Immacolata Villani ammazzata dal marito

Erika Noschese

Ancora un caso di femminicidio, in Campania. A fare da scenario all’ennesima tragedia di una morte annunciata è, stavolta, Terzigno, in provincia di Napoli. La vittima si chiamava Immacolata Villani, 31enne originaria di Boscoreale. La donna è stata freddata con un colpo di pistola davanti ad una scuola elementare di Terzigno, nel napoletano, nel quartiere di Boccia al Mauro, dopo aver accompagnato i figli a scuola, alle 8.20 del mattino. Ad averla uccisa, con molta probabilità, il suo ex marito, Pasquale Vitiello, già denunciato per maltrattamenti in famiglia Immacolata, dopo aver accompagnato i bambini a scuola, era nell’atrio dell’istituto per parlare con il marito. Forse una lite, per futili motivi come spesso accade in questi casi, e in lui si è scatenata la furia omicida. La donna era a bordo della sua auto, forse con un’amica. Il consorte l’ha raggiunta, intimandole di scendere. Pioveva, ieri mattina ma è per strada che si è consumata la tragedia: un colpo di pistola sparato all’improvviso e poi via, a bordo dello scooter per sfuggire alle forze dell’ordine. L’uomo, infatti, risulta ancora ricercato. Quando si sono sentiti gli spari i bambini erano già nelle loro classi, in attesa dell’inizio della lezione e, pochi minuti dopo, sono stati fatti allontanare da un’uscita secondaria per non far vedere loro il cadaver dlla donna, riverso in strada in una pozza di sangue. Tra i primi ad accorrere sul posto il padre della 31enne, accompagnato da alcuni parenti. Sul volto, il dolore di un padre che ha di fronte a sé la più tragica delle scene, quella che forse non dimenticherà mai: il corpo senza vita di sua figlia, sul marciapiedi della scuola frequentata dalla nipotina di 9 anni, coperta da un lenzuolo bianco. A parlare con la piccola per dirle che la sua mamma non potrà più accompagnarla a scuola perchè morta per mano di suo padre – e proprio nel giorno della festa del papà – è toccato ai servizi sociali del comune napoletano. A lanciare l’allarme ai carabinieri il sindaco di Terzigno, Francesco Ranieri, avvertito da alcune persone presenti, insieme ai tanti genitori che ieri mattina, come sempre, accompagnavano i figli a scuola. La salma della giovane è stata portata via tra gli applausi dei presenti, ancora increduli rispetto all’accaduto che, ancora una volta, a sconvolto la provincia di Napoli. Sul posto, oltre alle forze dell’ordine, anche i parenti e qualche curioso. Stando a quanto riferito dal primo cittadino del comune di Terzigno, Pasquale Vitiello – prima del folle gesto – avrebbe lasciato una lettera in cui annunciava le sue intenzioni omicide. Immacolata, stando a quanto riferito, avrebbe lasciato il marito lo scorso 4 marzo ed erano in fase di separazione. Alla base della decisione, la violenta discussione avuta quella sera dinanzi la loro bambino. Una lite poi sfociata in calci, pugni, spintoni ed insulti. A quella triste scena aveva preso parte, stando a quanto emerge dalla denuncia presentata dalla 31enne ai carabinieri della locale stazione, anche la madre dell’uomo. al quale – secondo la denuncia presentata ai carabinieri – avrebbe preso parte attivamente anche la suocera di Immacolata. La donna raccontò tutto nella querela presentata ai carabinieri cui fece seguito una controquerela presentata dalla suocera pochi giorni dopo. Nell’abitazione della coppia, dove l’uomo viveva da solo ormai da due settimane, è stata trovata una lettera nella quale Vitiello prometteva di “farsi giustizia da sè”.

Gareffa, Sicignano, Maiorano, Pena: quando è la gelosia ad uccidere le donne

Pierangela Gareffa,Assunta Sicignano, Nunzia Maiorano, Elda Penta, Maria d’Antonio. Sono solo alcuni dei tanti nomi di donne che, nel salernitano, hanno perso la vita uccise dai loro stessi mariti. Dalle persone con cui hanno scelto di condividere la vita e di cui si fidavano. Ma qualcosa, nella mente di questi uomini, ha stravolte le cose portandoli a compiere gesti assurdi. Tanto assurdi quanto incredibilmente veri. La mente si annebbia al punto tale che l’irrazionale diventa razionale; lo “straordinario” diventa quasi ordinario e, ogni giorno, ci ritroviamo a scrivere intere pagine di cronaca nera, raccontando di una giovane mamma uccisa dal padre di sua figlia. L’ultimo caso è quello che si è verificato a Cava de’ Tirreni lo scorso 22 gennaio. Una lite violenta: la donna avrebbe preso un coltello per conficcarlo nella spalla dell’uomo; quest’ultimo, per difendersi l’avrebbe uccisa, davanti al figlio di 5 anni. «Ero esasperato da mia moglie. Non ce la facevo più. Voleva che lasciassi la casa. Ma io ho pagato il mutuo per quella casa e non me ne volevo andare», aveva raccontato l’uomo agli inquirenti nel tentativo di spiegare il folle gesto. Fu il bambino a raccontare ai parenti di Nunzia che la sua mamma non c’era più: «Zio, mamma è morta, l’ha uccisa papà». Le storie sono quasi tutte uguali. Tutte tristemente e terribilmente uguali: marito e moglie non vanno più d’accordo, lei decide di lasciarlo, lui non accetta la fine della loro separazione e sceglie la strada più tragica, quella della morte. A Salerno, pochi giorni fa, il Laav officina teatrale, ha messo in scena lo spettacolo di teatro-danza “Euthalia-fiore che sboccia”, una sorta di spunto di riflessione, per cercare soluzioni per le esigenze sociali. Questa è solo una delle tante iniziative messe in campo nel salernitano per fronteggiare un fenomeno così tristemente sviluppato nel nostro Paese ma non basta. Non bastano le associazioni, non servono le sole iniziative messe in campo dalle associazioni. Ciò che deve cambiare è la visione degli uomini: le donne non sono un oggetto. Sono persone. E vanno amate. (er.no.)

