“Santa” Cecilia Bartoli ri-comincia dal Ravello Festival

Scritto da , 17 Agosto 2020
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Ha scelto di dedicare alla patrona della musica il suo tour post-lockdown, che prenderà il via domani sera dall’auditorium Niemeyer. Con lei Les Musiciens du Prince-Monaco per un progetto imperniato su Haendel e i contemporanei

Di OLGA CHIEFFI

“What passion cannot music raise” il nuovo progetto del mezzosoprano Cecilia Bartoli, la regina assoluta della coloratura e de Les Musiciens du Prince-Monaco, diretti da Gianluca Capuano, partirà domani sera, alle ore 20,30 dall’Auditorium Niemeyer di Ravello. Scende in campo per la LXVIII edizione del Ravello Festival la seconda regina, Cecilia Bartoli, la voce di un talento che va ben oltre il dono e la prodigiosa tecnica, un vero animale da palcoscenico, una delle cantanti più straordinarie della scena lirica, che ha costruito la sua carriera sul triangolo Rossini, Mozart e Schubert, un virtuosismo il suo, mai fine a se stesso, che attraverso la coloratura, le cadenze, i trilli trova una via di espressione, digerendo le capriole vocali per arrivare all’essenza del personaggio e della pagina musicale, comunicandola in purezza al pubblico. Il progetto “What passion cannot music raise” è una cooproduzione del nostro festival con quelli di Lucerna e Salisburgo con un programma particolare con al centro Georg Friedrich Handel, il quale, come nessun altro, è stato in grado di restituire attraverso i suoni, l’emozione, catturando l’entusiasmo di un vasto pubblico. Con lui amici, colleghi o rivali, il nostro Nicolò Porpora, Johann Adolph Hasse, e per lo strumentale, Georg Philipp Telemann e Antonio Vivaldi, il quale consegnò le chiavi della musica dei veneziani ai viennesi, chiudendo e aprendo due periodi meravigliosi della storia della musica, morendo, per una delle tante coincidenze storiche che pare accadano ai grandi spiriti, a Vienna. Il programma verrà inaugurato dalla sinfonia del Rinaldo di Haendel, Ciò che forse impressiona maggiormente, nel Rinaldo, è l’estrema varietà della musica. L’uso frequente dei fiati con funzione solistica dà alla partitura un colore pronunciato; ma Händel non esita neppure ad adottare soluzioni del tutto insolite, come i passi improvvisati dal clavicembalo, riutilizzando, in alcuni casi, alcune delle sue precedenti musiche italiane senza apportarvi mutamenti, mentre, in altri, limitandosi a recuperare da esse spunti tematici e a rielaborarli diversamente. Infatti, quel “Lascia ch’io pianga”, famosissima aria di Almirena, non è altro che “Lascia la spina cogli la rosa”, l’aria di Piacere, dall’ oratorio “Il trionfo del Tempo e del Disinganno”, che la Bartoli proporrà evocando, Carlo Broschi, detto il Farinelli, esempio di dolcezza d’espressione e abbandono malinconico. La cantante eseguirà, quindi, altre brani di altre due opere scritte per castrati, “La festa d’Imeneo”, con “Vaghi amori” e “Lontan dal solo e caro… Lusingato dalla speme” Aria di Aci dal “Polifemo” di Nicola Porpora, due impegnative pagine, quasi a ricreare, le rivalità e le battaglie tra compositori, cantanti, impresari e teatri nella Londra della metà del Settecento. Dopo Nicola Porpora ecco il migliore dei suoi allievi, Johann Adolph Hasse erede dell’anziano Scarlatti che ebbe un ruolo decisivo nella sua maturità artistica, con la Sinfonia alla Serenata del “Marc’ Antonio e Cleopatra”, dalla tematica semplice e trattata con gusto ed eleganza. Ancora Haendel, stavolta la sinfonia “Il Parnaso” per il II atto del “Giulio Cesare in Egitto” e l’aria di Cleopatra “V’adoro, pupille”, che rende magico anche il ricco strumentale con archi in sordina fissa nel suo oscillante riflesso, una sospensione che arriva alle stelle di Mozart. Due le gemme strumentali in scaletta,   il primo è il concerto per tromba, archi e basso continuo in Re maggiore di Georg Philipp Telemann, esempio classico di concerto in stile veneziano in tre movimenti, dal momento che l’Adagio introduttivo, nel quale la tromba solista mette in evidenza le sue straordinarie capacità di «cantare», va considerato come un grande «levare» introduttivo per l’Allegro successivo, e il Vivaldi del concerto incompiuto per flauto, RV 432  in mi minore, tonalità estremamente comoda ed espressiva per il traversiere, dalla fresca e comunicativa intenzione, rivolta al “canto”. Ed ecco il canto di Ruggiero, dell’ “Orlando furioso” vivaldiano, che soccombe alla maga Alcina cantandole la dolcissima “Sol da te mio dolce amore”, in dialogo con le suadenti cascate di note del flauto traverso, simbolo dell’incantesimo. Ritorna il protagonista della serata, Haendel con l’ Ariodante, col balletto dei Sogni piacevoli e dei Sogni funesti, che rappresentano le inquietudini di Ginevra addormentata, e “Augelletti che cantate”, uno dei cavalli di battaglia della Bartoli, l’aria di Almirena di  grande fascino in tempo lento, una pagina cesellata dalle ghirlande melodiche dei flauti che, nella sua raffinatezza si contrappone efficacemente alla furia drammatica di tanti altri luoghi della partitura händeliana del Rinaldo, la battle con la tromba per l’aria “Mi deride … Desterò dall’empia dite” dall’ “Amadigi di Gaula” e il gran finale con “What passion cannot Music raise and Quell” dall’ Ode for St Cecilia’s day, HWV76, una vera summa in musica del pensiero barocco, che celebra un’arte capace di creare, muovere e distruggere l’universo.

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