L’imprenditore Cosimo Melillo a processo per la truffa del cimitero

Scritto da , 16 Febbraio 2021
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di Pina Ferro

Truffa ai danni dei cittadini che usufruivano dei servizi cimiteriali del comune di Battipaglia, il Comune della Piana Sele ed una sessantina di cittadini, vittime del raggiro si costituiscono parte civile. La costituzione è avvenuta nella mattinata di ieri, nel corso dell’udienza preliminare che si è celebrata dinanzi al giudice per le indagini preliminari Giovanna Pacifico alla presenza del pubblico ministero Elena Cosentino. Dieci gli indagati comparsi dinanzi al Gup. Ranieri Vitale 59enne dipendente comunale addetto proprio servizio cimiteriale e Patrizia Garofalo hanno patteggiato la pena a un anno e otto mesi con la pena sospesa. Hanno decisio di affrontare il rito ordinario Cosimo Melillo soggetto già gravato da una condanna per 416 bis del 2008, in quanto ritenuto sodale del clan camorristico “Giffoni – Noschese”, all’epoca egemone sul territorio, Giuseppe Lepore, Teodoro Loffredo, dirigente del servizio cimiteriale del Comune di Battipaglia, Francesco Parente, Enrico Gizzi, Claudio Gizzi, Enrico Gizzi, e Gerardo Bacco. Le indagini, dirette e coordinate dalla Procura della Repubblica di Salerno, portarono alla luce uno stabile patto corruttivo tra pubblici funzionari ed imprenditori in danno del Comune di Battipaglia e dei privati cittadini, indotti con l’inganno a versare somme di danaro dall’ammontare variabile per ottenere i servizi cimiteriali. Al cimitero di Battipaglia, oltre a due dipendenti coinvolti, erano assegnati diversi operai specializzati abilitati a svolgere le operazioni di polizia mortuaria, che di fatto erano inutilizzati. L’operazione denominata “Ade” ha svelato come i due impiegati comunali, che all’epoca dei fatti furono sospesi, in combutta con l’uomo, violassero stabilmente tale regime, intascando direttamente i soldi da parte di privati cittadini. Tra le misure irrogate al momento del blitz dei carabinieri, vi fu anche il sequestro preventivo “per equivalente” di somme di denaro, ovvero di beni mobili ed immobili appartenenti agli indagati fino a concorrenza degli importi costituenti il documentato profitto dei reati, ammontante a circa 25mila euro

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