«Smettiamola di parlare di femminicidio Una vita vale l’altra. Nessun fenomeno»

«Non sono certo esista il fenomeno del femminicidio». A parlare così è lo psicologo salernitano Federico Paolino, in merito alla vicenda dei tanti casi di femminicidio che si stanno verificando in Italia. Per Paolino, infatti, non si tratta di femminicidio ma più correttamente di «omicidio di genere». Secondo alcune statistiche nazionali, in Italia sarebbero diminuiti gli omicidi e i femminicidi ma «non sono del tutto sicuro che esista davvero un fenomeno che si possa chiamare femminicidio. Negli ultimi due giorni, è stata uccisa una donna di 20 gettata nel pozzo e questo è ciò che forse si potrebbe definire omicidio di genere – spiega ancora lo psicologo – e che forse potrebbe rientrare in queste statistiche». Secondo Paolino, occorrerebbe distinguere tra una donna uccisa ma anche dalla motivazione per cui verrebbe fatto riportando la vicenda di un’anziana donna sparata mentre passava per caso per quella strada e, in quel caso specifico, non si può parlare di femminicidio ma di omicidio così come nel caso di una coppia appartenente alla malavita, sparati entrambi per mano della camorra. Per lo psicologo salernitano, la prima cosa da fare per comprendere se questo fenomeno esiste è sospendere i giudizi morali, etici ma non vi sarebbero analisi del fenomeno: «Tutti gli omicidi sono terribili, non solo quelli delle donne. Solo analizzare la vicenda può portarci a capire se il fenomeno esiste e quali sono le sue caratteristiche e perchè avviene una cosa di questo tipo», ha spiegato Federico Paolino, secondo cui uomini e donne si sono sempre uccisi a vicenda e se parliamo di femminicidio non si può non parlare di “ominicidio”. «Una vita vale l’altra.  Non parliamo di femminicidio ma solo di omicidio», dice anche, riconoscendo però l’esistenza di un fenomeno che porta l’uomo a sentirsi in forte disagio rispetto a determinate novità culturali. «Non sono certo esista il fenomeno del femminicidio». A parlare così è lo psicologo salernitano Federico Paolino, in merito alla vicenda dei tanti casi di femminicidio che si stanno verificando in Italia. Per Paolino, infatti, non si tratta di femminicidio ma più correttamente di «omicidio di genere». Secondo alcune statistiche nazionali, in Italia sarebbero diminuiti gli omicidi e i femminicidi ma «non sono del tutto sicuro che esista davvero un fenomeno che si possa chiamare femminicidio. Negli ultimi due giorni, è stata uccisa una donna di 20 gettata nel pozzo e questo è ciò che forse si potrebbe definire omicidio di genere – spiega ancora lo psicologo – e che forse potrebbe rientrare in queste statistiche». Secondo Paolino, occorrerebbe distinguere tra una donna uccisa ma anche dalla motivazione per cui verrebbe fatto riportando la vicenda di un’anziana donna sparata mentre passava per caso per quella strada e, in quel caso specifico, non si può parlare di femminicidio ma di omicidio così come nel caso di una coppia appartenente alla malavita, sparati entrambi per mano della camorra. Per lo psicologo salernitano, la prima cosa da fare per comprendere se questo fenomeno esiste è sospendere i giudizi morali, etici ma non vi sarebbero analisi del fenomeno: «Tutti gli omicidi sono terribili, non solo quelli delle donne. Solo analizzare la vicenda può portarci a capire se il fenomeno esiste e quali sono le sue caratteristiche e perchè avviene una cosa di questo tipo», ha spiegato Federico Paolino, secondo cui uomini e donne si sono sempre uccisi a vicenda e se parliamo di femminicidio non si può non parlare di “ominicidio”. «Una vita vale l’altra.  Non parliamo di femminicidio ma solo di omicidio», dice anche, riconoscendo però l’esistenza di un fenomeno che porta l’uomo a sentirsi in forte disagio rispetto a determinate novità culturali. Dunque, una visione delle cose differente, un unico termine che racchiuda questi terribili reati: omicidio.

Il dossier/ Vittime dei loro mariti. Cosa spinge le donne al silenzio?

Nel 2018 ancora tanti, troppi, sono i casi di donne uccise per mano dei loro stessi mariti, compagni, fidanzati. “Un tratto comune a tutte le forme di violenza è la mancata denuncia nonostante l’impatto che taluni episodi di cronaca hanno sull’opinione pubblica. La violenza contro le donne più che assumere la dimensione sensazionale ed occasionale sembra, invece, caratterizzata da una spiccata normalità”. Nel 2018 ancora tanti, troppi, sono i casi di donne uccise per mano dei loro stessi mariti, compagni, fidanzati. “Un tratto comune a tutte le forme di violenza è la mancata denuncia nonostante l’impatto che taluni episodi di cronaca hanno sull’opinione pubblica. La violenza contro le donne più che assumere la dimensione sensazionale ed occasionale sembra, invece, caratterizzata da una spiccata normalità”. E’ un estratto del dossier scritto da Anna Scalise, counselor dell’Aspic, la Scuola Superiore Europea Di Counseling Professionale.“Laddove la vittima decida di uscire dal silenzio rivolgendosi ai soggetti, istituzionali e non, preposti ad una prima fase di accoglienza, il percorso che si trova ad affrontare non è univoco, ma a totale discrezione della vittima. La donna vittima di violenza può, dunque, rivolgersi per una prima richiesta d’aiuto indistintamente presso un centro antiviolenza o un’associazione di tutela e assistenza alla donna, un Pronto Soccorso ospedaliero o un ginecologo di fiducia, i Servizi Sociali del Comune ovvero le forze dell’ordine”. Dunque, le donne che hanno sporto denuncia per la violenza subìta dal partner, lamentano il fatto di non sentirsi protette poiché nella maggior parte dei casi l’autore della violenza non viene né allontanato, né perseguito, né tanto meno arrestato.  E’ fondamentale, quindi, che la donna venga creduta, sostenuta e aiutata nei centri e nelle istituzioni di competenza e che percepisca di esserlo.Ma cosa spinge le vittime stesse a non denunciare l’autore di violenza o a farlo dopo un tempo più o meno lungo rispetto all’inizio dei soprusi? Le cause sono molteplici e spesso concomitanti. Possiamo distinguere tra le cause endogene, che scaturiscono da sentimenti, sensazioni o paure personali vissute dalla vittima, dalle cause esogene, che conseguono a circostanze esterne che condizionano la vittima nelle scelte da intraprendere. Tra le cause di natura endogena rileviamo i sentimenti di amore nei confronti del proprio partner e la speranza in suo cambiamento; la volontà di far crescere i propri figli anche in relazione con la figura paterna; la paura di reazioni ancora più aggressive da parte del violento e, infine, la vergogna e il timore di essere giudicate mogli e madri inadeguate o addirittura colpevoli.Anni fa è stata realizzata in Italia un’importante ricerca sul fenomeno dal titolo Il silenzio e le parole.[Il “silenzio” era quello delle vittime, chiuse nella loro condizione di sofferenza, inascoltate e invisibili anche per coloro i quali avrebbero dovuto accoglierle e proteggerle dal disagio. Le “parole” erano la loro voce ritrovata, il bisogno di far sapere al mondo l’esistenza del proprio problema e la possibilità di chiedere aiuto e di essere ascoltate. In Italia sono operativi centri di eccellenza per la gestione di questo tipo di bisogno, così come sono attive esperienze locali e singoli professionisti, a testimonianza della possibilità e necessità di una risposta appropriata. È proprio in questo ambito che si riconosce nel Counseling, uno strumento di massima efficacia il cui scopo è quello di fornire aiuto e sostegno a chi vive in un particolare momento di disagio emotivo.

