23 i clan camorristi tra Salerno e Provincia

di Pina Ferro

Sarebbero 23 i clan camorristici operanti sul territorio della provincia di Salerno con un numero complessivo di appartenenti che sia attesta intorno alle 660 unità. Il dato viene fuori dagli elenchi ufficiali del Ministero dell’Interno il quale sottolinea che in ogni caso il numero dei clan camorristici realmente attivi sono in numero di gran lunga inferiore ai 213 censiti. Negli ultimi decenni sul territorio sono stati registrati profondi mutamenti negli assetti delle organizzazioni camorristiche con conseguente ricambio generazionale dei quadri criminali che di fatto soppiantato le originarie e storiche organizzazioni criminali della Nco (Nuova camorra organizzata) operante negli anni 80 e la Nuova famiglia operante negli anni 90. Nelle varie aree del territorio salernitano sono state costituiti molteplici gruppi criminali tra di loro indipendenti, dediti principalmente al traffico di sostanze stupefacenti, ma anche ad attività tipiche dei sodalizi di tipo mafioso quali estorsioni, rapina, usura e detenzione di armi i quali annoverano tra le loro fila non solo personaggi già noti alle forze dell’ordine ma anche nuove leve. Gli attuali sodalizi criminali pongono in atto forme organizzative meno strutturate rispetto ai vecchi clan, con il diffondersi di atteggiamenti sempre più spegiudicati, tesi a prediligere l’immediato guadagno piuttosto che il sistematico condizionamento del territorio. L’instabilità degli equilibri comporta peraltro repentini ricambi nei ruoli apicali o di responsabilità all’interno delle consorterie, con soggetti giovani che mirano ad affermare la loro lidership in aree limitate di territorio ovvero in particolari attività illecite. Nella fascia costiera a sud di Salerno e fino ad Agropoli) vi è una criminalità organizzata di matrice etnica (soggetti provenienti dai Paesi dell’Est Europa e dall’Africa) dediti soprattutto allo sfruttamento della prostituzione, alla quale avviano le proprie connazionali. Altro fenomeno particolarmente rilevante risulta essere lo sfruttamento della manodopera agricola di cittadini est europei e ed africani. Fenomeno particolarmente presente nell’entroterra della Piana del Sele. Si tratta del cosiddetto caporalato.




Estorsioni nel Napoletano: 8 arresti nel clan Moccia

Estorcevano denaro a imprenditori e commercianti. Otto arresti nel napoletano, tra Afragola e Casoria, ad altrettanti soggetti ritenuti legati al clan Moccia. I carabinieri di Casoria hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Napoli con le accuse, a vario titolo, di una serie di estorsioni, sia consumate che tentate, ai danni di imprenditori e commercianti o a comuni cittadini costretti a pagare il cosiddetto “cavallo di ritorno” per la restituzione di veicoli rubati. Gli arresti sono stati eseguiti dopo indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Erano state avviate dopo una serie di episodi a danno di imprenditori e commercianti di Casoria ed Afragola che risultavano taglieggiati con modalità camorristiche e costretti a “finanziare” le casse del sodalizio con ingenti versamenti periodici. Uno degli indagati, del settore delle onoranze funebri, è stato raggiunto da avviso di conclusione indagini: gli è stata contestata l’illecita concorrenza con minaccia o violenza poiché avrebbe tentato di monopolizzare il servizio funebre con un attentato dinamitardo ai danni di azienda concorrente, imponendo la chiusura di un’altra attività e minacciando un altro imprenditore per costringerlo a non aprire una sede locale ad Afragola e a non operare su quel territorio.




Una casa rifugio per le vittime di violenza

La città di Salerno avrà una struttura interamente dedicata alle donne maltrattate. La casa rifugio sorgerà in via Francesco Spirito al posto di un bene confiscato. Il Comune di Salerno, con l’assessorato alle Politiche Sociali, ha partecipato al Pon Legalità 2014-2020 in riferimento all’avviso “Individuazione di interventi finalizzati al riuso e alla rifunzionalizzazione di beni confiscati alla criminalità organizzata nell’ambito dell’Accordo in materia di sicurezza, legalità e coesione sociale in Campania”. L’importo richiesto nella domanda di partecipazione era pari a 350mila euro, importo approvato nella sua interezza dal Ministero dell’Interno. Con questi fondi saranno i lavori di ristrutturazione della struttura, il cui affidamento verrà individuato successivamente a seguito di un avviso pubblico. Grazie ad un finanziamento regionale, inoltre, la medesima struttura potrà usufruire di ulteriori 199mila euro che saranno destinati, appunto, alle spese di gestione del centro per la durata di due anni. La Regione Campania, infatti, ha predisposto dei fondi per case rifugio per donne maltrattate che dovessero sorgere sul territorio campano. Il bene confiscato di via Spirito è una delle tre destinazioni individuate a livello regionale. “La casa rifugio sarà il punto di riferimento e raccordo con i tanti validi centri antiviolenza presenti sul territorio che – spiega l’assessore alle Politiche Sociali, Nino Savastano – stanno lavorando per arginare e contrastare questo drammatico fenomeno. Sui 18 progetti ritenuti ammissibili a livello regionale, quello presentato dal Comune di Salerno si è posizionato al quarto posto, con il finanziamento dell’intero importo. Questo a riprova della validità della proposta che sono certo sarà fondamentale per la nostra collettività. I lavori di ristrutturazione partiranno quanto prima proprio per dare una risposta immediata a quelle donne che vivono situazioni di disagio familiare, violenza e soprusi”. «La violenza sulle donne è un tema che mi sta particolarmente a cuore di cui mi occupo spesso e finalmente ciò di cui abbiamo sempre parlato e discusso si concretizza. – ha sottolineato il consigliere comunale Veronica Mondany (nella foto) – finalmente parliamo di mura di pavimento di realtà. Protezione, casa, rifugio! Per una donna dopo aver denunciato inizia il periodo più critico perché è in quel momento che si concretizza il rischio maggiore di sopraffazione e violenza. Quindi le donne che hanno questo coraggio devono essere ospitate in un ambiente protetto essere messe in condizione di sicurezza. Sono certa che molte donne siano frenate nella denuncia per le difficoltà nel trovare ospitalità protetta non accessibile al violentatore. Le case rifugio sono un traguardo! Grazie Nino, grazie assessore per aver concretizzato ciò che le donne aspettavano da tempo!».




