One God, one Cecilia

Scritto da , 22 Agosto 2020
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Pubblico del Ravello Festival, in delirio per la Bartoli, osannata con epiteti che hanno ricordato i divi cui erano dedicate le arie che ha eseguito. Cinque le chiamate al proscenio, durante le quali ha spaziato da Haendel a Santa Lucia luntana, passando per Agostino Steffani e Summertime, in un duel infinito con la eccezionale tromba dei Les Musiciens du Prince-Monaco diretti da Gianluca Capuano
Di OLGA CHIEFFI
Tra gli epiteti di ammirazione lanciati dalla platea dell’auditorium Niemeyer a Cecilia Bartoli, mercoledì sera, è mancato solo “One God, One Cecilia!”, che era riservato al più celebre dei castrati, Carlo Broschi detto “Farinelli”. Parterre de Roy per Cecilia, tra cui si è assisa anche Catherine Deneuve, in vacanza in costiera, che non ha inteso far mancare il proprio applauso a Cecilia che la musica e il teatro l’ha sposati per intero. Un programma in cui il mezzosoprano e Les Musiciens du Prince-Monaco, diretti da Gianluca Capuano, con gli splendidi solisti, su tutti la tromba naturale di Thibaud Robinne, il giovanissimo oboista Rodrigo Lopez Paz, il flauto Jean Marc Goujon e il violoncello Robin Michael, con il konzertmeister Andrès Gabetta, non si sono risparmiati, per donare intatta l’essenza del progetto “What passion cannot music raise”, andato in scena in prima mondiale proprio alla LXVIII edizione del Ravello Festival. Sullo sfondo del teatro San Carlo, sono stati proposti i successi londinesi di Porpora, Haendel, Hasse, intercalati da due gemme concertistiche, il concerto per tromba in re Maggiore di Georg Philipp Telemann e l’allegro del concerto per flauto traverso in mi minore Rv 432, del Prete Rosso, Antonio Vivaldi, rispettivamente eseguiti dalla tromba naturale e dal traversiere. Cambi d’abito en plein air della Bartoli, mentre snocciolava arie del calibro di “Vaghi amori” e “Lontan dal solo e caro…lusingato dalla speme” di Porpora, “V’adoro pupille” dal Giulio Cesare d’Egitto con tanto di piume di struzzo a far da cornice, o “Mi deride ….desterò dall’empia dite”, gioca con fluidità sull’ambiguità uomo-donna e gioca in scena con uccellini, con gli strumenti, in quelle battle in cui è stata sempre la voce a vincere, riuscendo a porre in luce questo luminoso e prezioso barocco, fatto di maturità, di tecnica strumentale e di audacia del vocabolario armonico, legato nei suoi momenti estremi alla pratica dei vertiginosi abbellimenti. La miracolosa capacità di oggettivazione formale, da parte di questi tre compositori, straordinaria forza di invenzione, la soluzione eccentrica o paradossale, è stata esaltata dalla ricerca del godimento timbrico, dai gesti espressivi, degli arpeggi, del maestro al cembalo, dalla sostanza di melodia nei trilli, offerta dalla magnifica solista. Applausi del caloroso pubblico in sala, veramente per tutti, al quale la Bartoli ha risposto generosamente, spaziando da Santa Lucia luntana, resa quasi una affettata napolitanìa, passando ancora dai virtuosismi dell’Ariodante, con un’ omogeneità che impreziosisce tutta la sua gamma vocale dai suoni gravi e centrali, la flessibilità e la levigatezza dei suoni alti, e a questi una parte delle vibrazioni e della rotondità del settore basso e medio. La Bartoli ha duellato con la tromba, dipingendo le sue originali linee melodiche, che, sebbene dipendenti dal testo poetico, non ne è restata mai ostacolata, immettendole quell’incredibile vivacità ritmica, che da sempre l’ha contraddistinta. Meravigliosi i recitativi e le messe di voce, che sono alla base della nostra scuola strumentale, così pure certo virtuosismo spinto, senza però mai perdere d’occhio la melodia. Si vivono tempi in cui si deve parlare di una nuova tipologia di musicista e, quindi, di un suo nuovo rapporto con gli esseri viventi e le cose, con la scuola, la società, gli ascoltatori gli altri musicisti, gli artisti tutti, con la vita stessa. E si parla ad un tempo di un musicista che deve aprirsi a tutto tondo alla conoscenza e, possibilmente, anche alla prassi, di tutti i sistemi armonici e contrappuntistici, di tutte le forme musicali, anche quelle cristallizzate in generi, di tutte le esperienze sonore delle etnie dei popoli; quindi, di un musicista e di un pubblico che possieda la storia della musica, accanto alla storia delle musiche. Ed ecco la Cecilia che da Steffani passa, grazie alla tromba, a cantare la famosa Lullaby da Porgy & Bess, Summertime. L’improvvisazione e la variazione rappresentano in musica i percorsi di unità e divergenza di tutti i generi, una “semplice” complessità in cui la manipolazione del materiale sonoro definisce strutture e modelli, la cui interazione genera sistemi a livelli crescenti di astrazione. La ragione semantica della musica emerge, nel continuo divenire del “ludus harmonicus”, il gioco dell’invenzione e della mutazione, come una indescrittibile ed immanente intuizione del noumeno. E la nostra osannata Cecilia l’ha meravigliosamente attuato insegnandoci che il divertimento è un continuo di-vertere, deviazione, invenzione. Fughetta in gonna e stivali da dragone di Napoleone, sulle note ancora del Porpora, ovazioni e rose rosse, il tour è iniziato con il vento in poppa.
Olga Chieffi
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