Le mani sulla città: da padre in figlio

Era il 1995, Scafati dopo due anni di commissariamento straordinario aveva un nuovo sindaco, Nicola Pesce, socialista e già veterano del consiglio comunale prima dello scioglimento per infiltrazioni mafiose. Il medico, noto cardiologo scafatese, non era soltanto il primo sindaco della nuova “era” post scioglimento, non era il primo sindaco eletto con la nuova legge elettorale, che introduceva il voto diretto del primo cittadino da parte degli elettori, Pesce fu anche il primo sindaco non democristiano dopo quarant’anni interrotti di predominio della Dc, che a Scafati ha sfornato anche illustri politici diventati deputati o senatori. Fin dall’avvento della Repubblica, Scafati aveva eletto sempre esponenti di estrazioni popolare cattolica, ben diciassette, da Vincenzo Scarlato, eletto nel 1952 a Domenico Pagano, sindaco che sarà coinvolto nello scioglimento del consiglio comunale del 1993. Dopodiché due anni difficili, che sono restati nella memoria storica degli scafatesi, e che, purtroppo, rischiano seriamente di ripetersi anche oggi. Nel 1993 come oggi, a risuonare è un cognome: Loreto. Ieri come oggi sono le dichiarazioni del vecchio boss Pasquale Loreto a scoperchiare un sistema in cui arrivano a collimare politica e camorra. Dallo scioglimento del 1993, dopo vent’anni di processi, non si è avuto un solo colpevole: Tutti assolti e/o prescritti. Oggi a inguaiare l’amministrazione comunale è anche il figlio del vecchio boss: Alfonso. Padre e figlio sono entrambi protagonisti sia del primo che dell’ultimo periodo buio della città. . Il 1993 fu però solo l’epilogo di un lungo periodo di speculazione edilizia, perché è questa che comportò la fine forzata della consiliatura. Una speculazione figlia del Piano di Fabbricazione (poi Piano Regolatore, oggi Puc) approvato, curiosamente, all’unanimità alla fine degli anni 70. Indici di fabbricazione molto alti, che permisero alla città di cambiare radicalmente volto. “Infatti, dei circa 30 mila abitanti dell’anno 1985, si arriva oggi ad una presenza di circa 60 mila cittadini fra residenti e domiciliati” si legge nella relazione della commissione d’accesso guidata dal dottor Felice De Prisco, e in cui era componente anche Vincenzo Amen dola, già vice prefetto. A differenziare le due commissioni è la durata dell’insediamento, dal 12 gennaio al 12 febbraio 1993 allora, dal 22 marzo al 22 settembre 2016 oggi. I motivi scatenanti dello scioglimento nel 1993 invece furono principalmente due: il servizio di refezione scolastica di dubbia gestione e le irregolarità rilevate nel settore dell’edilizia pubblica, con la falsificazione dei protocolli. Questo portò all’arresto del sindaco e di alcuni assessori. Un lunghissimo processo che alla fine non ha prodotto colpevoli. Resta però lo “scempio” urbanistico che oggi genera i disagi più importanti che attanagliano la città: allagamenti, crisi delle aree verde, scomparsa del comparto agricolo, traffico veicolare, assenza di importanti infrastrutture.

IL PARTICOLARE / Quando il sindaco Pesce disse no ai soldi di Loreto 

Nicola Pesce con grande dignità disse no alla proposta del boss Era il 1995, a un anno circa dalla sua elezione l’allora sindaco Nicola Pesce ricevette una lettera. A scriverla Pasquale Loreto, il boss che aveva fatto il bello e cattivo tempo a Scafati negli anni 80, fino allo scioglimento del consiglio comunale del 1993. Loreto, sulla strada del pentimento, probabilmente scrisse la missiva per “sensibilizzare” i magistrati sulla sua “buona fede” a collaborare. Nonostante il pentimento, con il figlio Alfonso oggi il Loreto è ancora protagonista della scena criminale scafatese. “Mi rivolgo a Lei, dandole atto che è una persona onesta e tale è sempre stata – l’encomio di Pasquale Loreto – Lei è stato tra i pochi personaggi pubblici di Scafati, che si è sempre schierato contro la criminalità. Nessuno meglio di me, purtroppo è a conoscenza di come in passato gli amministratori del nostro paese sono stati perlomeno “accomodanti” con l’organizzazione camorristica di cui ne facevo parte. Proprio per la sua opposizione e il suo agonismo ad ogni tipo di collusione con la camorra e per la sua onestà, ho deciso di esprimere attraverso Lei una mia decisione. So che queste mie possono sembrare solo parole, ma io oggi acquisendo una nuova consapevolezza, sono davvero straziato dal male che ho compiuto. Oggi provo profondo rimorso nei confronti delle persone cui ho arrecato danni, soprattutto per le persone che ho ucciso, e contribuito ad uccidere. Sono perseguitato dal pensiero dei familiari che per colpa mia sono stati privati di qualche loro caro. Mi rendo conto, che non esistono atti né parole che possono porre riparo a tanto male, e provo profonda vergogna per le tante cose brutte che ho compiuto”. Poi le scuse alla città, e la prodola, posta “indecente” quale atto della sua redenzione. “Attraverso Lei vorrei chiedere perdono a tutti i familiari che a causa mia, direttamente o indirettamente hanno sofferto un lutto. La lettera fu consegnata da Pesce alla Prefettura, mentre la somma messa a disposizione da Pasquale Loreto non fu accettata, per volontà sia del sindaco che della sua stessa maggioranza