Il Comune: un parcheggio nell’area confiscata a “Jenni”

Andrea Pellegrino

Un parcheggio nell’area confiscata alla criminalità organizzata. Via libera alla richiesta di trasferimento del bene da parte dell’agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati al Comune di Salerno. Si tratta di un’area di più di mille metri quadrati in via Calata San Vito che l’amministrazione comunale vorrebbe destinare a parcheggio e che, con molta probabilità, sarà affidato a terzi attraverso una apposita proceduradi gara. Il decreto di confisca risale all’11 agosto. Si tratta dell’ex Genial’s Car – rivendita di auto usate – che fu sottoposta a sequestro nel 2008 al salernitano Gerardo Schembari, detto Jenny, già condannato nel 2007, alla pena di un anno e quattro mesi per spaccio di sostanze stupefacenti. Da Palazzo di Città, dunque, la volontà di acquisire l’area di Calata San Vito. L’ultima parola spetterà all’Agenzia nazionale.




Alla camorra fa gola la “Cosa pubblica”

Le organizzazioni criminali presenti sul territorio della provincia d Salerno hanno sviluppate incisive tecniche di penetrazione nel tessuto socio-economico, politico e imprenditoriale locale. Le altre attività illecite maggiormente diffuse sono l’usura e l’esercizio abusivo del credito. Quindi non solo traffico di droga per finanziare altre attività illecite, ma anche tentativi di controllare appalti e opere pubbliche. E’ quanto emerge dalla relazione semestrale della Direzione Investigativa antimafia per quanto concerne il territorio di Salerno e la sua provincia. Relazione, pubblicata ieri e, che fa riferimento al primo semestre del 2017. L’analisi della presenza criminale sul territorio è contenuta nella più ampia relazione che fotografa l’intero territorio nazionale. Per quanto riguarda gli assetti criminali non sono stati registrati significativi cambiamenti rispetto ai semestri precedenti. Le organizzazioni criminose di maggiore spessore e di più datato radicamento hanno sviluppato, accanto agli affari illeciti “tradizionali” (traffico di stupefacenti in primis), sempre più incisive tecniche di penetrazione nel tessuto socio-economico, politico e imprenditoriale locale. Si tratta di un’interferenza finalizzata a controllare alcuni settori nevralgici dell’economia provinciale (costruzione di opere pubbliche, forniture di servizi, gestione dei servizi per l’ambiente) anche attraverso il condizionamento degli Enti territoriali locali. Il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti (acquistati da fornitori per lo più dell’hinterland partenopeo) risultano le attività delinquenziali maggiormente diffuse, assieme all’usura e all’esercizio abusivo del credito. A Salerno si conferma il ruolo di primo piano del clan D’Agostino. I comuni della costiera Amalfitana, pur se non manifestamente interessati da sodalizi endogeni, restano esposti alle mire di gruppi camorristici di altre province (napoletani e casertani), interessati innanzitutto al settore turistico – ricettivo. Vietri sul Mare si caratterizza, invece, per la presenza di sodalizi criminali autoctoni, quali la famiglia Apicella. A Cava dei Tirreni si rileva l’influenza del clan Bisogno, storicamente operante nella zona e dedito alle estorsioni in pregiudizio di operatori economici; tuttavia nell’area cittadina, in una posizione non antagonista, sono attivi piccoli gruppi criminali che gestiscono traffici di stupefacenti, usura ed estorsioni. Nella Valle dell’Irno, soprattutto a Mercato San Severino, si segnala una neo-costituita consorteria criminale, promossa e organizzata da un pregiudicato originario di Pagani (il riferimento è a Pietro Desiderio), che si sarebbe imposto  quale referente locale sia per le attività estorsive in danno di commercianti, sia per il traffico di stupefacenti. Nel comune di Baronissi e nei limitrofi centri di Fisciano, Lancusi e Montoro, – dove insistono importanti insediamenti commerciali – risulta operativo il clan Genovese. A Castel San Giorgio, Siano e Bracigliano, a seguito dell’indebolimento del clan Graziano di Quindici (Avellino), si è riscontrata l’operatività, in attività di riciclaggio, della famiglia Cirillo, sodalizio criminale attivo negli anni ‘80 e ‘90 sulla costa Ionica calabrese. L’Agro Nocerino-Sarnese è la zona della provincia di Salerno in cui la criminalità organizzata di stampo camorristico si è tradizionalmente, e più incisivamente, imposta. In particolare, a Nocera Inferiore si conferma l’operatività del gruppo Mariniello, con attività illecite che spaziano dallo spaccio di stupefacenti all’infiltrazione negli appalti pubblici, ai prestiti usurari ed alle estorsioni. Ad Angri, il controllo dei principali traffici illeciti resta appannaggio di pregiudicati già affiliati al clan Nocera, alias “i Tempesta”, attualmente indebolito a seguito della collaborazione di esponenti di vertice del sodalizio. A Pagani permane il gruppo Fezza-Petrosino-D’Auria, militarmente ancora forte, e dotato di ingenti disponibilità economiche, frutto di usura, estorsioni e traffico di sostanze stupefacenti. A Sarno è presente il clan Serino e si conferma l’operatività di una locale espressione del clan Grazianio di Quindici (Avellino). Il territorio di Scafati, per la sua posizione di confine tra le province salernitana e napoletana, rappresenta un importante crocevia per la conduzione di traffici illeciti e di alleanze strategiche tra gruppi criminali operanti a livello interprovinciale, in particolare nel settore del traffico di sostanze stupefacenti, con il clan Loreto- Ridosso, che esercita una forte ingerenza nell’area. Nel territorio compreso tra i comuni di Eboli, Campagna e Contursi, dopo la disarticolazione dello storico clan Maiale, si sono creati piccoli gruppi, alcuni guidati da ex affiliati al citato sodalizio e altri autonomi, che starebbero tentando di ritagliarsi uno spazio per il controllo e la gestione delle attività illecite. L’area compresa tra i comuni di Battipaglia e Pontecagnano vede invece protagonista il clan Pecoraro-Renna, gestito da nuove leve impegnate ad acquisire risorse per mantenere le famiglie degli associati in carcere e conservare la leadership nella zona. Sul territorio di Bellizzi è attivo il clan De Feo, mentre il Cilento, pur non evidenziando sodalizi autoctoni strutturati, attesa la particolare vocazione turistico – ricettiva, risulta esposto agli interessi dei clan napoletani. Il Vallo Di Diano si conferma zona d’interesse per sodalizi criminali di diversa matrice, essendo posto a cerniera tra l’alta Calabria, la Campania e la Basilicata. Nel comprensorio sono operativi due gruppi criminali che mantengono rapporti di collaborazione con i clan dell’alto Tirreno cosentino e con sodalizi napoletani, autofinanziandosi con usura, estorsioni, traffico di armi e di stupefacenti.

