Quella fera del delfino

Scritto da , 9 Agosto 2019
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Si chiude tra gli applausi la terza edizione dei Teatri in Blu sulla Tonnara MariaAntonietta, nello specchio d’acqua antistante Cetara

Di GEMMA CRISCUOLI

Non crederete mica che sia una bestia leggiadra, amabile, pacifica. È una “gran buttanazza fetusa”, venuta al mondo per far disperare i pescatori e fare una ”roncisvallata” di pesci spada nello stretto di Messina, beffando tutti con il suo “genio di mente”. Il delfino appare come non lo avete mai immaginato in “Epica fera”, l’emozionante spettacolo di e con Gaspare Balsamo in cui Francesco Salvadore contribuisce a creare un’atmosfera tesa e struggente col tamburo e il canto sulle qualità e la fine dell’animale o sulle sirene predatrici in una mare, che è eterna tenzone. Il cunto, che rielabora alcune parti del romanzo “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo, ha concluso tra gli applausi, sulla Tonnara Maria Antonietta a Cetara, “Teatri in blu”, il progetto di Vincenzo Albano. Il corpo e la voce di Balsamo, tra la fascinazione dei pupi e l’energia del vernacolo, rendono il racconto profondamente vivido. Il delfino è fera, circondata dalla solennità sacrale del canto epico, perché strazia reti e pesci con la vorace astuzia che le ha permesso di ottenere la bellezza, quando Dio la degradò da angelo a diavolessa. La sua furia traditrice è tuttavia figlia della natura: fa parte dell’oscillare senza tempo tra vita e distruzione. Per questo il capo della barca, che ha catturato un maschio (fragile quanto gli uomini, dato che, preso dalla passione per la compagna, non ha colto la minaccia), ricorda che non c’è posto per la vendetta in un gioco dove ognuno fa la sua parte e l’ammirazione si mescola alla sofferenza quando, nella conclusione, i pesci spada sono sterminati da fere di ogni tipo ( a “sangu ianco”, a “pinna suprana”, a “denti a zappuni”), descritte a un pescatore orbo come torme di guerrieri. Tutti siamo orbi dinanzi alla grandezza, se si nutre di forze antiche e sempre vive di fronte alle quali siamo ben poco. Non vi è alcuna grandezza invece nel potere, che pretende di stabilire priorità anche linguistiche in modo insindacabile. Il fascista che esalta la dolcezza del termine delfino è specchio di quello che scaricherà l’intero caricatore nel cranio del mammifero col pretesto di liberarlo. Ridicoli nella loro superbia, i potenti si muovono tra vuoti vocaboli da deformare, per sempre lontani dall’essenza delle cose. Questa appartiene solo a chi non ha casacche né si sente al di sopra di quel mistero che è l’esistenza. La cialoma, il canto della mattanza, celebra il cupo splendore della morte contro i fascisti di ogni tempo, che non sanno di essere già morti.

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