Paolo La Motta: Visioni del Silenzio

Scritto da , 8 Maggio 2015
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Domani mattina, alle ore 11,30, verrà inaugurata presso la Galleria Il Catalogo la personale del pittore napoletano, con una selezione significativa di opere degli ultimi anni.

 Di OLGA CHIEFFI

 

“Il silenzio non esiste più come mondo, ma solo come un suo frammento e come tale fa paura all’uomo.”. In queste parole di Max Picard ritroviamo le visioni del silenzio di Paolo La Motta, venti tele che saranno ospiti della galleria Il Catalogo di Lelio Schiavone e Antonio Adiletta da domani sino al 6 giugno, nel dinamismo di queste recenti rappresentazioni che riescono a comunicare emozioni, attraverso un rigore formale , una sintesi espressiva leggera capace di particolare raffinatezza e originalità resa con pennellate miocinetiche ed incantatorie, fluide e segniche. Paolo La Motta si sofferma sull’uomo e la sua mente, immortalando volti ora pensosi ora sottilmente angosciati. Il ritratto è una forma d’espressione artistica particolarmente complessa, probabilmente fra le più ambiziose che un artista possa indagare. Attraverso i tratti del volto, egli parla ne’ “La lettrice” delle ambizioni e angosce, dei suoi dubbi e spavalderie. Si tratta di una sorta di biografia visiva, scelta coraggiosa prima ancora che narcisistica, che quasi sempre esprime un’intensità tanto intima da indurre chi osserva a provare una certa qual commozione. La donna, dagli occhi grandi e scuri, dai tratti garbatamente duri, commuove per la solitudine che esprimono, con disincanto e ironia. Dipingere è sognare e ricordare con le mani grazie alla tecnica, strumento che permette di entrare nella buia tana dell’indicibile. Realtà e memoria collimano perché l’evento reale si orna di memoria: cioè viene ammesso tramite l’intuizione del filtro mediatore dell’occhio, che vede nell’immagine uno spazio popolato di ricordi e di rappresentazioni. La visione assume in “Ricordo d’estate” la forma compositiva del ciclo dell’oltrepassare e straripare del quadro nella sua successione, rendendosi “racconto”. Non illustrazione o interpretazione, non descrizione. La riproduzione artistica non è altro che un’altra faccia dell’esistente, una dimensione oscura della vita, una sequenza fatta di magia e tensione. Paolo La Motta ha ricercato l’alterità del tangibile la sua facciata altra, lo ha fatto arrestando l’esatto momento in cui il soggetto sferra un espressione particolare, catturandone il senso. Il “Notturno”, un paesaggio e i “Tetti” ci consegnano l’ immagine di un pittore che, da un lato sottrae gli elementi del reale alla transitorietà della paesaggio, della luce, al suo incessante divenire, dall’ altro asseconda un istinto creativo autonomo, quasi a parte dell’autore stesso, una creazione che ci rende chiara la sua sintassi pittorica, funzionale allo scopo, che procede dall’attesa dell’inatteso, quella della “forma aperta” da dare al reale, quella che nasce dalla disponibilità assoluta alla cosa, quella che emerge dalla sospensione, nello stato dell’attesa, e dallo stupore che si genera al suo apparire e al suo accadere; una sintassi che vuol cogliere, nelle cose e attraverso le cose, quello sguardo magico che esse sembrano lanciare, nell’atto di darsi all’occhio dell’artista: è il volere afferrare quell’esatto momento nel quale l’oggetto lancia una sorta di sguardo dionisiaco, con cui crea e costituisce lo spazio dei significati, consentendo la cattura del senso, nella sua realtà, visione dell’intimo figurativo, di un’anima mundi, dove natura e corpo trapassano l’uno nell’altro.

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