A Scafati minato il funzionamento del Comune

Il 5 aprile dello scorso anno, la sezione Operativa della Dia di Salerno, guidata dal colonnello Giulio Pini, nell’ambito dell’indagine “Sarastra”, ha eseguito una misura cautelare personale, emessa dalla Direzione distrettuale antimafia presso il Tribunale di Salerno, nei confronti di due responsabili di estorsione aggravata in danno di imprenditori del settore ortofrutticolo. In manette finirono Giovanni e Giuseppe Fusco di 61 e 32 anni (padre e figlio) affiliati al clan “Loreto-Ridosso” operante a Scafati. Il clan, oltre a gestire le tradizionali attività illecite, è riuscito ad infiltrare l’amministrazione locale, minando il regolare funzionamento del Comune, il cui Consiglio è stato sciolto nel mese di gennaio per condizionamento mafioso. Anche in questo caso, gli elementi forniti dal Ministro dell’Interno a supporto della proposta di scioglimento appaiono emblematici di come l’infiltrazione nell’attività amministrativa dell’Ente abbia avuto ampie ripercussioni negative su tutto il contesto sociale. E cio,̀ riporta il provvedi- mento, in conseguenza di “un patto in base al quale il primo cittadino, in cambio di sostegno elettorale, si è impegnato a far ottenere l’aggiudicazione di appalti comunali ad imprese riconducibili al clan”. Frutto di tale accordo sono state, da un lato, la candidatura, alle consultazioni amministrative del 2013, di un soggetto vicino ad ambienti criminali (eletto consigliere comunale ed indagato per il reato di scambio elettorale politico-mafioso), dall’altro, la nomina di una persona, indicata dalla criminalità organizzata, alla carica di vicepresidente di una società totalmente partecipata dal Comune. In tema di abusivismo edilizio, ricorrono, poi, anche per il Comune di Scafati “molteplici inefficienze ed omissioni – quali la mancata esecuzione di ordinanze di demolizione o la mancata acquisizione al patrimonio comunale di manufatti abusivi – di cui si sono avvantaggiati anche soggetti legati alle locali associazioni camorristiche o ad esse ritenuti partecipi”.

