Il figlio di Peppe Stellato coinvolto nella rissa di Torrione

Erika Noschese

Sembra essersi chiuso il cerchio intorno alla rissa verificatasi in piazza Gian Camillo Gloriosi a Torrione, lo scorso 11 luglio. I carabinieri della compagnia di Salerno hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Gip del Tribunale di Salerno su richiesta della locale Procura della Repubblica, nei confronti di Domenico Ascione, 20 anni, e Domenico Stellato, 19enne figlio di Giuseppe Stellato.. Per i due giovani, molto legati nella vita privata, come si evince anche dai social, sono ritenuti responsabili di tentato omicidio, lesioni aggravate e porto e detenzione di arma. A finire nei guai, subito dopo la rissa con i tre fratelli casertani, giunti in città per acquistare la droga, erano stati un 16enne, condotto in una comunità per minori, e poi finito in carcere e poi matteo Manzo che dopo il carcere è finito nei giorni scorsi ai domiciliari. Anche per loro l’ipotesi d’accusa è tentato omicidio colposo, lesioni aggravate e porto abusivo di armi da fuoco. Le indagini condotte dai carabinieri della locale stazione hanno dunque consentito di accertare la partecipazione degli indagati, in concorso con il 18enne ed il 16enne già arrestati in flagranza di reato, nell’efferata aggressione scaturita da dissidi per la cessione di alcune sostanze stupefacenti, perpetrata con un coltello, un martello ed un tirapugni lo scorso 11 luglio in piazza Gloriosi a Torrione ai danni dei 3 fratelli, due dei quali vivono a Salerno mentre l’altro a Caserta, di cui uno – il maggiore dei tre di 26 anni – era stato trasportato in pericolo di vita all’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona, operato nel cuore della notte per salvargli la vita. Gli arrestati sono stati tradotti agli arresti domiciliari presso le loro rispettive abitazioni.




Una mappa della camorra legata ai vecchi boss

La Dia ha pubblicato la relazione semestrale che chiude il 2017. Una fotografia del territorio che sostanzialmente non si discosta dalla prima. Salvo poche eccezioni e novità. Partiamo da Salerno dove il traffico e lo spaccio di stupefacenti, approvvigionati da fornitori provenienti prevalentemente dall’hinterland partenopeo, oltre a confermarsi largamente diffusi, restano tra i principali canali di finanziamento dei gruppi criminali della provincia. Le attività di contrasto al fenomeno hanno documentato, altresì, l’esistenza di coltivazioni, ancorché non particolarmente estese, di droghe leggere destinate al mercato locale. Inoltre, è stato rilevato un rinnovato interesse da parte di organizzazioni del posto, ancorché non di tipo mafioso, per il contrabbando di sigarette. Per quanto concerne la dislocazione dei clan sul territorio, a Salerno, nonostante i passati tentativi ad opera di gruppi emergenti di impossessarsi del controllo delle attività illecite, continua ad essere presente il clan D’Agostino, le cui attività prevalenti sono il traffico di stupefacenti, l’usura, le rapine e le estorsioni. In città si è, tuttavia, registrata una recrudescenza di reati perpetrati da giovani criminali – discendenti da storici pregiudicati – determinati a mantenere il controllo in specifiche zone della città. In tale contesto, la Polizia di Stato, ha concluso, nel mese di novembre, l’operazione “Cricket Sud”, con l’arresto di 17 soggetti, responsabili di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Tra gli indagati, il fratello ed un nipote di un esponente di spicco del gruppo D’Agostino. Poi c’è il gruppo di Ciro Marigliano, operativo nei quartieri Mariconda, Mercatello, Pastena, Fratte e Cappello. A Vietri sul Mare è operativa la famiglia Apicella, per la quale sono stati segnalati interessi nella gestione dei servizi di soccorso, rimozione e custodia giudiziale dei veicoli (attraverso società intestate a prestanome) e nella gestione abusiva di stabilimenti balneari.