Condannato a 13 anni il boss dell’usura Marcantuono

di Pina Ferro

Era accusato di riciclaggio, reimpiego di denaro ed usura: condannato a 13 anni il boss di Campagna Liberato Marcantuonom alias “past’ e fasul”. La sentenza è stata emessa ieri dai giudici del tribunale di Salerno. La corte ha assolto Marcantuono, difeso da Angelo Di Pena e Massimo e Massimo Tricari, dall’accusa di 8 episodi di usura su 10 e dall’accusa di riciclaggio. Condannato, invece, a sette anni, Sabino Lardo, Gli altri indagati nella vicenda avevano scelto, a suo tempo, dei riti alternativi. Seondo la pubblica accusa, Liberato Marcantuono già vicino ai clan Maiale di Eboli e Serino di Sarno, avrebbe investito in Romania, nell’arco di un decennio, la sonna di due milioni di euro. L’uomo fu arrestato, insieme ad altri soggetti, nel 2012. L’indagine sul giro di usura e sul riciclaggio in Romania, invece, parte nel 2010 da una segnalazione delle autorità rumene su flussi di denaro gestiti da alcuni italiani, che in seguito investono in terreni, immobili e società, in particolare nella cittadina di Pitesti. Le autorità rumene segnalano come sospette le attività economiche riconducibili al Marcantuono. Il boss di Campagna, come emerge anche dalla intercettazioni aveva creato una sorta di banca privata che distribuiva prestiti a tassi usurai con interessi che variavano dal 25 al 45 per cento. Nel suo ufficio di via Piantito, a Quadrivio di Campagna, erano passati piccoli imprenditori di Campagna, Eboli e Battipaglia. Addirittura un medico. Aveva trovato nell’asse Italia – Romania il sistema per riciclare, attraverso prestanomi, i proventi dell’illecita attività usuraia.




Giovanni Maiale:«Mi ha usato per fregare quel cristiano delle mozzarelle»

di Pina Ferro

“…..perchè quello è un uomo di merda proprio….io sono andato da quello…questo Tonino qua ….era uno che stava con me tanti anni fa…si è rubato un miliardo di lire e tutto cose…questo pezzo di merda…Questo cornuto ha usato me per incularsi a quel cristiano, a quello delle mozzarelle”.

