L’appello del professore Domenico Verrengia: «Garantire a pazienti oncologici e fasce deboli esami in convenzione 12 mesi all’anno»

Puntuale a novembre, in virtù della trimestralizzazione predisposta per far fronte all’esaurimento dei tetti di spesa, è tornato il blocco delle prestazioni sanitarie a pagamento. Pet Tac, analisi cliniche ed esami radiologici quindi a pagamento. Una situazione che sta scatenando l’ira dei cittadini, costretti a “pianificare”, laddove possibile, i propri esami in alcuni periodi dell’anno, a inserirsi nelle lunghe liste di attesa delle strutture pubbliche o addirittura recarsi in altre regioni italiane pur di eseguire le prestazioni con la “copertura” del Sistema Sanitario Nazionale. “Ho chiesto all’ASL, tramite il mio centro privato di riferimento, di effettuare un importante esame per la mia salute in deroga ai tetti di spesa oppure di segnalarmi un altro centro, anche in un altro territorio, in cui effettuarlo. Non ho avuto ancora risposta, ma non posso permettermi di aspettare troppo tempo oppure sostenere un costo eccessivo” è il messaggio di un nostro lettore. A questa situazione si aggiunge la confusione prodotta da diversi centri privati, come segnalato da le Cronache negli scorsi mesi su denuncia di numerosi cittadini, colpevoli di accettare l’impegnativa medica nel periodo del blocco nonostante il divieto dell’ASL. Veri e propri centri fuorilegge che giustificano il proprio operato con la necessità di garantire una continuità del servizio e mantenere livelli occupazionali, andando contro ogni direttiva. Allora, viene da chiedersi, quali alternative hanno i Pazienti? Una situazione che non sembra trovare una soluzione nell’immediato e che crea numerosi disagi soprattutto a chi deve sottoporsi a controlli continui oppure a chi vive una condizione di indigenza. Facciamo un esempio: supponiamo che un Paziente, anziano e senza grandi possibilità economiche, si sottoponga ad esami radiologici prima del periodo del blocco, e che questo scopra di avere un tumore in fase avanzata. A questo punto dovrebbe effettuare il prima possibile, come prescrivono i protocolli, indagini più approfondite per avviare un percorso di cura e non peggiorare il proprio quadro clinico. Dovrebbe ma, in virtù del blocco delle prestazioni, il centro privato sarebbe costretto a rinviare l’esame oppure a invitare il paziente a sostenerlo a prezzo pieno. “Il fattore tempo è determinante in questi casi – spiega il professore Domenico Verrengia, titolare dei Centri Verrengia – Non si possono rimandare esami fondamentali per il Paziente, soprattutto quelli affetti da patologie oncologiche. Il sistema della trimestralizzazione è sicuramente preferibile ad un blocco prolungato di cinque mesi, che determina grandi problematiche per il Paziente e nella gestione di una struttura sanitaria privata.” Cosa occorre fare a questo punto? “Gli uffici dell’ASL non sono responsabili del fatto di avere pochi soldi a disposizione. Bisogna adeguare il budget al fabbisogno della popolazione, cioè poter lavorare dodici mesi su dodici. È necessario poi tutelare pazienti oncologici e fasce deboli. Bisogna riservare un budget per dar loro la possibilità di effettuare gli esami tutto l’anno. Garantire una continuità del servizio per queste persone è questione di dignità e civiltà. Con i Centri Verrengia abbiamo lanciato, profondendo grandi sforzi economici, un tariffario sociale per andare incontro a queste esigenze. Non basta sicuramente e occorre intervenire con urgenza.”