A San Severino l’emergente Desiderio

A Cava de’ Tirreni si conferma la presenza di esponenti dello storico clan Bisogno dedito alle estorsioni in pregiudizio di operatori economici e del gruppo Celentano, dedito ad attività di natura estorsiva ed al traffico di stupefacenti. Nell’area di Mercato San Severino, per decenni interessata dalla conflittualità tra i clan Cava e Graziano di Quindici, è operativa una consorteria criminale facente capo alla famiglia Desiderio, originaria di Pagani, che attraverso sodali della zona si è imposta quale referente locale per le attività estorsive e per il traffico di stupefacenti. A Baronissi, Fisciano e Lancusi è operativo il clan GENOVESE – influente anche su Castel San Giorgio, Siano e Bracigliano – dedito alle estorsioni, alle rapine e all’usura. A Baronissi il 28 settembre 2017, militari dell’Arma dei carabinieri hanno notificato al responsabile dell’ufficio gare del comune di Baronissi e ad un imprenditore edile del luogo, un avviso di conclusione delle indagini preliminari: gli stessi sono ritenuti responsabili di abuso di ufficio, falso ideologico e truffa, in relazione all’affidamento diretto dei lavori di messa in sicurezza di un tratto viario locale. I comuni della Costiera Amalfitana, pur se non manifestamente interessati dalla presenza di sodalizi camorristici, appaiono esposti alle mire della criminalità organizzata, in ragione della forte vocazione turistica che esprimono. Il 25 luglio 2017 militari dell’Arma dei carabinieri hanno eseguito un provvedimento cautelare nei confronti di 7 pregiudicati provenienti dalle province di Salerno e Napoli, ritenuti responsabili di decine di furti in abitazione e presso strutture alberghiere della costiera, dalle quali avevano sottratto beni del valore di circa 2 milioni di euro, tra i quali un quadro del pittore Renato Guttuso, asportato da una villa di Ravello.

Il ritorno del clan Maiale

Il contesto criminale della Piana del Sele – interessata dalla presenza di importanti insediamenti produttivi – è in fase di rimodulazione. Il comprensorio di Eboli – su cui, fino agli anni ’90, operava in piena egemonia il clan Maiale – risulta attualmente interessato dall’operatività di piccoli gruppi dediti allo spaccio di stupefacenti, a reati di tipo predatorio e alle estorsioni con il metodo del “cavallo di ritorno”. Nel semestre in esame, è stata registrata una recrudescenza di attentati dinamitardi ed è stata documentata l’ascesa di un sodalizio facente capo alla famiglia D’Alteri operante anche a Campagna. Non va, infine trascurato, il ritorno sullo scenario criminale di Eboli di esponenti di spicco del clan Maiale e della famiglia Procida.

A Nocera operativi il clan Mariniello e Pignataro

Nell’agro nocerino-sarnese lo sfaldamento delle vecchie organizzazioni ha generato gruppi minori, autonomi tra di loro. A Nocera Inferiore, ove è confermata l’operatività del clan Mariniello, si registra, in particolare, la presenza di alcuni gruppi – guidati da soggetti di spessore già inseriti in sodalizi non più operativi – che sembrano prediligere una strategia più defilata, dedicandosi alla gestione di attività commerciali (bar e sale da gioco) in cui reinvestire i profitti illeciti, lasciando la gestione di altri reati alle nuove leve, spesso al centro di contese per la “spartizione del territorio”. Sempre a Nocera Inferiore è stata di recente monitorata una rinnovata ingerenza dello storico gruppo Pignataro: nel mese di agosto l’Arma dei carabinieri ha eseguito un provvedimento cautelare nei confronti di 4 soggetti, tra i quali il capo clan ed un ex Consigliere comunale, ritenuti responsabili di associazione di tipo mafioso, scambio elettorale politico-mafioso e corruzione elettorale, nella prospettiva di favorire i sodali del gruppo con delibere urbanistiche e con l’assegnazione di commesse pubbliche. Ad Angri, le attività di contrasto hanno ridotto in modo significativo l’operatività del clan Nocera- alias “i tempesta”. Sembra essersi così creato lo spazio per iniziative criminali di soggetti comunque collegati al citato gruppo, i quali, facendo riferimento ai loro trascorsi delinquenziali, hanno dato vita ad organizzazioni in grado di praticare una capillare attività estorsiva. A Pagani si conferma la presenza del clan Fezza-Petrosino D’Auria , interessato ad iniziative imprenditoriali e di un gruppo facente capo alla famiglia Contaldo, dedito alla gestione di piattaforme di scommesse clandestine e al gioco d’azzardo illegale online. A Sarno sono operativi il clan Serino (anch’esso con rilevanti interessi nella distribuzione di videopoker, imposti in numerosi esercizi pubblici) ed alcuni esponenti del gruppo Graziano (dediti alle estorsioni e all’infiltrazione negli appalti pubblici mediante ditte collegate), che si proiettano anche sui limitrofi comuni di Siano e Bracigliano. Anche a Sarno si registra la presenza di nuove leve criminali che, senza entrare in contrasto con le altre due organizzazioni, sono dedite al traffico di stupefacenti. A San Marzano sul Sarno e San Valentino Torio il vuoto di potere camorristico sembra lasciare spazio ad altre consorterie criminali provenienti dalle province di Napoli e Avellino. A queste si aggiungono nuove leve che, pur non essendo contigue a contesti di camorra, operano comunque in modo organizzato.

