Btp Tecno: capannone a 15 milioni. E quegli acquisti dalla Oms Ratto

di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. Poco più di 15 milioni: tanto vale la Btp Tecno.

Stando a quanto dichiarato dai revisori, il valore della struttura che ospitò l’azienda fallita è di 15 milioni di euro: una cifra ragguardevole, ma lontana dai 60 milioni del buco debitorio.

Difficile che qualcuno, in tempi simili, investa nella struttura, che, tra l’altro, richiede pure dei lavori di manutenzione.

Era il 2010 quando, con il placet del MiSE, Gian Federico Vivado ricevette l’edificio in regalo dalle mani di Alcatel-Lucent: oltre al capannone, all’epoca, furono ceduti pure tutti gli asset al prezzo simbolico di un euro.

Ed ora si cerca di piazzare quel poco che si ha tra le mani. In questi giorni, gli ex dipendenti – che stasera, alle 17:30, si riuniranno al centro sociale per un’assemblea – stanno contattando i vecchi clienti per cercare di piazzare la componentistica. La curatela fallimentare, poi, girerà i soldi ai creditori: dapprima verranno pagati i consulenti, poi lo Stato e dunque i lavoratori e le aziende private.

Oltre al capannone pare che ci sia poco o nulla, ma non è certo: l’elenco dei cespiti, infatti, sarebbe esclusivamente in possesso dello studio Gentile di Caserta, i cui contabili hanno gestito a lungo gli interessi dell’azienda di Vivado. Ad ogni modo, i circa 25 veicoli aziendali – pare che molti fossero tra le mani di persone estranee a Btp – erano stati presi in leasing, e lo stesso vale pure per molti macchinari industriali. In compenso, c’è parecchio manufacturing proveniente dalla Oms Ratto, azienda fallita di Guidonia che pure rientrava nella sfera delle ditte vivadiane, che avrebbe misteriosamente venduto (pare, tra l’altro, a prezzi triplicati rispetto a quelli previsti dal mercato) un bel po’ di merce inutile a Btp Tecno.

Sul fronte salariale, infine, pare che qualcosa si stia muovendo: i consulenti del lavoro dello studio Lupi di Genova, infatti, hanno comunicato che a breve invieranno gli sr41 relativi agli ultimi cinque mesi all’Inps di Battipaglia, sì da garantire l’erogazione della Cigs approvata un mese fa, in tempi record, dal Ministero.

L’IRA DI DAVIDE BRUNO (PD)

Davide BrunoSulla quaestio è intervenuto il segretario del Pd, Davide Bruno.

«La dignità delle persone – ha dichiarato il dem – viene prima di tutto, ma da 10 mesi i 90 lavoratori non percepiscono un euro, tra contratti di solidarietà erogati parzialmente, mancato pagamento delle giornate lavorative di febbraio e ritardi per l’erogazione dei primi quattro mesi di CIGS: non è accettabile, e dunque, oltre ad interessare i commissari, è al vaglio un tavolo con il prefetto per sbloccare tutto».

E sul futuro «è determinante rifinanziare con i fondi strutturali il decreto sulle aree di crisi per la selezione di programmi di sviluppo industriale, costituiti da progetti di investimento e di ricerca».

 




Btp Tecno: Marty, i libici!

di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. La QSE prende per i fondelli la Btp Tecno.

L’impressione che viene fuori dall’incontro che s’è tenuto lunedì sera, all’interno delle stanze del Ministero dello Sviluppo Economico, tra i membri della RSU aziendale di Btp, Sergio Galluzzo (Fim Cisl), Fiorenzo Veneri e Paola Trimarchi (entrambi Fiom Cgil), i coordinatori nazionali, Roberta Turi (Fiom) e Giuseppe Ricci (Fim), i segretari provinciali, Matteo Buonagiunto (Fiom) e Vincenzo Ferrara (Fim), il dirigente della Regione Campania, Michele Mosca (inviato direttamente dall’assessore al lavoro, Severino Nappi), il liquidatore, Giuseppe Toia,  e il collaboratore del Ministero dello Sviluppo Economico, Giampiero Castano, in effetti, pare proprio questa: Qaser Saadel El Garradi, notabile libico a capo dell’azienda africana, non sarebbe realmente intenzionato a rilevare lo stabilimento di via Bosco I.