I dati nazionali/ Reati contro le donne, maglia nera per la Campania

Pierangela Gareffa,Assunta Sicignano, Nunzia Maiorano, Elda Penta, Maria d’Antonio. Sono solo alcuni dei tanti nomi di donne che, nel salernitano, hanno perso la vita uccise dai loro stessi mariti. Dalle persone con cui hanno scelto di condividere la vita e di cui si fidavano. Ma qualcosa, nella mente di questi uomini, ha stravolte le cose portandoli a compiere gesti assurdi. Tanto assurdi quanto incredibilmente veri. La mente si annebbia al punto tale che l’irrazionale diventa razionale; lo “straordinario” diventa quasi ordinario e, ogni giorno, ci ritroviamo a scrivere intere pagine di cronaca nera, raccontando di una giovane mamma uccisa dal padre di sua figlia. L’ultimo caso è quello che si è verificato a Cava de’ Tirreni lo scorso 22 gennaio. Una lite violenta: la donna avrebbe preso un coltello per conficcarlo nella spalla dell’uomo; quest’ultimo, per difendersi l’avrebbe uccisa, davanti al figlio di 5 anni. «Ero esasperato da mia moglie. Non ce la facevo più. Voleva che lasciassi la casa. Ma io ho pagato il mutuo per quella casa e non me ne volevo andare», aveva raccontato l’uomo agli inquirenti nel tentativo di spiegare il folle gesto. Fu il bambino a raccontare ai parenti di Nunzia che la sua mamma non c’era più: «Zio, mamma è morta, l’ha uccisa papà». Le storie sono quasi tutte uguali. Tutte tristemente e terribilmente uguali: marito e moglie non vanno più d’accordo, lei decide di lasciarlo, lui non accetta la fine della loro separazione e sceglie la strada più tragica, quella della morte. A Salerno, pochi giorni fa, il Laav officina teatrale, ha messo in scena lo spettacolo di teatro-danza “Euthalia-fiore che sboccia”, una sorta di spunto di riflessione, per cercare soluzioni per le esigenze sociali. Questa è solo una delle tante iniziative messe in campo nel salernitano per fronteggiare un fenomeno così tristemente sviluppato nel nostro Paese ma non basta. Non bastano le associazioni, non servono le sole iniziative messe in campo dalle associazioni. Ciò che deve cambiare è la visione degli uomini: le donne non sono un oggetto. Sono persone. E vanno amate.

I dati locali/ Nel salernitano, aumenta il numero di donne vittime di violenza domestica

Spazio donna a Salerno, Donne in rete contro la violenza C.I.F. (Centro Italiano Femminile) di Cava de’ Tirreni, Linea Rossa, centro ascolto donna. Sono alcune delle realtà territoriali che ormai da anni di battono per aiutare le donne vittima di violenza. I dati più allarmanti vengono proprio da Cava de’ Tirreni. Secondo la responsabile del centro Donne in rete, infatti, il numero di donne che si rivolgono a loro chiedendo aiuto sono in largo aumento. Dal mese di gennaio 2018, ad oggi, infatti, sono decine le donne che si sono rivolte a lavoro per chiedere aiuto e denunciare i maltrattamenti che subiscono dal proprio marito o compagno, il più delle volte dinanzi ai loro figli. Ma in cosa consiste l’aiuto che questi centri offrono alle vittime? «Si tratta, nello specifico di aiuto psicologico affinchè le donne si rendano conto di dover denunciare quanto sta accadendo. Pur trattandosi del marito». Ma perchè le donne decidono di scegliere il silenzio piuttosto che le vie legali? «Molte volte, ci siamo ritrovati ad aiutare donne che si rifiutava di denunciare il proprio marito o il compagno per una paura puramente economica. Non lavorando, infatti, non erano indipendenti e denunciare poteva significare perdere quei soldi che magari potevano servire per arrivare a fine mese, pagare le bollette, crescere i figli, acquistare beni di prima necessità». Ma sono più le donne che decidono di denunciare o di subire in silenzio le vessazioni dei loro mariti? «Negli ultimi giorni abbiamo accolto presso i nostri centri donne che si sono rivolte a noi, dopo aver sporto denuncia presso i carabinieri. Successivamente, si rivolgono a noi tramite il numero verde per avere supporto psicologico e legale. Ora, stiamo seguendo circa 10 casi “nuovi” e altri casi risalenti al 2017 ma che sono ancora con noi perchè non hanno terminato il percorso con lo psicologo». Un numero in aumento, dunque, che genera un allarmismo generale perchè non si può subire violenza da chi, invece, ha scelto di essere al nostro fianco per proteggerci e amarci incondizionatamente.