Confisca di beni per 500mila euro a Ricciardi

Nel mese di aprile scorso, la Dia di Salerno ha eseguito, ad Eboli, un provvedimento di sequestro nei confronti di Giovanni Ricciardi, già affiliato al clan Maiale e poi passato al sodalizio Fabbiano-Capozza, anche questo operante nella Piana del Sele. L’ingente patrimonio accumulato era frutto di molteplici con- dotte criminose, tra le quali l’usura, praticata in danno di imprenditori in difficolta,̀ sottoposti, peraltro, anche a pesanti vessazioni in caso di mancati pagamenti. Gli accertamenti patrimoniali hanno permesso di instaurare il procedimento di prevenzione antimafia a carico di Ricciardi, che, poco più che ventenne, nel 1993 fu denunciato per associazione per delinquere finalizzata a diverse rapine e furti, fino all’arresto per usura. Gli inquirenti, infatti, lo ritengono responsabile di almeno quattro episodi di natura usuraria, tra il 2009 e il 2013. Sono stati sottoposti a confisca quattro terreni agricoli (intestati alla suocera Maria Rosaria Giordano, su uno dei quali insiste un fabbricato in corso di realizzazione), un rapporto bancario (intestato a Ricciardi), 2 rap- porti bancari e 1 rapporto postale intestati alla moglie Luisa Zunica e la ditta individuale “Ricciardi Giovanni” per un valore di 500 mila euro.




I beni della criminalità alla Giustizia

Pina Ferro

Sottratti alla criminalità organizzata, da ieri accolgono gli archivi storici del Tribunale di Salerno. Si tratta di due capannoni ubicati nella zona industriale di Salerno che ieri mattina sono stati consegnati dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata e dall’Agenzia del Demanio al presidente della Conferenza permanente presso la Corte di Appello di Salerno, Iside Russo. La struttura, già suddivisa in due unità indipendenti, è stata confiscata a seguito della sentenza della Corte di Appello di Lecce a carico di alcuni esponenti della Sacra Corona Unita condannati, tra l’altro, per riciclaggio. I proprietari avevano affittato i capannoni, fino al marzo dello scorso anno, ad una società risultata estranea alla vicenda. La procedura di assegnazione al distretto della Corte di Appello salernitana è iniziata nel febbraio del 2016 e comprende anche altre strutture, ricadenti sul territorio comunale di Battipaglia, dove sorgeranno sempre archivi. «Questo – evidenzia Russo – consentirà anche di liberare gli spazi della cittadella giudiziaria- che sono già intasati». Sarà più agevole, dunque, la consultazione del materiale per gli avvocati e per i cittadini. «I tempi per il completamento – continua il presidente della Corte – prevedono la collaborazione del Provveditorato alle Opere pubbliche e anche dell’Agenzia Del Demanio». Saranno realizzati archivi secondo un modello standard moderno, adoperando i cosiddetti “archivi compattati”, con i quali si evita il deterioramento dei materiali. Con questa operazione si risparmieranno ventimila euro all’anno che, ad oggi, vengono pagati per la locazione di un altro deposito, che sarà liberato a breve. In tutta la provincia di Salerno, sono circa 340 i beni confiscati alla criminalità organizzata.




La moglie di Pecoraro era il tramite del marito in carcere

Pina Ferro

Camorra nella Piana, Sabino De Maio: «La moglie di Pecoraro era il tramite del marito in carcere. Mio cugino carabiniere sapeva, taceva ed ha intascato qualche regalo in denaro»

E’ un fiume in piena Sabino de Maio che sta ricostruendo pezzo per pezzo l’intera attività criminale dei sodalizi presenti nella Piana del Sele e in altre zone della provincia. Fatti e circostanze ben dettagliate, quelle contenute nei fascicoli delle dichiarazioni in possesso della Procura di Salerno. Ieri mattina, il pubblico Ministero Marco Colamonici in apertura dell’udienza preliminare a carico degli oltre 90 indagati a seguito del blitz “Omnia”, ha depositato agli atti nuove rivelazioni fatte dal collaboratore di giustizia. Oltre agli inagati presenti nell’aula di Corte di Assise e di Appello, dinanzi al Gup Indinnimeo, collegati in videoconferenza vi erano anche Sabino De Maio ed altri due collaboratori di giustizia: Paolo Podeia e Lucia De Sio. Questi ultimi, da diverso tempo sono entrati a far parte del sistema centrale di polizia. A seguito del deposito agli atti delle nuove dichiarazioni di Sabino de Maio, il magistrato ha aggiornato l’udienza al prossimo 30 ottobre nell’aula bunker di Fuorni. Estosioni, controllo dei trasporti su gomma di prodotti agricoli, gestione delle piazze dello spaccio, e ancora clan Pecoraro – Renna e suoi referenti sul territorio sono solo alcuni degli argometi trattati nelle oltre settanta pagine messe agli atti ieri mattine. E. così come accaduto per altri procedimenti in corso anche in questo fascicolo compaiono numerosi omissis che dovrebbero essere svelati nelle prossime settimane. Il clan Pecoraro – Renna, secondo quanto affermato a Sabino De Maio, contiuava ad operare sul territorio della Piana del Sele. Francesco Pecoraro imponeva ancora il suo volere attraverso la moglie Cinzia Rizzo . Lei era “intermediaria tra il marito detenuto ed il nostro gruppo, anche nella individuazione delle strategie criminali e dei soggetti da colpire, nonchè colei alla quale, nel corso del tempo ho riversato parte dei soldi dell’attività criminale compiuta dal gruppo Pecoraro da me diretto”.Un linguaggio chiaro e preciso quello utilizzato da De Maio che spiega con dovizia di particolari anche gli attentati ai danni di alcuni imprenditori. In tre ieri si sono costituiti parte civile nel procedimento in corso. Parlando della gambizzazione ai danni di Alessandro Cataldo De Maio spiega “La sua gambizzazione fu ideata e disposta da me, Ciccio Mogavero, Enrico Bisogni e Sergio Bisogni nel corso di un incontro tenutosi sul piazzale dove Sergio Bisogni ha i camion della sua ditta di traslochi….. La gambizzazione commissionata da noi fu materialmente perpetrata a bordo di un motorino di provenienza furtiva, poi abbandonato a Campigliano nei pressi di un cementificio. Fu utilizzata una pistola calibro 7,65 con silenziatore. Quando demmo ‘incarico agli esecutori non sapevamo quando sarebbe avvenuta.”