“Lo faremo domani”: ecco l’espressione che, da qualche mese a questa parte, gli 85 lavoratori della Btp Tecno hanno sentito venir fuori con maggior frequenza dalle labbra di Cristiano Libé, intermediario italo-spagnolo che sta curando l’affaire per conto dei libici.

E ieri – all’indomani di lunedì, quando, per l’ennesima volta, s’è impegnato a darsi da fare per il dì successivo – Libè avrebbe dovuto muovere il passo fondamentale per concludere l’affare: istituire una società in Italia e versare dei capitali sul conto corrente della neonata ditta.

Tuttavia, non è stato fatto nulla di tutto ciò, e perfino lo studio legale bolognese dell’avvocato Paolo Carnevali, che ha ricevuto un mandato dalla QSE, brancola nel buio: lo ha fatto intendere a chiare lettere nel corso del collegamento telefonico durante l’incontro.  A destare ulteriori sospetti, infatti, c’è anche la remissione del mandato da parte del precedente legale.

Ad ogni modo, dinanzi ai cancelli della gloriosa fabbrica, alle 12 di stamattina si terrà un’assemblea sindacale, alla quale prenderanno parte anche i segretari provinciali. Non si sa quel che accadrà, ma ciò che è certo è che le speranze dei lavoratori sono ormai ridotte all’osso. In molti, infatti, credono che la QSE rappresenti soltanto un raggiro, e oramai c’è già chi pensa alla realizzazione di una start-up con una mission completamente differente, magari nel campo agro-alimentare. Alla Btp, una volta, c’era il lavoro. Poi, però, è scappato via impaurito, urlando “Marty, i libici!”. E non è affatto un ritorno al futuro.

 

QUELL’ACCORDO STIPULATO AL MINISTERO. Correva l’anno 2010.

Gian Federico VivadoAll’epoca, infatti, Alcatel-Lucent Italia, rappresentata da Francesca Manili, e Telerobot, nella persona di Gian Federico Vivado, proprio al cospetto del responsabile dell’Unità Gestione Vertenze del Ministero dello Sviluppo Economico, Giampietro Castano, stipularono un accordo che, nei fatti, era una cessione di ramo d’azienda.

Con le garanzie ministeriali, fu definito un piano operativo quinquennale, ossia un programma ambizioso mediante il quale l’azienda di Vivado, forte di una fornitura pluriennale stipulata con Alcatel e degli accordi stipulati con la società Esaote – produzione di sub-sistemi elettromeccanici per il settore biomedicale – e con la Medosept AG – realizzazione di un apparato sterilizzatore da destinare ai mercati europei – prevedeva di arrivare, nel giro di tre anni, a creare una realtà mai vista prima.

Quando il patron della Telerobot arrivò dalla Liguria, venne accolto con squilli di tromba: in lui, infatti, i lavoratori – in particolare i rami alti dell’azienda – e i battipagliesi vedevano l’uomo del futuro. E Vivado, poi, sa come lusingare le persone: i dirigenti della Btp, che furono ospitati a più riprese nella casa del manager genovese, non s’erano mai visti riservati un trattamento simile dal datore di lavoro. Poi la beffa: Vivado, infatti, non tenne assolutamente fede all’accordo quadro del 2010. Proteste eclatanti, lavoratori in vetta ai pali della luce, corrente staccata e poi riattaccata, malori, enigmatici acquirenti venuti da lontano, ammortizzatori sociali mai realmente partiti: in questi cinque anni, la Btp Tecno ne ha viste tante. Così tante da non saper più a cosa aggrapparsi. Centinaia di lavoratori – tra dipendenti e indotto, si parla di circa 500 unità – che non chiedono null’altro che lavoro. E che sono nelle mani del Ministero. Lo stesso Ministero del 2010. “Cambia il tempo, ma noi no”.