Scafati/Boscoreale. Contrae una forte infezione dal falso dentista scafatese

SCAFATI/BOSCOREALE. Lo ha scoperto in uno dei modi peggiori che esiste: rischiando la sua vita. Un dentista le aveva causato una infezione che rischiava di ucciderla e – su consiglio di un altro medico – quando è andata a denunciare l'accaduto alle forze dell'ordine, ha scoperto di non essere stata la prima cliente “scontenta” che si era rivolta alla Procura di Torre Annunziata per denunciare il suo medico. Peccato però che quell’uomo, poco più che 50enne e residente a Scafati, non era un dentista. Nemmeno un odontotecnico. Nonostante le lunghe file fuori dal suo studio, l’uomo non ha alcuna laurea o specializzazione in materia e su di lui, è scattata un’inchiesta a cavallo tra la Procura di Nocera Inferiore e quella di Torre Annunziata. A denunciarlo per ultima, una 73enne di Scafati che aveva avuto la “fortuna” di trovare un dentista “così a buon prezzo” per quella protesi che “voleva farsi fare oramai da diversi anni”. Non le aveva destato sospetto che l’uomo avesse eseguito diversi interventi per la realizzazione e l’installazione di una protesi dentistica in una piccola abitazione a Boscoreale. Né aveva suscitato qualche dubbio l’assenza di qualsivoglia targa all’esterno della  casa di confine. Nemmeno la cifra pagata di oltre 7mila euro senza alcuna fattura o ricevuta in cambio, le aveva fatto battere ciglio. La donna però, dopo diversi mesi, scoprì un valore alterato nelle sue analisi. Era il sintomo di una infezione. Nonostante il check up completo effettuato presso una clinica salernitana, non si riusciva a venire a capo circa l’origine di questo valore. Nemmeno una maxi cura di antibiotici endovena ad ampio spettro l’aveva salvata da quel sospetto medico. L’ultima cosa da controllare, erano rimasti i denti. Così, su consiglio di un medico dell’ospedale di Nocera Inferiore, la donna si era rivolta ad un dentista consigliato ex novo dall’esperto neurologo nocerino. Lì aveva scoperto di essere capitata – qualche mese prima – nelle mani di un macellaio. E, se non avesse avuto un cuore forte e la cura antibiotica varia somministrata nella clinica in cui era stata ricoverata per due settimane, le cose sarebbero andate molto diversamente.
Una brutta infezione, difficile da trovare, poteva esserle fatale ma per fortuna, lo zelo di un medico dell'ospedale di Nocera Inferiore ha svelato il problema e l'ha indirizzata sulla strada giusta per la guarigione. La sua doveva essere una denuncia-diffida per un danno causato per un presunto caso di malasanità. Ma, quando si è recata dai carabinieri per la denuncia le hanno risposto di conoscere già quel sedicente professionista. Ben 22, oltre la sua, le denunce a suo carico. L’uomo, poco più che 50enne, non risulta né laureato né specializzato in odontoiatria né sembra sia mai stato un odontotecnico.
Insomma, su di lui c’è l’attenzione delle forze dell’ordine che stanno indagando ad ampio raggio sul caso. Una segnalazione intanto, è stata inviata anche all’ordine dei medici.

 




Spaccio di droga: 33 misure cautelari tra Piana del Sele e napoletano. I nomi e le foto

vittorio pone

Giuseppe Curcio

Vincenzo Strollo

Antonio Sorrentino

Giuseppe Salerno

Francesco Rainone

Francesco Romania

Antonietta Di Marco

Adriano Francione

Carmine Landi

Gianluca Di Benedetto

Alda Di Benedetto

 Pietro Junior Del Mastro

Biagio Parisi

Guglielmo Di Martino

Guglielmo Di Martino

gallery

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comunicato Stampa

 

 

Il 2 marzo 2016, a Salerno, Battipaglia (SA), Bellizzi (SA), Pontecagnano (SA), Giffoni Valle Piana (SA), Montecorvino Pugliano (SA), Eboli (SA), Napoli e Boscoreale (NA), i militari del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Salerno, supportati da due unità del Nucleo Cinofili di Sarno (SA) e da un equipaggio del 7° Elinucleo di Pontecagnano (SA), avvalendosi dell’ausilio dei reparti territorialmente competenti, hanno eseguito un provvedimento cautelare emesso dal GIP presso il Tribunale di Salerno, su conforme richiesta della locale Procura della Repubblica-DDA, nei confronti di 34 indagati (13 in carcere, 15 agli arresti domiciliari e 5 obbligo di dimora), ritenuti responsabili del reato di associazione per delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti (6 persone), nonché del reato di spaccio di stupefacenti del tipo “cocaina”, “hashish” e “marijuana” (27 persone).

Le indagini compendiate nell’operazione “THUNDERBOLT 1”, hanno avuto inizio a seguito dall’omicidio di PERSICO Vincenzo (perpetrato a Montecorvino Rovella-SA il 19 gennaio 2014), con lo scopo di definire il contesto delinquenziale in cui era maturato il delitto. All’esito dei primi sviluppi investigativi, il 25 gennaio 2014 furono individuati e sottoposti a fermo di indiziato di delitto quattro pregiudicati locali (VOLPICELLI Alberto, DI LUCIA Angelo, BRUNETTO Nicola e LAMBERTI Domenico), ritenuti coinvolti a vario titolo (esecutori materiali i primi due, favoreggiatore e mandante) nell’omicidio.

L’analisi delle risultanze info-investigative emerse sul conto del pregiudicato LAMBERTI Domenico (alias “Mimmo ‘a mafia”) ha, in par

Mario Castagna

Mario Capriglione

Rosanna Abbate

Samuel Giuliani

ticolare, consentito di accertare che lo stesso era elemento di riferimento per una fitta rete di pusher locali dediti allo spaccio di stupefacenti nei Comuni di San Cipriano Picentino (SA), Montecorvino Pugliano (SA), Giffoni Valle Piana (SA) e località limitrofe, e che i contrasti con il PERSICO erano sorti a causa dell’intromissione di quest’ultimo negli affari illeciti e nella gestione dello spaccio nei medesimi Comuni.