Scafati, ko il clan Loreto-Ridosso

Anche a Sant’Egidio del Monte Albino e Corbara si conferma una situazione criminale dagli equilibri mutevoli, in un contesto delinquenziale connotato dall’assenza di una locale consorteria di riferimento. Dopo la disarticolazione dello storico clan Sorrentino risultano operativi diversi soggetti, alcuni dei quali già inseriti nel predetto sodalizio, altri collegati alle organizzazioni attive a Pagani e Nocera Inferiore, dediti al traffico e allo spaccio di stupefacenti. Il territorio del comune di Scafati, per la sua posizione di confine tra le province di Salerno e Napoli, rappresenta un importante crocevia e punto di contatto per stringere alleanze strategiche tra gruppi criminali operanti a livello interprovinciale, in particolare nel traffico di stupefacenti. Nell’area, dove in passato era egemone il sodalizio LoretoRidosso, convergono le attività delittuose anche dei clan Matrone, D’Alessandro, Cesarano e Aquino-Annunziata. Con riferimento ad alcuni elementi di vertice del clan Loreto-Ridosso, si richiama l’operazione “Sarastra” condotta, nel recente passato, dalla DIA di Salerno. Dopo un complesso iter giudiziario ed all’esito di un supplemento investigativo, il 22 settembre 2017, il Tribunale di Salerno-Sezione del Riesame ha applicato la custodia cautelare in carcere a carico di un amministratore comunale di Scafati, l’ex sindaco Aliberti, e di uno dei vertici del citato clanLoreto-Ridosso.

A Bellizzi in “ripresa” il clan De Feo

A Battipaglia e Pontecagnano Faiano è presente il sodalizio Pecoraro-Renna, che vive un momento di particolare fervore operativo, attraverso le “nuove leve”. A Bellizzi, in significativa ripresa è il clan De Feo, i cui capi storici sembrano aver recuperato la guida delle attività illecite (traffico di stupefacenti, estorsioni, riciclaggio), in contrapposizione al clan Pecoraro-Renna. Nell’Alto Cilento, in particolare ad Agropoli, si registra la presenza dei Marotta, famiglia di nomadi stanziali dedita ai reati di tipo predatorio, all’usura, al traffico di stupefacenti e al riciclaggio di capitali, ottenuti in prevalenza attraverso l’usura e le rapine in danno di gioiellerie perpetrate su tutto il territorio nazionale. Nel medesimo territorio si rileva la presenza di elementi del clan Fabbrocino, nonché il ritorno di storici personaggi già inseriti con ruoli di rilievo nella Nuova Camorra Organizzata, in grado di stringere alleanze commerciali e di mutuo soccorso con i clan della provincia di Napoli. Nel medio e basso Cilento, pur non rilevandosi la presenza di organizzazioni criminali, la particolare vocazione turistico – ricettiva, fa ritenere verosimile un interesse dei clan nel reimpiego di capitali illeciti. Per quanto attiene alla Valle del Calore, l’unico fenomeno delinquenziale registrato in zona è lo spaccio al minuto di stupefacenti, reperiti presso i vicini comuni di Sala Consilina e Atena Lucana. Il Vallo Di Diano, cerniera tra l’alta Calabria, la Campania e la Basilicata, si conferma zona d’interesse per sodalizi criminali di diversa matrice. Sul territorio sono operativi due gruppi criminali, Gallo e Balsamo, capeggiati da due pregiudicati di spicco della criminalità di Sala Consilina, già facenti parte di un unico sodalizio dedito al traffico internazionale di stupefacenti. Nello specifico, il clan Gallo, dedito al traffico di armi e di stupefacenti e all’usura, mantiene i contatti con gruppi dell’alto Tirreno cosentino (Muto di Cetraro e Valente-Stummo di Scalea) e risulta dedito al traffico di armi e di stupefacenti. L’altro gruppo, mai entrato in conflitto con il primo, è dedito esclusivamente all’usura, ricorrendo raramente anche ad azioni violente, strumentali all’attività di recupero dei crediti vantati.




