretende che il giudice amministrativo ne sospenda l’efficacia. Salvo poi, ogni giorno, la stessa politica lamentarsi della invadenza dei giudici».
Quanto al caso De Luca, è Raffaele Cantone a non nascondere che «ci sono una serie di questioni che stanno rendendo ancora più complicato il quadro di quello che già è». Ma per il presidente dell’autorità anticorruzione, «se De Luca sarà eletto, sarà il presidente del Consiglio dei Ministri a fare le sue valutazioni». E sulla costituzionalità della legge, Cantone non ha dubbi: «E’ utilissima e il nostro obiettivo è difenderla. D’altronde l’Anca ha chiesto espressamente, alla presidenza del Consiglio, di costituirsi davanti alla Corte Costituzionale per respingere le eccezioni di legittimità costituzionale. Noi, quindi, ci siamo espressi in modo chiaro: non riteniamo si tratti di una legge incostituzionale, riteniamo che anche le previsioni dei reati siano corrette, ovviamente ci poniamo un problema di sistema».
E la pronuncia della Cassazione chiarisce molti punti per il professore avvocato Gaetano D’Emma, il quale dice che «senza mezzi termini, la sospensione opera un secondo dopo l’elezione e che il successivo provvedimento del prefetto o del presidente del Consiglio ha natura meramente ricognitiva, perché l’effetto sospensivo discende direttamente dalla legge. Diviene irrilevante, allora, la questione concernente la giurisdizione. Che sia Tar o Giudice ordinario cambia poco. Il problema è che qui, in sede cautelare, si tratta di chiedere la sospensione di una legge (essendo il provvedimento meramente ricognitivo e non costitutivo dell’effetto sospensivo). Non credo ciò sia possibile».