Le investigazioni dalle quali scaturisce il provvedimento in argomento, in particolare, hanno consentito di:

–    individuare i componenti di un nuovo gruppo criminale operante a Battipaglia (SA) e località limitrofe, delineando i ruoli ricoperti dai sodali (promotore, organizzatori delle attività di spaccio, fornitori abituali, corrieri addetti all’acquisto ed al trasporto dello stupefacente e pusher), le modalità di smercio dello stupefacente e il volume di affari giornaliero (il guadagno, al netto delle spese per approvvigionare la droga, è stimato in circa 1.000 euro al giorno);

–    accertare la contestuale operatività, nella Piana del Sele, di quattro significative reti di spaccio, autonome rispetto al gruppo criminale pur con saltuari rapporti di collaborazione con lo stesso, composte da diversi pusher che si rifornivano alternativamente presso la piazza di spaccio di Napoli-Scampia (Lotto H) e l’hinterland partenopeo (Boscoreale), approvvigionando il mercato illecito di Battipaglia, Pontecagnano, Bellizzi, Eboli e dei Comuni Picentini;

–    trarre già in arresto una persona e deferirne due in stato di libertà, nonché effettuare numerosi recuperi e sequestri di sostanza stupefacente sugli acquirenti.

Nel contesto delle operazioni è stato eseguito un decreto di perquisizione domiciliare e personale nei confronti di ulteriori 10 indagati, ritenuti responsabili di spaccio di stupefacenti

 

I NOMI

OPERAZIONE “THUNDERBOLT”

 

 

MISURA CAUTELARE IN CARCERE

 

 

  1. COPPOLA Romina, nata a Genk (B) il 24.09.1989, residente a Battipaglia (SA);
  2. DI BENEDETTO Alda, nata a Battipaglia (SA) l’1.04.1987, ivi residente, pregiudicata;
  3. DI BENEDETTO Gianluca, nato a Battipaglia (SA) il 14.01.1979, ivi residente, pregiudicato, attualmente detenuto presso la Casa Circondariale di Bellizzi Irpino (AV);
  4. DI BENEDETTO Jessica Paola, nata a Battipaglia (SA) il 12.10.1993, ivi residente, pregiudicata;
  5. DI MARCO Antonietta, nata a Montecorvino Pugliano (SA) il 5.05.1954, residente a Battipaglia (SA), pregiudicata, attualmente detenuta agli arresti domiciliari;
  6. PARISI Biagio, nato a Salerno il 4.11.1976, residente a Battipaglia (SA), pregiudicato;
  7. CAPRIGLIONE Mario, nato a Salerno il 29.10.1993, residente a Battipaglia (SA), pluripregiudicato, attualmente detenuto presso la Casa Circondariale di Salerno;
  8. FRANCIONE Adriano, nato a Donaveschingen (D) il 25.06.1980, residente a Battipaglia (SA), pluripregiudicato;
  9. LANDI Carmine, nato a Battipaglia (SA) il 6.01.1678, ivi residente, pregiudicato;
  10. RAINONE Francesco, nato a Montecorvino Rovella (SA) il 9.10.1975, residente a Bellizzi (SA), pregiudicato;
  11. SALERNO Giuseppe, nato a Battipaglia (SA) il 24.03.1980, ivi residente, pluripregiudicato, attualmente detenuto presso la Casa Circondariale di Salerno;
  12. SORRENTINO Antonio, nato a Torre Annunziata (NA) il 13.09.1949, residente a Boscoreale (NA), pregiudicato, attualmente detenuto presso la Casa Circondariale di Napoli-Poggioreale;
  13. STROLLO Vincenzo, nato a Battipaglia (SA) il 19.09.1984, ivi residente, pregiudicato;

 

 

 

ARRESTI DOMICILIARI

 

 

  1. ABBATE Rosanna, nata a Napoli il 18.05.1994 ivi residente nel quartiere Scampia-Lotto H;
  2. CASTAGNA Mario, nato a Salerno l’8.12.1992, residente a Battipaglia (SA), pregiudicato;
  3. CURCIO Giuseppe, nato a Battipaglia (SA) il 22.09.1992, ivi residente, pregiudicato;
  4. D’ALESSIO Gerardo, nato a Battipaglia (SA) il 2.08.1989, residente a Giffoni Valle Piana (SA), pregiudicato;
  5. DEL MASTRO Pietro Junior, nato a Battipaglia (SA) il 31.05.1992, residente a Bellizzi (SA), pregiudicato;
  6. DI MARTINO Guglielmo, nato a  Torino il 19.09.1981, residente a Bellizzi (SA), pregiudicato;
  7. DI MATTEO Anna Rita, nata a Eboli (SA) il 22.05.1976, residente a Bellizzi (SA), pregiudicata;
  8. GENOVESI Nello, nato a Battipaglia (SA) il 31.05.1990, ivi residente;
  9. LAMBERTI André Jean Victor, nato a Nimes (F) l’1.04.1984, residente a Pontecagnano (SA);
  10. MANDIA Felice, nato a Battipaglia (SA) il 21.09.1966, ivi residente;
  11. MOFFA Andrea, nato a Battipaglia (SA) il 23.04.1991, residente a Montecorvino Pugliano (SA), pluripregiudicato, attualmente detenuto agli arresti domiciliari;
  12. OLIVIERI Carmine, nato a Eboli (SA) il 15.02.1987, ivi residente, pregiudicato;
  13. PONE Vittorio, nato a Napoli il 27.06.1992, ivi residente nel quartiere Scampia-Lotto H;
  14. RIZZO Loreto, nato a Battipaglia (SA) il 25.09.1983, residente a Bellizzi (SA), pregiudicato;
  15. ROMANIA Francesco, nato a Flawil (CH) l’8.10.1980, residente a Boscoreale (NA), pluripregiudicato;

 

 

           

OBBLIGHI DI DIMORA

 

 

  1. GIULIANI Samuel, nato a Roma l’8.04.1994, residente a Pontecagnano (SA), pregiudicato;
  2. IANNELLO Carlo, nato a Napoli il 6.05.1995, residente a Battipaglia (SA);
  3. LAMBIASE Gaetano, nato a Salerno l’1.06.1992, residente a Pontecagnano (SA);
  4. LAMBIASE Vincenzo, nato a Salerno il 15.09.1995, residente a Pontecagnano (SA);
  5. MERCADANTE Raffaele, nato a Salerno il 13.10.1992, residente a Pontecagnano (SA).

.

