Salvatore Giannella plays Liszt

Scritto da , 26 Giugno 2019
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Questa sera, alle ore 20,30, appuntamento con la V edizione dei Concerti di Primavera in Duomo, promossi da Sergio Caggiano

Di OLGA CHIEFFI

Questa sera, alle 20, 30, terzultimo appuntamento per la quinta stagione musicale dell’Associazione Culturale Arechi presieduta da Sergio Caggiano, “I Concerti di primavera”, volti a far conoscere alla cittadinanza i talenti salernitani e campani, che sono fioriti negli ultimi anni, e divulgare sempre di più il fascino della musica classica. Ospite fisso di questo cartellone il pianista Salvatore Giannella che ha scelto di principiare il suo rècital con le Danze tedesche di Franz Schubert D 783, che può essere considerato come un taccuino musicale di viaggio pittorico e poetico. Schubert infatti vi descrive un padrone di casa un po’ autoritario, una padrona di casa un po’ languida, una vivace ragazzina, un ragazzo esuberante, una giovane zia appassionata, il severo zio ufficiale di cavalleria, i nonni che guardano nostalgicamente il passato. Uno dei maggiori sostenitori di Beethoven fu il conte Ferdinand Ernst Gabriel von Waldstein. Il maestro di Bonn non dimenticò mai il suo benefattore e dodici anni più tardi, nel 1804, in un momento in cui von Waldstein si trovava in gravi difficoltà economiche, decise di dedicargli la sua sonata per pianoforte Op. 53. Tale sonata, che ascolteremo questa sera, nota anche col titolo “L’Aurora”, richiede all’esecutore una grande tecnica ed una notevole resistenza. Beethoven infatti, che in quel periodo era entrato in possesso di un pianoforte Erard, all’avanguardia sotto il profilo meccanico, spinse al limite delle nuove possibilità la scrittura, che raggiungere sonorità e tessiture mai viste prima. La difficoltà della pagina consiste nella necessità di raggiungere gli estremi opposti dell’esecuzione pianistica, senza poter del resto sfruttare il campo medio della cantabilità. Finale affidato alla Sonata in Si Minore di Franz Liszt omposta tra il 1852 e il 1853, un “oggetto straordinario”, la monumentale e proteiforme pagina dedicata a Robert Schumann. Un lavoro che colloca il compositore quale geniale promotore delle più ardite tecniche di scrittura di pieno Ottocento, vulcanico ideatore di nuove possibilità di formulazione di architetture formali, propositore di un ruolo protagonistico del pianoforte che sta al centro della scena e suona con i colori e le possibilità inusitate di un’orchestra, quasi ne fosse clone spettacolare e dirompente. Libertà formale, dunque, mancanza di strutture obbligate, capacità strabiliante di variare ed elaborare il materiale tematico, che diviene magmatico elemento di permutazione, permettono a Liszt di costruire un edificio musicale assai articolato, con molti movimenti interni e più idee, spunti, temi e motivi, che trapassano da una sezione all’altra. La costruzione stessa della Sonata (la quale non è in un «tempo» solo, come comunemente si afferma, bensì fa seguire l’uno all’altro senza interruzioni e quasi estrae, a poco a poco, dal flusso di un discorso senza pose, i classici momenti dell’Introduzione-Adagio, dell’Allegro, dell’Adagio di mezzo, dello Scherzo e del Finale); desunta da tre temi che vengono immediatamente esposti al principio del lavoro, nel giro di sole quindici battute, corrisponde a un piano d’ordine psicologico, assolutamente nuovo. Così dicasi del libero ordinamento nelle successioni modulative; dell’inserzione di un recitativo, posto a rompere il declamato di una frase melodica, grandiosamente scandita, dell’idea di ottenere un «soggetto di fuga» dalla somma del secondo e terzo tema iniziali. Come appare chiaro, molti fra gli atteggiamenti qui ricordati si erano già visti negli ultimi Quartetti e nelle ultime Sonate beethoveniane: Liszt, però, spinse i dati del suo predecessore fino alle ultime conseguenze, appunto perché, nel suo concetto, i diritti del pensiero, i diritti dell’immaginazione intesi in senso assoluto, erano ben più forti dei diritti esclusivamente musicali.

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