Alcatel-Lucent: tristi notizie da Roma. Da aprile si passa a Sesa.

di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. Dal primo di aprile si passa a Sesa: il verdetto dell’incontro che s’è tenuto ieri mattina al Ministero dello Sviluppo Economico tra i lavoratori Alcatel-Lucent, i vertici della multinazionale e dell’azienda capitolina “Sesa-Nv Group”, le sigle sindacali, i rappresentanti delle istituzioni regionali e il funzionario del MiSE, Giampietro Castano– lo stesso che si occupa della vertenza Btp Tecno – , è acremente perentorio.

In accordo con lo Shift Plan, il piano triennale di A-Lu che che, tra il 2013 e il 2015, prevede la fuoriuscita di 586 dipendenti in tutta Italia e la chiusura di tutti gli stabilimenti periferici – in Italia resteranno soltanto gli uffici tecnici di Roma e Vimercate e la fabbrica di Trieste –, porterà 29 uomini alla Sesa: 18 sono i lavoratori dell’impianto di via Bosco I, 2 quelli del capannone di Vimercate e 9 gli operai del sito di Roma.

A Battipaglia, come a Vimercate e a Roma, Sesa fitterà dei locali, all’interno dei quali, in seguito alla cessione del ramo d’azienda, gli ex-Alcatel prenderanno a lavorare con la casacca della ditta capitolina: un trasferimento che fa paura, considerando che nel 2013, a fronte dei primi licenziamenti, 38 persone – tra cui 3 battipagliesi – passarono a lavorare per la Sesa per poi ritrovarsi, dopo neppure 12 mesi, a dover avviare le procedure di cassa integrazione.

Non son di molto più rosee le prospettive dei prossimi 29, dal momento che, a fronte dell’unico anno di attività garantite che A-LU cedette a Sesa nel 2013, stavolta le commesse assicurate son sì di tre anni, ma sono comunque in decalage, ossia con percentuali di lavoro che decresceranno di anno in anno. Ma stavolta Sesa eviterà di avviare procedure per gli ammortizzatori sociali? «Da qui a tre anni – avrebbero dichiarato i capitolini – non possiamo garantirvelo».

Il sogno di Nicola Rosamilia (Fim Cisl) e di Francesco De Rosa (Fiom Cgil) era di addivenire a un patto territoriale quinquennale, come quello che coinvolse i 256 dipendenti A-LU del Nord-Italia che, grazie alle istituzioni regionali – in particolare la Lombardia – passarono alla “Siae Microelettronica” forti di 5 anni di garanzia e di una potente partnership che si venne così a creare tra la SM e Alcatel: i vertici della multinazionale, tuttavia, hanno opposto ai lavoratori battipagliesi un netto diniego.

Si passa, inoltre, da un contratto di tipo metalmeccanico a uno di tipo commerciale, con quest’ultima tipologia che è considerata meno favorevole rispetto alla prima per quel che riguarda ferie, malattie et similia.

Ora, tra i lavoratori, aleggia un comprensibile pessimismo: «speravamo – ha dichiarato Rosamilia ai nostri taccuini –  di avere un po’ di tempo in più prima della perentoria cessione e di riuscire a strappare qualche altro anno di garanzia».

Venerdì 20, sempre al MiSE, ci sarà un altro incontro, che servirà ad illustrare i caratteri più tecnici della cessione, mentre una settimana dopo, il 27, ci sarà l’incontro finale in cui si dovrebbe addivenire a un concordato: saranno i lavoratori, naturalmente, a decidere se firmare o meno. Tuttavia, non apporre la propria sigla al concordato non eviterà di certo la cessione: sottoscrivere l’accordo, d’altronde, consente di avere una tutela ministeriale e delle verifiche semestrali.

E la Regione Campania ha partecipato all’incontro? Certo. Con un funzionario.




