Musica per la Passione: Stabat Mater

Scritto da , 28 marzo 2018

Questa sera, nella Chiesa di Santa Maria De Lama alle ore 19,30, il controtenore Pasquale Auricchio interpreterà l’opera di Antonio Vivaldi

 Di OLGA CHIEFFI

 Musica cupa e meditativa elevata da una voce fascinosa e inquietante farà stasera da preludio ai riti della Settimana Santa. L’appuntamento è nel cuore della Salerno longobarda, nella Chiesa di Santa Maria De Lama, ove il controtenore Pasquale Auricchio, una gemma rilucente del nostro Conservatorio con Vincenzo Merola e Carmen Senatore al violino, Selene Cantarella alla viola e Giuseppe De Leo al violoncello, proporranno lo Stabat Mater RV 621 per solista, archi e continuo di Antonio Vivaldi, sulla celebre sequenza attribuita a Jacopone da Todi. Questo inno sacro fu composto da Antonio Vivaldi nel 1712 per essere eseguito come parte della Festa dei Sette Dolori di Maria Vergine a Brescia. La semplicità dello stile, la schiettezza dell’espressione e la ricchezza della melodia garantirono l’affermazione perenne dello Stabat Mater. Il lavoro sembra esser stato scritto in fretta: le parti degli archi sono semplici, il tema del primo movimento viene ripetuto anche nei successivi due, la voce talvolta è accompagnata solo dal basso continuo e non tutto il testo dell’inno è arrangiato. È una partitura dominata da un’atmosfera tenebrosa, priva di lucentezza. Una sublime negazione di sé? Anche, ma soprattutto un gesto di sublime empatia con il dolore straziante della madre del Cristo in croce. L’omaggio commosso di un compositore capace tanto di irraggiare la luce più adamantina quanto di scandagliare gli abissi più inquietanti del dolore umano, raccontandoci nello Stabat Mater non solo il dolore della madre di Cristo, ma rendendoci partecipi del dolore terreno di ogni fine, sia essa divina, umana o storica. La musica di Vivaldi è viva, è fisica, è una musica lagunare scandita nel tempo dall’incedere e dal ritirarsi delle maree, dal passare delle stagioni, risente del salire delle brume, del clima umido, della calura soffocante estiva, dei geli invernali, degli odori di muffa e salsedine dei canali, è musica profondamente e totalmente compenetrata nella città di cui è parte integrante, è linfa che le dà e ne prende vita. Nella sua affascinante essenzialità compositiva, questo Stabat Mater appare ancora oggi come una delle pagine più brillanti del Vivaldi sacro: se da un lato appare evidente la grande abilità strumentale e armonica del compositore veneziano, abilità già messa alla prova e dimostrata nelle raccolte violinistiche pubblicate degli anni precedenti alla composizione di questo inno, del tutto nuova, nella traiettoria artistica di Vivaldi, è invece la sapienza nella scrittura vocale, sapienza non ancora sperimentata se non in esperienze effimere e fugaci. Vivaldi mostra una notevole intelligenza nella scrittura vocale, nella collocazione e nello sviluppo delle cadenze, nel dialogo così come nell’armonizzazione col basso continuo e archi. Una conoscenza non comune per un autore fino a quegli anni dedito quasi esclusivamente alla musica strumentale, ma sicuramente ereditata dal padre, musicista a San Marco, e soprattutto dal suo maestro Giovanni Legrenzi, assistente maestro di cappella presso la medesima Chiesa. Ma quello che più sorprende, e che si perderà in parte nella sua frettolosa e superficiale attività da operista, è la grande sensibilità e gusto teatrale, capace di tradurre in musica le sottili sfumature emotive del testo di Jacopone da Todi. Lo Stabat sarà preceduto dalla esecuzione del concerto per archi RV 411 in La Minore, concepito per le ragazze dell’Ospedale della Pietà. Una pagina che permette di porre in risalto la coesione dell’organico, lo scintillio della scrittura degli archi, la vibrante scansione del basso, insieme alla cantabilità di talune invenzioni melodiche, sempre copiose nella fantasia del Prete Rosso.

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