Da accusato a vittima. L’ex collaboratore di giustizia Giovanni Maiale, capo dell’omonico clan camorristico, arrestato insieme all’imprenditore Gianluca La Marca, amministratore di fatto del caseificio “Tre Stelle” con sede in Eboli, ed al direttore dell’Agenzia delle entrate Emilio Vastarella, continua a ripetere di essere stato raggirato e usato solo per mettere con le spalle al muro La Marca. La versione dei fatti, fornita sia agli investigatori in sede di interrogatorio che ai familiari nel corso del primo colloquio avuto in carcere con la moglie e le figlie è completamente diverse da quanto poi denunciato dall’imprenditore Battipagliese Antonio Campione. Fu proprio a seguito della denuncia di Campione che prese il via l’inchiesta che si concluse, nel febbraio scorso, con l’emissione delle ordinanze di custodia cautelare. Incredulo e senza parole, così si mostra “Giovanniello” Maiale alla moglie ed alle due figlie giunte da fuori regione, presso il carcere di Ariano Irpino, in provincia di Avellino. Raccontando ai congiunti quanto accaduto Giovanni Maiale fornisce una versione dei fatti completamente opposta rispetto a quella denunciata agli investigatori da Campione. “questo qua…a papà…anni addietro mi rubò un miliardo di lire…ha rubato i soldi miei quando io sono andato in carcere…poi cosa ha fatto…questo bastardo…andò da Pampanella (n.d.r il riferimento è al fratello Raffaele Maiale detto anche Nuccio Pampanella)…e andò a dire ai uagliuni che mi voleva far uccidere addirittura…tanto comandate voi disse…Antonello me lo disse ed io l’ho perdonato…”. Poi ai familiari, il detenuto spiega come sono andati i fatti: “…questo bastardo mi chiamò lui a me…perchè mi vide in macchina…mi riconobbe…però io non lo riconobbi…era troppo vecchio…Ma questo cornuto mi fece un cenno con la mano e dissi vicino al ragazzo che mi accompagnava di fermarsi un attimo perchè lo volevo salutare….. Lo saluto e ci fermiamo a parlare…Don Giovanni non è vero che vi volevo uccidere ….i ragazzi di Pampanella vi hanno detto delle bugie ….Va bene Tonino oramai è acqua passata…Tonino io lavoro non ci sono problemi …E tu Tonino che stai facendo? Niente don Giovà…Va bene Tonino ci vediamo . Ci salutammo, ci baciamjmo e me ne andai……Andai dal figlio e mi fermò un’altra volta e mi disse che c’era un asta …che c’era quello delle mozzarelle …se lo conoscevo o non lo conoscevo…oh questo delle mozzarelle è uno grosso a papà… è uno che sta pieno di soldi …e io allora per comprarmi la simpatia sua..questo qua chiese se lo conoscevo o non lo conoscevo ….perchè era interessato ad un terreno”. Giovanni Maiale, sempre durante il colloquio con i familiari, agli stessi racconta, anche, che Antonio Campione in un successivo incontro con Maiale disse: “Non vi fate vedere più qua…mi hanno chiamato alla Dia…in Procura…”. Poi alla figlia minore dice: “Ha fatto una merdata….Io non ho tradito la fiducia vostra e nemmeno la fiducia della magistratura….”. E poi ricorda ancora: “Poi la cosa bella….in quello altro incontro che facemmo… no …disse vicino a me… Don Giovà non vi preoccupate… in qualche modo… un po’ di soldi ve li faccio anche rientrare …dissi…Tonino non ti preoccupare ormai è acqua passata…. Quando quello mi disse che c’era l’asta…e quell’altro era interessato anche lui… io subito feci la pensata… pensai… ora sai che faccio? …ora chiedo il piacere a Tonino … faccio chiedere la cosa a quello … in modo che me lo metto già… hai capito?”. “Ma poi la cosa bella… no è che io in tutta questa storia ….perchè ci ho guadagnato qualcosa?…Non è che ci ho guadagnato 100 euro… non è che ci ho guadagnato 1000 euro… io ho guadagnato …hai capito? Non è che dice… io …questa cosa… perchè… che ne so ho guadagnato 3000 euro… no… io non ho guadagnato nulla…”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

..in quello altro incontro che facemmo… no …disse vicino a me… Don Giovà non vi preoccupate… in qualche modo… un po’ di soldi ve li faccio anche rientrare …dissi…Tonino non ti preoccupare ormai è acqua passata…. Quando quello mi disse che c’era l’asta…e quell’altro era interessato anche lui… io subito feci la pensata… pensai… ora sai che faccio? …ora chiedo il piacere a Tonino … faccio chiedere la cosa a quello … in modo che me lo metto già… hai capito?”. “Ma poi la cosa bella… no è che io in tutta questa storia ….perchè ci ho guadagnato qualcosa?…Non è che ci ho guadagnato 100 euro… non è che ci ho guadagnato 1000 euro… io ho0 guadagnato …hai capito? Non è che dice… io …questa cosa… perchè… che ne so ho guadagnato 3000 euro… no… io non ho guadagnato nulla…”.




Il figlio di Peppe Stellato coinvolto nella rissa di Torrione

Erika Noschese

Sembra essersi chiuso il cerchio intorno alla rissa verificatasi in piazza Gian Camillo Gloriosi a Torrione, lo scorso 11 luglio. I carabinieri della compagnia di Salerno hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Gip del Tribunale di Salerno su richiesta della locale Procura della Repubblica, nei confronti di Domenico Ascione, 20 anni, e Domenico Stellato, 19enne figlio di Giuseppe Stellato.. Per i due giovani, molto legati nella vita privata, come si evince anche dai social, sono ritenuti responsabili di tentato omicidio, lesioni aggravate e porto e detenzione di arma. A finire nei guai, subito dopo la rissa con i tre fratelli casertani, giunti in città per acquistare la droga, erano stati un 16enne, condotto in una comunità per minori, e poi finito in carcere e poi matteo Manzo che dopo il carcere è finito nei giorni scorsi ai domiciliari. Anche per loro l’ipotesi d’accusa è tentato omicidio colposo, lesioni aggravate e porto abusivo di armi da fuoco. Le indagini condotte dai carabinieri della locale stazione hanno dunque consentito di accertare la partecipazione degli indagati, in concorso con il 18enne ed il 16enne già arrestati in flagranza di reato, nell’efferata aggressione scaturita da dissidi per la cessione di alcune sostanze stupefacenti, perpetrata con un coltello, un martello ed un tirapugni lo scorso 11 luglio in piazza Gloriosi a Torrione ai danni dei 3 fratelli, due dei quali vivono a Salerno mentre l’altro a Caserta, di cui uno – il maggiore dei tre di 26 anni – era stato trasportato in pericolo di vita all’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona, operato nel cuore della notte per salvargli la vita. Gli arrestati sono stati tradotti agli arresti domiciliari presso le loro rispettive abitazioni.