Alcatel-Lucent: venerdì l’incontro al Ministero

di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. Gli operai di Alcatel-Lucent attendono con ansia che arrivi venerdì: il Ministero dello Sviluppo Economico, infatti, ha finalmente inviato l’agognata convocazione per discutere della cessione del ramo d’azienda alla capitolina “Sesa-Nv Group spa ”. Si terrà venerdì 13 alle ore 10:30, quindi, l’incontro che dovrebbe chiarire il futuro dei dipendenti battipagliesi della multinazionale.

Oltre a Nicola Rosamilia (Fim-Cisl) e Francesco De Rosa (Fiom-Cgil), delegati RSU dello stabilimento battipagliese, sono stati invitati al summit gli esponenti principali delle organizzazioni sindacali, i vertici di Alcatel e di Sesa e, soprattutto, i rappresentanti della Regione Lazio e della Regione Campania. Proprio le autorità regionali avranno un compito di rilevante importanza: «non vogliamo di certo compiere l’impresa impossibile di far cambiare idea ad una multinazionale come Alcatel cercando di persuaderla a non chiudere lo stabilimento di Battipaglia – ha dichiarato Nicola Rosamilia, delegato sindacale Fim–Cisl – ma chiediamo che le autorità politiche, in particolare quelle regionali, intervengano per far sì che Alu possa garantire degli anni e delle attività, dal momento che, se lo stabilimento viene dismesso, quest’ultime non sono di certo considerate strategiche; la Sesa, d’altronde, non ha di certo mostrato una considerevole stabilità, tenendo conto delle vicissitudini degli ex-Alcatel».

Nel 2013, infatti, la multinazionale elaborò lo Shift Plan, ossia un piano triennale che avrebbe dovuto portare alla fuoriuscita di 586 dipendenti in tutta Italia, lasciando in piedi soltanto gli uffici tecnici di Roma e Vimercate e la fabbrica di Trieste e ricorrendo all’ex articolo 47 della legge n°428 del 1990, poi modificato dall’articolo 2 del decreto legislativo n°18 del 2001, per mandar via del personale attraverso la cessione dei rami d’azienda: 38 dipendenti di ALu, allora, passarono a lavorare per la “Sesa-Nv Group s.p.a.” ma, dopo neppure 12 mesi, l’azienda laziale avviò le procedure di cassa integrazione e tre degli ex-dipendenti battipagliesi Alcatel furono così celermente costretti a ricorrere agli ammortizzatori sociali. Ora si parla di cedere circa 30 unità lavorative – con un forte impatto sugli operai battipagliesi – alla stessa azienda e alle medesime condizioni: proprio per questo, dunque, Rosamilia e i suoi vogliono maggiori garanzie per far sì che la cessione del ramo d’azienda possa essere attutita da qualche sicurezza in più, come accaduto al nord, dove 256 persone sono passate alla “Siae Microelettronica”, un colosso che si occupa di prodotti tecnologici di quarta e quinta generazione; lì, però la voce delle istituzioni – in primis s’è fatta sentire la Regione Lombardia – ha garantito 5 anni di garanzia, oltre a una potente partnership tra la SM e ALU.

Appuntamento, dunque, a venerdì 13, sperando che la data non porti sfortuna.




Battipaglia: la lenta agonia della zona industriale

di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. È vero che, se Atene piange, Sparta non sorride, ma è innegabile che la città del Tusciano stia vivendo molto più drasticamente rispetto alle realtà circostanti l’era della crisi economica: vien da chiedersi, dunque, come mai l’amministrazione comunale – in particolare l’ultimo governo cittadino politico, che dovrebbe avere strumenti maggiormente adeguati per occuparsi di dinamiche di questo tipo – non abbia fatto nulla per beneficiare dell’agognata legge 181 del 1989, che, in caso di placet della giunta regionale, che consentirebbe alle imprese delle aree territoriali di crisi industriale di accedere a contributi a fondo perduto e a mutui agevolati.

LA BTP TECNO E IL MISTERIOSO NOTABILE LIBICO. Qaser Saadel El Garradi, proprietario della QSE, l’azienda libico-algerina legata alla multinazionale Sonatrach, rappresenta l’ultima speranza per i lavoratori della Btp Tecno, gloriosa azienda battipagliese attualmente in liquidazione, in seguito alla sciagurata gestione di Gian Federico Vivado.