 

Ampia descrizione viene riservata ai rapporti che legavano Sabino De Maio al cugino carabinieri in servizio prima a Balvano e successivamente a Giffoni alle Piana. A detta del collaboratore di giustizia il militare era a conoscenza dell’attività criminale del congiunto che frequentava quasi con cadenza giornaliera. Durante gli incontri pare che il collaboratore raccontasse all’esponente delle forze dell’ordine quello che il suo gruppo malavitoso faceva. “…In più occasioni ho incontrato mio cugino assieme anche a Francesco Mogavero ed i gemelli Bisogno”. Si tratta di soggetti che il militare conosceva personalmente e che quindi non avevano problemi a parlare in sua presenza delle varie attività da intraprendere compresi gli atti indimidatori commessi dal sodalizio. “Invece non ho mai parlato con lui specificamente dello spaccio di stupefacente gestito dal nostro gruppo se non in occasione della scomparsa di Raffaele Sorriento…”, De Maio dopo aver spiegato il tutto al cugino carabiniere gli chiese di la cortesia di verificare sulle banche dati delle forze dell’ordine “notizie circa un eventuale arresto del predetto… Dopo qualche giorno ci disse che dai computer della caserma non risultava alcun arresto in Italia a carico del Sorriento”. Il rapporto tra i due cugini era molto stretto e lo si evince anche in occasione di un attentato subito da Sabino De Maio. “Pur non avendo esplicitamente richiesto a mio cugino di omettere di riferire quanto accaduto ai suoi superiori, di fatto ciò accadde in quanto dato per scontato”. Il carabiniere avrebbe anche aiutato il cugino e Biagio Parisi a nascondersi in un periodo in cui erano convinti di avere il fiato sul collo da parte degli investigatori. In un primo momento De Maio e Parisi si rifugiarono in montagna, successivamente furono raggiunti dal militare e da una persona di Balvano che si occupò di sistemarli in un deposito di mobili dove restarono per circa una settimana. E, al carabiniere, Sabino De Maio non avrebbe lesinato di fargli qualche regalo in denaro. “Il riferimento è ad un cavallo di ritorno fatto ad un tale Antonello (n.d.r. vicino di casa del carabiniere) a cui fu rubato il furgone a Montecorvino: mio cugino venne da me chiedendomi di ritrovarlo, io chiesi a Sergio Bisogni, il quale si rivolse allo zingaro che si occupava di questo e quando il furgone fu restituito anche a mio cugino fu versata una parte del riscatto pagato dall’Antonello”. Successivamente vi sarebbe stata un’altra occasione in cui il militare della Benemerita avrebbe intascato denaro consegnatogli da Sabino De Maio. E, il militare avrebbe anche fatto stringere rapporti tra Sabino De Maio e un certo Cossidente capozona del clan Basilischi. Con lui furono progettate delle rapine ad uffici postali e blindati. Progetti che non furono portati a termine a causa di una interruzione dei rapporti da parte di De Maio che non aveva ricevuto il pagamento di una fornitura di stupefacente. Tra il 2007 ed il 2008 De Maio e Biagio Parisi effettuarono dei sopralluoghi a Balvano al fine di organizzare delle rapine ai tir che trasportavano salumi. Il militare pur essendo a conoscenza dei piani non si è fatto coinvolgere nell’azione. “I basisti furono dei soggetti originari di San Giuseppe Vesuviano ma residenti a Balvano….. Il personaggio di San Giuseppe che ci fece da basista per la rapina al camion di salumi, era lo stesso presentatoci da mio cugino quando, con Biagio Parisi, decidemmo di allontanarci dal territorio per evitare possibili arresti”. Tale soggetto “in quell’occasione mi regalò l’auto Bmw S.W. grigia che avremmo dovuto utilizzare per la rapina. Anche in questo caso De Maio precisa che il militare non è mai salito a bordo dell’automobile in questione. Poco dopo tali episodi fu arrestato. Nelle dichiarazioni rese il collaboratore parla anche dei suoi rapporti con il cognato Leopoldo Ferullo, e di molteplici altre attività.




