Maria Aolide Tonin: una vita per le donne e il volontariato

Scritto da , 2 Settembre 2019
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di Rosario De Sio

Da vent’anni Maria Aolide Tonin, ginecologa, da qualche anno in pensione, porta avanti con impegno e dedizione la sua missione in Africa. Di origini friulane si è laureata all’Università di Padova, ha lavorato per dieci anni a Oliveto Citra e poi a Cava dov’è stata il primo primario donna del reparto di ginecologia. Aiutare gli altri per la dottoressa è una vera e propria missione. ”Da piccola ho sempre visto mia nonna aiutare gli altri, ricordo quando mi mandava con la bicicletta a portare pacchi di cibo a famiglie meno fortunate. Questa cosa mi ha segnato profondamente, la generosità di mia nonna è stata un faro nella mia vita e da allora ho sempre cercato di fare del mio meglio per aiutare il prossimo con i mezzi a mia disposizione” Dopo la laurea conseguita a Padova, è iniziata poi la grande avventura in Africa prima sporadicamente poi con la nascita dell’associazione Sos Solidarietà. “Avevo già delle esperienze maturate in Africa, ho viaggiato lì sempre in missione umanitaria. Ho avuto modo di partecipare a due missioni con la Croce Rossa Italiana quando il nostro esercito era impegnato in Somalia. Nel tempo ho avuto modo di costruire la mia visione del tutto personale dell’Africa, una terra meravigliosa ma ricca di contraddizioni” “Nel non lontano 1999 ero primario a Cava de’ Tirreni nel reparto di ginecologia e ho avuto come paziente una suora di colore che poi ho operato. Quell’incontro è stato molto significativo per il mio futuro, da li e nata questa avventura nuova che dura tutt’oggi”.

Come nasce l’associazione?

“Abbiamo costituito un’associazione, SoS Solidarietà, perché le singole persone possono fare ben poco, possono andare, compiere una missione, dare il proprio contributo nel piccolo ma non si lascia impronta in questo modo, mentre in Africa bisogna lasciare delle impronte valide per cercare di aiutare a migliorare determinate situazioni. Bisogna lasciare un segno duraturo e lavorare come associazione era l’unico modo per poter realizzare un futuro cambiamento”.

Come associazione avete operato nel sud est della Nigeria per circa 22 anni senza abbandonare mai quel posto.

“Prima che con la mente siamo arrivati con il cuore. Abbiamo visto tutta questa gente che aveva bisogno, che viveva in estrema povertà. La situazione sanitaria era una delle peggiori al mondo, soprattutto perché gli ospedali erano pochi, male attrezzati e mal gestiti. I medici avevano ancora una preparazione di base molto superficiale per nulla all’avanguardia e in molti casi ignorando i progressi fatti in campo medico. Soprattutto non avevano strumenti per poter operare”. Consapevoli di questo disastro il primo impegno ce lo siamo presi nella sanità. Noi abbiamo fatto una scelta di vita. Abbiamo recuperato la prima sala operatoria di un ospedale missionario abbandonato. Il recupero delle sale operatorie era indispensabile perché altrimenti non si poteva operare. Ci siamo fatti aiutare dall’Università di Trieste dalla facoltà d’ingegneria sanitaria la quale ha fatto tutto il progetto, circa 800 metri con due sale operatorie, sale risveglio e altre due sale per controlli. Abbiamo cercato di attrezzarle il più possibile con macchinari e attrezzature adeguate. Ora sono lì e funzionano benissimo”.

Questo non è stato il solo aiuto pero che avete dato?

“Contemporaneamente all’aiuto materiale in termini di strutture e attrezzature abbiamo iniziato a fare medicina sul territorio costruendo piccoli ambulatori, operavamo i pazienti più gravi e cercavamo di curare gli altri malati anche economicamente perché in Africa la salute ha due drammi grossi, la possibilità di diagnosi e la possibilità di curarsi perché è tutto a pagamento. La vi è il diritto di morire, se non sei ricco, muori. In un piccolo villaggio sperduto è stato realizzato un piccolo ospedale per le ragazze madri mantenuto dalle suore della carità del preziosissimo sangue di Gesù. È nato un grosso progetto di prevenzione con altri medici e con un grosso ospedale locale per quanto riguarda i tumori alla mammella e alla cervice”.

L’azione dell’associazione però non si è di certo arrestata alla sanità.