Una mappa della camorra legata ai vecchi boss

La Dia ha pubblicato la relazione semestrale che chiude il 2017. Una fotografia del territorio che sostanzialmente non si discosta dalla prima. Salvo poche eccezioni e novità. Partiamo da Salerno dove il traffico e lo spaccio di stupefacenti, approvvigionati da fornitori provenienti prevalentemente dall’hinterland partenopeo, oltre a confermarsi largamente diffusi, restano tra i principali canali di finanziamento dei gruppi criminali della provincia. Le attività di contrasto al fenomeno hanno documentato, altresì, l’esistenza di coltivazioni, ancorché non particolarmente estese, di droghe leggere destinate al mercato locale. Inoltre, è stato rilevato un rinnovato interesse da parte di organizzazioni del posto, ancorché non di tipo mafioso, per il contrabbando di sigarette. Per quanto concerne la dislocazione dei clan sul territorio, a Salerno, nonostante i passati tentativi ad opera di gruppi emergenti di impossessarsi del controllo delle attività illecite, continua ad essere presente il clan D’Agostino, le cui attività prevalenti sono il traffico di stupefacenti, l’usura, le rapine e le estorsioni. In città si è, tuttavia, registrata una recrudescenza di reati perpetrati da giovani criminali – discendenti da storici pregiudicati – determinati a mantenere il controllo in specifiche zone della città. In tale contesto, la Polizia di Stato, ha concluso, nel mese di novembre, l’operazione “Cricket Sud”, con l’arresto di 17 soggetti, responsabili di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Tra gli indagati, il fratello ed un nipote di un esponente di spicco del gruppo D’Agostino. Poi c’è il gruppo di Ciro Marigliano, operativo nei quartieri Mariconda, Mercatello, Pastena, Fratte e Cappello. A Vietri sul Mare è operativa la famiglia Apicella, per la quale sono stati segnalati interessi nella gestione dei servizi di soccorso, rimozione e custodia giudiziale dei veicoli (attraverso società intestate a prestanome) e nella gestione abusiva di stabilimenti balneari.

A San Severino l’emergente Desiderio

A Cava de’ Tirreni si conferma la presenza di esponenti dello storico clan Bisogno dedito alle estorsioni in pregiudizio di operatori economici e del gruppo Celentano, dedito ad attività di natura estorsiva ed al traffico di stupefacenti. Nell’area di Mercato San Severino, per decenni interessata dalla conflittualità tra i clan Cava e Graziano di Quindici, è operativa una consorteria criminale facente capo alla famiglia Desiderio, originaria di Pagani, che attraverso sodali della zona si è imposta quale referente locale per le attività estorsive e per il traffico di stupefacenti. A Baronissi, Fisciano e Lancusi è operativo il clan GENOVESE – influente anche su Castel San Giorgio, Siano e Bracigliano – dedito alle estorsioni, alle rapine e all’usura. A Baronissi il 28 settembre 2017, militari dell’Arma dei carabinieri hanno notificato al responsabile dell’ufficio gare del comune di Baronissi e ad un imprenditore edile del luogo, un avviso di conclusione delle indagini preliminari: gli stessi sono ritenuti responsabili di abuso di ufficio, falso ideologico e truffa, in relazione all’affidamento diretto dei lavori di messa in sicurezza di un tratto viario locale. I comuni della Costiera Amalfitana, pur se non manifestamente interessati dalla presenza di sodalizi camorristici, appaiono esposti alle mire della criminalità organizzata, in ragione della forte vocazione turistica che esprimono. Il 25 luglio 2017 militari dell’Arma dei carabinieri hanno eseguito un provvedimento cautelare nei confronti di 7 pregiudicati provenienti dalle province di Salerno e Napoli, ritenuti responsabili di decine di furti in abitazione e presso strutture alberghiere della costiera, dalle quali avevano sottratto beni del valore di circa 2 milioni di euro, tra i quali un quadro del pittore Renato Guttuso, asportato da una villa di Ravello.