 

 




Nocera. Ginecologia dell’“Umberto I” l’invasione delle napoletane

di Gianfranco Pecoraro

NOCERA INFERIORE. Il 30% delle partorienti proviene dal napoletano e il reparto di ginecologia dell’Umberto I è sottoposto a un superlavoro che potrebbe portarlo al collasso. Dati impressionanti per l’attività del reparto di ginecologia dell’ospedale  “Umberto I”, il secondo per nascite in Campania, destinati ad aumentare per l’arrivo in massa di donne provenienti da Cava de’ Tirreni e Mercato san Severino, il cui ospedale non offre più questo servizio.
Ad impressionare, in particolare, non sono solo i 1500 parti annui ma anche l’entità dei pronti soccorso ostetrico-ginecologici e delle prestazioni rese in urgenza, in porticolare per le gravidanze a rischio. A destare interesse è la provenienza delle donne. Il 30% delle partorienti, infatti è dell’area napoletana. Di queste, poco più del 50% proviene dalla fascia costiera, da Torre del Greco ­­­­a Torre Annunziata, l’area boschese e Castellammare di Stabia, e paesi limitrofi, dove insistono tre ospedali e diverse cliniche private, mentre la restante parte arriva da Somma vesuviana, San Giuseppe vesuviano e comuni confinanti. Una situazione diventata insoppportabile per il personale dell’Umberto I che va diminuendo e con maternità sempre più coplesse. Le media delle partorienti, infatti, supera i 30 anni di età e molte le donne in dolce attesa che sono a una seconda e terza gravidanza, specie quelle che, divorziate, sono incinte di un secondo compagno. Parti che si presentano, quindi, con maggiori difficoltà e che impegnano il personale in lunghe pratiche anche operatorie. Aumentano anche le  mamme che partoriscono senza legami stabili né con un compagno né tantomeno con un marito. Il 10% ha ricorso all’iseminazione artificiale, in alcuni casi fatta anche all’estero.
Il dato, quindi, su cui riflettere è l’alto numero di donne che sceglie di partorire all’ “Umberto I” e non nella provincia di Napoli. «Questo di Nocera è un ospedale all’avanguardia, che ha una rinomata Tin e molti buoni servizi -afferma una neo mamma di Torre Annunziata che ha scelto l’ospedale nocerino per dare alla luce il primo figlio-Molte mie amiche scelgono di venire qui perchè anche l’ambiente è più tranquillo».
Un po’ il passaparola sulla qualità del servizi resi, le notizie di salvataggi di bambini nati anche prematuri, e del buon esito anche di parti difficili richiama sempre più donne incinte all’ospedale nocerino. E ciò accade anche a causa dell’improvvida chiusura del “Mauro Scaralato” di Scafati e per i disservizi che i cittadini ritengono di ricevere dalle strutture sanitarie del napoletano.
Fatto è che l’ospedale nocerino non può reggere a questi ritmi di lavoro se non saranno incrementati il numero del personale addette al reparto e quello della Tin, la terapia intensiva neonatale, dove potrebbero esser curati più piccoli pazienti di quelli attualmente assistiti.
Va anche, però, ridisegnata e ricurata la sanità campana. Bisogna comprendere che l’area nord dell’Asl Salerno non serve più solo l’Agro nocerino come previsto in partenza con una popolazione di 300mila abitanti ma anche i cittadini della parte sud del napoletano arrivando ad un bacino di 800 mila persone.
La struttura sanitaria nocerina, quindi, dev’essere dimensionato non ai residenti della zona ma ad un’area più vasta.
A questo si aggiunge che vanno “rafforzati”, in termini di attrezzature e personale, le strutture sanitarie dell’area vesuviana per non costringere i cittadini a rivolgersi a quelle dell’Agro nocerino.




Scafati. Droga e delitto Faucitano, preso il testimone

SCAFATI. “Quell’altro amico stava proprio a fianco a quello, avanti a quello. Quello stava qua e quell’altro stava là. Quel compagno nostro che conosci pure tu!”: Giovanni Barbato Crocetta (in foto)  racconta al suo amico Giuseppe Alfano, alias Peppe o nir, cosa è accaduto nel corso dell’omicidio di Armando Faucitano. Barbato, arrestato per la riocettazione della moto utilizzata per l’agguato del 26 aprile scorso, viene messe a ‘confronto’ inconsapevolmente con Alfano in una stanza della caserma dei carabinieri e racconta quello che sa. Ma ha paura. Teme per la sua vita. “col casco, quelle le telecamere hanno ripigliato tutto quanto Peppe. Tutta la scena a quelli che hanno ucciso a quello”. Barbato sa molto di quell’omicidio e teme per la sua vita. Spiega all’amico che in occasione dell’omicidio, con Faucitano, c’era un altro amico. Si tratta di Pasquale Rizzo, lo scafatese che poi conferma agli inquirenti che la vittima aveva problemi con la droga, ne assumeva fino a 40 euro al giorno. Nel mondo dello spaccio e della droga si è consumato l’omicidio di Faucitano. Dopo l’arresto di Barbato e Gaetano Esposito, alias ninotto, noto pregiudicato boschese. Le indagini per scoprire gli autori dell’omicidio di aprile continuano spedite. Nel corso delle indagini sono emersi collegamenti, nomi ma anche l’ambito nel quale è maturato l’omicidio. Il mondo dello spaccio gestito da frange scafatesi e vesuviane legate ai clan di Boscoreale. Proprio Rizzo, il testimone-amico di Faucitao quello che ha sorseggiato con la vittima l’ultimo caffè al Blu bar di via Alcide De Gasperi è stato arrestato recentemente per traffico di stupefacenti. Il 26 giugno scorso, Rizzo era in compagnia di Vincenzo Alfano, ultimo rampollo, di Raffaele alias Polvere di Stelle più volte arrestato per traffico di stupefacenti con esponenti del clan Aquino-Annunziata. I due sono stati arrestati a Francoforte, in Germania, con un chilo di cocaina purissima e quattro chili di marijuana. Ma Rizzo con gli Alfano ci lavorava proprio, infatti, l’amico di Faucitano aiutava Carmine Alfano nel negozio di animali che il figlio di ‘polvere di stelle’ gestisce in via De Gasperi a Scafati. Questo legame ‘legale’ probabilmente si era trasformato in qualcos’altro tanto che il 26 giugno i due corrieri della droga italiani si sono visti ammanettare dalla polizia tedesca. Pasquale Rizzo e Vincenzo Alfano sono detenuti in Germania in attesa del processo. L’intuizione degli inquirenti che Armando Faucitano fosse stato eliminato nell’ambito di un regolamento di conti per la gestione dello spaccio di stupefacenti ha assunto molta attendibilità. Un microcosmo di piccoli pregiudicati e scaltri esponenti di spicco della malavita sono federati in un patto di ferro che unisce le province di Salerno e Napoli nella gestione delle piazze di spaccio. Nel corso delle indagini sono emersi numerosi nomi di possibili mandanti e esecutori, nonchè fiancheggiatori, che hanno partecipato all’omicidio del 46enne ma che hanno intessuto nel corso degli ultimi anni legami pericolosi con i clan dominanti tra Scafati e Boscoreale. L’arresto di Rizzo e Alfano in Germania è sintomatico di un traffico di stupefacenti con i Paesi bassi e in particolare l’Olanda, dove i referenti del clan Aquino-Annunziata, ma anche i loro alleati scafatesi si sono sempre approvvigionati per rifornire le piazze di spaccio locali. Un business da milioni di euro.                     FG




