Lo scontro generazionale secondo Arthur Miller

Scritto da , 29 marzo 2014
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Chiusura di prestigio per il cartellone del massimo di Salerno, che giovedì ha proposto la prima di “All my sons” di Arthur Miller , festeggiando, così, anche la giornata mondiale del teatro, con in scena Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini, diretti da Giuseppe Dipasquale., una piéce questa che sarà fruibile ancora stasera alle ore 21 e domani in pomeridiana alle ore 18,30. È un testo tradizionale, in cui tutto avviene una domenica qualunque in un giardino di una casa americana, Miller, autore americano ma intriso della cultura europea, quando scrive questo testo è come “plagiato” da Ibsen, del quale, infatti, se ne sente l’influenza: qui viene svelata una colpa e non a caso viene svelata ‘fuori’, in un giardino. Miller ha sempre utilizzato la famiglia come simbolo della società, come un nucleo dal quale si espande ciò che in cui viviamo, rinchiusa al sicuro tra le quattro pareti di casa, la famiglia “lava i suoi panni sporchi”, ma se c’è un segreto da far emergere allora bisogna uscire allo scoperto, fuori dalle mura domestiche. La più interessante posizione di questa commedia è nello scontro fra due generazioni: quella che tramonta, per la quale lo scopo di arricchir la famiglia giustifica i mezzi più loschi; l’altra, la giovane generazione, che sente una nuova responsabilità: quella dell’uomo verso l’uomo, che detesta la guerra, e la speculazione sulla stessa; che denunzia l’avidità di lucro e la corruzione che pervadono tutti i gradi della burocrazia statale; una nuova generazione che si propone compiti di solidarietà umana e inchioda al suo disprezzo la ricchezza americana, da cui grondano lacrime e sangue. Il che sta a dimostrare che contro l’America dominante, dei miliardari guerrafondai ed imperialisti, v’è un’altra America dalle nuove esigenze morali e sociali, che al di sopra del dollaro insorge la personalità Umana, la sola che può vincere il mostro economico, la spietata legge di mercato che ieri come oggi, annienta moralmente e fisicamente l’uomo. Grande merito alla regìa ed al cast di attori, in particolare alle due dignitose interpretazioni di Anna Teresa Rossini e Mariano Rigillo, sostenuti dall’intera, omogenea compagnia. La Rossini impersona la straziante madre che sceglie di negare la realtà, troppo dolorosa da accettare, ma che alla fine crollerà di fronte alla perdita del figlio, del marito e alla distruzione di un’intera famiglia; il suo disperato urlo finale assume i toni di una tragedia universale. Rigillo veste con coraggio i panni di un personaggio “scomodo”, arrogante, che ostenta la sua sicurezza, che cerca di trovare ostinatamente una giustificazione alla sua colpa, prima nella legge degli affari, poi, nel voler lasciare qualcosa alla famiglia e, infine, nel valore del rapporto padre figlio. Ma proprio quando capirà che il suo stesso figlio lo ha rinnegato, morendo a causa sua e che i piloti morti “erano tutti suoi figli” prende atto del suo fallimento e sceglie la via del suicidio. Un testo di sconvolgente attualità che Dipasquale, unitamente allo scenografo Antonio Fiorentino, il quale ha immerso il palcoscenico, trasformato in villetta con veranda e giardino, in uno stordente bianco, che sembra sottolineare il candore solo esteriore di quella famiglia, ha letto filologicamente, affidandosi completamente al testo milleriano. A valorizzare la scena, le luci di Franco Buzzanca che scandiscono consapevolmente i passaggi di tempo con una illuminazione soffusa per il mattino, che diviene quasi violenta durante il giorno, fino all’oscurità finale, subito dopo che ode lo sparo del suicidio di Joe, fuori scena, e la musica del tempo che passa dallo swing più spensierato delle dance bands  “di lusso” dell’epoca, alla voce, nel finale di Lady Day, simbolo della solitudine, vittima proprio di quell’  “American way of life”, che viene condannato da Miller, come donna, come nera e come cantante di jazz.

Olga Chieffi

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