Il ritorno del clan Maiale

Il contesto criminale della Piana del Sele – interessata dalla presenza di importanti insediamenti produttivi – è in fase di rimodulazione. Il comprensorio di Eboli – su cui, fino agli anni ’90, operava in piena egemonia il clan Maiale – risulta attualmente interessato dall’operatività di piccoli gruppi dediti allo spaccio di stupefacenti, a reati di tipo predatorio e alle estorsioni con il metodo del “cavallo di ritorno”. Nel semestre in esame, è stata registrata una recrudescenza di attentati dinamitardi ed è stata documentata l’ascesa di un sodalizio facente capo alla famiglia D’Alteri operante anche a Campagna. Non va, infine trascurato, il ritorno sullo scenario criminale di Eboli di esponenti di spicco del clan Maiale e della famiglia Procida.

A Nocera operativi il clan Mariniello e Pignataro

Nell’agro nocerino-sarnese lo sfaldamento delle vecchie organizzazioni ha generato gruppi minori, autonomi tra di loro. A Nocera Inferiore, ove è confermata l’operatività del clan Mariniello, si registra, in particolare, la presenza di alcuni gruppi – guidati da soggetti di spessore già inseriti in sodalizi non più operativi – che sembrano prediligere una strategia più defilata, dedicandosi alla gestione di attività commerciali (bar e sale da gioco) in cui reinvestire i profitti illeciti, lasciando la gestione di altri reati alle nuove leve, spesso al centro di contese per la “spartizione del territorio”. Sempre a Nocera Inferiore è stata di recente monitorata una rinnovata ingerenza dello storico gruppo Pignataro: nel mese di agosto l’Arma dei carabinieri ha eseguito un provvedimento cautelare nei confronti di 4 soggetti, tra i quali il capo clan ed un ex Consigliere comunale, ritenuti responsabili di associazione di tipo mafioso, scambio elettorale politico-mafioso e corruzione elettorale, nella prospettiva di favorire i sodali del gruppo con delibere urbanistiche e con l’assegnazione di commesse pubbliche. Ad Angri, le attività di contrasto hanno ridotto in modo significativo l’operatività del clan Nocera- alias “i tempesta”. Sembra essersi così creato lo spazio per iniziative criminali di soggetti comunque collegati al citato gruppo, i quali, facendo riferimento ai loro trascorsi delinquenziali, hanno dato vita ad organizzazioni in grado di praticare una capillare attività estorsiva. A Pagani si conferma la presenza del clan Fezza-Petrosino D’Auria , interessato ad iniziative imprenditoriali e di un gruppo facente capo alla famiglia Contaldo, dedito alla gestione di piattaforme di scommesse clandestine e al gioco d’azzardo illegale online. A Sarno sono operativi il clan Serino (anch’esso con rilevanti interessi nella distribuzione di videopoker, imposti in numerosi esercizi pubblici) ed alcuni esponenti del gruppo Graziano (dediti alle estorsioni e all’infiltrazione negli appalti pubblici mediante ditte collegate), che si proiettano anche sui limitrofi comuni di Siano e Bracigliano. Anche a Sarno si registra la presenza di nuove leve criminali che, senza entrare in contrasto con le altre due organizzazioni, sono dedite al traffico di stupefacenti. A San Marzano sul Sarno e San Valentino Torio il vuoto di potere camorristico sembra lasciare spazio ad altre consorterie criminali provenienti dalle province di Napoli e Avellino. A queste si aggiungono nuove leve che, pur non essendo contigue a contesti di camorra, operano comunque in modo organizzato.

Scafati, ko il clan Loreto-Ridosso

Anche a Sant’Egidio del Monte Albino e Corbara si conferma una situazione criminale dagli equilibri mutevoli, in un contesto delinquenziale connotato dall’assenza di una locale consorteria di riferimento. Dopo la disarticolazione dello storico clan Sorrentino risultano operativi diversi soggetti, alcuni dei quali già inseriti nel predetto sodalizio, altri collegati alle organizzazioni attive a Pagani e Nocera Inferiore, dediti al traffico e allo spaccio di stupefacenti. Il territorio del comune di Scafati, per la sua posizione di confine tra le province di Salerno e Napoli, rappresenta un importante crocevia e punto di contatto per stringere alleanze strategiche tra gruppi criminali operanti a livello interprovinciale, in particolare nel traffico di stupefacenti. Nell’area, dove in passato era egemone il sodalizio LoretoRidosso, convergono le attività delittuose anche dei clan Matrone, D’Alessandro, Cesarano e Aquino-Annunziata. Con riferimento ad alcuni elementi di vertice del clan Loreto-Ridosso, si richiama l’operazione “Sarastra” condotta, nel recente passato, dalla DIA di Salerno. Dopo un complesso iter giudiziario ed all’esito di un supplemento investigativo, il 22 settembre 2017, il Tribunale di Salerno-Sezione del Riesame ha applicato la custodia cautelare in carcere a carico di un amministratore comunale di Scafati, l’ex sindaco Aliberti, e di uno dei vertici del citato clanLoreto-Ridosso.

