Sergio Vecchio: ritorno all’ Heraion

Scritto da , 11 marzo 2018
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Sergio Vecchio: ritorno all’ Heraion

Questa sera, alle ore 18,30 il vernissage della prima mostra d’arte ospitata da Spazio Paestum di Marina Santomauro

 

Di OLGA CHIEFFI

 

Ci eravamo lasciati con Sergio Vecchio, attoniti, in quella piovosa domenica di febbraio, tra le severe pietre paestane, ci ritroveremo questo pomeriggio, alle ore 18,30 riuniti nel suo segno artistico nello Spazio Paestum, la cui fondatrice Marina Santomauro aveva deciso di far tenere a battesimo all’artista che più di ogni altro si era lasciato adottare e viveva i resti dell’antica Poseidonia. E’ questa, infatti la prima mostra d’arte ospitata da questo nuovo luogo d’arte, che sulle sue pareti ospiterà una selezione dal lavoro di Sergio sul tema dell’Heraion, con opere su cartone 70×100 cm con tecnica mista. Ad un mese dalla sua scomparsa, questo florilegio di opere potrebbe sembrare il suo testamento artistico, ma lo è unicamente per cronologia umana. I progetti di Sergio erano numerosi ed un artista non può contemplare la parola fine. Ritroveremo, accompagnati dal segno di Sergio Vecchio, Hera, il suo santuario a soli cinquanta stadi da Poseidonia, la memoria degli Achei di Sibari, il mito Giasone e degli Argonauti, la dea mediterranea, la madonna dal melograno, il suo giardino, sua moglie Bruna, sua musa ispirante, tra centauri danzanti, il cui arrivo è annunciato dal grido acuto di una civetta. Un giardino mistico, questo della Dea, portatore del suo carico millenario di significati, simbolo di completezza, raggiungimento totale del fine, simbolo della transizione o del passaggio necessari al raggiungimento della perfezione ultima. E’ un viaggio nella natura viva, vitale e poetica quello proposto da Sergio Vecchio un urklang d’amore in attesa della sua Dea, ma la grande madre sembra negarsi a noi. Heraion diviene così uno schiaffo in pieno volto di noi uomini della fine, che non riusciamo più a scorgerla, ad evocarla, a cercarla. Sergio, attraverso il segno iridescente dell’arte, la evoca riflettendosi nel giardino di cui costituisce il simbolo vivo, sapendo che dovrà apparire per difendere proprio il suo Kepos, inficiato da un Uomo generato che tende a porsi quale generante, soppiantante la sua natura, con cui però deve fare i conti, indirizzandolo a riflettere e a riconoscere il suo rapporto con la physis, che lo circonda e lo protegge come un “recinto”, simbolo eterno di conservazione e rigenerazione, anche dell’Arte stessa. Abolendo o superando l’apparente realtà delle cose, ne ricaveremo un’altra, nostra, in cui l’irrealtà suprema diventa per ciò stesso il mistico suggello della suprema realtà. Il giardino della Dea, popolato dai suoi mitici animali, cavalli, uccelli, bufali, civette, gazze, merli, cani, diventerà così paradeisos di inesplorate delizie: una visione – che ritroviamo nel Cantico dei Cantici IV 13 – dove una prima discreta penombra, già rotta da qualche vago bagliore, non è che il breve gaudioso vestibolo, da cui miracolosamente si passa ad una serena temperie di terra e di cielo, a un’oasi di verde e di luce, che si adorna dei fiori più belli e si insapora dei frutti più dolci, per andare oltre il perpetuo crepuscolo.

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