Mediterraneo, il mare come padre

Scritto da , 13 novembre 2015
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Aniello Di Mauro, ospite, questa sera della Congrega letteraria di Vietri, analizzerà i nove “movimenti” della sezione di Ossi di Seppia di Eugenio Montale

 

Di OLGA CHIEFFI

 “La Congrega Letteraria”, prestigiosa rassegna vietrese, vedrà protagonista, questa sera alle 18.30 presso l’Arciconfraternita della SS. Annunziata e del SS. Rosario di Vietri, il professore Aniello Di Mauro con una lezione su “Mediterraneo” una delle sezioni degli “Ossi di seppia” di Eugenio Montale. Il poemetto montaliano è costituito da nove testi contigui e conserva un andamento narrativo in cui il soggetto poetico riflette sulla perdita del rapporto armonioso con il mare. Si va dal prologo (Al vortice s’abbatte), che presenta il poeta e il mare come protagonisti assoluti del racconto lirico, al movimento iniziale (Antico, sono ubriacato dalla voce) in cui viene introdotto il tema centrale della perdita della dimensione panica, in cui il poeta si perdeva nella “legge” del mare. Questa legge, appresa nell’infanzia, consiste nel comprendere la propria identità come parte del tutto che il mare rappresenta. L’energia e la potenza metamorfica e distruttiva del mare ricorda l’arcana e indifferente natura del Leopardi, capace di avvinghiare nel suo nulla l’umano, aiutandolo, così, a svuotarsi “d’ogni lordura”, come fa il mare che sbatte sulle sponde le “inutili macerie” del suo “abisso”. La legge del mare chiudeva il poeta nella sia indistinzione e in questo modo redimeva dalla sofferenza e dal male tutto ciò che è finito, come si legge nel terzo movimento “Scendendo qualche volta”. Tuttavia nel quarto movimento “Ho sostato talvolta nelle grotte”, il mare diventa “padre” che afferma una legge divenuta “severa”, mentre il poeta s’identifica ora con l’ “impietrato soffrire senza nome” di un ciottolo e degli informi rottami che sono espulsi dalla “fiumara del vivere”. Si arriva così alla svolta rappresentata dal quinto movimento “Giunge a volte, repente”, in cui l’autore rifiuta il mare con la sua dimensione infinita e la sua legge disumana che “spaura” il figlio, scegliendo al suo posto la terra che offre un’identità possibile e limitata in un paesaggio inospitale e desertico, in cui tuttavia può nascere una “margherita” che fa il doppio con la ginestra leopardiana. Gli ultimi movimenti del poemetto, a partire dal sesto “Noi non sappiamo quale sortiremo”, riflettono sulle conseguenze della scelta etica fatta dal poeta, la scelta di separarsi dall’indifferenziato tutto appartenente al mito, per assumere un’identità personale e storica. Il futuro che il poeta ora vede è pieno di incertezze e dubbi poiché la scelta operata lo investe di responsabilità e mette in discussione l’eterna giovinezza del mare. Dalle favole e dai miti nati dal rapporto armonico e simbiotico con il mare, si passa ora alla “cupa storia” che non si racconta, al linguaggio impoverito e ad una poesia in cui la primavera non poteva avere più luogo, se non in forma di rimpianto o di interrogazione sui motivi di un’assenza. Il settimo movimento “Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale” descrive ancora una volta la difficoltà di mantenere viva la scelta di distaccarsi dal mare, il movimento successivo continua il discorso avviato nel sesto sulla ricerca di una poesia che sappia almeno in parte adeguarsi alla legge del mare. Dal dialogo con il mare rimane comunque la convinzione, espressa con forza nella conclusione dell’ottavo e del nono movimento, che la scelta del limite e della contingenza storica non elimina l’esposizione del poeta alla dimensione metafisica di una ricerca di senso e di identità che non appare mai soddisfatta del finito in cui ha deciso di confinarsi. L’umiltà e il senso di sacrificio che emergono nei versi finali, alludono precisamente al riconoscimento dell’alterità del mare e alla necessità di mantenere aperto e vivo il dialogo e il rapporto dialettico con la forza che esso esprime, sia sul piano fisico che su quello metafisico. “Presa la mia lezione/più che dalla tua gloria/aperta, dall’ansare/ che quasi non dà suono/ di qualche tuo meriggio desolato,/ a te mi rendo in umiltà.

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