Imputato per sempre Una riforma contestata

di Pina Ferro

“Una riforma che rischia i trasformare l’imputato tale per sempre”. In toga dinanzi al Palazzo di giustizia per gridare no al processo senza “Fine pena”. Una riforma che lede tutti come hanno tenuto a sottolinerae i penalisti salernitano che hanno anche aderito all’astensione dalle udienze proclamata dall’Unione Camere Penali nazionale. «Si tratta sicuramente di una riforma liberticida perché contravviene a tutti i principi costituzionali relativi alla possibilità della rieducazione della pena, alla possibilità di avere o di conoscere in tempi certi quanto durerà il proprio processo. – Sottolinea il presidente della Camera penale salernitana Luigi Gargiulo – In teoria, dopo il primo grado, la prescrizione viene bloccata e il processo può far sì che l’imputato diventi tale per sempre. È evidente che questa è una riforma nel solco del vecchio populismo giudiziario che è stato inaugurato dal governo Lega-5S, perché sostanzialmente il minimo comune denominatore è che chi ha avvocato bravo fa prescrivere il processo». Di fronte a tale assunto Luigi Gargiulo non ci sta e smonta il teorema con dati allamano. «Questo è tutto sbagliato. I dati Eurispes e quelli generali statistici smentiscono quello che noi diciamo. Infatti: le prescrizioni nell’anno 2017 e primo semestre 2018 avvengono il 53% nella fase delle indagini e nella fase gip/gup, il 22% nella fase del tribunale ordinario e solo, in un monte complessivo del 23%, in fase di Appello. Quindi noi stiamo facendo una riforma? O si fa una riforma, bloccando una prescrizione quando il 77% dei processi già si è abbondantemente prescritto?». Luigi Gargiulo fornisce anche i dati locali. «L’incidenza della prescrizione sul distretto di Salerno è soltanto, complessivamente, del 17%. Ma i dati allarmanti che riguardano il nostro distretto sono: il procedimento (le indagini) giace presso le procure le indagini durano in media 445 giorni, siamo al sesto posto, dopo Brescia, Bari, Roma, Milano e Catania. La durata medie del processo nel distretto di Salerno, per il tribunale monocratico, è di 1199 giorni, primo posto in Italia. Il processo al collegio dura 1036 giorni, secondo posto in Italia. Prova sia che questa è una riforma fatta da persona che non conoscono il diritto e non conoscono il codice, è questa. Se il canovaccio deve essere quello che il processo si prescrive per colpa o per merito dell’avvocato, i dati Eurospes sono questi: su monte 110, i rinvii per disfunzione procedimentali o processuali per difetto di notifica, altri problemi, tutto quant’altro, 16,2 %. I rinvii fisiologici, termine a difesa o escussione testi ed altro, sono il 64%. I rinvii per impedimento del difensore sono soltanto del 15,8 %. Questa riforma va assolutamente cancellata». Conclude il presidente della Camera Penale salernitana.

I PARERI/ Sarno: «E’ una controriforma rispetto ai diritti essenziali dei cittadini» Cacciatore: «Afferma un principio incostituzionale»