Talvolta, però, accade che chi di speranza vive – e ci auspichiamo di tutto cuore che non sia questo il caso – muoia disperato: giovedì scorso, infatti, dopo mille rinvii, Giancarlo De Leo, Sergio Galluzzo – rappresentanti sindacali Fim Cisl –, Fiorenzo Veneri e Paola Trimarchi – delegati Fiom Cgil – sono stati finalmente ricevuti da Giampietro Castano, funzionario del Ministero dello Sviluppo Economico, nelle stanze del palazzone romano. Qui i lavoratori avrebbero dovuto interloquire circa il futuro dell’azienda: oltre allo Stato, però, attorno al tavolo avrebbero dovuto incontrare Vivado, o almeno il suo rappresentante, Giuseppe Toia, liquidatore dell’azienda di via Bosco I nonché ex-consulente di direzione dello stesso sito industriale, e il dottor Libé, il funzionario italo-spagnolo che sta curando gli interessi che la Q.S.E. vanta sulla Btp Tecno. Vecchi e nuovi, però, hanno snobbato il MiSE: Libé, infatti, s’è detto impossibilitato di raggiungere Roma a causa di problemi con l’aereo (a detta sua, si sarebbe ritrovato a Milano anziché nella capitale) e ha sentito soltanto telefonicamente l’imbarazzatissimo Castano e i rappresentanti dello stabilimento. Quando questi ultimi, però, hanno manifestato i propri ragionevoli dubbi, l’italo-spagnolo s’è pure risentito, e ha dichiarato di rappresentare «un’azienda seria, che nel giro di 10 giorni rileverà l’impianto e prenderà i contatti con i vecchi clienti». Naturalmente, tra i lavoratori di Btp regna lo scoramento. Assente anche la pluridecorata ditta “Vivado-Toia”: mentre il liquidatore, infatti, ha fatto sapere che i 1600 euro di trattenute relative ai conguagli dei modelli 730 operati sui mesi di luglio e novembre, che non sono state versati all’Agenzia delle Entrate, dovranno essere sborsati dai poveri lavoratori, dell’ex-patron si sa soltanto che ha chiesto e ottenuto lo spostamento della vertenza al Tribunale di Genova e che ha fatto richiesta del concordato preventivo, in virtù del quale, al cospetto delle autorità giudiziarie, potrebbe fare una proposta compromissoria ai suoi creditori.

LA FER.GOM TRA MALORI E FRAGILI SPERANZE. Tra i creditori del buon Vivado, c’è anche l’azienda di Gianpiero Contursi: la ditta, infatti, vanta all’incirca 20mila euro di credito sulla Btp Tecno per operazioni fatte all’interno dell’officina – la fabbrica, infatti, essendo un conto lavoro, può operare esclusivamente con la Cooper Standard – che a dicembre fu ceduta alla Texa Srl.

Le liquidità per sostenere la cassa integrazione, però, non ci sono, e qualora la Fer.Gom dovesse ricevere qualcosa da Vivado tramite un’ipotetica approvazione del concordato preventivo, la somma sarebbe irrisoria rispetto al necessario e i tempi sarebbero lunghissimi: il Ministero del Lavoro, d’altronde, sta vagliando ancora le richieste di cassa integrazione del mese di settembre, per cui si è ancora parecchio distanti rispetto a gennaio, ossia al mese in cui i lavoratori Fer.Gom hanno richiesto gli ammortizzatori sociali.

Nel frattempo, continua il presidio dinanzi ai cancelli della Cooper Standard di Battipaglia per il trasferimento delle commesse alla Sud Gomma di Oliveto Citra: i lavoratori hanno chiesto al capo delle risorse umane della CS, Marco Camurati, di concedere perlomeno a 10-15 lavoratori un po’ di attività almeno fino ai mesi di luglio e agosto, quando dovrebbero iniziare ad arrivare gli ammortizzatori sociali. «Stiamo cercando di trovare una soluzione»: sono le parole che Camurati ha detto ieri ai lavoratori dell’azienda dei Contursi, dando loro appuntamento a giovedì prossimo.