Figlio di un boss spara a 34enne

Pina Ferro

Due colpi di pistola, poi la fuga e una persona a terra con un proiettile nell’addome. Potrebbe essere il figlio di un boss dell’Agro Nocerino, l’uomo, un 50enne, che le forze dell’ordine stanno cercando perchè ritenuto responsabile del ferimento di Pasquale Iannone 34 anni. La sparatoria, giunta al termine di un diverbio, è avvenuta intorno alle 14,30 di ieri, in via Borsellino, nei pressi del tribunale di Nocera Inferiore. Iannone, soccorso da un automobilista è stato trasferito all’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore dove i sanitari del Pronto soccorso, dopo averlo stabilizzato, ne hanno disposto l’immediato trasferimento in sala operatoria. Un intervento chirurgico durato oltre tre ore per estrarre dall’addome del paziente il proiettile che pare abbia perforato l’intestino. Sulle condizioni di salute di Iannone, i medici ancora non si sono espressi. L’intervento è terminato nella tarda serata. Il paziente non è stato in grado di conferire con gli investigatori. Scattato l’allarme, in via Paolo Borsellino sono intervenuti gli agenti del commissariato di Nocera Inferiore che, dopo aver effettuato i rilievi di rito e circoscritto la zona, si sono messi sulle tracce di colui che avrebbe premuto il grilletto per ben due volte. Solo uno, il colpo andato a segno, l’altro si è conficcato nel finestrino di un’autovettura in sosta. Secondo alcune indiscrezioni trapelate, pare, che ad impugnare l’arma sia stato un parcheggiatore abusivo figlio di un noto boss della malavita dell’Agro Nocerino Sarnese. dell’accaduto è stata informata ala Procura Nocerina che ha aperto un’indagina, delegata agli uomini del vice questore aggiunto Luigi Amato. I colpi di arma da fuoco sarebbero stati eslosi al culmine di un litigio, al momento non è stato ancora stabilito se il ferito fosse estraneo al diverbio oppure no . Nella zona in cui è avvenuto il fatto pare non vi siano telecamere di videosorveglianza.




Cava/Nocera. In auto con armi e passamontagna. Tre arresti: tra loro il figlio del boss

CAVA DE’ TIRRENI / NOCERA INFERIORE. Armi e passamontagna ritrovati dai carabinieri domenica sera: fra i tre giovani arrestati di nuovo in manette il figlio del boss Antonio Pignataro (che partecipò all’omicidio della piccola Simonetta Lamberti), il 23enne Alessandro assime al cugino di quest’ultimo ed ad un altro giovane. L’operazione dei militari si è svolta dunque l’altra sera e ad entrare in azione sono stati i carabinieri del Reparto territoriale di Nocera Inferiore  nel quadro dei consueti servizi di controllo del territorio. Gli operanti hanno sorpresoi  tre che si aggiravano a bordo della loro autovettura lungo la via Nazionale tra i comuni di Cava de’ Tirreni e Nocera Superiore. I militari della Sezione Operativa, che da giorni stavano effettuando dei pattugliamenti straordinari in quelle zone per prevenire le rapine in danno di esercizi commerciali (tabaccherie, agenzie di scommesse), hanno notato in particolare una Renault New Twingo di colore nero con le targhe contraffatte da nastro isolante che ne rendeva praticamente impossibile l’identificazione. Viste le continue inversioni di marcia effettuate dal veicolo in prossimità di via XXV Luglio di Cava de’ Tirreni, tutto lasciava presagire che gli occupanti volessero commettere qualche malefatta. Il pronto intervento della pattuglia consentiva di fermare i tre uomini e di rinvenire nel veicolo tre pistole clandestine con colpo in canna, nonché due passamontagna e alcuni guanti. Quanto rinvenuto ha consentito l’arresto dei 23enni cugini Alessandro Pignataro e Adriano Di Cicco e del 29enne Gennaro Giordano tutti residenti a Nocera Inferiore. Per loro sono quindi scattate le manette con l’accusa di porto illegale di armi alterate e clandestine e di munizioni. Gli stessi sono stati associati al carcere di Salerno, a disposizione dell’autorità giudiziaria.
Alessandro Pignataro e Adriano Di Cicco erano stati arrestatii pochi giorni fa a Battipaglia per furto di pnesumatici da un’auto, assieme ad un terzo giovane del quartiere Piedimonte di Nocera Inferiore.