A Bellizzi in “ripresa” il clan De Feo

A Battipaglia e Pontecagnano Faiano è presente il sodalizio Pecoraro-Renna, che vive un momento di particolare fervore operativo, attraverso le “nuove leve”. A Bellizzi, in significativa ripresa è il clan De Feo, i cui capi storici sembrano aver recuperato la guida delle attività illecite (traffico di stupefacenti, estorsioni, riciclaggio), in contrapposizione al clan Pecoraro-Renna. Nell’Alto Cilento, in particolare ad Agropoli, si registra la presenza dei Marotta, famiglia di nomadi stanziali dedita ai reati di tipo predatorio, all’usura, al traffico di stupefacenti e al riciclaggio di capitali, ottenuti in prevalenza attraverso l’usura e le rapine in danno di gioiellerie perpetrate su tutto il territorio nazionale. Nel medesimo territorio si rileva la presenza di elementi del clan Fabbrocino, nonché il ritorno di storici personaggi già inseriti con ruoli di rilievo nella Nuova Camorra Organizzata, in grado di stringere alleanze commerciali e di mutuo soccorso con i clan della provincia di Napoli. Nel medio e basso Cilento, pur non rilevandosi la presenza di organizzazioni criminali, la particolare vocazione turistico – ricettiva, fa ritenere verosimile un interesse dei clan nel reimpiego di capitali illeciti. Per quanto attiene alla Valle del Calore, l’unico fenomeno delinquenziale registrato in zona è lo spaccio al minuto di stupefacenti, reperiti presso i vicini comuni di Sala Consilina e Atena Lucana. Il Vallo Di Diano, cerniera tra l’alta Calabria, la Campania e la Basilicata, si conferma zona d’interesse per sodalizi criminali di diversa matrice. Sul territorio sono operativi due gruppi criminali, Gallo e Balsamo, capeggiati da due pregiudicati di spicco della criminalità di Sala Consilina, già facenti parte di un unico sodalizio dedito al traffico internazionale di stupefacenti. Nello specifico, il clan Gallo, dedito al traffico di armi e di stupefacenti e all’usura, mantiene i contatti con gruppi dell’alto Tirreno cosentino (Muto di Cetraro e Valente-Stummo di Scalea) e risulta dedito al traffico di armi e di stupefacenti. L’altro gruppo, mai entrato in conflitto con il primo, è dedito esclusivamente all’usura, ricorrendo raramente anche ad azioni violente, strumentali all’attività di recupero dei crediti vantati.




Figlio di un boss spara a 34enne

Pina Ferro

Due colpi di pistola, poi la fuga e una persona a terra con un proiettile nell’addome. Potrebbe essere il figlio di un boss dell’Agro Nocerino, l’uomo, un 50enne, che le forze dell’ordine stanno cercando perchè ritenuto responsabile del ferimento di Pasquale Iannone 34 anni. La sparatoria, giunta al termine di un diverbio, è avvenuta intorno alle 14,30 di ieri, in via Borsellino, nei pressi del tribunale di Nocera Inferiore. Iannone, soccorso da un automobilista è stato trasferito all’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore dove i sanitari del Pronto soccorso, dopo averlo stabilizzato, ne hanno disposto l’immediato trasferimento in sala operatoria. Un intervento chirurgico durato oltre tre ore per estrarre dall’addome del paziente il proiettile che pare abbia perforato l’intestino. Sulle condizioni di salute di Iannone, i medici ancora non si sono espressi. L’intervento è terminato nella tarda serata. Il paziente non è stato in grado di conferire con gli investigatori. Scattato l’allarme, in via Paolo Borsellino sono intervenuti gli agenti del commissariato di Nocera Inferiore che, dopo aver effettuato i rilievi di rito e circoscritto la zona, si sono messi sulle tracce di colui che avrebbe premuto il grilletto per ben due volte. Solo uno, il colpo andato a segno, l’altro si è conficcato nel finestrino di un’autovettura in sosta. Secondo alcune indiscrezioni trapelate, pare, che ad impugnare l’arma sia stato un parcheggiatore abusivo figlio di un noto boss della malavita dell’Agro Nocerino Sarnese. dell’accaduto è stata informata ala Procura Nocerina che ha aperto un’indagina, delegata agli uomini del vice questore aggiunto Luigi Amato. I colpi di arma da fuoco sarebbero stati eslosi al culmine di un litigio, al momento non è stato ancora stabilito se il ferito fosse estraneo al diverbio oppure no . Nella zona in cui è avvenuto il fatto pare non vi siano telecamere di videosorveglianza.