«La capacità di sensibilità di un ministro, che è avvocato, rispetto ad una riforma che non penalizza l’avvocatura, ma che penalizza l’intero comparto del diritto rispetto alla previsione di un istituto (la prescrizione) che – deve essere chiarito – non è a vantaggio dei delinquenti o a vantaggio dei colpevoli, ma è un istituto che insiste nell’ambito di una visione dell’ordinamento in cui la pena non è retributiva, ma risocializzante». Spiega l’ex presidente della Camera Penale Michele Sarno il quale spiega che:«E proprio perché è risocializzante, è evidente che dopo moltissimi anni non c’è ragione di condannare una persona. Dopo vent’anni di un processo come si fa a dire ad una persona tu oggi che hai rimesso in campo una tua attività corretta, hai dimostrato di avere rispetto nei confronti delle leggi, ora dovrai andare a scontare una pena?. Ma la cosa ancora più grave e che con questa norma noi corriamo il rischio che non facciamo solo il calcolo di chi è colpevole, ma anche di chi è innocente che viene in primo grado e non possiamo certo evitare che il pubblico ministero faccia l’Appello, E se rispetto a quest’Appello non c’è una pronuncia in tempi brevi, noi abbiamo un processo che non finisce mai. E possiamo recuperare il vecchio Brocardo: fine pena mai in quando si dice che il vero processo è la pena. E allora tutto questo riverberebbe i suoi effetti. Io credo che con questa riforma il ministro Bonafede abbia modificato il suo cognome in malafede. Perché una persona, anche uno studente che è al primo anno di giurisprudenza, che non ha la sensibilità di capire l’importanza di un istituto come quello della prescrizione che è a tutela e garanzia del nostro ordinamento, significa che veramente non ha compreso niente ed ecco per quale ordine di ragione si avventura in una riforma che – secondo me – è una controriforma rispetto ai diritti essenziali dei cittadini». L’avvocato Cecchino Cacciatore sottolinea come i penalisti italiani hanno denunciato da subito con forza che la riforma della prescrizione rappresenti una delle pagini più sciagurate della deriva populista e giustizialista del nostro Paese. Perché afferma un principio manifestamente incostituzionale, il principio per il quale il cittadino, sia esso imputato o persona offesa del reato, possa e debba restare in balia della giustizia penale per un tempo indefinito. «Allora la nostra è oggi in piazza è una denunzia, una denunzia pesante sulla “bomba atomica” che si abbatterà se la riforma passa sui diritti dei cittadini. E siamo qui a chiedere il massimo sforzo perché l’opinione pubblica del nostro Paese sia debitamente informata della reale, devastante portata di una simile riforma per i diritti fondamentali di ciascuno di noi. E siamo qui, tutti compatti, a ribadire che la prescrizione del reato rappresenti l’irrinunciabile rimedio alla patologia di indagine e processi che durano decenni. Se uno Stato non è in grado di definire un giudizio penale in dodici, quindici, venti, ventidue anni e anche oltre, la rinuncia al giudizio rappresenta un dovere etico e giuridico in una società che voglia dirsi davvero civile. E alla quale ripugna, deve ripugnare, l’idea che un cittadino possa essere tenuto al laccio di un giudizio penale per un tempo infinito. Senza alcun rimedio ad un simile scempio. E siamo anche pronti a riprendere il percorso di riforma, ma ci scontriamo contro l’irragionevolezza, l’impazienza, l’intolleranza. Tentaimo di ragionare».




«Liberi e libere di dissentire», l’appello di Zagaria

di Erika Noschese

«Libere e liberi di dissentire». E’ l’appello lanciato, tramite social, da Matteo Zagaria, tra i 12 indagati per aver manifestato il loro disappunto in occasione della passeggiata della legalità, organizzata dalla Lega di Salerno lo scorso 11 settembre. «Siamo indagati per aver manifestato – ha detto Zagaria – Il reato è “manifestazione non autorizzata”: rischiamo una condanna penale perché l’11 settembre 2018 è nata una manifestazione spontanea, di persone solidali, preoccupate per la ‘marcia della legalità’ organizzata dalla Lega sul lungomare di Salerno». Per ironia della sorte, la notifica di conclusione di indagini è arrivata qualche giorno dopo il comizio del ministro Salvini, in piazza Portanova: «In quell’occasione si diede prova di quanto il potere da lui gestito tramite le forze dell’ordine, possa essere repressivo nei confronti di chi non la pensa come lui e come questo governo», ha poi aggiunto Matteo Zagaria, puntando l’attenzione proprio sullo striscione rimosso dal balcone della donna e il sequestro del telefono alla studentessa del video-selfie. Secondo quanto riferisce l’indagato, le forze dell’ordine parlerebbero di un “disegno criminoso” messo in atto dai dissidenti: «L’intento è chiaro: criminalizzare il dissenso e la parola contraria e farlo con la legge (vedi l’aumento di pena a 6 anni per blocco stradale inserito nella Legge Sicurezza) e con la forza», ha poi aggiunto il giovane che invita tutti a partecipare al dibattito del prossimo 28 giugno in piazza Cavour. Intanto, tra gli indagati figura anche il docente universitario Gennaro Avallone che ha preso parte alla contro manifestazione dell’11 settembre. Con il professore si è schierato buona parte del mondo universitario. Tra questi spicca però Giso Amendola che esprime piena solidarietà agli indagati e – in particolar modo – agli studenti coinvolti in quest’indagine. Il professor Amendola parla infatti di «vicenda per niente marginale» e, al di là della sua portata giuridica, «preoccupante» ed esprime solidarietà soprattutto al collega Amendola.