Gennaro Giordano

Gennaro Giordano

Alessandro Pignataro

Alessandro Pignataro

 Adriano di Cicco

Adriano di Cicco




Scafati. Fdi: “Nello Aliberti che ruolo ha nell’amministrazione?”

Di Adriano Falanga

Desta ancora polemiche Aniello Maurizio Aliberti, conosciuto come Nello, fratello minore del sindaco di Scafati e con esso accusato dalla Dda di Salerno per associazione a delinquere, voto di scambio politico mafioso, corruzione e concussione. Pochi giorni fa la polemica su una sua presunta frequentazione con il figlio del noto ras locale Francesco Matrone, o meglio, la sua partecipazione a gite in barca questa estate. Una barca “molto simile” a quella di Michele Matrone. I protagonisti non hanno mancato di replicare, smentendo, almeno sui social network, quanto era stato diffuso. A parlare anche l’ufficio stampa di Palazzo Mayer, tramite un comunicato a forma del primo cittadino. “Continuo a rimanere, in questa vicenda giudiziaria, fiducioso nelle indagini della magistratura inquirente, meno in questo giornalismo e in questa opposizione d’assalto che pur di distruggere la mia vita pubblica e quella della mia famiglia è impegnata quotidianamente a costruire notizie infondate – aveva fatto sapere Pasquale Aliberti –  Sarà cura di mio fratello tutelare il suo nome e il suo decoro  attraverso vie legali sia in sede civile che penale”. Seguiva poi una serie di smentite all’articolo di stampa che aveva evidenziato il binomio Aliberti-Matrone. Un passaggio comunque istituzionale che non è passato inosservato a Cristoforo Salvati, capogruppo di Fratelli D’Italia: “mi preme sottolineare in qualità della mia esperienza pluriennale di consigliere comunale di Scafati, che il rispetto delle autorità nasce dai comportamenti che si hanno nel ruolo pubblico, che mai deve confondersi con quello della propria famiglia di appartenenza avendo rispetto delle Istituzioni che rappresentano la volontà popolare da un lato e lo Stato dall’altro –osserva Salvati – Se invece il minore Aniello ha una veste pubblica che non conosco,  ed allora diventa comprensibile la difesa d’ufficio del Sindaco, in tal caso sarebbe anche giustificata la particolare assiduità delle visite a Palazzo Meyer del gaudente fratello. Questa commistione tra pubblico e privato allontana ancora di più il cittadino e i politici seri dalla cosa pubblica, che potrebbe sembrare  un interesse privato di una famiglia nella gestione della stessa. Prima di avere rispetto delle altre autorità in primis della magistratura inquirente, cominciamo a ridare dignità al ruolo pro-tempore che si occupa”.




