Scario, l’omaggio all’avvocato Alessandro Lentini. Il ritratto di Antonio Manzo

Di Antonio Manzo

Immaginiamo Alessandro Lentini vivente a discutere o meglio a tuonare sulla magistratura corrotta e sulla decadenza professionale dell’avvocatura. Lo immaginiamo ancora a discutere con i colleghi sui diritti della persona compromessi da una stagione infausta della democrazia costituzionale soprattutto sul fronte delle garanzie dei cittadini e sul versante dell’esercizio della giurisdizione.

La mente tornerà indietro soprattutto oggi quando il comune di San Giovanni a Piro testimonierà all’avvocato Alessandro Lentini la sua esperienza umana che sarà ricordata da una targa nella Piazza adiacente al faro di Scario.

Lentini moriva nell’Aprile del 2009, lasciando un vuoto incolmabile nell’avvocatura salernitana e meridionale. Ancora oggi i suoi colleghi ricordano le passionali arringhe in difesa sia degli “ultimi” che del boss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo.

Le testimonianze di Ferdinando Palazzo, Domenico Lentini, Carlo Chirico, Michele Strianese e Fulvio Bonavitacola aiuteranno molto a sollecitare ancor di più i ricordi di una esperienza umana e professionale che ha incarnato valori oggi compromessi, purtroppo, da una crisi sociale profonda.

Ci riferiamo soprattutto a valori quali: giustizia, libertà e dignità.

C’è un episodio familiare nella vita di Alessandro Lentini che farebbe ancor di più tuonare le sue parole. È quando nella Salerno della Ricostruzione pose alla moglie l’interrogativo esistenziale sulla garanzia di futuro dignitoso dei figli in crescita.

La domanda la pose alla moglie prima ancora di acquistare casa e simbolicamente di offrire un tetto sicuro alla famiglia. L’interrogativo non fu soltanto la preoccupazione dal risvolto economico ma anche il segnale di una sfida che entrambi raccoglievano dalle rispettive storie umane.

C’è tutto Alessandro Lentini nella domanda probabilmente rivolta con tono pacato alla moglie.

Eravamo negli anni della ricostruzione e per Alessandro Lentini che si lasciava alle spalle la terra natia del Cilento era già un’avventura trasferirsi e vivere nella città capoluogo.

Si impose un ritmo di vita ispirato a valori seri che potrebbero perfino essere offuscati oggi, registrando le crisi in atto sia della magistratura, dell’avvocatura fino alla società.

Alessandro Lentini abbracciò i concetti di dignità e libertà per difendere uno stile di vita che partiva dal sacrificio personale per arrivare all’ambizione professionale.

Libertà e dignità furono le due parole chiave della sua esistenza dedicata interamente ai suoi assistiti. Sarebbero le stesse parole che avrebbe utilizzato per amplificare le sue idee commentando la caduta di prestigio e di autorevolezza sia dei magistrati che degli avvocati.

E anche su questi valori avrebbe innescato il senso della difesa della dignità umana quando l’esistenza consegna il tratto di sofferenza magari nell’aula di un tribunale.

Non sarebbe stato difficile per lui scansare il bivio dell’eterno dibattito tra garantismo e giustizialismo. Sarebbe andato al sodo delle questioni lumeggiando più i difetti che le virtù di due professioni, anzi di due missioni essenziali: l’avvocatura e la magistratura. Anzi, prima la magistratura. Anzi, i giudici. E qui, Alessandro Lentini, non avrebbe risparmiato fiato e parole.