Fallimento per bancarotta dell’Aci Service, il Pg chiede la condanna a tre anni per ognuno dei 9 imputati

Pina Ferro

Fallimento dell’ACI Service, chiesta la condanna a tre anni per ognuno dei nove imputati nel procedimento d secondo grado. La richiesta di condanna è arrivata ieri mattina a termine della relazione e requisitoria del Pg. In primo grado vi fu la pronuncia di assoluzione sia per i consiglieri d’amministrazione, “perché il fatto non sussiste”, sia per i membri del collegio sindacale, “perché il fatto non costituisce  reato” della Aci Service, controllata di Aci club Salerno. La società fu dichiarata fallita nel 2007 per bancarotta che gli inquirenti hanno ritenuto fraudolenta. A ricorrere al secondo grado è stata la Procura presso il tribunale di Salerno.

Per quel crac sono a processo Antonio Buonomo di Salerno (presidente di Aci Service dal marzo del 2005), i membri del consiglio di amministrazione (Elio Abruzzese di Roma,  Giovanni Carrella di Salerno, Marcello Fasano di Salerno, Tommaso Rizzo di San Cipriano Picentino, Alberto Venutolo di Salerno) e i componenti del collegio sindacale (i salernitani Giuseppe Esposito, Luciano Natella e Gaetano Zambrano). Il crac societario risale a circa dieci anni fa e, secondo la pubblica accusa procurò un danno patrimoniale di 850mila euro per l’erario e di circa 200mila per gli enti previdenziali. Le indagini accertarono la distrazione di somme per altri 200mila euro, attribuite all’operato di Rossi amministratore unico dell’ACI service ed ex direttore dell’Automobile club Salerno. Rossi, scelse il patteggiamento.

Nel collegio difensivo tra gli altri Luciano Pepe, Silverio Sica, Francesco Rizzo e Agostino De Caro. La sentenza la prima settimana di ottobre.




Cocaina: ridotta la pena a 1 anno e 8 mesi scarcerato Roberto Somma

Pieffe

Era stato arrestato e processato per possesso cocaina: i giudici della Corte d’Appello di Salerno riducono a 1 anno ed 8 mesi la pena a Roberto Somma e lo rimettono in libertà. Il 32enne scafatese, difeso da Michele Sarno, in primo grado era stato condannato a 4 anni di reclusione. L’ uomo fu arrestato, nell’ottobre del 2015, dai carabinieri della compagnia di Torre Annuziata, perché trovato in possesso di oltre 50 grammi di cocaina pronta per essere venduta, nascosta – in parte – nelle custodie dei rullini fotografici. Fu una segnalazione a portare i carabinieri in via Berardinetti, zona di confine tra Scafati e Boscoreale. La segnalazione parlava di un giovane su una Fiat Punto che spacciava cocaina in quella zona. A seguito di perquisizione Somma fu trovato in possesso di 40 dosi già pronte per lo spaccio, per un peso di circa 55 grammi, di cocaina ed altra droga, rinvenuta in un armadietto dell’officina, oltre ad un bilancino di precisione e a materiale per il confezionamento. pieffe




Omicidio di Simonetta Lamberti: confermata la condanna a 30 di rcelusione per Antonio Pignataro.

Omicidio di Simonetta Lamberti: confermata la condanna a 30 di rcelusione per Antonio Pignataro. I giudici di appello confermano l’assunto del primo grado sull’assassinio della figlia del procuratore di Sala Consilina Alfonso Lamberti (obiettivo del gruppo di fuoco), trucidata all’età di 11 anni della camorra,  il 29 maggio 1982 a Cava de’ Tirreni.

