Ricordo di un “capitano d’industria”

Scritto da , 7 Settembre 2020
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Con la scomparsa del Cav. Giuseppe Amato viene a mancare uno degli ultimi “capitani d’industria” della nostra Provincia e, forse, del Mezzogiorno. L’esperienza maturata nella fabbrica di famiglia, sviluppatasi già nel periodo immediatamente successivo al secondo dopoguerra e negli anni della ricostruzione, venne arricchita sul finire degli anni Sessanta da quel peculiare rapporto che aveva legato l’imprenditoria più vivace del Sud all’ intervento della Cassa per il Mezzogiorno (allora guidata da uomini integerrimi e colti, come Gabriele Pescatore, indimenticabile Presidente della Cassa dal 1955 al 1976, venuto di recente a mancare). La scomparsa dall’agenda politica della questione meridionale, ha portato, nell’oblio degli ultimi decenni, ad una vera e propria rimozione dell’ impegno profuso da uomini delle istituzioni e da imprenditori… capaci di immaginare la crescita delle proprie iniziative insieme a quella del territorio, nell’articolato e complesso processo di sviluppo del Sud. L’esperienza positiva di quegli anni venne, però, superata dalla conquista della Cassa e degli Enti di Sviluppo da un ceto politico, che ben presto finì per smarrire la missione di quegli enti, avviluppandosi in rapporti clientelari cresciuti a dismisura dopo i noti eventi sismici degli anni ottanta. Vi è da dire che ben presto anche gli imprenditori, facendo di necessità virtù, finirono con il “dialogare” con quel ceto politico, anche se il Cav. Amato, specie con il suo impegno all’interno delle strutture confindustriali, cercò sempre di privilegiare la funzione “sociale” dell’impresa legata al territorio, che in lui trovava il retroterra nelle radici della cultura cattolica che aveva caratterizzato le sue prime esperienze. E’ indubbio che il marchio creato e le caratteristiche della stessa organizzazione imprenditoriale alla quale, con passione ed affetto, aveva dedicato la sua vita, tanto da consentire di travalicare i confini del mercato nazionale con l’ espansione in altri paesi del prodotto alimentare italiano tipico ( la “pasta”), ha subito l’impatto della crisi finanziaria. Il tentativo di ampliare la missione e l’oggetto delle attività (con improvvida incursione anche nel settore edilizio), il vulnus consumato nella successione generazionale (vero e proprio problema che caratterizza le imprese familiari, specie quelle che trovano nel “capo stipite” il punto di guida e di riferimento) ha portato, dapprima, ad una progressiva perdita di redditività e, doppoi, alla crisi che ha interessato l’azienda. Ciò nonostante, il Cav. Amato non ha mai smarrito il tratto di quella malinconica signorilità e di quella disponibilità all’ascolto amicale, che avevano caratterizzato la sua umana esperienza, né smarrito quell’ottimismo che ha connotato le vecchie generazioni di imprenditori, chiamati ad operare negli anni dello sviluppo economico e della costruzione dell’industria meridionale. Giuseppe Fauceglia

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