Scafati. Paolino: “Quelle stesse persone mi sussurravano Monica sei grande”

Di Adriano Falanga

<<Quelle stesse persone che mi sussurravano ‘Monica sei grande’, trovano più giusto voltare le spalle al consigliere regionale e all’ex sindaco indagati>>. Monica Paolino sceglie di rompere il silenzio, ha tenuto un profilo basso e riservato, poi l’intervista di Cronache a Patrizia Sicignano, la richiesta di dimissioni del deputato grillino Angelo Tofalo, hanno dato l’input per un lungo sfogo che la consigliera regionale condivide sulla sua pagina social. <<E’ più giusto così, forse più conveniente o forse è la conseguenza di un desiderio non soddisfatto, di condizionare ancora consiglieri e scelte – continua la Paolino – ricordo ancora chi decise in consiglio comunale di votare o meno il Bilancio. Ma tant’è. Nella vita tutto può accadere>>. Tra le righe, appare evidente il riferimento ai fratelli Sicignano, che con Daniela Ugliano hanno ammesso davanti all’antimafia il suo forte condizionamento politico subito dal marito ex sindaco Pasquale Aliberti. Quanto alla richiesta di dimissioni avanzata da Tofalo, la forzista puntualizza: <<Puntano il dito se sei un loro avversario e ti comprendono e tacciono sugli avvisi di garanzia che riguardano esponenti della loro parte politica. Forcaioli o garantisti a seconda della convenienza. Mi sarei aspettata, invece, un commento sull’archiviazione del procedimento a mio carico sulla questione dei ‘rimborsi facili’, dopo essere stata sbattuta in prima pagina per mesi>>. Ricorda le sue dimissioni da presidente della commissione anticamorra, quando le fu notificato l’avviso di garanzia: <<Non so quanti lo avrebbero fatto>>. Rivendica il suo operato la consigliera regionale, oggi al secondo mandato, dopo essere stata in maggioranza con Stefano Caldoro. <<Le opere in itinere sul territorio, i finanziamenti intercettati dall’Europa e il lavoro di squadra con tanti amministratori, riflettono l’orgoglio del mio lavoro, silenzioso, perché la concretezza per me è sempre stata più importante del fumus. Lo sanno bene i sindaci, gli amministratori, la gente comune, che nei cinque anni in maggioranza, hanno avuto la possibilità di entrare in contatto con la mia segreteria e vivere da vicino le opportunità regionali>>.

Dopo la chiusura delle indagini e a due anni dall’avviso di garanzia, la Paolino entra nel merito delle accuse che la riguardano: <<Non ho mai fatto promesse in cambio di voti, ma ai territori ho sempre illustrato ciò che di buono era stato realizzato con passione e spirito di servizio nei cinque anni di governo Caldoro. Le accuse contro la mia persona sono ridicole – continua lady Aliberti – C’è un “pentito” che dice di aver raccolto per me voti in comuni nemmeno ricompresi nel perimetro del mio collegio, senza considerare l’ostacolo costituito dalla sua detenzione a Fuorni. Un altro è stato finanche incapace di ricordare il mio cognome: troppe volte ha suggerito di scrivere il mio nome sulla scheda da compromettere in maniera irreversibile la sua memoria>>. Curiosa la spiegazione che offre del comizio tenuto a casa di Anna Ridosso: <<avrei partecipato ad una riunione pubblica organizzata da presunti camorristi, confondendo costoro con i ragazzi presenti, giovani ed entusiasti>>. E’ un fiume in piena Monica Paolino: <<E’ una strana camorra quella con cui avremmo avuto a che fare, capace di farsi promettere di tutto e di non ottenere nulla. Incolpevole è anche la magistratura costretta a reggere il cero ad un dichiarante che cerca a tutti i costi di guadagnarsi un posto in paradiso, o ad un imprenditore o ad un politico disperato>>. Rivendica, con forza, il suo ruolo istituzionale: <<Oggi rappresento ancora circa 14 mila persone dei 160 comuni della Provincia di Salerno ed è per loro che devo continuare a lavorare per il territorio, con la stessa serietà, che mi ha contraddistinto fino ad oggi. Ho un dovere morale, oltre che politico, verso queste comunità, ma soprattutto ho un dovere morale nei confronti della mia famiglia, che mai e poi mai si è sporcata le mani>>. Sono momenti difficili, e la Paolino non lo nasconde: <<due anni e più di lacrime, di ferite lancinanti, di dolori e di notti insonni. Neanche ai nostri più accaniti nemici mi sento di augurare una tale sofferenza>>.




