Sergio Vecchio: un guerriero in difesa della bellezza

Scritto da , 13 febbraio 2018

Emozione al funerale laico-religioso dell’artista cui il mondo dell’arte ha dato l’ultimo saluto

 

Di OLGA CHIEFFI

Il freddo e l’attonita bellezza dei templi paestani, in una grigia giornata di pioggia, sono stati il fondale del funerale di Sergio Vecchio. La stufa nella capanna di vetro è spenta, poiché da domenica non alimentata né dalla sua né da altre arti. “Ma la casa è stata subito piena di gente, poiché Sergio credeva nella gente per difendere la bellezza!” Un grido straziante d’amore un urklang di romantica memoria, lanciato dalla moglie Bruna Alfieri,  ha attraversato la basilica paleocristiana di Paestum che ha accolto Sergio e un’infinità di colleghi e amici artisti. “La scomparsa di Sergio, ha continuato tra le lacrime Bruna è stata inaspettata. Tanti i progetti in nuce da realizzare e chiedo a tutti voi aiuto per continuare la lotta di Sergio in difesa della bellezza. So che Sergio a volte poteva sembrare ruvido, schivo, introverso ma mi accorgo che aveva trovato qualcosa di buono in ognuno di voi e voi qualcosa di particolare in lui. L’ho amato e stimato, ci siamo scontrati, poiché Sergio era un uomo non facile, che non scendeva a compromessi ed è stato il migliore in tutto. Quindi, la mia richiesta è di aiutarmi a portare avanti i progetti di Sergio, tutti insieme”. Diversi amici hanno portato la loro testimonianza, dei versi, Paolo Romano, che ha basato il suo intervento su tre punti cardini del sentire di Sergio Vecchio, i templi, il treno e Sergio Endrigo; rappresentanti delle passate amministrazioni, cui Sergio aveva chiesto con forza ed eleganza di ristrutturare la vecchia stazione di Paestum difronte casa sua per farne un museo, donando la sua raffinata collezione di cartoline, quadri, opere d’arte, attrezzi, lettere, di quanti artisti, letterati, gente comune si siano fermati ai tavolini di quel luogo di incroci. Paolo Apolito, più che amico, si è definito fratello del guerriero Sergio, capace di affermare la sua virilità con l’affetto e le gentilezze di una donna, una rara avis, simbolo di una specchiata onestà intellettuale ed estetica, racchiusa e finalizzata alla più assoluta devozione nei confronti dell’ Arte, che ha sempre cercato di accendere una scintilla in tutti noi, la volontà di andare oltre se stessi, inseguendo quel profumo del rischio e dell’azzardo che rende memorabile la creazione artistica e la vita stessa. Poi, il lunghissimo straziante omaggio alla famiglia di Sergio, a Bruna, ai figli Marco e Viviana che ricevono saldamente il testimone dal padre, in tanti si sono stretti attorno ai resti mortali dell’artistca, da qualche compagno del liceo a Gabriel Zuchtriegel, il direttore del Parco che da quando è giunto a Paestum ha sempre cercato di confrontarsi con Sergio, un rapporto non semplice come quello di tutti noi, nel fiume umano,  Enzo Cursaro, Alfonso Andria, Angelo Trimarco, Alfonso Amendola, Lelio Schiavone e Antonio Adiletta, Loredana Gigliotti e Pino Latronico, la direttrice del Sabatini-Menna Ester Andreola, il mondo del teatro con Attilio Bonadies, Pasquale De Cristofaro e Franco Tozza, Valerio Falcone, che ha accolto il Sergio ceramista. Una vera e propria onda d’amore che ha attanagliato tutti e di buoni propositi, in particolare per la realizzazione della mostra Heraion che a breve verrà inaugurata postuma a Paestum, unitamente alla volontà di far ritrovare a Sergio quell’incrocio smarrito, la stazione, ritrasformandolo in archè, in quel principio in quanto da-dove della progettualità, essenziale punto di dipartimento di ogni pensiero che per essere se stesso dovrà continuare a discernere, giudicare, orientarsi, selezionare, criticare, amare. La prima grande virtù dell’uomo è la verità (secondo alcuni filologi deriva dalla radice iranica ver che significa fiducia, realtà). Se noi riusciamo ad agire in modo da suscitare la fiducia degli altri, come è riuscito nella sua condizione quasi di eremita Sergio Vecchio, e al tempo stesso ad avere fiducia negli altri, forse potremo risollevarci dalla nostra condizione che sta cedendo al Nulla. La passione che attanaglia il gesto artistico non è la cecità di lasciarsi prendere da un’urgenza, ma patire, cioè vivere profondamente e dare spessore alla storia, ponendo un freno al frenetico correre, in modo da fermarsi a riflettere su se stessi, poichè l’uomo è libero e vive in quanto trascende con il proprio pensiero la stessa vita immediatamente vissuta, l’ Uomo è tale quando pensa la Vita.

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