Cava/Nocera. In auto con armi e passamontagna. Tre arresti: tra loro il figlio del boss

CAVA DE’ TIRRENI / NOCERA INFERIORE. Armi e passamontagna ritrovati dai carabinieri domenica sera: fra i tre giovani arrestati di nuovo in manette il figlio del boss Antonio Pignataro (che partecipò all’omicidio della piccola Simonetta Lamberti), il 23enne Alessandro assime al cugino di quest’ultimo ed ad un altro giovane. L’operazione dei militari si è svolta dunque l’altra sera e ad entrare in azione sono stati i carabinieri del Reparto territoriale di Nocera Inferiore  nel quadro dei consueti servizi di controllo del territorio. Gli operanti hanno sorpresoi  tre che si aggiravano a bordo della loro autovettura lungo la via Nazionale tra i comuni di Cava de’ Tirreni e Nocera Superiore. I militari della Sezione Operativa, che da giorni stavano effettuando dei pattugliamenti straordinari in quelle zone per prevenire le rapine in danno di esercizi commerciali (tabaccherie, agenzie di scommesse), hanno notato in particolare una Renault New Twingo di colore nero con le targhe contraffatte da nastro isolante che ne rendeva praticamente impossibile l’identificazione. Viste le continue inversioni di marcia effettuate dal veicolo in prossimità di via XXV Luglio di Cava de’ Tirreni, tutto lasciava presagire che gli occupanti volessero commettere qualche malefatta. Il pronto intervento della pattuglia consentiva di fermare i tre uomini e di rinvenire nel veicolo tre pistole clandestine con colpo in canna, nonché due passamontagna e alcuni guanti. Quanto rinvenuto ha consentito l’arresto dei 23enni cugini Alessandro Pignataro e Adriano Di Cicco e del 29enne Gennaro Giordano tutti residenti a Nocera Inferiore. Per loro sono quindi scattate le manette con l’accusa di porto illegale di armi alterate e clandestine e di munizioni. Gli stessi sono stati associati al carcere di Salerno, a disposizione dell’autorità giudiziaria.
Alessandro Pignataro e Adriano Di Cicco erano stati arrestatii pochi giorni fa a Battipaglia per furto di pnesumatici da un’auto, assieme ad un terzo giovane del quartiere Piedimonte di Nocera Inferiore.

Gennaro Giordano

Gennaro Giordano

Alessandro Pignataro

Alessandro Pignataro

 Adriano di Cicco

Adriano di Cicco




Scafati. Fdi: “Nello Aliberti che ruolo ha nell’amministrazione?”

Di Adriano Falanga

Desta ancora polemiche Aniello Maurizio Aliberti, conosciuto come Nello, fratello minore del sindaco di Scafati e con esso accusato dalla Dda di Salerno per associazione a delinquere, voto di scambio politico mafioso, corruzione e concussione. Pochi giorni fa la polemica su una sua presunta frequentazione con il figlio del noto ras locale Francesco Matrone, o meglio, la sua partecipazione a gite in barca questa estate. Una barca “molto simile” a quella di Michele Matrone. I protagonisti non hanno mancato di replicare, smentendo, almeno sui social network, quanto era stato diffuso. A parlare anche l’ufficio stampa di Palazzo Mayer, tramite un comunicato a forma del primo cittadino. “Continuo a rimanere, in questa vicenda giudiziaria, fiducioso nelle indagini della magistratura inquirente, meno in questo giornalismo e in questa opposizione d’assalto che pur di distruggere la mia vita pubblica e quella della mia famiglia è impegnata quotidianamente a costruire notizie infondate – aveva fatto sapere Pasquale Aliberti –  Sarà cura di mio fratello tutelare il suo nome e il suo decoro  attraverso vie legali sia in sede civile che penale”. Seguiva poi una serie di smentite all’articolo di stampa che aveva evidenziato il binomio Aliberti-Matrone. Un passaggio comunque istituzionale che non è passato inosservato a Cristoforo Salvati, capogruppo di Fratelli D’Italia: “mi preme sottolineare in qualità della mia esperienza pluriennale di consigliere comunale di Scafati, che il rispetto delle autorità nasce dai comportamenti che si hanno nel ruolo pubblico, che mai deve confondersi con quello della propria famiglia di appartenenza avendo rispetto delle Istituzioni che rappresentano la volontà popolare da un lato e lo Stato dall’altro –osserva Salvati – Se invece il minore Aniello ha una veste pubblica che non conosco,  ed allora diventa comprensibile la difesa d’ufficio del Sindaco, in tal caso sarebbe anche giustificata la particolare assiduità delle visite a Palazzo Meyer del gaudente fratello. Questa commistione tra pubblico e privato allontana ancora di più il cittadino e i politici seri dalla cosa pubblica, che potrebbe sembrare  un interesse privato di una famiglia nella gestione della stessa. Prima di avere rispetto delle altre autorità in primis della magistratura inquirente, cominciamo a ridare dignità al ruolo pro-tempore che si occupa”.