Ai nostri taccuini, il direttore amministrativo dello stabilimento battipagliese del colosso statunitense, PietroMancuso, ha dichiarato di «non avere alcun potere decisionale sulla vicenda, dal momento che i vertici di CS Europa hanno affidato la vicenda a persone (due dirigenti dello stabilimento di Torino, NdA) che non fanno parte del nostro sito», chiedendoci di contattarlo dopo qualche ora. Lo faremo presto, così da comprendere meglio come una multinazionale possa togliere le commesse ad un’azienda senza neppure sentire il parere dello stabilimento con cui quest’ultima lavora più frequentemente.

Inoltre, Rossella (50 anni) e Nicoletta (30 anni), che da 48 ore circa avevano cominciato lo sciopero della fame, ieri mattina hanno accusato un malore. Tempestivo l’intervento degli operatori di un’autoambulanza, che, pur essendo riusciti ad alleviare le pene di Nicoletta, hanno esortato Rossella, che si trova in condizioni più preoccupanti, a lasciare il presidio per essere trasportata al nosocomio “Santa Maria della Speranza” ed essere lì ricoverata. La donna, però, con un’immensa forza di volontà e con un grandissimo spirito di sacrificio, non ha voluto abbandonare il presidio. L’agognato medico, poi, non è arrivato, e sono gli stessi lavoratori a monitorare le condizioni delle due donne con un holter pressorio.

«Della tenda che avevamo chiesto alla Protezione Civile – ha dichiarato ieri Antonio Guglielmotti, delegato sindacale Fim-Cisl –  non si vede neppure l’ombra: siamo trattati peggio degli immigrati, con la differenza che noi paghiamo le tasse».

IL SILENZIO CHE ALEGGIA SU ALCATEL-LUCENT. Niente di nuovo sul fronte ALu. La cessione del ramo d’azienda alla romana Sesa NV – avevamo scritto qualcosa a riguardo una settimana fa – diventerà operativa ad aprile: il delegato sindacale Fim – Cisl, Nicola Rosamilia, sta sollecitando i sindacati nazionali. I sindacalisti di Alu attendono ancora una convocazione dal MiSE, che dovrebbe arrivare sul finire della prossima settimana. Ma d’altronde, come scriveva Lorenzo Il Magnifico, «di doman non c’è certezza». Soprattutto a Battipaglia.




Alcatel e Btp: futuro sempre più nero

 

di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. Il lavoro nobilita l’uomo: non è il caso di Battipaglia, dove pare che, al momento, sotto questo punto di vista, di nobilitante vi sia ben poco.

È stato posticipato per l’ennesima volta all’enigmatica data del “non-si-sa-quando”, infatti, l’incontro al Ministero per lo Sviluppo Economico tra i rappresentanti sindacali dei lavoratori della Btp Tecno, l’ex-proprietario, Gian Federico Vivado, e il potenziale acquirente libico, Quaser Saadel El Garradi, uomo di riferimento della multinazionale “Sonatrach”, che, facendosi rappresentare dall’italo-spagnolo dottor Libè, vorrebbe assumere il controllo dello stabilimento di Battipaglia. Il summit doveva svolgersi nella giornata di ieri nelle stanze romane, ma il dottor Giampietro Castano, che sta seguendo la vicenda per conto del MiSE, ha fatto sapere che, non essendoci stata ancora la possibilità di mettere insieme gli uomini della Sonatrach e la vecchia proprietà, l’incontro si farà nella prima decade di marzo.

Restano ancora sospesi, dunque, i pesanti punti interrogativi relativi al futuro dello stabilimento di via Bosco I, dove gli uomini della Btp Tecno non sono gli unici a vivere ore piene d’angoscia: anche i dipendenti di “Alcatel-Lucent”, infatti, si ritrovano nuovamente costretti a fare i conti con delle famigerate forbici che continuano a tagliare drasticamente i pochissimi posti di lavoro rimasti.