Uccise il figlio del boss Marrandino, ergastolo ad Umberto Adinolfi

Pina Ferro

Per l’omicidio del figlio del boss della Piana, Vincenzo Marrandino e di Antonio Sabia è stato condannato con il rito abbreviato all’ergastolo Umberto Adinolfi, meglio conosciuto come “‘a Scamarda”. La sentenza è stata emessa ieri mattina dal giudice per le udienze preliminari el Tribunale di Salerno Sergio De Luca il quale ha anche disposto per l’imputato, difeso da Vincenzo Senatore del foro di Nocera, l’interdizione dai pubblici uffici e la decadenza della potestà genitoriale. Inoltre, a parte il risarcimento dei danni da definirsi in sede civile e le spese processuali, il Gip De Luca ha anche disposto una provvisionale di 50mila euro a favore di ciascuna delle parti civili. Vincenzo Marrandino, 29 anni e Antonio Sabia, 26 anni, furono trucidati il 30 luglio del 1986 a Capaccio. A costituirsi parte civile nel procedimento giudiziario sono stati Maria Grazia De Benedictis, moglie di Sabia e il figlio di questi, Carmine Sabia (all’epoca dei fatti aveva appena tre anni) attraverso gli avvocati Massimo e Giovanni Falci. Nello scorso mese di Giugno Umberto Adinolfi era già comparso dinanzi al Gup De Luca. In quell’occasione l’imputato, dopo trenta anni, aveva ricostruito i momenti che avevano preceduto la morte del figlio del boss e del suo autista. Giovanni Marrandino, oggi 80enne, da sempre vicino al clan Maiale e cassiere della Nco di Raffaele Cutolo. Nel corso del racconto reso al Gup De Luca, Umberto Adinolfi, in più occasioni scagionò lo zio Vincenzo Cosenza, già assolto a suo tempo nei vari gradi di giudizio. Adinolfi ha affrontato per la seconda volta il primo grado di giudizio. Gli autori dell’omicidio, individuati in Umberto Adinolfi e Salvatore Mercurio avevano già affrontato il processo in tutti e tre i gradi. Ma, mentre per Mercurio la condanna è divenuta definitiva, per Adinolfi le cose sono rtornate al punto di partenza. Umberto Adinolfi fu arrestato in Spagna nel 2005 e successivamente estradato in Italia dove è stato processato per i vari reati a lui ascritti. Tra le varie condanne vi è anche un ergastolo per l’omicidio dell’imprenditore Salvatore Vaccaro. I giudici della Cassazione chiamati ad esprimersi sull’omicido del figlio del boss Marrandino e del suo autista Sabia confermano l’ergastolo per Mercurio ma rinviano gli atti alla fase preliminare per quanto concerne Adinolfi in quanto riscontrano un difetto di forma. In pratica, a suo tenpo, le autorità italiane avrebbero chiesto alla Spagna l’estradizione di Adinolfi solo per reati concernenti il traffico di droga e non per l’omcidio. Per tale motivo per i giudici della Suprema Corte il processo doveva ripartire dall’inizio. Nell’udienza dello scorso mese di giugno Adinolfi, raccontò che nell’estate del 1986 si trovava a Capaccio in quanto stava trascorrendo un periodo a casa dello zio Vincenzo. Il giorno dell’omicidio Salvatore Mercurio si sarebbe recato a Capaccio, per far visita all’amico Adinolfi che aveva conosciuto tempo addietro in Perù. Questo, quello che credeva Adinolfi, il quale ribadì di non essere a conoscenza di quelli che erano i piani omicidi di Mercurio. E quando Mercurio chiede ad Adinolfi di accompagnarlo a fare una commissione, Adinolfi non esita ad accettare e, a mettersi alla guida della sua Fiat 112. Giunti più o meno all’altezza di Ponte Barizzo, sempre secondo il racconto di Adinolfi, i due si fermano: Mercurio con il binocolo cominciò a scrutare i movimenti di Antonio Sabia. In realtà l’obiettivo era il figlio del boss Marrandino. Mercurio voleva vendicarsi per degli affronti subiti da Vincenzo Marrandino nel carcere di Poggioreale. Sabia era la strada che lo avrebbe portato al suo obiettivo: Vincenzo Marrandino si muoveva sempre in compagnia di Sabia che gli faceva da autista, quindi, individuato l’autista ed i suoi spostamenti era facile mettere a segno la vendetta. Infatti poco dopo all’orizzonte comparve Vincenzo Marrandino. Mercurio e Adinolfi mettono in atto l’agguato. Mercurio spara diversi colpi in direzione dell’auto dove si trovano Sabia e Marrandino. Ad un tratto la pistola si inceppa, allora esorta Adinolfi a sparare visto che lui a Capaccio era conosciuto. Adinolfi spara. Sabia non muore subito e riesce, nonostante ferito ad allontamarsi e cercare riparo tra i campi ma Mercurio torna in auto prende un’altra pistola e lo uccide. L’unica colpa di Sabia era quella di essere l’autista di Marrandino.




Scafati. Escalation criminalità: lo Stato balbetta, la camorra parla…e troppo. Lo sappia Minniti