Scafati. Nomine al Comune. Santocchio accusa: «C’è anche il nipote del boss»

SCAFATI. «Ancora una volta aleggia il voto di scambio nella campagna elettorale per le elezioni regionali: la coppia Paolino-Aliberti ha messo a segno nomine inopportune e illegittime fatte con i soldi dei contribuenti sempre e solo ai soliti noti. Noi diciamo basta a questo sistema chiediamo alla magistratura di intervenire in questo modo illecito di eseguire la campagna elettorale». Così il consigliere comunale di opposizione Mario Santocchio denuncia quanto sta avvenendo in queste ore a Scafati. Tra le persone nominate spunta anche il nipote del boss Dario Federico e alcuni tra staffisti o ex candidati di Pasquale Aliberti alle amministrative del 2013. Il primo cittadino Aliberti, marito del consigliere regionale uscente, Monica Paolino, ieri è finito nuovamente nel mirino delle opposizioni. Attraverso gli uffici comunali sono stati scelti dei professionisti a cui affidare incarichi dai 15mila ai 20 mila euro per la durata di sei mesi con possibilità di proroga. I prescelti sono Valentina Matrone residente Pompei che avrà 15mila e 900 euro per ricoprire il ruolo di coordinamento. Generosa Sicignano, ex staffista del sindaco (ed anche ex moglie di un consigliere comunale di Sarno, Toti Orza) e già in passato incaricata come avvocato a Palazzo di Città in alcune convenzioni pubbliche, adesso svolgerà il ruolo di coordinatrice senior per il progetto “Piu Europa” per 19mila euro fino al prossimo 31 dicembre. A Palazzo Meyer arriva anche Sabrina Vitiello, ex candidata di Michele Raviotta alle scorse amministrative, che per 13mila euro eseguirà il ruolo di coordinamento. Su di lei, l’attacco politico sembra inevitabile per il movimento 5 stelle: «Ci sembra alquanto singolare questa scelta fatta nel pieno della campagna elettorale che sa tanto di uno scambio di favori a tutti gli effetti.  Non mettiamo in dubbio le qualità della persona beneficiaria del fortunato incarico ma quello che contestiamo è la solita logica spartitoria  tipica della politica del “io do qualcosa a te e in cambio  tu dai qualcosa  a me. Forse è giunto il momento che alcuni membri dell’ “opposizione ” escano allo scoperto ed ufficializzino una volta per tutte l’entrata in maggioranza». Tra i prescelti anche Francesco Federico, anche lui molto conosciuto, che ha avuto un incarico di 15mila euro per entrare nello staff del Piu Europa mentre il napoletano Luca Manzo, avvocato, ha avuto per un ruolo simile 12mila euro. C’è anche un’altra napoletana in lizza: Anna Maria Maisto, che riceverà per entrare nello staff, 13mila euro. Immancabile anche la presenza di Lia Cutino, addetto stampa del comune di Scafati – fino a che sua sorella Francesca non è rientrata dalla maternità la scorsa settimana – e che ora entra invece nello staff Piu Europa per il ruolo di comunicatore e percepirà 19mila euro. La staffetta delle “sorelle della comunicazione” continua. Infine c’è Antonio Esposito, ex candidato di Aliberti e staffista del primo cittadino, percepirà 19mila euro circa. Ovviamente tutti gli importi sono lordi ma in ogni caso si tratta di una spesa di oltre centomila euro di fondi pubblici, soldi dei contribuenti.
Matilde Guerra




Alessandra Mussolini pubblica la prima pagina di Le Cronache su Facebook

Sulla propria pagina Facebook ufficiale Alessandra Mussolini, candidata con Stefano Caldoro per le prossime Regionali, pubblica la prima  del nostro quotidiano, Le Cronache, chiedendo a De Luca e al PD di intervenire riguardo la vicenda della casa sequestrata al Boss Vaccaro e ritornata di nuovo in sua disponibilità.




