L’archivio di anime di Danio Manfredini

Scritto da , 12 Giugno 2019
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L’artista, affiancato da Vincenzo del Prete, sarà protagonista venerdì 14 di “Vocazione”, al Teatro Verdi di Salerno, ospite della stagione Mutaverso di Vincenzo Albano

Di GEMMA CRISCUOLI

La dedizione, l’amarezza, il disincanto e sapere che si deve essere su quelle tavole a ogni costo. Tutto ciò che un attore prova è al centro di “Vocazione”, lo spettacolo di e con Danio Manfredini, affiancato da Vincenzo del Prete, in programma venerdì al Teatro Verdi di Salerno, alle ore 21,30 un regalo  di Mutaverso di Vincenzo Albano al pubblico di SalernoLetteratura

“Vocazione” può anche essere considerato un archivio d’anime. Con quale criterio ha scelto i brani teatrali di cui è intessuto il suo spettacolo?

“Volevo ritrarre gli attori in specifiche condizioni, guardando alla risultante esistenziale in cui può trovarsi chi si dedica al palcoscenico. È infatti possibile vivere quel che prova l’attore di Bernard, che impazzisce per la lontananza dalla sua professione.  Dal “Parsifal” di Mariangela Gualtieri ho tratto la rabbia che si avverte dinanzi alla costrizione di essere giudicati, gettati sotto gli occhi del mondo. L’incontro tra Tom e la madre nello “Zoo di vetro” di Tennessee Williams propone la scelta di chi si lascia la famiglia alle spalle per diventare un interprete. La possibilità del congedo è narrata attraverso “Conversazione con la morte” di Giovanni Testori. Più che di metateatro, si tratta di ritratti esistenziali. Il teatro vive un momento molto difficile: meccanismi impongono clausole all’arte che comportano difficoltà, se non si fa parte dei giri che contano. Mi sono chiesto se un problema del genere sia esistito anche in altre epoche e ho compreso che chi fa questo cammino va incontro a impedimenti simili”.

Cosa le dà e cosa le toglie questa messinscena?

“Mi dà soprattutto la consapevolezza di attraversare anime dedite appunto alla vocazione della recitazione. Nel bene e nel male hanno vissuto tutto ciò che dovevano vivere e l’appartenenza al loro mondo è per me un privilegio. Una passione accende lo sguardo su come investire il proprio tempo e la possibilità di tradurlo in un’opera permette di dialogare tra una vita non sempre comprensibile e il veicolare gli accadimenti nella dimensione della scena. Gli artisti si sentono spesso come pesci fuor d’acqua nella morale come nella società”.

Come ha strutturato nel copione il rapporto con Vincenzo Del Prete?

“La figura portante è l’attore, un’entità neutra prima di entrare nella parte, non ancora personaggio, poi si ha l’attore pensante e la presenza di Vincenzo è preziosa in frammenti che prevedono appunto la presenza di due figure, come nell’estratto da “Un anno con tredici lune” di Fassbinder”.

Cosa vorrebbe che restasse al pubblico di questo spettacolo?

“Questo è molto soggettivo. Ogni sera c’è qualcosa di particolare a seconda delle forze in campo e della disponibilità del momento. Mi piaceva l’idea di condividere con gli spettatori tutto quello che c’è dietro un allestimento e quel che si sperimenta rispetto a un impegno preso. Volevo che ci si avvicinasse al dato che siamo umani, con le nostre fragilità, le nostre insicurezze, le nostre vite disastrate. Non è affatto scontato che un attore vada in scena: mille variabili possono intervenire e mettere a soqquadro un progetto. I critici devono giudicare, ma non dovrebbe mai mancare il rispetto di fondo per la fatica di racimolare le forze. C’è sempre un sacrificio dietro il bisogno di percorrere una condizione umana”.

È lecito vedere nell’attore un consacrato impuro, delegittimato?

“È la motivazione che marca la differenza tra un attore e il resto. Chi resta fuori dai giochi di scambi innescati dalla legge ministeriale, che gestisce i fondi nei grandi centri di produzione, ma continua per la sua strada ha del miracoloso e va ben oltre il narcisismo tipico di questo ambito. Come del resto diceva Grotowski, non siamo lì per farci vedere, siamo lì per lasciarci guardare”.

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