Di Adriano Falanga

Stava approssimandosi l’alba di un nuovo giorno, a 24 ore di distanza dall’ultimo raid camorristico, quando una pattuglia dei carabinieri di Angri riscontrava l’ennesimo attentato. Via Monte Grappa è in pieno centro città, a cento metri dal Municipio, di spalle ad un noto istituto bancario. Saranno decine le videocamere di sorveglianza che avranno ripreso scene dell’attentato. Ma a Scafati servono a poco, non è azzardato dire a nulla. Dal 2012, anno in cui cominciò l’escalation delle bombe, non un solo mittente è stato identificato. E mentre l’antimafia da due anni cerca di arrestare l’ex sindaco Pasquale Aliberti (ancora non rinviato neanche a giudizio) la camorra s.p.a si adopera freneticamente. Ieri notte sul posto si è trovata una pattuglia di Angri, e non è la prima volta che questo comando interviene a Scafati. Questo mostra chiaramente la misura delle difficoltà in cui si trova lo Stato a imporre la legalità. La città è ferma alle parole di Salvatore Malfi, Prefetto di Salerno, pronunciate lo scorso 14 agosto. La commissione straordinaria prova a districarsi nei meandri burocratici per racimolare qualche centinaio di migliaia di euro per potenziare la videosorveglianza pubblica. E alla Tenenza dei Carabinieri di via Oberdan manca da mesi il nuovo Tenente. Può essere mai questa la risposta dello Stato? Eppure, dopo il vertice sulla sicurezza del 14 agosto la città si aspettava una risposta forte, decisa: posti di blocco, perquisizioni, fermi, controlli, e invece nulla. Non un arresto, non un indagato. E’ tutto facile a Scafati, come rapinare, da soli e senza pistola, in pieno giorno, l’ufficio postale centrale, situato sotto le finestre di Palazzo Mayer. Facile come sparare ben 13 colpi di arma da fuoco contro la serranda di un’attività commerciale e la sera dopo, piazzare un ordigno incendiario ai danni di un’altra attività. Se c’è qualcosa che contraddistingue la camorra scafatese è la mancanza di paura. Da queste parti si muovono con una sfacciata spavalderia, e i fatti lo dimostrano. Lo Stato balbetta, ma la criminalità “parla” e pure troppo. Lo sapia il ministro Minniti

DECRETO MINNITI APRE AL POTENZIAMENTO DELLE FORZE DI POLIZIA

Il decreto del ministro Marco Minniti, approvato il 14 agosto, ha come obiettivo la razionalizzazione dei compiti e dei presidi delle forza di polizia italiane. Il decreto ridisegna, in maniera chiara e definita, anche i requisiti e le condizioni territoriali affinché possano essere potenziati, chiusi, aperti o trasferiti presidi di forze dell’ordine. Ed è il caso di Scafati, dove sul territorio sussiste ancora solo una Tenenza dei carabinieri che funziona però come un presidio territoriale, quanto a organizzazione e soprattutto risultati prodotti. E’ chiaro che bisogna potenziare e rinnovare l’organico della struttura. La nuova geografia criminale richiede una rivisitazione delle strategie di prevenzione e contrasto di cui la dislocazione e il numero dei presidi delle Forze di polizia rappresentano indubbiamente un aspetto significativo. Secondo i dettami del decreto Minniti, potrebbe anche presentarsi la necessità di trasferire il presidio di Pubblica Sicurezza da Sarno a Scafati, mentre la Tenenza dei carabinieri potrebbe essere elevata a Comando Compagnia. Non sempre è questione di quantità di uomini, ma delle loro distribuzione territoriale. Minniti è stato chiaro. Ai prefetti la decisione.

GLI ONOREVOLI CHIEDONO AIUTO A MINNITI

<<Non ci sono più scuse dietro le quali lo Stato possa nascondersi. Proprio in una città, commissariata a seguito dello scioglimento per infiltrazione camorristica, lo Stato stesso deve farsi sentire ancora di più>>. Così Angelo Tofalo (in foto), deputato del M5S, che promette: <<Il prossimo 12 settembre riapriranno gli uffici della Camera dei Deputati e mi impegno a sottoporre al ministro degli interni Minniti un’interrogazione riguardante la “(in)sicurezza” di Scafati>>. Il salernitano grillino raccoglie le segnalazioni del meet up locale e non lesina critiche anche all’operato della commissione straordinaria: <<il cui lavoro sembrerebbe stia provocando malcontento e disservizi tra i cittadini. Scafati ha bisogno di crescita, sviluppo, investimenti, lo Stato non può venir meno in un campo come la sicurezza, ne va della credibilità delle istituzioni. La camorra si combatte anche con il lavoro e lo sviluppo – aggiunge Tofalo – Un maggior controllo con più forze dell’ordine sul territorio possono trasformare Scafati da “far west” a faro dell’Agro Nocerino Sarnese. Non un passo indietro contro la criminalità>>. Articolo Uno-Mdp, a Scafati rappresentato da Mirko Secondulfo e Ignazio Tafuro, fa leva sul deputato Michele Ragosta, che raccoglie l’invito: <<È necessario un intervento deciso del Prefetto di Salerno, Salvatore Malfi e del ministro dell’Interno, Marco Minniti, affinché venga rafforzata la presenza dello Stato in questa zona dove, nonostante il lavoro eccellente delle forze dell’ordine a disposizione, evidentemente serve uno sforzo maggiore per garantire sicurezza e rispetto della legalità>>. <<Ho chiesto personalmente a Peppe De Cristofaro, senatore Campano di Sinistra Italiana e membro della commissione parlamentare antimafia, di produrre un’interrogazione rivolta al Ministro degli Interni – così Raffaella Casciello – Questa situazione mette in serio pericolo oltre che le attività commerciali del nostro territorio anche la sicurezza di tutti i cittadini e le cittadine. Il problema della camorra a Scafati non può più essere trattato come un problema locale. È per questo che è urgente una risposta nazionale>>