La Trattativa graziò il boss Sorrentino

di Simone Di Meo

E veniamo così alla seconda puntata del reportage di «Cronache del Salernitano» sui personaggi della camorra locale che spuntano, qua e là, nell’indagine sulla presunta trattativa tra Stato e mafia su cui è in corso, a Palermo, il relativo processo. Alla sbarra, nel capoluogo siciliano, ci sono ex ministri della Prima Repubblica (Calogero Mannino e Nicola Mancino) e criminali efferati di Cosa nostra (Totò Riina e Leoluca Bagarella su tutti, i capi dell’«ala stragista» dei Corleonesi) ed esponenti di vertice degli apparati di sicurezza e investigativi dell’epoca (il generale Mario Mori, autore dell’arresto proprio di Riina, e il suo «braccio destro», il colonnello Giuseppe De Donno). L’ipotesi investigativa della procura palermitana si regge tutta su un assunto: in cambio della cessazione della strategia del tritolo (strage Falcone e Borsellino, attentati sul continente nel biennio 1992-1993) lo Stato avrebbe offerto un ammorbidimento delle condizioni carcerarie per circa trecento detenuti appartenenti alla criminalità organizzata, non solo siciliana. Una sorta di «do ut des» che avrebbe permesso di impedire nuovi episodi di violenza dopo quelli registrati a Firenze (via dei Georgofili, 26-27 maggio 1993: 5 vittime), Milano (eccidio di Via Palestro, 27 luglio 1993: 5 morti) e Roma (bombe di San Giovanni in Laterano e San Giorgio in Velabro, 28 luglio 1993). Tra questi criminali, a leggere gli atti dell’istruttoria siciliana, ci sono anche quattro esponenti della camorra salernitana. Nella prima puntata, pubblicata il 2 marzo scorso, abbiamo raccontato la storia di Pietro Del Vecchio, al quale il 30 novembre 1993 non venne prorogato il regime di carcere duro. Stavolta, ci occupiamo invece di Francesco Sorrentino di Sant’Egidio del Monte Albino, nato l’8 gennaio del 1949. Anche nei suoi confronti, il 2 novembre 1993 viene disapplicato il 41bis firmato dal Guardasigilli dell’epoca appena un anno prima. Le prime notizie su di lui risalgono al 25 maggio 1988 quando i carabinieri di Catanzaro lo arrestano insieme ad altre sette persone in un rocambolesco e fortunoso blitz a Lamezia Terme. Sorrentino a quel tempo è un personaggio emergente della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, l’uomo che ha in mente di sfidare lo strapotere criminale di Cosa nostra e dei suoi nuovi padroni: i Corleonesi. È latitante per essersi sottratto, insieme ad altri due malavitosi, al soggiorno obbligato, Sorrentino. Si è rifugiato in Calabria dove è entrato, presumibilmente, in contatto con alcuni esponenti della mafia locale. A portare i carabinieri al covo dei tre campani sono però 4 rapinatori, legati alla mafia catanese, che poco prima hanno tentato un colpo da 200 milioni di lire nella filiale catanzarese del Banco di Napoli. Messi in fuga dall’arrivo delle forze dell’ordine, i banditi vanno a rifugiarsi nel residence «Lamezia Golfo» dove sono nascosti (e chissà se lo sospettavano) anche i camorristi. All’arrivo dei carabinieri scattano i ferri ai polsi per tutti: in galera finiscono i 4 mafiosi, colpevoli dell’assalto all’istituto di credito, e pure i tre camorristi latitanti che si sono visti scoperti nel rastrellamento. Passano gli anni e il nome di Sorrentino continua a ripetersi nelle informative di polizia giudiziaria sui nuovi assetti della Nco cutoliana. Nell’ottobre 1994, il criminale di Sant’Egidio del Monte Albino viene coinvolto in una maxi-retata della Dda di Salerno che porta in galera tredici camorristi per reati che vanno dall’associazione camorristica agli omicidi al tentato omicidio. È un lavoro mastodontico della Direzione distrettuale antimafia di Salerno che ha scoperchiato il vaso sugli anni di violenza che hanno insanguinato l’agro-nocerino-sarnese al tempo della battaglia, senza esclusione di colpi, tra i killer cutoliani e i fedelissimi di Carmine Alfieri. Nel fascicolo finiscono cinque esecuzioni, tutte risalenti a quindici anni prima, tra le quali quella dell’avvocato Giorgio Barbarulo di Nocera Inferiore. Agli indagati viene contestato anche un tentativo di omicidio e un attentato dinamitardo a scopo estorsivo contro il Mobilificio Petti di Nocera Inferiore. Gli altri omicidi che vanno ad allungare il capo di imputazione sono quello del brigadiere degli agenti di custodia della casa circondariale di Salerno, Antonio Caputo, ucciso per aver tentato di impedire il controllo interno del carcere da parte dei gruppi criminali; di Stefano Manna, ucciso nella lotta scatenatasi tra la Nuova camorra organizzata e la Nuova Famiglia, perché ritenuto vicino a Pasquale Galasso; di Nicola Russo, ammazzato perché ritenuto vicino al capo clan dei Saccone, Giuseppe Olivieri; e di Luciano Forino, ucciso per reazione all’attentato dinamitardo che il fratello di quest’ultimo, Mario, aveva compiuto in prossimità dell’abitazione di Raffaele Cutolo. Quando scattano le manette, per questo procedimento, a Sorrentino è già stato revocato il carcere duro su decisione del ministro di Grazia e giustizia dell’epoca. (2.continua – la III puntata sarà pubblicata domenica 16 marzo)