Pignataro, all’epoca appartenente alla Nco di Cutolo, ha confessato di aver preso parte al commando che avrebbe dovuto uccidere Alfonso Lamberti. Alla lettura della sentenza erano presenti in aula la madre e la sorella di Simonetta, con gli avvocati Gaspare D’Alia ed Elena Coccia; presenti inoltre Annamaria Torre, in rappresentanza di Libera Memoria e Libera Campania, Tiziana Apicelli, responsabile dell’area vittime della Fondazione Polis della Regione Campania, e Goffredo Locatelli per Libera Salerno




Termovalorizzatore, “Condannate De Luca per peculato. Di Lorenzo non ha lavorato”

di Andrea Pellegrino

C’è anche il visto del procuratore della Repubblica di Salerno Corrado Lembo al ricorso in Appello presentato ieri mattina per chiedere la condanna di Vincenzo De Luca per peculato nell’ambito della vicenda sul Termovalorizzatore. A predisporlo e presentarlo il pubblico ministero Roberto Penna che in primo grado si era visto derubricare il reato da peculato ad abuso d’ufficio – per la nomina di project manager (Alberto Di Lorenzo) per la realizzazione del termovalorizzatore – nei confronti dell’allora sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, oggi governatore della Campania. Una condanna in primo grado che gli è costata già la sospensione da sindaco di Salerno (poi reintegrato nelle funzioni dal Tribunale amministrativo) e che oggi potrebbe costargli la poltrona di presidente della Regione Campania (almeno per 18 mesi) per effetto della legge Severino. Proprio la condanna emessa dal Tribunale di Salerno aveva messo in crisi anche l’intero Partito democratico alla vigilia delle primarie per la scelta del candidato governatore della Campania. Primarie vinte da Vincenzo De Luca, così come poi le recenti elezioni regionali. In primo grado Vincenzo De Luca è stato condannato ad un anno di reclusione ed un anno di interdizione dai pubblici uffici (pena sospesa). Insieme a lui condannati ad un anno di reclusione anche Alberto Di Lorenzo, ex capo staff dello stesso De Luca ed il dirigente del settore Lavori Pubblici del Comune, Domenico Barletta, oggi destinato ad altro ruolo a Palazzo di Città per effetto della normativa anticorruzione.

L’appello

In circa venti pagine scritte, la Procura oggi contesta un paio di passaggi delle motivazioni del Tribunale depositate il 21 aprile scorso. E in particolare la circostanza secondo la quale il peculato non si configurerebbe perché il project manager Alberto Di Lorenzo avrebbe comunque svolto un lavoro. Tesi contestata nel ricorso della Procura, per cui il peculato si configurerebbe per la mancata prestazione svolta da Di Lorenzo. Infatti, secondo la ricostruzione dei fatti, gli atti che riguardano il project manager vanno dal 18 febbraio al 19 giugno 2009. In questa fase Di Lorenzo si sarebbe dovuto occupare della progettazione preliminare dell’impianto di Cupa Siglia. Ma a quanto pare – secondo la tesi della Procura – Di Lorenzo avrebbe partecipato solo ad un paio di riunioni. Da qui l’ipotesi di peculato che la Procura avrebbe rilanciato nei confronti dell’allora sindaco Vincenzo De Luca. Dalla difesa, naturalmente, la richiesta di assoluzione perché il “fatto non sussiste”. E secondo la tempistica la Corte d’Appello dovrebbe muoversi in tempi stretti: entro settembre 2016 il procedimento penale sarà prescritto. Cosa diversa se reggerà l’accusa di peculato: in questo caso la prescrizione del reato slitterà al settembre 2021. «Condannato per un reato linguistico, perché è stato utilizzato il temine project manager rispetto a coordinatore», la difesa da sempre sostenuta da Vincenzo De Luca sia durante la campagna delle primarie che in quella per le regionali. Una tesi che sarebbe stata già smentita durante le motivazioni alla sentenza che il tribunale di Salerno ha deposito pochi giorni prima l’apertura delle urne per le primarie interne al Pd. Ora dalla Procura della Repubblica di Salerno arriva una nuova tegola sulla testa del neo governatore della Campani