La situazione di Alcatel, però, non può essere letta soltanto in ottica battipagliese; la vertenza va inquadrata in un panorama nazionale.

La multinazionale, infatti, ha elaborato in passato uno Shift Plan, ossia un programma triennale di tagli che, tra il 2013 e il 2015, prevedeva la fuoriuscita di 586 dipendenti in tutta Italia: il progetto – che porta con sé  l’annessa chiusura degli stabilimenti di Genova, Bari e Vimercate –  sta trovando rapida attuazione, tanto che al momento sono rimasti soltanto trenta dipendenti da licenziare.

Al Nord, però, nella vertenza sono intervenute le istituzioni: 256 persone, ad esempio, sono passate alla “Siae Microelettronica”, un colosso che si occupa di prodotti tecnologici di quarta e quinta generazione, ma la voce delle istituzioni – in primis s’è fatta sentire la Regione Lombardia – ha garantito 5 anni di garanzia, oltre a una potente partnership tra la SM e ALU.

In Campania, precisamente a Battipaglia, le cose, naturalmente, stanno andando diversamente: nel 2013, infatti, a fronte dei primi licenziamenti, 38 persone passarono a lavorare per la “Sesa-Nv Group s.p.a.” di Roma ma, dopo neppure 12 mesi, l’azienda laziale ha avviato le procedure di cassa integrazione, con la conseguenza che tre degli ex-dipendenti Alcatel sono già stati costretti a ricorrere agli ammortizzatori sociali.

A Battipaglia, nel frattempo, Alcatel-Lucent, al momento, può contare su una forza lavoro che supera di poco le cinquanta unità: quasi quindici tra questi dipendenti lavorano effettivamente a Milano, prendendo ogni lunedì l’aereo per prestare servizio presso i clienti.

Lo scorso 17 febbraio, però, i vertici di Alu hanno palesemente dichiarato di esser disposti a far rimanere in Italia soltanto gli uffici tecnici di Roma e Vimercate e la fabbrica di Trieste: logica conseguenza, naturalmente, è la duplice dismissione degli stabilimenti di Battipaglia e di Rieti. Se per i reatini, però, non è ancora stato ben definito alcun piano di cessione, le cose stanno diversamente per quel che concerne la città del Tusciano: i piani alti di Alcatel, infatti, hanno stabilito il passaggio di 30 unità lavorative – mediante l’ex articolo 47 della legge n°428 del 1990, poi modificato dall’articolo 2 del decreto legislativo n°18 del 2001 – proprio alla Sesa, decretando riguardo a questa cessione un forte impatto su Battipaglia. La settimana prossima, dunque, si avranno dati numerici meglio definiti.

«Non vogliamo di certo compiere l’impresa impossibile di far cambiare idea ad una multinazionale come Alcatel – ha dichiarato Nicola Rosamilia, delegato sindacale Fim–Cisl – ma chiediamo che le autorità politiche, in particolare quelle regionali, intervengano per far sì che Alu possa garantire degli anni e delle attività, dal momento che, se lo stabilimento viene dismesso, quest’ultime non sono di certo considerate strategiche; la Sesa, d’altronde, non ha di certo mostrato una considerevole stabilità, tenendo conto delle vicissitudini degli ex-Alcatel».

Possibile che da Palazzo Santa Lucia tacciano tutti? «In passato – ha denunciato Rosamilia – siamo stati ricevuti dall’assessore al Lavoro, Severino Nappi, coordinatore della Cabina di Regia per la gestione dei processi di crisi e di sviluppo, ma poi non s’è fatto vedere più nessuno».

Nel frattempo, in Alcatel, non c’è più né il servizio mensa né quello portineria: il tutto grazie a Vivado, ex-patron della Btp, che ospitava – percependo un corrispettivo economico – nei suoi palazzi anche i lavoratori Alu. Altro che due piccioni con una fava: due stabilimenti distrutti con un solo Vivado.