Quella “Bohème” che non invecchia mai

Scritto da , 1 novembre 2015
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Trionfo al teatro Verdi per l’opera pucciniana ri-letta filologicamente dal regista Pacini e affidata a tre stelle di assoluta grandezza, Maria Agresta, Giorgio Berrugi e Daniel Oren

 

Di Olga Chieffi

Teatro Verdi tutto esaurito per le tre repliche di Bohème, che ha inaugurato la ripresa autunnale del cartellone lirico del massimo cittadino. Una Bohème fedelissima alle postille del libretto, la regia praticamente firmata da Puccini stesso è stata riproposta  da Pier Paolo Pacini, per cui il giovane che si è ritrovato in teatro per la prima volta, lo straniero che ha inteso trascorrere una serata al teatro, sa di aver visto la Bohème come il maestro l’aveva pensato e come gli italiani l’amano, non le brillanti iniziative personali d’un regista smanioso di parere originale e deciso a produrre un’opera diversa. Pacini ha firmato una regia piena di rispetto e soprattutto d’affetto per l’immagine tradizionale dell’opera. Lo spettacolo andato in scena ha, musicalmente parlando, tre punti di forza, Giorgio Berrugi, Maria Agresta e il direttore Daniel Oren. Un’urgenza, quasi una febbre vitale ha sospinto la narrazione, la cui intenzione era di abbandonare la pennellata morbida e sfumata per il tratto secco dell’acquaforte, con contrasti chiaroscurali netti, di crudezza ma anche immediatezza tragica teatralmente formidabili, affidata ad una formazione concentrata, equilibrata  e coinvolgente in tutte le sue sezioni, quale si è rivelata la Filarmonica Salernitana Giuseppe Verdi. Le straordinarie intuizioni orchestrali che Puccini ha disseminato lungo tutta l’opera, anche se quelle dei primi due atti sembrano più appariscenti, hanno ricevuto un rilievo inconsueto. Giorgio Berrugi, in stato di grazia, ci ha regalato il piacere non certo frequente di seguire un tenore nelle più rischiose prestazioni senza mai dover stare in pena per lui e chiedersi con apprensione se ce la fa. L’agevolezza irrisoria con cui supera ogni problema d’emissione, di registro e di fiato, gli ha consentito di dedicarsi per intero all’interpretazione e alla costruzione del personaggio. Gli è stata attorno una degnissima compagnia, a cominciare da Maria Agresta, scuola salernitana, gentile e nitida Mimì, contenuta nella misurata classicità dell’espressione la quale è riuscita ad apportare l’intensa, semplice ma tutt’altro che semplicistica umanità ragione ideale del personaggio, che vuol essere sottolineata da un canto vibrante, luminoso, di raggiante purezza, costellato da delle splendide note filate. Gabriele Viviani, si è rivelato maestro della parola come nessuno (basterebbe sentire come accenta “Vuoi leggerlo forse? Mi geli”; e che commozione ansiosa, partecipe, intensissima sa trovare al “Lo devo dir? Non mi sembri sincero”), e ha saputo scovare in Marcello toni ancora inediti di finissima ironia. Carlo Striuli è un Colline esperto ed umano, il papà dell’intero quartetto, ma l’unico momento da dimenticare (diamo spazio a qualche basso giovane!) è stata l’esecuzione di “Vecchia Zimarra”, con una versione tagliata su misura, per una voce ormai da tempo sul viale del tramonto personalissima, della  celeberrima melodia rappresentante l’emozione musicale di tutti i protagonisti. La Irina Lungu ha disegnato una Musetta tutta spigoli e vivacità, mentre Il Benoît -Alcindoro di Angelo Nardinocchi cachinna in un parlato biascicato, disegnando due personaggi dai fini tratti in inchiostro di china. A completamento del cast Fabio Previati, ottimo Schaunard e Francesco Pittari che ha vestito la livrea di Parpignol, i quali hanno posto la loro grande esperienza a servizio di questi ruoli minori. Funziona l’idea, del secondo atto, ove vige un grande affollamento in palcoscenico, “quanta folla su corriam che chiasso”, tra coro, voci bianche, corteo di Parpignol, banda, comparse, bancarelle Mercatini di Natale salernitani style e un’insegna di Momus sostenuta da ferri battuti liberty, un vero e proprio vortice iniziale in cui è certamente da applaudire il coro delle voci bianche di Silvana Noschese, unitamente a quello di Tiziana Carlini in particolare per le espressioni dei volti. Il quarto quadro porta fatalmente al primo: un innocente volto di donna, una stufa, un paesaggio: la morte di Mimì è il simbolo di creature che passano nella vita senza una precisa ragione salvo la loro inattaccabile innocenza, lasciando i bohèmienne guardarsi allo specchio sospesi in un’ingannevole lucidità, galleggianti su di un oceano opaco, attraverso cui vedono ora “paurosamente limpidi” i mostri della profondità, i loro itinerari labirintici, le loro lotte temerarie. Uno spettacolo che certamente ha messo tutti d’accordo con applausi unanimi ad ogni intervallo che alla fine si sono prolungati tra ovazioni e abituali lanci di rose.

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