Riabilitazione, giungla retributiva. Dieci contratti per un settore

Scritto da , 27 marzo 2014
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 di Luigi Celestre Angrisani

Quella che stiamo per raccontare è una brutta storia, fatta di ingiustizie, sperequazioni, sprechi. Però è una storia importante, perché riguarda 7 mila lavoratori e decine di migliaia di cittadini disabili.  E il denaro dei contribuenti. È la storia della giungla retributiva nel settore della riabilitazione. Vale la pena conoscerla perché è un esempio eclatante di come i lavoratori non siano tutti uguali e i pazienti nemmeno. Partiamo dall’inizio. Fino al 1996 nella riabilitazione c’è una vera e propria giungla dove ognuno fa ciò che vuole. Quell’anno, finalmente, l’assessore di allora (e anche di oggi) Raffaele Calabrò mette un po’ di ordine: con una delibera storica (la 6757) stabilisce le regole che devono garantire i lavoratori, il servizio ai pazienti e il corretto uso dei soldi pubblici. Regole che ogni struttura che opera nella riabilitazione deve rispettare. La delibera prevede che il 72% del personale deve essere regolarmente assunto come dipendente, stabilisce i carichi di lavoro per ogni operatore, la durata delle terapie, i requisiti strutturali e le attrezzature che deve avere ogni Centro. Vengono anche stabilite le rette che il servizio sanitario deve pagare. Come? Calcolando i costi, e in particolare il costo principale che è quello del personale. Questo costo viene calcolato sulla base del contratto di categoria delle case di cura AIOP-ARIS. Insomma, si esce dal caos, finalmente. Ogni lavoratore sa che il suo trattamento e le sue condizioni di lavoro sono uguali a quelle dei suoi colleghi, ogni paziente sa che il Centro a cui si rivolge rispetta i requisiti che lo garantiscono, la Regione sa che paga il giusto. Tutto bene? Neanche per sogno. Nel 2013 l’ottimo sub commissario Morlacco si accorge infatti che la giungla uscita dalla porta era rientrata dalla finestra. Cosa era successo? Le regole stabilite da Calabrò erano state aggirate con la moltiplicazione dei contratti di lavoro. Che vuol dire? Che il contratto alla base del calcolo delle tariffe era quello di AIOP-ARIS, e allora per pagare meno i lavoratori sorgono altri tipi di contratto, tutti meno onerosi per le aziende. Tutto regolare? Nella forma sì, nella sostanza un po’ meno. Vediamo perché. Tutti i nuovi contratti, guarda caso, prevedono per i lavoratori condizioni più sfavorevoli: stipendi inferiori fino al 25%, turni di lavoro non di 36 ma di 38 e 40 ore, ferie non di 34 giorni ma di 30. C’è addirittura chi arriva ad applicare alla riabilitazione contratti che non c’entrano niente, come quello del commercio o delle cooperative sociali.  Così si risparmia un mare di soldi sul personale, a discapito ovviamente della qualità del servizio. Però la retta con cui si viene pagati è calcolata con il contratto AIOP-ARIS. È uno scandalo? Sì. Morlacco se ne accorge e giustamente non ci sta. Così fa una delibera (la 81/13) con cui stabilisce che le strutture che non applicano il contratto AIOP-ARIS abbiano rette inferiori del 15%. Apriti cielo. Subito piovono i ricorsi al TAR, e le ASL si sbrigano ad annullare la decurtazione prevista dalla delibera. Si grida all’ingiustizia per difendere una ingiustizia palese. Non solo, il servizio sanitario prevede che per essere accreditati i centri di riabilitazione rispettino per il personale i parametri previsti dalla delibera del ’96, ossia con il contratto AIOP-ARIS. Quindi in teoria chi è fuori da quei parametri non potrebbe essere accreditato. Qualcuno, il Ministero per esempio, sostiene che non possono esserci rette differenziate e che le rette devono basarsi su costi standard. Ma se i costi non sono standard come si fa? Questo non lo dice. E non dice nemmeno perché si dovrebbe pagare di meno chi da di più e di più chi da di meno. Misteri italiani. Chiudiamo con una domanda e un invito. La prima domanda è ai sindacati: perché nulla dicono e fanno sullo scandalo di 10 contratti per lo stesso settore, e sul fatto che ci sono lavoratori che per lo stesso lavoro di altri prendono fino al 25% in meno? Sono meno lavoratori? L’invito è al sub commissario Morlacco e all’assessore Calabrò: non fatevi intimorire da pressioni burocratiche o corporative, non gettate la spugna e difendete fino in fondo le vostre scelte. Per i lavoratori, per i pazienti e per il corretto uso del denaro pubblico.  E perché vivere nella giungla non è bello,  meglio la civiltà.

 

 

 

 

 

 

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