Scafati. Omicidio Faucitano. Procurarono la moto ai killer: presi. La ricostruzione del delitto e del movente

«Ci hanno fatto un morto!»: il morto è Armando Faucitano, l’uomo ucciso il 26 aprile scorso. A raccontarlo è il giovane che ha ‘preparato’ la moto utilizzata per l’agguato in Piazza Falcone e Borsellino. Si chiama Giovanni Crocetta Barbato di Scafati, ha 22 anni ed è stato fermato per ordine della Dda di Salerno con l’accusa di riciclaggio, insieme a Gaetano Esposito, alias Ninotto, 34 anni di Boscoreale accusato di ricettazione e concorso in omicidio.
A tradire i due una targhetta metallica rinvenuta sulla Honda Sh di colore nero, utilizzata per l’agguato e ritrovata il 27 aprile scorso nel rio Sguazzatorio tra Scafati e Angri. Barbato e Esposito sono stati fermati per ordine della DDA con l’accusa di riciclaggio il 15 luglio scorso e ieri mattina sono comparsi dinanzi al giudice per le indagini preliminari, Paolo Valiante, per la convalida del fermo. Il Gip non ha convalidato il provvedimento emesso dal sostituto procuratore Giancarlo Russo ed ha applicato un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari per i due indagati, assistiti dagli avvocati Guido Sciacca e Antonio Raiola.
Coinvolti a pieno titolo nelle fasi preparatorie dell’omicidio di Armando Faucitano, trucidato da due killer in piazzetta Genova la mattina del 26 aprile. I carabinieri del reparto Territoriale di Nocera Inferiore e del Comando provinciale di Salerno sono risaliti ai due, ricostruendo anche una serie di legami tra giovani pregiudicati della zona scafatese e boschese che si muovono nell’ambito del traffico di stupefacenti. Legami con organizzazioni criminali agguerrite e pericolose capaci di punizioni esemplari hanno decretato la morte di Armando Faucitano.
A tradire Barbato e Esposito una targhetta di un ciclomotore ‘legale’ ceduto dal proprietario proprio a Barbato e utilizzato, insieme a due moto dello stesso modello e marca rubate a Salerno e Santa Maria la Carità, per l’assemblaggio dell’Sh utilizzato per l’agguato. Attraverso una targhetta – dimenticata dai riciclatori – i carabinieri sono risaliti all’Honda ceduta da un giovane boschese a Giovanni Barbato Crocetta a fronte di un compenso mai incassato. L’Honda Sh viene poi ceduta a tale Peppe ‘o nir, al secolo Giuseppe Alfano, noto alle cronache giudiziarie per essere stato arrestato alla fine di febbraio scorso per il pestaggio e il sequestro di persona di un polacco avvenuto a Marra, al confine tra Scafati e Boscoreale. Dopo l’arresto di Alfano la moto ‘legale’ per la quale non è stata mai sporta denuncia di furto viene utilizzata per assemblare l’Sh nero dei killer. A confessare indirettamente cosa avvenne nella fase preparatoria dell’omicidio i protagonisti della vicenda, Barbato e Giuseppe Alfano, che vengono intercettati nella caserma dei carabinieri dove vengono messi nella stessa stanza in attesa dell’interrogatorio per chiarire la vicenda. Videoripresi e intercettati i due raccontano e cercano – ognuno per suo conto – di tirarsi fuori dai guai. Alfano, all’epoca dell’omicidio detenuto a Poggioreale, invita Barbato a raccontare la verità e cioè di aver ‘pezzottato’ il mezzo. Barbato cerca di depistare gli inquirenti, raccontando versioni che coinvolgono altri e che servono a tirarlo fuori dai guai. Non teme la giustizia ma le ritorsioni che i killer di Faucitano potrebbero fare a lui e al suo intermediario, Ninotto Esposito, per aver sbagliato il ‘pezzotto’ per essersi fatti scoprire. Qualcuno lo minaccia. Glielo ha detto Esposito che conosceva qual era la finalità di quella moto poi ritrovata semi-sommersa tra le canne. Esposito, secondo gli inquirenti, sapeva dell’omicidio tanto che risulta formalmente indagato nell’ambito dell’indagine per l’omicidio Faucitano. Barbato, secondo l’accusa, in concorso con altre persone in corso di identificazione, avrebbe riciclato i pezzi di tre moto simili, assemblando quella utilizzata per l’agguato. Quella moto è stata ripresa dalle telecamere di sorveglianza del distributore di benzina, situato in via Alcide De Gasperi, nei pressi del Blu bar, il locale dove era stata la vittima pochi minuti prima della morte. Due persone, in sella alla Honda Sh nero, tre minuti dopo che Faucitano si è allontanato per dirigersi verso Piazzetta Genova, seguono la vittima. Killer vestiti di bianco, con caschi integrali, sono pronti ad agire. Quella moto viene riconosciuta da alcuni testimoni oculari come quella ritrovata nel rio Sguazzatorio. E Barbato sa che ‘Ci hanno fatto un morto!’ conosce i nomi dei mandanti e forse anche dei killer ed ha paura per la sua vita e quella dei suoi familiari. Teme ritorsioni per essersi fatto scoprire per quella ‘targhetta’ non rimossa. Un errore imperdonabile che ha scompigliato i piani di mandanti e killer. Ieri mattina, ne Giovanni Barbato, ne Gaetano Esposito hanno voluto parlare dinanzi al Gip. Sono ai domiciliari, sorvegliati dal braccialetto elettronico. E sono coinvolti in una storia con intrecci davvero pericolosi.
Francesco Giordano

