Ora e sempre Resistenza!

Scritto da , 26 aprile 2018
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Festa della Liberazione partecipata a Salerno dalla riaffermazione dei principi che hanno portato alla sconfitta dei nazifascisti all’omaggio alle ventisei donne vittime della guerra e del razzismo perite nel Mar Mediterraneo

 Di OLGA CHIEFFI

Le note de’ “La leggenda del Piave” hanno aperto le celebrazioni cittadine del 25 aprile, Festa della Liberazione da ogni malefico “ismo”. Le date sono tante, troppe, buone e cattive, dall’ottantennale dell’applicazione delle leggi razziali in Italia, al 24 maggio 1915  quando novantatrè anni fa, l’Italia entrava in guerra contro gli Imperi centrali, gettandosi nella Prima Guerra Mondiale, il 28 ottobre del 1922 data della famigerata “Marcia su Roma” che guadagnò l’incarico a  Mussolini di costituire un nuovo gabinetto, il 10 giugno del 1940, la folle ed obbligata entrata in guerra dell’Italia, il 25 aprile inizio della ritirata da parte dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della repubblica di Salò, i “repubblichini”, da Torino e  Milano, dopo che la popolazione si era ribellata e i partigiani avevano organizzato un piano coordinato per riconquistare le città, casa per casa. Cosa lega il 24 maggio al 25 aprile? Sono date chiave, una di entrata e una di uscita da due grandi fornaci belliche da cui oltre l’idea sognata dai patrioti del Risorgimento, l’Italia ne è venuta fuori cambiata moralmente, perché forte di una nuova e più vasta consapevolezza del proprio essere popolo e nazione. Ieri, nelle piazze d’Italia, si è ricordata l’impresa storica di un popolo compiuta per libera scelta di milioni di uomini e donne semplici, che di essa furono protagonisti in senso pieno, creatori e corresponsabili. Non una decisione imposta, ma una scelta contro ciò che veniva imposto; non l’inquadramento forzato in un esercito istituzionale, per una guerra decisa dall’alto, ma la costruzione volontaria di un esercito dal nulla, di un esercito di liberi e uguali. Una disciplina ferrea, ma derivante dalle esigenze della lotta liberamente intrapresa, e costantemente corretta e rafforzata dal carattere collettivo delle decisioni. Una democrazia piena, vissuta come costante compartecipazione di tutti ai problemi, e alle scelte, collettivi: la democrazia più piena e più alta, che la storia d’Italia abbia mai conosciuto. Non deve essere retorica, non è agiografia, sono i tratti caratteristici della Resistenza, così come è stata vissuta da “un popolo alla macchia”, da un popolo che si è dato organizzazione, strutture militari e politiche, giornali, codice civile e morale, senza l’intervento di apparati coercitivi separati dal popolo stesso, anzi, contro il potere armato esistente. Come raccontare semplicemente tutto ciò alle giovani generazioni? Ce ne hanno dato ieri mattina prova dinanzi alle lapidi dei nostri caduti, il Presidente del consiglio comunale Alessandro Ferrara, il Presidente della nostra Provincia, Giuseppe Canfora, Arturo Sessa segretario della Cgil Salerno, Luigi Giannattasio presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani di Salerno, che ha tenuto le conclusioni della celebrazione in piazza Vittorio Veneto. Se il corteo non aveva tralasciato di omaggiare Giovanni Amendola il quale commentando l’assassinio di Giacomo Matteotti, il 26 giugno 1924 Amendola scrive su il Mondo: “Quanto alle Opposizioni, è chiaro che in siffatte perduranti condizioni, esse non hanno nulla da fare in un Parlamento che manca della sua fondamentale ragione di vita. […] quando il Parlamento ha fuori di sé la milizia e l’illegalismo, esso è soltanto una burla”, frase che praticamente gli costò la vita per le ripetute percosse ricevute a Montecatini dai fascisti, corone di alloro sono state, come da protocollo deposte dinanzi al monumento ai Caduti del mare sul Lungomare, quindi, alla lapide che ricorda le medaglie d’oro della Resistenza apposta a Palazzo Sant’Agostino. Resistenza che si è trasformata in lotta al razzismo, con l’intervento in Piazza Cavour di rappresentanti delle varie etnie africane sotto l’egida dell’Arci, che hanno ricordato le ventisei migranti sbarcate senza vita a Salerno, gettando fiori nello spazio antistante il Lungomare, un dramma muto, non lontano dagli “ismi” che vollero la “soluzione finale” nei campi di concentramento. Dopo la lettura da parte di Ubaldo Baldi di tutti i nomi dei caduti della Resistenza della nostra provincia, oltre 120, la cerimonia “parlata” si è chiusa con Diallo e Souleyman, i quali hanno raccontato la loro storia di Resistenza, che si è trasformata in Ri-Esistenza, un esempio per noi tutti che dobbiamo tornare ad essere fautori della nostra esistenza, oggi come allora, senza reprimere quella di nessun altro, in democrazia e sulle tracce della Costituzione. Sigillo in musica con il Complesso Strumentale “Lorenzo Rinaldi” di Giffoni Valle Piana, diretto da Francesco Guida, che con le marce, Bella Ciao e un canzoniere spaziante da “L’uva fogarina” a Maria Marì, ha attraversato, riunendo nella melodia, l’intero stivale.

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