Scafati. Nomine al Comune. Santocchio accusa: «C’è anche il nipote del boss»

SCAFATI. «Ancora una volta aleggia il voto di scambio nella campagna elettorale per le elezioni regionali: la coppia Paolino-Aliberti ha messo a segno nomine inopportune e illegittime fatte con i soldi dei contribuenti sempre e solo ai soliti noti. Noi diciamo basta a questo sistema chiediamo alla magistratura di intervenire in questo modo illecito di eseguire la campagna elettorale». Così il consigliere comunale di opposizione Mario Santocchio denuncia quanto sta avvenendo in queste ore a Scafati. Tra le persone nominate spunta anche il nipote del boss Dario Federico e alcuni tra staffisti o ex candidati di Pasquale Aliberti alle amministrative del 2013. Il primo cittadino Aliberti, marito del consigliere regionale uscente, Monica Paolino, ieri è finito nuovamente nel mirino delle opposizioni. Attraverso gli uffici comunali sono stati scelti dei professionisti a cui affidare incarichi dai 15mila ai 20 mila euro per la durata di sei mesi con possibilità di proroga. I prescelti sono Valentina Matrone residente Pompei che avrà 15mila e 900 euro per ricoprire il ruolo di coordinamento. Generosa Sicignano, ex staffista del sindaco (ed anche ex moglie di un consigliere comunale di Sarno, Toti Orza) e già in passato incaricata come avvocato a Palazzo di Città in alcune convenzioni pubbliche, adesso svolgerà il ruolo di coordinatrice senior per il progetto “Piu Europa” per 19mila euro fino al prossimo 31 dicembre. A Palazzo Meyer arriva anche Sabrina Vitiello, ex candidata di Michele Raviotta alle scorse amministrative, che per 13mila euro eseguirà il ruolo di coordinamento. Su di lei, l’attacco politico sembra inevitabile per il movimento 5 stelle: «Ci sembra alquanto singolare questa scelta fatta nel pieno della campagna elettorale che sa tanto di uno scambio di favori a tutti gli effetti.  Non mettiamo in dubbio le qualità della persona beneficiaria del fortunato incarico ma quello che contestiamo è la solita logica spartitoria  tipica della politica del “io do qualcosa a te e in cambio  tu dai qualcosa  a me. Forse è giunto il momento che alcuni membri dell’ “opposizione ” escano allo scoperto ed ufficializzino una volta per tutte l’entrata in maggioranza». Tra i prescelti anche Francesco Federico, anche lui molto conosciuto, che ha avuto un incarico di 15mila euro per entrare nello staff del Piu Europa mentre il napoletano Luca Manzo, avvocato, ha avuto per un ruolo simile 12mila euro. C’è anche un’altra napoletana in lizza: Anna Maria Maisto, che riceverà per entrare nello staff, 13mila euro. Immancabile anche la presenza di Lia Cutino, addetto stampa del comune di Scafati – fino a che sua sorella Francesca non è rientrata dalla maternità la scorsa settimana – e che ora entra invece nello staff Piu Europa per il ruolo di comunicatore e percepirà 19mila euro. La staffetta delle “sorelle della comunicazione” continua. Infine c’è Antonio Esposito, ex candidato di Aliberti e staffista del primo cittadino, percepirà 19mila euro circa. Ovviamente tutti gli importi sono lordi ma in ogni caso si tratta di una spesa di oltre centomila euro di fondi pubblici, soldi dei contribuenti.
Matilde Guerra




Alessandra Mussolini pubblica la prima pagina di Le Cronache su Facebook

Sulla propria pagina Facebook ufficiale Alessandra Mussolini, candidata con Stefano Caldoro per le prossime Regionali, pubblica la prima  del nostro quotidiano, Le Cronache, chiedendo a De Luca e al PD di intervenire riguardo la vicenda della casa sequestrata al Boss Vaccaro e ritornata di nuovo in sua disponibilità.