 

Gli arrestati

Gaetano Esposito, alias Ninotto e Giovanni Barbato Crocetta parteciparono alle fasi organizzative dell’omicidio Faucitano, rispondendo agli ordini superiori di mandanti e killer. L’omicidio maturò nell’ambito della gestione della piazza di spaccio di Scafati, in un patto criminale tra le cosche scafatesi e boschesi. Gli inquirenti sono ad una svolta pe dare un volto e un nome ai killer del pregiudicato 46enne freddato sotto gli occhi di alcuni testimoni oculari e dell’amico, rimasto indenne, che ha un ruolo particolare in tutta la vicenda: ricostruiti i legami con la mala boschese

 

Barbato incastrato dall’intercettazione ambientale in caserma
Giovanni Barbato che mima l’uccisione di Armando Faucitano: le mani a indicare le pistole e poi il corpo disteso tra due panche. Peppe ‘o nir, al secolo Giuseppe Alfano che lo invita dire la verità tanto non passerà un guaio grosso è ricettazione, e Barbato che ha paura di essere ucciso per aver sbagliato il ‘pezzotto’ e per essere stato scoperto dai carabinieri. Giuseppe Alfano viene messo a confronto con il suo amico in una stanza della caserma dei carabinieri: i due non sanno di essere videoripresi e ascoltati dai carabinieri. Barbato ha provato a depistare le forze dell’ordine: gli ‘amici’ appena hanno saputo che aveva addosso le forze dell’ordine gli hanno mandato qualcuno sotto casa ad ‘appostarlo’. Teme di essere elimininato per essere stato incauto. Poi, nel giro di pochi giorni finisce in cella, prima a Fuorni, poi ai domiciliari. Barbato e Alfano Giuseppe involontariamente permettono agli inquirenti di ricostruire le fasi preparatorie dell’omicidio Faucitano. Con Gaetano Esposito, detto Ninotto, pregiudicato per spaccio che sapeva a cosa serviva quell’Sh ‘pezzottato’. Esposito è formalmente indagato per concorso in omicidio volontario. Agli inquirenti non resta che chiudere il cerchio intorno a mandanti ed esecutori. Il movente: la droga. Il delitto: quello di Armando Faucitano maturato negli ambienti criminali di Boscoreale e Scafati.

 




Scafati. Rissa con coltellate. Sette denunciati

Una lite tra ragazzi ha rischiato di finire davvero male nella tarda serata di domenica sera. Scenario il luna park appena allestito in piazzale Aldo Moro per la ricorrenza della festa Patronale. Scoppia una rissa pare tra ragazzi del posto e alcuni di una cittadina limitrofe. Dalle parole pesanti ai calci e pugni il passo è breve. La lite riprende poco più tardi nei pressi della circumvesuviana in via Martiri D’Ungheria. Spunta fuori un coltello e a restare feriti, ad una mano e al viso, due ragazzi di Scafati. Sul posto, prontamente allertati, i carabinieri della locale Tenenza e la Guardia di Finanza del comando compagnia di Scafati e le ambulanze del 118. Le ferite riportate non sono fortunatamente gravi. I responsabili del gesto violento vengono intercettati e fermati. Sette le denunce di giovani di Scafati e Boscoreale per rissa aggravata. Da chiarire la dinamica e i motivi della rissa.




Scafati. Avrebbero tentato di investire il gestore di un distributore di benzina: chiuse le indagini per due fratelli scafatesi

SCAFATI/POMPEI. Avrebbero tentato di investire il gestore di un distributore di carburate: indagati i due fratelli, proprietari di un’area di servizio. Hanno ricevuto un avviso di conclusione delle indagini il 53enne Enrico Schettino e il 44enne Ciro Schettino, entrambi nati a Castellamare di Stabia ma residenti a Pompei.

I due sono indagati in concorso per tentato omicidio, evento non versificatosi per cause indipendenti dalla loro volontà.

I due fratelli pompeiani, il 20 dicembre scorso, sarebbero andati con una Fiat Panda a un distributore Ip a Scafati, in via Santa Maria La Carità. Ciro Schettino sarebbe sceso dall’auto e sarebbe entrato all’interno dell’area di pertinenza dell’impianto, cominciando a scattare alcune foto, secondo gli inquirenti con l’evidente intento di provocare una reazione. Nel frattempo, Enrico Schettino si sarebbe posizionato nei pressi della entrata del distributore e, una volta accortosi che il gestore era uscito dall’ufficio e stava dirigendosi verso il fratello brandendo un arnese in ferro, avrebbe messo in moto l’auto e si sarebbe diretto a forte velocità contro il gestore. La vittima sarebbe stata investita in pieno e sarebbe stata scaraventata al suolo, riportando gravissime lesioni personali.

Enrico Schettino, dopo essere ritornato indietro ed aver fatto salire a bordo il fratello Ciro si sarebbe velocemente allontanato.

Ma la vicenda su cui ha indagato il sostituto procuratore Giuseppe Cacciapuoti non è finita qui  perché, in concorso tra loro, due giorni dopo , avrebbero offeso l’onore ed il decoro del gestore dell’area di servizio e lo avrebbero minacciato.

Sulla strana vicenda e sui retroscena che si celano dietro quello che potrebbe sembrare un gesto senza un perché, gli inquirenti e i carabinieri di Scafati hanno raccolto dati che ora potranno essere vagliati anche da parte dei difensori dei due.  Una dei motivi del gesto potrebbe risalire alla gestione dell’area di servizio.

Ora i due fratelli pompeiani avranno venti giorni di tempo, dal momento della notifica dell’avviso di conclusione delle indagini, per esibire documentazioni a loro favore o anche chiedere di essere interrogati dal pm della procura della repubblica di Nocera Inferiore che sta indagando, prima che il sostituto procuratore chieda eventualmente il loro rinvio a giudizio.