L’EPIDEMIA E IL VULCANO NELLA STANZA ACCANTO

Scritto da , 29 Marzo 2020
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 Rino Mele

Abbiamo appreso dai giornali, e dalle inchieste televisive, l’assoluta solitudine, inevitabile e tremenda, del morente nei reparti di terapia in cui si cerca, con ogni sacrificio, di salvare la sua vita o dilazionarne la fine. Per i malati, già spaventati, umiliati dal loro stesso male, la perdita del contatto con gli altri e progressivamente con il loro stesso corpo – nel colore bianco che si raddoppia, l’isolamento che si protrae, il trovarsi chiusi in un quadrato di speranza i cui confini sembrano, nella disperante condizione, restringersi sempre più – è un’esperienza insopportabile: perché anche chi ti cura ha inevitabilmente paura di te.                                                                                              Morire nella solitudine totale, nell’isolamento senza scampo della terapia intensiva (in un estremo generoso tentativo di salvezza) staccati anche da se stessi.                                 In un bellissimo libro di psichiatria (“I conflitti del conoscere”, Feltrinelli 1988) Eugenio Borgna descrive, verso la fine dello straordinario testo, l’esperienza catatonica, stuporosa, “la pietrificata immobilità” cui può, in casi gravi, portare la schizofrenia, con la cessazione di ogni rapporto col corpo, e col linguaggio nelle sue diverse forme, verbale, gestuale, mimico fino all’assenza della stessa sensibilità appercettiva. Nemmeno il silenzio parla più. Eppure – e questo è il legame col tragico presente dell’epidemia, e il tema di cui stiamo parlando – questi pazienti, scrive Borgna, “hanno l’esigenza (inespressa e disperata) di non essere lasciati soli e di essere accompagnati dal gesto di una persona vicina che si apra a sondare l’incomprensibile”.  In qualche modo, nel nostro tempo tragico questo morire separati da se stessi fa pensare anche all’esperienza della nascita, indicibile, e che abbiamo vissuto ma ci è stata cancellata. Quel processo irrecuperabile in cui quel piccolo corpo senza nome costretto a specchiarsi nei suoni, nelle percezioni tattili e finalmente visive, che lo aggrediscono e circondano, s’identifica in un’immagine alienata di sé: il piccolo corpo, nello scambio della sua confusività originaria con quell’immagine vuota è andato configurando il suo debole “io”, secondo lo specchio sociale che gli ha costruito l’immagine e l’identità: si nasce spossessati del “sé” originario, alienati.                   Avremmo il dovere, quando un nostro simile muore, di restituirgli, con la nostra presenza discreta, rispettosa e possibilmente affettuosa, ciò che, come società, senza nemmeno esserne consapevoli, con violenza, a volte con dolcezza, gli abbiamo sottratto, e in cui lui si è riconosciuto nel tempo felice e rovinoso di quei lunghissimi disperati istanti che a noi sembra la vita. “È una guerra”, è la sintesi icastica che ha fatto di questa epidemia il presidente del Consiglio Conte nella seduta del 25 marzo. Il giorno dopo su “Repubblica”, quasi un approfondimento del tema, il filosofo Aldo Masullo ha detto in una lunga seducente intervista: “Non credo si possa “accostare la guerra, quella vera, alla situazione attuale(…) perché le macerie, quelle materiali, sono altra cosa. È però vero che il post-virus potrà essere come la fuoriuscita dalla guerra”. Ho visto su uno dei tanti giornali che ho letto in questi giorni, un’immagine bellissima, una bambina cinese della provincia di Hubei – in cui si trova Wuhan, la città da cui è partito il segnale per quest’interminabile dolore – che guarda il fotografo con occhi arguti e ridenti mentre mangia un gelato, a significare il lento ritorno alla vita, come la colombella col rametto di ulivo nel becco, dopo il diluvio. E le foglie erano verdi di vita, dice la Bibbia, virentibus foliis.

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