MARX, GRILLO E CARFAGNA di Alberto Cuomo

Scritto da , 15 Luglio 2013
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 L’incisione di Francisco Goya intitolata “il sonno della ragione genera mostri” raffigura un personaggio in bianco (la ragione) che, addormentatosi, lascia aleggiare intorno a sè ogni tipo di mostri. La frase è stata ripresa nel suo blog da Mara Carfagna per illustrare l’atteggiamento, “folle”, dei grillini, i quali, rivolti ad abbattere Berlusconi, appaiono intenzionati a distruggere anche le sue imprese che offrono lavoro a migliaia di persone. L’incisione, con il suo titolo, risale alla fine del settecento, quando appunto la ragione spesso era messa in crisi dal ritorno di superstizioni e credenze e, con queste, dal riaffermarsi delle sovranità e dei poteri che vi si fondavano. Ed il settecento, ovvero l’illuminismo, è il secolo in cui ha origine la razionalizzazione dei sistemi produttivi ed economici che condurrà anche ad una nuova coscienza sociale promossa dal proletariato, così come illustra Karl Marx evocato da Grillo nell’incontro con Napolitano, nel corso del quale si è eretto a baluardo democratico rispetto alla volontà rivoluzionaria che animerebbe gli elettori 5stelle. Invero Marx appare essere attuale ben oltre Grillo. La critica a Marx si appunta di solito al suo materialismo e, quindi, al suo elevare la “struttura” economica a fondamento oltrestorico, in una rinnovata metafisica secondo cui l’uomo si sostanzierebbe nella materia e nel bisogno. Una tale critica non tiene conto di come egli, concependo l’uomo nella sua relazione trasformativa con il mondo, abbia invece criticato il materialismo, quello di Feuerbach, che interpretava la materia stessa come nuovo dio, e di come ritenesse il fattore economico, più che fondativo di storia, quale elemento attraverso cui “in ultima istanza” comprendere le ragioni della storia. Appare evidente quindi come Marx abbia anticipato l’attuale rendersi di ogni cosa all’economico, ed anzi, nel farsi merce di scambio dello stesso valore d’uso, al finanziario, così come ha pure previsto l’attuale tendenza al monopolismo economico-finanziario cui la cosiddetta democrazia è al servizio. Per Marx, malgrado sia da riconoscere al capitalismo il merito di aver ampliato capacità produttive e beni prodotti, la sua logica, rivolta ad un sempre maggiore profitto mediante l’intensificazione dei dispositivi tecnologici (il capitale fisso) sempre più costosi, lo condurrà alla dissoluzione, la quale però non avverrà meccanicamente, quasi una naturale evoluzione, quanto attraverso la rivoluzione promossa dal proletariato. E qui cade del tutto l’evocazione della rivoluzione da parte di Grillo, perchè i grillini, e gli elettori 5stelle, non sono ravvisabili tout court quali “proletari” (se mai una tale categoria ha ancora senso), essendo in gran parte solo “indignati”, rappresentanti cioè del ceto medio impoverito e della piccola-borghesia, incazzati della perdita di terreno sociale, con qualche presenza sottoproletaria. Marx non riconoscerebbe quindi alla loro possibile violenza, che Grillo sostiene di contenere, il carattere della rivoluzione, quanto quello della rivolta destinata solo a fuochi tanto improvvisi che inconcludenti, con attacchi a persone e cose estemporanei anche se talvolta organizzati, come è accaduto nel ferimento del poliziotto presso palazzo Chigi o nell’aggressione, per ora solo virtuale (si spera), alla Carfagna. Ho sostenuto qui che il grillismo tocca questioni vere, quali quella della rappresentazione dei bisogni oltre la retorica politico-parlamentare, e che, quindi, non sarà un fenomeno passeggero, sebbene abbia spesso chiarito come il grillismo, che Grillo non sembra saper interpretare, vada al di là del suo leader essendo un fenomeno proprio a molte popolazioni le quali cercano sempre più sovente la piazza per “ribellarsi” alla politica. Singolarmente in Italia, gran parte dei ceti “ribelli”, oggi rappresentati dai 5stelle, più che vicini alla sinistra sono, e sono stati, vicini a Berlusconi, per cui se Grillo sbaglia ad inseguire la sinistra contro il cavaliere, la sinistra, incapace di interpretare sia la rivoluzione che la ribellione, appare altresì incapace di incanalare lo scontento verso logiche riformatrici. Il problema italiano è nell’assenza di un partito riformista, sì da farci essere costantemente senza prospettive innovative, di lungo o breve termine, e solo sempre incazzati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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