“Con SoS Solidarietà, abbiamo incominciato con i progetti sanitari perché quelli che avevano aderito inizialmente erano medici ma poi vivendo li abbiamo incominciato a guardarci attorno per capire quali fossero le reali necessità di quella gente. In tanti anni abbiamo imparato a conoscerli, a conoscere le problematiche, a entrare nei loro sistemi di vita, a capire la loro mentalità, a vedere quali sono i loro pregi e difetti. A capire la loro organizzazione politica, la loro idea di società. A una nostra volontaria venne l’idea di costruire un edificio che abbiamo adibito a centro polifunzionale un’opera a grande respiro, un oratorio, un dopo scuola, una casa per ragazze madre insomma una struttura davvero grossa e circa quattro anni fa abbiamo iniziato dei progetti per far educare le future generazioni. I progetti riguardavano l’istruzione, il dunque la scuola, la formazione degli insegnanti e soprattutto lo sport perché lo sport può davvero insegnare tanto”.

Anche lo sport ha giocato un ruolo importante

“Grazie allo sport siamo stati capaci di far capire l’utilità di un’attività sportiva per crescere dei ragazzini con delle regole, con la consapevolezza di saper perdere e di saper vincere. Può sembrare una cosa banale ma per loro non lo è, o vincono con l’aggressività o sono sottomessi per tutta la vita, non esiste una via di mezzo. Lavoriamo in maniera silenziosa, operosa, l’arrivo è uno degli obiettivi di questo percorso. In quel territorio in questi vent’ anni abbiamo visto adesso i primi risultati. E bello vedere che il tuo operato prosegue e che quei giovani ora sono in grado di mandare avanti quella comunità. Il mese scorso abbiamo firmato un protocollo d’intesa con il governo per portare avanti in sintonia i nostri progetti per lo sviluppo della comunità”.

Una vita spesa per il volontariato eppure non sono mancate le difficoltà dato che quando Lei iniziò la sua opera era vietato raccogliere e spedire medicinali perché gli Stati africani lo vietavano: le medicine dovevano passare solo attraverso i canali ufficiali cosa che molte volte impediva ai medicinali di raggiungere i luoghi di arrivo a causa della forte corruzione.

“Fatta eccezione per alcuni governi la maggioranza degli stati Africani non ha ancora capacità di governarsi e questo è un grande problema. Quando i colonizzatori se ne sono andati hanno lasciato una società allo sbaragli ed ecco che abbiamo avuto un susseguirsi di colpi di stato guerre civili e dittature militari. Non avevano le capacità culturali, non intellettive per governare e per gestire una terra tanto complessa e ricca di contraddizioni. Solo adesso si sta andando verso un cambiamento ma la strada è ancora lunga. La corruzione è il loro male più grande in questo sono maestri, non la povera gente ma ai piani alti dilaga la corruzione e te ne accorgi perché quando sei lì o prendi accordi con loro sui progetti da fari o ti chiedono soldi all’infinito mettendoti nelle condizioni di andartene. Del resto oggi una delle mafie più potenti è proprio quella Nigeriana che piaccia o meno è una realtà attualissima e non frutto di speculazioni”.

L’Africa però resta ancora un mistero per molto soprattutto perché molte dinamiche non hanno una forte risonanza mediatica come il caso dei boeri e della lebbra che in molte zone del continente nero ancora imperversa 

“Ci sono problematiche di cui non si parla e non si conosce nulla basti pensare al razzismo contro i bianchi africani,gli eredi degli olandesi, dei portoghesi o inglesi. Una sorta di razzismo al contrario. Queste persone subiscono angherie, violenze, minacce, soprusi ogni giorno eppure in Italia poco se ne parla anzi sembra quasi che non esistano per non parlare poi della lebbra. Quante volte si sente dire che la lebbra è morta eppure non è così perché essa imperversa in molti villaggi africani. Noi come associazione stiamo cercando di costruire un pozzo con una comunità di lebbrosi almeno dare loro la possibilità di avere dell’acqua”.

La sua idea e ipotetica “ricetta” sugli sbarchi? “

“Il problema non va affrontato in mare ma va affrontato tra gli stati con accordi in maniera seria, ad un tavolo per impiantare un punto di partenza per lavorare. Per fare le cose bisogna avere una chiarezza mentale e la volontà di agire altrimenti non si arriva a nulla. Chi inizia il viaggio non ha idea di cosa lo aspetta, le famiglie perdono le loro tracce. La tratta in mare favorisce solo la loro malavita organizzata che ha dei fermi punti di appoggio da noi che fanno da supporto. Occorre cooperazione seria tra gli stati per aiutarli a svilupparsi al meglio solo così si eviteranno veramente le partenze e le morti in mare. Nel mio piccolo è quello che ho sempre cercato di fare con l’associazione aiutare quella gente a sviluppare appieno le competenze per poi poter far progredire in autonomia e in sintonia la propria comunità”.

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