“Le ragioni di un rifiuto”. Conte dice no a candidatura nel plurinominale Senato

Scritto da , 17 Agosto 2022
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di Arturo Calabrese

Federico Conte rifiuta la candidatura nel plurinominale e rinuncia ad una quasi certa elezione al Senato. Le motivazione addotte per questa scelta sono precise e non lasciano adito a dubbi. L’ormai ex deputato, oltre ad un comunicato stampa al vetriolo, come al suo solito e a differenza di molti altri non si sottrae alle domande.
Onorevole, è stata una decisione forte quella di non ricandidarsi, anzi di rifiutare un seggio praticamente certo al Senato. Quali le motivazioni?
“La Campania è stata scelta come un terreno di atterraggio per diversi paracadutati. Roberto Speranza, Dario Franceschini, Susanna Camusso sono stati candidati nei collegi campani e si sono assicurati dei posti in Parlamento. Io non ci sto, la mia identità, la mia formazione, il mio vissuto e la mia idea della politica mi hanno indotto a non piegarmi ai potentati per il passato, e mi impongono di non farlo neppure ora. Non mi interessava comparire ma poter competere per cambiare la realtà, non conservarla. Non ho vissuto di politica ma per la politica. Avrei lavorato per il cambiamento e per il territorio campano, esattamente come ho fatto negli ultimi quattro anni, invece mi ritrovo al cospetto di candidati che nulla hanno a che fare con questa regione e che rispondono soltanto a giochi di palazzo. È uno scambio di piaceri tra l’ospitare questi dirigenti nazionali, che verranno eletti, e garantire una classe dirigente locale collegata al sistema di potere di De Luca. È palese come sia stata allontanata quella parte di politica non vicina al deluchismo e la legge elettorale lo permette perché così si assiste ad una epurazione che ha lo scopo di consolidare uno status quo di egemonia politica. Uno stato delle cose fatto di molte ombre e poche luci. Si è garantito un sistema di potere che non ha migliorato la Campania. In ogni modo, Enrico Letta parlava di novità e cambiamento, ma così non è. Se questi sono i presupposti, sono presupposti molto preoccupanti per la nostra regione. È stato negato uno spazio democratico ed io non posso più sottostare a queste decisioni”.
Quale era la Sua posizione?
“Ad Articolo Uno avevo dato la disponibilità a candidarmi nel mio collegio di appartenenza al maggioritario per continuare le tante battaglia portate avanti, ma la coalizione ha voluto ben altro. Io non ho bisogno di essere indicato in una lista al secondo posto solo per apparire senza neanche la possibilità di mettermi in gioco. Il mio modo di fare politica non sarebbe cambiato e mi sarei battuto ancora per i tanti problemi del territorio. A Montecitorio, ho parlato di temi, di Pnrr, di lavoro, di giovani, di infrastrutture, ho interrogato ministri, ho parlato dell’ospedale di Agropoli, ho chiesto lumi sulla gestione delle Zone Economiche Speciali e su tanti altri argomenti senza mai risparmiarmi. Avrei fatto altrettanto”.
Enzo Maraio del Psi sarà candidato nel Lazio. Non c’è nessuna differenza con quanto accaduto in Campania…
“Sarà un Parlamento di nominati, seppur più ridotto. Ed è un dato ancor più preoccupante. Prima il porcellum e poi il rosatellum sono leggi elettorali pensate così e cioè per permettere alle segreterie dei partiti di eleggere determinati nomi. L’unica possibilità politica di rimediare a questo guasto della legge era selezionare candidature che rispondessero ad altri criteri e non a logiche partitiche. Si dovevano premiare le esperienze, le qualità, il radicamento nel territorio, ma ciò non avviene. Qui verranno eletti dei romani che rimarranno a Roma e assicuriamo il seggio ai rappresentanti del potere deluchiano, a cominciare dal figlio del presidente della Regione”.
Dopo il taglio dei parlamentari, la rappresentanza territoriale era a rischio. Oggi lo è ancora di più perché verranno eletti in Campania parlamentari non campani…
“Purtroppo è così. Lo abbiamo visto con Minniti qualche anno fa: un candidato di Roma eletto a Salerno dopo l’elezione non si faranno più vedere a Salerno o in generale nel collegio della candidatura. La politica ha abdicato in favore dei partiti rinunciando alla pluralità, alla democrazia e alla lealtà. Gli elettori si faranno sentire come quattro anni. Nel 2018 scelsero i 5 Stelle, oggi si va verso le destre o verso l’astensionismo. Il Palazzo si allontana dai cittadini. Alla luce di ciò ho preferito non partecipare”.
Da domani, cosa farà Federico Conte?
“Di sicuro non lascio il partito dei progressisti. Torno alla mia professione di avvocato, ma non posso stare lontano dalla politica così come è possibile nella società e dicendo la mia. Quattro anni fa, arrivò l’opportunità da Liberi e Uguali che nacque per rompere lo schema politico che Renzi aveva realizzato a livello nazionale col Pd oltre che De Luca a Salerno e in Campania. Oggi vedo di nuovo una stretta e mi fermo perché voglio avere la libertà di parlare e di continuare a farlo come possibile e vediamo cosa accadrà. La politica crea strade che neanche ci sono e poi si manifestano”.

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