Delitto Nese: «Ergastolo per D’Agostino»

Nessuno sconto: ergastolo per Giuseppe D’Agostino, il boss di via Capone già condannato nel 2011 al carcere a vita per l’omicidio di Antonio Nese, il nipote di Lucio Grimaldi alias il vampiro e fratello di Giuseppe Nese, freddato la sera del 5 marzo del 1996 davanti al circolo “Bumper pool” di via Galloppo a Torrione da quattro colpi di pistola. Questa, almeno la richiesta avanzata ieri dal Procuratore generale dottoressa Giannelli davanti ai giudici della Corte d’Assise d’Appello del tribunale di Salerno al termine della sua requisitoria. Il magistrato ha ripercorso tutte le tappe che hanno portato al delitto inserito, a parere del Pg, a pieno titolo nella guerra di camorra apertasi a Salerno quando imperava il clan D’Agostino e attribuendo precise responsabilità all’imputato, indicato dalla Procura come uno dei componenti del commando di fuoco. La tesi accusatoria sostenuta dalla Procura si fonda in primo luogo sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che, nel lungo processo davanti ai giudici della Corte d’Assise, hanno confermato la presenza di D’Agostino, la cui pistola si inceppò, nel gruppo che decretò l’eliminazione di Nese. L’udienza è stata quindi rinviata al prossimo 29 luglio quando si concluderanno le arringhe dei legali dell’imputato, gli avvocati Pierluigi Spadafora e Luigi Gargiulo. Quindi il 31 luglio arriverà il verdetto. Secondo l’impianto accusatorio formulato dall’Antimafia furono Amedeo Panella, Ciro Ferrara (entrambi già condannati per il delitto) e Giuseppe D’Agostino (in concorso con gli ormai defunti Luca Rosamilia e Luigi Memoli), ad ideare e mettere a segno l’omicidio di Antonio Nese a sua volta feroce autore del triplice omicidio di Croce in cui vennero fatti fuori i cognati del boss Amedeo Panella. E fu proprio quest’ultimo ad esplodergli contro cinque colpi di pistola mentre l’arma impugnata da D’Agostino, si “inceppò”. Nese, prima di cadere sotto il piombo degli avversari, fece una telefonata dall’apparecchio pubblico interno al circolo: poi, intorno alle 21.30, mentre usciva e si accingeva ad entrare nella propria autovettura (una Mercedes), venne raggiunto dal fuoco delle pallottole. I killer fuggirono poi a bordo di una Lancia Thema, rubata a Napoli qualche giorno prima e fatta pervenire a Salerno da alcuni amici di Panella stesso, verso Giovi, in località Altimari, dove ad attendere il commando c’erano Rosamilia, Memoli e Ferrara addetti al recupero ed alle tradizionali operazioni di distruzione della macchina utilizzata per l’omicidio. Nel 2011, all’esito del processo di primo grado in Corte d’Assise, D’Agostino, è stato condannato alla pena dell’ergastolo. Ieri la richiesta del Pg all’esito del processo di secondo grado caratterizzato dalla rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale. I legali dell’imputato, attraverso la deposizione di nuovi testi sono riusciti a dimostrare che D’agostino e Panella strinsero l’allenza criminale solo dopo l’omicidio di Nese, un particolare, questo, che a parere della difesa dimostrerebbe l’estraneità del boss di via Capone dall’omicidio del marzo 2006. A fine mese il verdetto dei giudici